23. 06. 2017 Ultimo Aggiornamento 18. 06. 2017

L’Europa e le nuove vie della seta

Categoria: Temi di discussione

L’incontro di qualche settimana fra il presidente Trump e il suo collega cinese Xi è stato molto più che un passaggio obbligato fra i rappresentati delle due economie nazionali più grandi al mondo – l’Ue è un’altra cosa – chiamate a trovare una qualche forma di intesa, a cominciare dai loro flussi di commercio. Si tratta nientemeno che del primo confronto fra due visioni del mondo.

Quella statunitense, che la presidenza Trump sta caratterizzando sempre più come rissosa, quasi minacciosa, e quella cinese che sembra declinarsi in un costante appeasement nei confronti degli Usa e al tempo stesso in un paziente lavoro di tessitura di relazioni internazionali che ha condotto il presidente Xi a Davos, dove è stato salutato, con grande sprezzo del ridicolo, come l’alfiere della globalizzazione. Un’esagerazione che rivela un grande successo diplomatico dei cinesi frutto di una strategia assai sagace di penetrazione geopolitica, che ha condotto la Cina ad essere uno dei principali investitori esteri, non solo nei paesi avanzati – Ue e Usa, in testa – ma, soprattutto, in paesi emergenti di frontiera, come quelli africani.

Sbaglierebbe chi pensasse che tutto ciò sia casuale. La Cina è portatrice di una visione geopolitica che sempre il presidente Xi ha socializzato col mondo non più tardi di quattro anni fa. Fra settembre e ottobre del 2013, il leader cinese ha annunciato pubblicamente un piano organico per la costruzione di collegamenti terrestri e marittimi per quella che è stata denominata the “Belt and Road Initiative” (BRI). Una nuova via della seta che abbracci in una cintura (the Belt) di collegamenti l’Asia e l’Europa e che sia capace di dare sostanza a un’idea assai cara pure alla Russia di Putin – l’Eurasia – che pochi anni fa ha dato vita all’Unione euroasiatica. Nel XXI secolo tale visione non può che basarsi sulla costruzione di reti di collegamenti innanzitutto fisiche. L’Idea di Xi aggiunge l’Africa – e non a caso – al puzzle.

Sbaglierebbe chi credesse che questa visione sia il risiko personale di una nazione – la Cina – che si candida a essere un player di peso in un mondo sempre più multipolare. L’idea di Xi ha suscitato una discussione molto ampia nella comunità internazionale e di recente è stata oggetto di un corposo approfondimento pubblicato dal Sipri, lo Stockholm international peace research institute, che osserva un altro aspetto rilevante delle nuove vie della seta immaginate dai cinesi: quello legato alla sicurezza e alla difesa. La “cintura” immaginata dalla Cina, infatti, sussume una visione strategica ed è questa visione che dovrà esser messa alla prova dei fatti. In tal senso l’incontro fra i due presidenti sarà una buona occasione anche per capire – ammesso che trapeli qualcosa – come l’inquilino della Casa Bianca consideri la nuova via della seta immaginata dagli asiatici. Peraltro gli analisti individuano un deficit da 4.000 miliardi di infrastrutture solo nell’area asiatica.

Non c’è miglior momento per approfondire quindi, e l’analisi del Sipri, frutto di un anno di lavoro di ricerche sul campo e di conversazioni con oltre 150 specialisti, è un ottimo strumento per iniziare, atteso che osserva il progetto cinese dall’angolazione europea, e non a caso. L’Ue, infatti, è il punto nodale di questo ragionamento, stretta com’è fra la zolla asiatica e quella africana e il legame storico con gli Stati Uniti. E poiché non c’è da dubitare della circostanza che l’iniziativa cinese riveli una tentazione egemonica, il posizionamento dell’Ue in questa partita diventa assolutamente strategico: l’Europa è l’autentico ago della bilancia.

Cominciamo dall’inizio: cosa è il “Belt”? La “cintura” si propone di colmare il vuoto infrastrutturale che ancora esiste all’interno dell’Eurasia seguendo – almeno in teoria – una logica cooperativa che si propone di diventare un modello dell’approccio multilaterale fra i diversi stati del continente. Non mancano ovviamente gli scettici, che insistono sulle difficoltà di mettere a sistema territori con stati e tradizioni assai diversi fra loro oppure sottolineano la vocazione egemonica cinese che sta dietro questa idea. Quali che siano le motivazioni, il fatto stesso che questo progetto abbia conquistato gli altari della cronaca conferma che risponde a un’esigenza non solo cinese, ma quantomeno regionale. Ovviamente ci sono alcune criticità. Nell’Asia centrale, per dirne una, la proposta di un corridoio fra Cina e Pakistan ha rinfocolato le tensioni fra India e Pakistan, e, pure se finora non è accaduto, il Belt non è entrato in conflitto con l’Unione Euroasiatica di Putin, con la quale ha dei punti di somiglianza, almeno di tipo strategico e proprio per questa ragione potrebbe scatenare delle frizioni.

