Categoria: Temi di discussione

di Roberto Tomei

In tutto il mondo è diffusa la convinzione che il benessere della collettività aumenti con la crescita del prodotto interno lordo (PIL), sicché da diversi decenni lo sviluppo economico è stato identificato come il principale scopo delle politiche dei governi, ma anche i cittadini si sono convinti che l'aumento del reddito e dei beni a disposizione di ciascuno migliori la qualità della vita e ci faccia sentire più felici.

Tuttavia si è avuto modo di verificare che tale "politica di vita" (più reddito = più felicità) non sembra funzionare. Si è visto, infatti, che l'indice di soddisfazione per l'aumento del benessere cresce fino a quando,  con l'eliminazione delle privazioni e della povertà, si soddisfano i bisogni essenziali, mentre si ferma o addirittura declina quando l'agiatezza aumenta ulteriormente.

Gli stessi americani, nonostante la progressiva crescita dei loro redditi a partire dal secondo dopoguerra, si dichiarano comunque meno felici. La menzogna su cui si fonda la misurazione della felicità in base al prodotto interno lordo fu attaccata pesantemente da Robert Kennedy nella campagna presidenziale del 1968.

Essendo stato assassinato poche settimane dopo, non sappiamo se egli avrebbe tentato, ove fosse stato eletto presidente degli Stati Uniti, di dare concretezza alle sue parole, ma vale la pena di riassumerle nella rievocazione che di recente ne ha fatto Jean Claude Michéa in un libro del 2007, tradotto in italiano l'anno scorso, dal titolo L'impero del male minore. Saggio sulla civiltà liberale.

Qui si sottolinea, riportando il pensiero di Kennedy, che il calcolo del prodotto interno lordo tiene conto dell'inquinamento atmosferico, della pubblicità delle sigarette e dei costi delle ambulanze per soccorrere i feriti  sulle strade. Mette in conto i sistemi di sicurezza acquistati per proteggere le abitazioni private e pubbliche e il costo delle prigioni in cui vengono rinchiusi i delinquenti. Comprende inoltre la produzione del napalm, delle armi nucleari e delle automobili della polizia destinate a reprimere i disordini nelle città. Mette in conto i programmi televisivi che glorificano la violenza, allo scopo di vendere i corrispondenti giocattoli ai nostri bambini.

In compenso il PIL non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione né dell'allegria dei loro giochi. Non misura la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni. Non pensa a valutare la qualità dei nostri dibattiti politici o l'integrità dei nostri rappresentanti. Non tiene conto del nostro coraggio, della nostra saggezza o della nostra cultura. Non dice nulla della nostra pietà o dell'attaccamento al nostro paese.

In breve, il PIL misura tutto, tranne quello che rende la nostra vita degna di essere vissuta.

Da parte nostra, pensiamo che la felicità sia qualcosa di molto complesso e difficile da definire. C'è chi dice che i soldi (=PIL) non danno la felicità. Ma, per dirla alla Woody Allen: figuriamoci la miseria!

A tutti, già duemila anni fa, Seneca ricordava che la felicità è irraggiungibile. Quando si crede di averla raggiunta, essa subito si allontana da noi. È il suo moto perpetuo.

 

Robert Kennedy

 

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