14. 11. 2019 Ultimo Aggiornamento 05. 11. 2019

Il Museo geologico nazionale distrutto dalla finanza creativa

Categoria: Inchieste

Ricordate ancora Giulio Tremonti e la sua “finanza creativa”? Probabilmente no, un po' perché abbiamo la memoria corta, un po' perché essa ha prodotto più disastri che risultati positivi per il paese.

Ebbene, fra i disastri va annoverata la vicenda del Museo geologico nazionale di Roma. Forse non tutti ricordano che, fino a venti anni fa, in Largo Santa Susanna a Roma aveva sede uno dei più prestigiosi e antichi musei di geologia esistenti al mondo, le cui collezioni erano di valore pari, se non superiore, a quelle degli analoghi musei esistenti a Berlino, Londra, San Pietroburgo.

Un risultato sicuramente Tremonti, e non solo lui, l'ha raggiunto: l'Italia non ha più, come invece l'hanno altri paesi, un Museo Nazionale di Geologia e le collezioni in esso esposte non sono più fruibili per i cittadini.
Ma, forse, l'intento era anche quello di cancellare ogni paragone possibile fra governi che avevano, buono o cattivo che fosse, un progetto per il paese e governi che navigano a vista, come quelli che abbiamo ormai da diversi decenni.

Paradossalmente, il predetto Museo fu fondato da un altro ministro delle finanze: Quintino Sella. Sì, proprio lui, il sostenitore del pareggio di bilancio a costo di “fare economie fino all'osso”, l'inventore dell'iniqua tassa sul macinato, l'esponente della Destra storica. Pochi, forse, sanno che egli fu pure uno dei massimi esperti di mineralogia del tempo.

Sella, giustamente, sostenne fin dal 1860 che - per sfruttare in modo razionale le materie prime, per progettare e realizzare le grandi opere pubbliche, per ricostruire i paesi distrutti dai terremoti - fosse indispensabile conoscere l'assetto geologico del territorio nazionale e realizzare la Carta Geologica del Regno.

Così nacquero, dapprima, a Firenze nel 1867, il Comitato Geologico permanente e, successivamente, nel 1873 - presso il Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio ed affidato al Corpo Reale delle Miniere (costituito da ingegneri minerari e geologi) - l’Ufficio Geologico nazionale, con il compito di redigere e pubblicare la Carta geologica d’Italia. Ad esso fu annesso uno “speciale gabinetto nel quale verranno disposti e classificati i minerali, i fossili e le rocce raccolte nei lavori di campagna”. Sede dell’Ufficio Geologico e del “Museo Agricolo-Geologico” fu l’edificio costruito tra il 1873 e il 1881 sull'area dell’ex convento di S. Maria della Vittoria, inaugurato nel 1885 e facente parte del progetto architettonico per l’insediamento del Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio.

L’edificio, realizzato dall’ex garibaldino architetto Raffaele Canevari, oltre a presentare soluzioni progettuali all'avanguardia per quel tempo, è uno dei più fulgidi esempi di architettura liberty (queste caratteristiche fecero meritare all’edificio l’apposizione del vincolo architettonico nel 1991).

A Palazzo Canevari, fino al 1995, hanno avuto sede l’Ufficio Geologico Nazionale e l’annesso “Museo Geo-Paleontologico” (in origine denominato Museo Agrario Geologico). Quest'ultimo raccoglieva in preziose teche, le collezioni Paleontologiche e Litomineralogiche (oltre 150.000 reperti), la collezione di 17 plastici e la strumentazione tecnica che, dalla seconda metà dell’800 agli anni ’70 del ‘900,  è stata utilizzata per la redazione della Carta Geologica d’Italia.

Eseguiti tra il 1875 e il 1915, i plastici hanno grande importanza storica perché, fino al 1870, la documentazione cartografica relativa al territorio italiano era pressoché inesistente, specialmente per il meridione d'Italia. Essi furono la prima rappresentazione dell'assetto demografico e geomorfologico del paese e risultarono utilissimi in circostanze eccezionali come il terremoto di Casamicciola (Ischia) del 1883.

Le collezioni, in origine, furono composte oltre che da importanti donazioni dei più grandi studiosi di fine '800, anche da reperti e campioni precedentemente esposti presso la Regia Scuola di Applicazione a Torino, il Museo di storia naturale di  Pisa, il  Museo di Storia Naturale di Firenze, il Distretto minerario  di Caltanissetta e la Regia Università di Roma.

I reperti paleontologici, circa 100.000 pezzi provenienti principalmente da strati rocciosi della penisola italiana, stanno a testimoniare organismi vissuti nei mari e nei continenti nell'arco di circa 570 milioni di anni. Poi vi sono le collezioni litiomineralogiche, note in tutto il mondo, oltre 52.500 pezzi provenienti da diversi paesi, suddivise in: reperti edilizi e decorativi, reperti litologici e minerali.

Nell'insieme, le collezioni consentono, soprattutto, di ricostruire la storia del nostro territorio a partire dai 40.000 reperti raccolti per redigere la Carta geologica d'Italia, passando per quelli che ricostruiscono il nostro sistema minerario e industriale.

