Categoria: Inchieste

eurostudentIl 4 novembre scorso, il Ministero dell’istruzione, università e ricerca (Miur) ha presentato i risultati della "VII indagine Eurostudent sulle condizioni di vita e di studio degli studenti universitari nel periodo 2012-2015".

Nulla di nuovo sotto il sole perché, come tutti sanno, le pari opportunità, previste dalla nostra Carta Costituzionale, per gli studenti universitari italiani sono ormai una chimera. Ed è quanto emerge, seppur in maniera molto edulcorata, dall'indagine, promossa e co-finanziata dal Miur, condotta nell’ambito del progetto di analisi comparata “Eurostudent V 2012-2015 - Social and economic conditions of student life in Europe”, che ha interessato 29 paesi europei e in Italia è stata realizzata dalla Fondazione Rui, con la collaborazione dell’Università per stranieri di Perugia.

Una circostanza singolare quest'ultima, considerato che forse potrebbe trattarsi di soggetti con un qualche conflitto di interessi.

Infatti, la Fondazione Rui, nata nel 1959, in Italia, ad opera di un piccolo gruppo di docenti, genitori e professionisti incoraggiati da Josemaría Escrivá, il fondatore dell'Opus Dei, gestisce, in Italia,  ben 47 residenze universitarie ed è tra i fondatori di EUCA (European University College Association), che riunisce 194 Collegi Universitari in tutta Europa, per circa 30.000 studenti.

Quanto all'Università per Stranieri di Perugia, è noto a tutti che essa ha annoverato tra i propri rettori, dal 2004 al 2013, l'attuale ministro dell'Istruzione Giannini.

Ma veniamo alla ricerca, condotta con il metodo Cati, che ha riguardato un campione di 5.403 studenti, a fronte di una popolazione universitaria stimata in 1.624.208 unità.

L'Indagine ha analizzato le condizioni di vita e di studio degli studenti iscritti nell’anno accademico 2011-2012 a corsi di laurea, di laurea magistrale o di laurea magistrale a ciclo unico delle università statali e legalmente riconosciute, mentre non sono state considerate le università telematiche.

Ne emergono 20 numeri-chiave della condizione studentesca in Italia.

L’età media degli studenti è di 22,6 anni, di questi il 72,5% ha genitori non laureati (ma sono in crescita i figli di laureati e diplomati, mentre diminuiscono gli altri); 50,1% sono pendolari extraurbani, che non si possono permettere di risiedere nel luogo dove ha sede l'università a causa degli alti costi degli alloggi, spesso - secondo gli intervistati - cari e di pessima qualità (in media 264 € al mese pari al 35,6% della spesa mensile); solo l'1,7% alloggia in una residenza del Dsu, mentre il 28,7% sono fuori sede.

Il 26%, oltre a studiare, lavora per mantenersi nel periodo universitario, anche se il contributo delle famiglie resta nella gran parte dei casi predominante (72,7%). L'università, però, solo in casi eccezionali riconosce agli studenti lavoratori agevolazioni sui tempi di studio e orari delle lezioni più elastici.

L'aiuto pubblico è appena il 4,9% e va, almeno una volta, al 35,3% della popolazione universitaria. Il 7,4%  ha avuto l’esonero totale da tasse e contributi, il 6,8% ha ottenuto una borsa di studio. La quota di studenti che ha avuto una borsa di studio è diminuita, mentre è cresciuta quella degli studenti che hanno ottenuto l’esonero totale o parziale dalle tasse, dai contributi e dalla tassa regionale per il Dsu (in alcuni atenei, tenendo conto esclusivamente dei tempi del percorso universitario e non della condizione economica dello studente, ndr).

Anche questa indagine ammette che siamo ormai dinanzi ad un sistema sempre più iniquo anche sul piano territoriale, con un sud sempre più povero e un centro nord stabile nell'erogazione di sostegni, considerato che “nell’insieme, l’alloggio, i trasporti e le tasse universitarie rappresentano il 56,7% delle spese sostenute direttamente dagli studenti”.

In conclusione, “la situazione registrata dall’Indagine può dipendere da differenti circostanze: in primo luogo, contano le politiche messe in atto dai differenti attori (regioni e provincie autonome, università, e altri soggetti), le dimensioni dell’investimento in aiuti economici – e quindi il volume di risorse e di servizi disponibili – e, ulteriore ma non ultimo, l’utilizzo efficiente delle risorse.

In secondo luogo, in alcune regioni (fra le altre, Lombardia, Lazio e Campania), gli attori del Dsu debbono fronteggiare la domanda di una popolazione studentesca particolarmente numerosa e caratterizzata da una rilevante presenza di pendolari e fuori sede”.

Quindi, da una regione all'altra, l'efficienza del sistema è molto diversa.

Gli studenti dedicano, in media, 44 ore a settimana a lezioni e studio individuale. Il 57,9% ritiene “accettabile” questo carico di lavoro ma il 63,7% giudica insoddisfacente la preparazione pratica, tuttavia, il 54,1% intende continuare gli studi dopo la laurea di primo livello, sperando di conseguire una preparazione professionale e culturale che, in tempi di crisi, gli garantisca maggiori opportunità di lavoro.