Ovviamente non finisce qui. “La ‘cintura’ impatta sugli interessi di sicurezza dell’Ue sia nell’Asia centrale che nell’Asia del Sud. Una maggiore integrazione può dare all’Ue la spinta per pensare più strategicamente e contribuire più attivamente alla stabilità fuori dalle sue immediate vicinanze”, scrive il Sipri. Ma ovviamente ciò presuppone che l’Europa inizi a esprimere una visione geopolitca comune, oltre che un’economia, pur nella consapevolezza che le due cose sono intimamente collegate. Uno dei suggerimenti del Sipri, ad esempio, riguarda le ipotesi di collaborazione che la Banca europea degli investimenti e la Banca europea di ricostruzione e sviluppo (European Investment Bank-EIB, e European Bank for Reconstruction and Development-EBRD), dovrebbero realizzare per investimenti a lungo termine con l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), ossia l’entità presentata dal presidente Xi in quel lontano 2013 proprio per dare sostegno finanziario al piano infrastrutturale. Un impegno europeo significativo in questi investimenti servirebbe di sicuro a migliorare il coinvolgimento dell’Europa – dei suoi interessi e dei suoi valori – in zone che per molti europei risultano ancora remote.

Se andiamo a vedere nel dettaglio, Belt and road iniziative “è il programma cinese di politica estera più ambizioso dal 1949, quando fu fondata la Repubblica popolare cinese”, come nota il Sipri, con ciò restituendoci la dimensione storica di questo passaggio che si propone di realizzare nientemeno che il collegamento fra l’Euroasia e l’Africa tramite una via marittima e una terrestre. I cinesi hanno sottolineato che la BRI potrebbe riguardare 65 paesi che raccolgono il 63% della popolazione mondiale e una quota crescente – anche se non definita – del pil globale. Inoltre, viene sottolineato che il progetto va nella direzione del Sustainable development goals (SDGs) sponsorizzato dalle Nazioni Unite, ossia del programma di sviluppo verso una crescita sostenibile. In concreto il BRI si sostanzia in sei corridoi economici fra la Cina e L’Eurasia. Nell’Unione Europea questi corridoi finirebbero a Rotterdam, Amburgo, Praga e Madrid. Alcuni di questi corridoi assorbono progetti immaginati prima del Belt.

Nella parte asiatica, invece, la scommessa più impegnativa, e insieme più strategicamente rilevante, è il China–Pakistan Economic Corridor (CPEC) tramite il quale la Cina pensa di creare una linea di collegamento con l’Afghanistan e in Pakistan e da lì arrivare in Iran. Un progetto molto ambizioso e denso di incognite legate alla situazione conflittuale di molte delle zone interessate dal passaggio ma parecchio importante visto che consente di creare uno sbocco della Cina verso l’Oceano Indiano attraverso il Mare Arabico.

The Silk Road Economic Belt CPEC 2

Ma soprattutto la BRI si propone di allargare la zona di influenza cinese nell’Asia centrale, dove imperano le ex repubbliche sovietiche. Ed è qui che il progetto diventa particolarmente sfidante, visto che mette in discussione il rapporto con la Russia. Terre aride e ricche di materie prime, scarsamente popolate – circa 66 milioni di persone – gli stati dell’Asia centrale sono il cuore dell’Eurasia per la semplice ragione che bisogna passare da loro per arrivare in Cina. Quest’ultima le teneva in scarsa considerazione fino al 2000, ma poi la loro importanza strategica è cresciuta mano a mano che la Cina acquistava importanza economica, e quindi politica, segnalandosi come un loro partner commerciale.

La conseguenza è che oggi l’Asia centrale è la zona che ospita il numero maggiore di collegamenti del Belt cinese. Si segnalano, in particolare, il China–Central Asia–West Asia Corridor, l’Eurasian Land Bridge e il Khorgos–Aktau railway, tutti collegamenti che attraversano il Kazakistan, già destinatario di 27 milioni di dollari di investimenti dai cinesi fino ad oggi. Ovviamente, sono previste altre infrastrutture che coinvolgono le cinque principali repubbliche e mobilitano, tramite il China’s Silk Road Fund circa 40 milioni di dollari finora. “E tuttavia – nota il Sipri – il grado in cui questi interessi si sovrappongono a quelli nell’aria della Russia, degli Usa e dell’Ue è da andare da vedere”. Soprattutto bisognerà scoprire come i Russi, padroni di quelle terre all’epoca dell’URSS, digeriranno la "generosità" cinese. Tanto più se si ricorda che la Russia si è fatta promotrice della sua Unione economica euroasiatica (EEU) alla quale ha fatto immediatamente riferimento una volta che i cinesi hanno proposto la loro BRI.

