Categoria: Inchieste

E’ a tutti noto che l’Italia sforna meno laureati degli altri paesi europei, meno noto è che la situazione potrebbe peggiorare.

I dati del Miur relativi alle immatricolazioni dei nostri studenti universitari, infatti, non lasciano soverchie speranze, in quanto denunciano un calo su scala nazionale all’incirca del 7%, che al Sud raggiunge picchi del 40%, come a Reggio Calabria, un vero e proprio crollo. Ma le cose vanno di poco meno peggio in altre aree del Meridione, col -31 a Napoli Parthenope e il -28,1 a Messina.

Ciò fa sì che, se la media nazionale del calo, come detto, si attesta intorno al -7, al Sud raddoppia, registrando il -14,5.

Analizzando il fenomeno dalla parte degli atenei, nel periodo 2010-2014 si registra una crescita delle immatricolazioni soltanto in venti di essi, ma di questi solo tre si trovano al Meridione. Nessun ateneo del Sud è ricompreso tra quelli (9, per l’esattezza) in cui il calo non supera quello demografico, mentre dei 32 in cui lo supera ben 16 sono meridionali.

I divari strutturali di competitività che ne derivano hanno molto a che fare con la questione delle borse di studio, se è vero, come è, che la geografia dei punti di crisi del diritto allo studio è quasi perfettamente coincidente con quella della crisi delle immatricolazioni.

Sin dal 2001 di competenza regionale, il diritto allo studio è stato di fatto fagocitato dai problemi di bilancio delle singole regioni che, dove più dove meno, hanno finito per includerlo tra le spese meno sensibili sul piano elettorale, dunque più soggette a ridimensionamento, che talora è stato assai drastico.

Sta di fatto che, a parte la Basilicata, che riesce miracolosamente ad assicurare una copertura totale, la borsa di studio è garantita in Sicilia solo al 32,3% degli aventi diritto, in Calabria al 42% e in Sardegna al 56%, dando così vita al fenomeno degli “idonei non beneficiari”, un’invenzione tutta made in Italy, perché all’interessato si riconosce il diritto ma poi finisce lì, dato che mancano i fondi per garantirgliene l’effettività.

Trasposta a livello nazionale, questa situazione trasforma il diritto di cui trattasi in una “graziosa concessione”, stante che ne viene escluso un quarto dei potenziali beneficiari.

Tutto questo è all’origine del vero e proprio “si salvi chi può”, che ha condotto molti studenti meridionali a immatricolarsi negli altri atenei, da Roma al Nord della penisola. Scelta che, ovviamente, riescono a fare solo quelli che possono permetterselo, mentre resta preclusa a tutti gli altri, costretti a subire la crisi dei servizi che si è descritta.

Come stanno le cose al Miur lo sanno, quindi anche tutto il Governo dovrebbe saperlo. Eppure nella emananda legge di stabilità la questione del diritto allo studio non viene nemmeno sfiorata.

Speriamo non sia, questa, una prima avvisaglia dell’incombente Buona Università!

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