Quanto alle tasse universitarie, gli studenti con esonero parziale hanno versato in media € 919. A tali cifre corrisponde, per l’insieme degli studenti, un importo medio di € 1.213, che rappresenta un incremento di circa l’8% in tre anni e del 13% in sei anni. In pratica, in  questi anni l’aumento del livello di contribuzione non è stato accompagnato dall’espansione dell’aiuto finanziario agli studenti.

Solo il 10,1% degli studenti ha trascorso un periodo di studio in mobilità internazionale e ciò a causa degli scarsi contributi esistenti e del mancato riconoscimento del 45% dei crediti universitari. Considerando corsi di lingue, tirocini, periodi di ricerca o summer school, si arriva a circa il 18%. Risultato: appena il 20,4% ha buone competenze linguistiche in due lingue straniere.

Anche se la mobilità internazionale sta tornando a crescere fra gli studenti del secondo ciclo, restiamo sempre al di sotto della media europea, soprattutto a causa della mancanza di finanziamenti pubblici. Solo per uno studente su cinque la mobilità è finanziata da fondi pubblici nazionali e/o europei, e i beneficiati sono esclusivamente studenti in condizioni socio-economiche svantaggiate, eppure, solo la metà di questi riesce ad accedere a programmi internazionali.

Tra gli iscritti alle università, le femmine prevalgono sui maschi nelle fasce di età più basse. Mentre i maschi sono prevalenti nella macro-area tecnico-scientifica, le femmine in quella delle scienze umane e sociali.

La crisi economica, data la mancanza di contributi pubblici, ha accentuato le difficoltà di accesso, specie per le fasce economiche più svantaggiate. Tuttavia, le famiglie di condizione socio-economica modesta continuano a considerare importante investire nell’istruzione superiore dei figli, anche se costrette a fare scelte di studio compatibili con la condizione sociale e con le risorse di cui dispongono. Il “localismo forzato” dalle condizioni economiche delle famiglie “è reso ancor più acuto dall’insufficiente offerta di residenze studentesche, che obbliga a ricorrere al mercato privato chi ha le risorse per affrontare i costi degli affitti, e costringe al pendolarismo chi non ha risorse economiche sufficienti per affrontare quei costi”.

Meno di uno studente fuori sede su dieci ha trovato alloggio in una struttura pubblica e, in generale purtroppo, “sono aumentati gli studenti di condizione socio-economica non privilegiata che non hanno avuto alcun aiuto”.

Una situazione capovolta in tutte le sue componenti passando da nord a sud. Se a nord vengono erogati maggiori aiuti pubblici e i costi per alloggio, tasse e trasporti sono più elevati, a Sud a fronte di poche risorse atte a garantire il diritto allo studio, sono meno elevati. Tant'è che “fra gli iscritti nelle università meridionali, la percentuale di studenti in difficoltà arriva quasi al 32%” con “il livello più basso di risorse disponibili e il maggior scompenso fra uscite ed entrate”.

Cosicché “si può individuare un legame diretto fra la riduzione delle dimensioni del supporto pubblico e l’aumento delle difficoltà economiche degli studenti. Le maggiori difficoltà economiche sperimentate dagli studenti meridionali possono contribuire a spiegare fenomeni quali la migrazione verso le università del Centro-Nord nelle quali, a fronte di maggiori costi di mantenimento agli studi da fuori sede, esistono migliori prospettive di accesso al mercato del lavoro locale (per integrare le risorse rese disponibili dalle famiglie, ndr) e al sistema di welfare studentesco e territoriale”.

L'indagine non indaga sul calo degli iscritti alle università conseguente alla crisi economica. Non indaga sugli “assenti”, ma si limita ad “individuare i cambiamenti nei modi di vivere e di studiare indotti dalla crisi” e “come le scelte per il futuro possano essere condizionate dall’esigenza di fronteggiare gli effetti della crisi”.

Tuttavia, riconosce che “c’è stata una riduzione della presenza di studenti provenienti da famiglie di condizione socio-economica non privilegiata” e “che un certo numero di studenti ha rinviato l’accesso all’università con l’obiettivo di esplorare il mercato del lavoro, alla ricerca di un collocamento più o meno duraturo, o con l’obiettivo di acquisire risorse per finanziare i propri studi”. Un fenomeno che insieme all’allungamento dei tempi di passaggio dal primo al secondo ciclo è sempre più frequente in tutta Europa.

In conclusione, sono molte le negatività che emergono dalla VII Indagine Eurostudent, un dato su tutti: il finanziamento delle famiglie è più di 1,5 volte la media europea, mentre l’aiuto pubblico è meno della metà.

In conclusione, sono molte le negatività che emergono dalla VII Indagine Eurostudent, un dato su tutti: il finanziamento delle famiglie è più di 1,5 volte la media europea, mentre l’aiuto pubblico è meno della metà. In altri termini, il diritto allo studio non è più garantito. Una circostanza che sembra non importare al premier, o almeno non quanto l'esito delle prossime elezioni amministrative in primavera, tant'è che invece di destinare 2,5miliardi al fondo per il diritto allo studio intende erogare a pioggia 500 euro a ogni diciottenne (nuovo elettore) per l'acquisto di beni culturali come: biglietti per cinema, teatro o concerti; libri, et similia. Se investiti per garantire il diritto allo studio, non solo universitario, i 2,5 miliardi potrebbero far ripartire “l'ascensore sociale”, che da troppo tempo è fermo.

adriana ridottissimaQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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