Ma va ricordato, altresì, che l’anno scorso è stato attivato il Quadrilateral Cooperation and Coordination Mechanism, una istituzione che coinvolge le forze armate di Cina, Pakistan, Afghanistan e Tajikistan al quale le forze armate russe non hanno partecipato. Poi c’è anche la variabile Usa. Gli Stati Uniti hanno messo piede nel Grande Gioco centroasiatico dopo l’inizio della guerra in Afghanistan e hanno reagito lodando la BRI giudicandola uno sforzo complementare al loro nell’area. E infine c’è l’Ue. Quest’ultima è il secondo partner per il commercio del centro Asia e una grande consumatrice di energia, in particolare estratta dal Kazakhistan. E tanto basta perché sia di grande importanza geostrategica per l’Europa.

Al di là delle relazioni con i partner esterni, il centro Asia deve anche fare i conti con sé stesso. Malgrado sia vissuto come un tutt’uno, in realtà la regione è assai composita e nasconde diversi conflitti striscianti. Per dirne uno, il Kyrgyzstan e il Tajikistan controllano insieme il 90% delle risorse idriche nella regione e ci sono state diverse dispute sull’erogazione dell’acqua che hanno spinto l’ex presidente uzbeko, Islam Karimov, a parlare di rischio di guerra. Inoltre, ci sono dispute anche sui confini, ancora abbastanza sfumati, che hanno condotto a guerriglie di frontiera abbastanza violente, in particolare fra Uzbekistan, Tajikistan e Kyrgyzstan. Come se non bastasse, trattandosi di un fertile ostello di etnie differenti, ci sono alcune situazioni in cui le popolazioni non riconoscono lo stato in cui abitano, ad esempio nella Fergana Valley. A questo si aggiungono le difficoltà economiche. Trattandosi in larga parte di paesi esportatori di energia, l’economia di queste nazioni è fortemente dipendente dalle quotazioni. Il calo dei prezzi registrato dal 2014 ha portato alla crisi peggiore dell’ultimo ventennio per queste aree, già segnate da elevata disoccupazione e forti ondate migratorie, per lo più verso la Russia. Qualora questi migranti riprendessero la strada di casa, la stabilità dell’intera area potrebbe subire scossoni anche gravi.

Insomma, da qualunque lato la si osservi, l’idea della BRI sembra foriera di straordinarie complicazioni. E pure se tutti ne riconoscono l’importanza, altrettanti ammettono che sarà molto difficile trasformare i progetti in azioni concrete. Iniziative già avviate, come ad esempio la linea ferroviaria Cina-Kyrgyzstan-Uzbekistan hanno subìto notevoli impedimenti che solo il potere del denaro cinese è riuscito ad appianare anche se non ancora risolto. In tal senso la BRI è uno straordinario esperimento socio-economico: arrivare a una sostanziale integrazione infrastrutturale usando il denaro invece della spada, l’economia invece della politica. L’Unione europea ha fatto scuola. Questo non vuol dire che abbiamo davvero imparato.

Approfondimento 1 – Una cintura per la Russia

I russi ci hanno messo due anni prima di pronunciarsi sul progetto cinese. Solo a maggio del 2015 una dichiarazione congiunta di Putin e del presidente cinese Xi ha salutato la collaborazione fra l’EEU russa e la Belt cinese in una mossa che accelera il riposizionamento russo verso Est accelerato dopo la crisi ucraina, che si propone, seguendo una strategia iniziata fin dal 1996, di diminuire la dipendenza russa dall’export europeo “scambiandolo” con quello asiatico. La Russia ha riscoperto la sua vocazione asiatica dopo secoli di fraintendimenti, viene da dire. E, ovviamente, lungo questa grande marcia verso Oriente non poteva che incontrare la Cina. Il Belt è stata un’occasione unica per rafforzare il dialogo che, seppure con tempi orientali – quindi tendenzialmente millenari – prosegue. Nel frattempo la Russia tesse la sua tela – di nuovo l’EEU succeduta all’Eurasian Economic Commission (EEC) che nei primi anni ‘90 fu creata allo scopo di istituire una unione doganale e uno spazio economico unico, sempre sul modello della CEE di Bruxelles, ma certo con meno fortuna.

