Categoria: Temi di discussione

di Adriana Spera
Con legge n.166 del 2009 è stato convertito il decreto recante "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee".

Un testo omnibus, fortemente criptico, che affronta problematiche assai diverse tra loro. Un metodo, ormai usuale, per inserire nelle pieghe di un provvedimento attacchi ai diritti, al welfare e favori ai poteri forti del paese. La riprova sta nella privatizzazione della gestione dell'acqua (a quando quella dell’aria?) che non discende da alcuna direttiva comunitaria, tant'è che, in molti Stati e capitali dell'Unione, come Parigi, si stanno adottando provvedimenti per rendere di nuovo pubblica l'acqua. In Italia, l'acqua potrà continuare a essere pubblica solo nel caso in cui il servizio risulti troppo oneroso per il privato. Le gestioni delle attuali società pubbliche cesseranno improrogabilmente a fine 2011, a meno che, entro quella data, le amministrazioni non cedano almeno il 40% del capitale con gara pubblica. Alla stessa data cesserà la gestione  di servizi mediante società a capitale misto, che non abbiano individuato un socio-operatore. Gli enti locali dovranno ridurre al 40% le proprie quote nella spa entro il 2013  e al 30% entro il 2015. La proprietà delle reti, dunque, resta pubblica ma la gestione va ai privati. Il day after di queste decisioni è prevedibile a giudicare da quanto accaduto dove la privatizzazione è già avvenuta: la tariffa media è aumentata fino al 300% facendo dell’acqua un bene di lusso. Si consolideranno rendite di posizione, come la gestione idrica di Acea, che già distribuisce acqua a 437 comuni di Lazio, Toscana, Umbria e Campania (14% degli italiani) e a 6,8 milioni di persone nel mondo. Essa potrà acquisire la distribuzione in molti di quei comuni che dovranno ridurre la loro quota di proprietà nelle società di gestione. Ma i colossi che andranno a gestire l'acqua e che sono mossi unicamente dal profitto e dall'andamento azionario difficilmente spenderanno i 62 miliardi necessari per risanare una rete idrica colabrodo, per dare acqua depurata a 18 milioni di italiani che oggi non ne hanno. Il rischio è che il paese si spacchi in due: da una parte le aree ricche, dove i servizi sono pagati meglio; dall'altra quelle dove sarà difficile trovare chi possa garantire un servizio di qualità. Ma profitto e servizi di qualità rispettosi dell'ambiente è molto difficile che vadano d'accordo. Per questo è partita la raccolta di firme per un referendum contro la privatizzazione dell'acqua.

 

Da Il Foglietto di Usi/RdB n. 5 del 9 febbraio 2010

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