Un patrimonio in passato esposto in  vetrine internazionali, quali le Esposizioni internazionali come quelle di St. Louis, di Vienna del 1873, di Parigi del 1878 o di Anversa del 1885.Collezioni e materiali cui vanno aggiunti: la cartografia storica, la biblioteca (150 mila pubblicazioni e 50 mila cartografie), la fototeca comprendente 63.000 fotogrammi relativi a coperture aerofotogrammetriche del territorio italiano.
Un unicum che, secondo gli esperti, vale diversi milioni di euro e che giace imballato da vent'anni.

Come è potuto succedere?

Molto c'entrano le vicende, il valzer di provvedimenti che hanno condotto all'istituzione dell'Ispra. E sì perché il Museo ha sempre seguito le sorti del Servizio Geologico nazionale, passato nel 1986 sotto le ali del neonato Ministero dell'Ambiente, poi accorpato nel 1989 con altri servizi per costituire quel Dipartimento per i servizi tecnici nazionali dipendente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, poi confluito nel 1999 nell'Apat (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i Servizi Tecnici). Ed è proprio in quel momento che il Palazzo di Largo Santa Susanna non essendo più sede del Servizio Geologico nazionale, perde lo status di proprietà demaniale.

Ma, mentre un braccio governativo era intento a ridisegnare l'architettura dei servizi tecnici nazionali, l'altro, nel 1994, disponeva il restauro di Palazzo Canevari, stanziava 9,5 miliardi di vecchie lire, svuotava l'immobile e approvava il relativo progetto.Il cantiere però già nel 2001 si fermava per le solite questioni di morosità della P.A. 

Nel 2003, Tremonti individuato un lungo elenco di beni da cartolarizzare, previo cambio destinazione d'uso, sottoscrive una preintesa con l'allora Sindaco di Roma Veltroni (solo successivamente sottoposta ad un ignaro il Consiglio Comunale, competente per materia), che in cambio avrebbe avuto l'ex Manifattura tabacchi al quartiere Ostiense, da destinare alla realizzazione di Campidoglio II.

Palazzo Canevari, a fine 2005, ottenuta la nuova destinazione a servizi e commercio, viene venduto.Le collezioni imballate finiscono nei depositi della Protezione civile di Castelnuovo di Porto, Monterotondo e Lungotevere Dei Papareschi e affidate prima al Dipartimento Difesa del Suolo e, successivamente, al Servizio Attività Museali, nell’ambito del Dipartimento per le Attività Bibliotecarie Documentali e per l’Informazione.

Infine, nel 2008,  al momento della sua istituzione, all'Ispra che, inizialmente, ne espone una parte in via Curtatone, 3. Ma, con il trasloco a via Brancati, le collezioni vengono imballate e immagazzinate nel garage della nuova sede.

Nel frattempo, l’edificio di Largo di Santa Susanna è entrato in un'operazione immobiliare che comprendeva anche la “valorizzazione” o, meglio, la trasformazione dello scalo di San Lorenzo in centro commerciale, di un' area edificabile a Valcannuta e della conversione del Poligrafico a Piazza Verdi in hotel a 5 stelle e residenze.

Tutto lascia pensare che per garantire una speculazione privata, i cittadini e la comunità scientifica siano stati privati di un patrimonio di grande rilevanza e attualità per lo studio delle caratteristiche geologiche del territorio nazionale.

Né i vertici di Ispra (già Apat, ex Anpa), succedutisi dal 1999 in poi - unica eccezione l'ex direttore Giovanni Damiani che provò, invano, ad acquisire l'attuale grattacielo Inail di via Giulio Pastore all'Eur e ad adibire il piano terra a nuova sede del Museo geologico – si sono adoperati per reperire un immobile da destinare a tale funzione.

Tuttavia, dal 2008 l'ente (o meglio alcuni volonterosi), che ha ereditato le collezioni del museo geologico, ha realizzato sul proprio sito un museo virtuale, che presenta una selezione delle collezioni.

Nei mesi scorsi, proprio sotto l'edificio liberty di Piazza Santa Susanna è stato rinvenuto un tempio del VI secolo avanti Cristo, l'epoca dei 7 Re di Roma. Un ritrovamento talmente importante da ridisegnare la mappa della Roma del tempo.

Ora, l'immobile che è vincolato dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) dal 2004 (dopo il ritrovamento di 8 metri delle Mura Serviane), dopo varie vicissitudini è al 75% di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, che intende realizzarvi uffici per i propri dipendenti, pur facendosi carico degli scavi e promettendo la fruibilità dei reperti per il pubblico.

E, allora, perché non riportarvi la sede del Museo Geologico, come richiesto da anni da autorevoli istituzioni, quali Unesco, Accademia dei Lincei, Società Geologica Italiana e molte altre? Perché, non creare un polo nazionale delle Scienze della Terra, un presidio per l'educazione alla tutela del territorio nel paese più dissestato d'Europa?

In tempi di  finanziaria “espansiva”, il governo e i ministri Franceschini e Padoan dovrebbero sapere che per ogni milione speso in cultura se ne generano 19 di incremento del Pil.

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