Resta il fatto che la Russia rimane il principale interlocutore degli ex stati sovietici, e comunque un interlocutore obbligato per chiunque voglia averci a che fare. Questo è insieme un vantaggio e un limite, visto che le iniziative di aggregazione portate avanti dalla Russia non sono mai riuscite a uscire dal seminato dell’ex URSS. In tal senso il Belt cinese offre a Putin una straordinaria occasione evolutiva, diventando uno degli azionisti di maggioranza di un’integrazione che non può fare a meno di lui e che non potrebbe mai riuscire a fare da solo. E non solo per la sua vocazione geopolitica, ma anche per le risorse finanziarie che potrebbe riuscire a mobilitare. Gli specialisti vedono una serie di ottimi motivi per i quali i russi hanno tutto l’interesse a sposare la BRI, non ultimo il fatto che grazie ai capitali cinesi possono fronteggiare l’insidia di quelli statunitensi, già titolari di un progetto definito The new silk road che certo non ha suscitato entusiasmi a Mosca. Al tempo stesso i russi temono di fare un patto col diavolo cinese dopo aver scampato quello con gli americani. Una volta che i cinesi verranno ammessi al Grande Gioco del centro Asia sarà ancora possibile controllarli? Domande difficili che richiedono tempo. Intanto i contatti proseguono e le diplomazie lavorano. Molto sorridenti.

Approfondimento 2 – L’Europa al bivio

Prima o poi l’Ue dovrà decidere cosa fare da grande. Cresciuta sotto il confortevole ombrello statunitense, l’Europa è alle prese con un quesito esistenziale davvero dirimente: continuare ad orbitare lungo l’asse atlantico, che trova negli Stati Uniti il partner privilegiato delle relazioni economiche – l’Ue e l’Eurozona investono massicciamente negli Usa – e militari (la Nato) o iniziare a guardare sempre più ad Oriente? Domanda non da poco. L’Europa ha avuto sempre un rapporto conflittuale con l’Oriente, fin dai tempi delle guerre fra greci e persiani, ma al tempo stesso l’Oriente è stato mèta costante dei pellegrinaggi commerciali europei – la via della seta è quella di Marco Polo – che poi hanno trovato nel colonialismo un assetto istituzionale durato alcuni secoli. Oggi il mondo è cambiato. Il nuovo secolo economico vede l’Asia grande protagonista e l’Europa sul crinale: rivolta verso Occidente e inclinata verso Oriente. Una posizione geografica che è anche un destino.

Perciò non a caso il Sipri conclude la sua lunga ricognizione chiedendosi se la nuova via della seta proposta dai cinesi sia un’opportunità per l’Unione europea oppure no. Questo ricordando che il Belt – che è un’infrastruttura – comunque dovrebbe collegare paesi e realtà che hanno sistemi valoriali estremamente diversi. E anche qui basta ricordare il dispotismo asiatico di marxiana memoria per capire di cosa stiamo parlando. L’Oriente è terra di autocrati che coltivano la loro personalità esibendo statue nelle piazze e non ha in culto la democrazia come accade da noi. La Cina, che di queste autocrazie è la campionessa, ha imparato a esibire un volto rassicurante, ma questo non vuol dire che dietro la maschera del sorriso non si annidi il dispotismo. E questo gli occidentali lo sanno bene, anche se tendono a oscurarlo aiutati dal colore dei soldi.

Nell’opinione del Sipri, tuttavia, l’Ue dovrebbe utilizzare strategicamente la BRI per coinvolgere la Cina e altri attori rilevanti per impostare un “rules-based global order”, un ordine globale basato su regole condivise che sia coerente con i propri valori. La qual cosa presuppone innanzitutto di fidarsi e avere rispetto, tanto per iniziare, ma avere anche gli strumenti di pressione per fare rispettare gli accordi. L’Europa, scrive il Sipri, dovrebbe considerare di avere relazioni più strette con i suoi interlocutori chiave, come Cina, Russia e India. Ma, prima ancora, l’Europa dovrebbe imparare a parlare con una voce sola e magari avere anche una forza militare comune, capace anche di diventare attore protagonista dentro la Nato.

Come si vede, il percorso è complesso, lungo e irto di ostacoli. Ma la costruzione di un mondo davvero multipolare, come molti sono convinti dovrà essere, passa necessariamente da qui. La BRI cinese è un sasso lanciato nello stagno delle relazioni internazionali.

Non sarà di sicuro l’unico.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

L’articolo è stato pubblicato anche sul n. 19 di Crusoe, newsletter in abbonamento prodotta da Slow News.


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