30. 09. 2020 Ultimo Aggiornamento 30. 09. 2020

Il Cra si dà all’arte ma con qualche svarione lessicale di troppo

Categoria: Crea

di Roberto Tomei

Chi ritiene che l’ente di ricerca Cra si occupi solo di agricoltura, annessi e connessi, si deve ricredere.

Anche per noi è stata una sorpresa quando abbiamo scoperto, per caso, che anche l’arte è entrata nella sfera di interessi dell’ente presieduto da Giuseppe Alonzo e diretto, seppure come f.f., da Ida Marandola.

Qualche giorno fa, infatti, ci è capitato tra le mani un elegante e colorato libretto, dal titolo Il ciclo della pesca nelle tele di Umberto Coromaldi – Un tesoro racchiuso nelle sale del Cra.

A parte l’iperbole sull’uso del termine “tesoro”, la vicenda merita di essere portata all’attenzione dei lettori per una serie di aspetti.

Innanzitutto perché i curiosi, non sappiamo quanti, ma noi eravamo tra questi, sono venuti, finalmente, a sapere il nome dell’autore dei dipinti che ornano le pareti di alcuni saloni del primo piano della sede centrale del Cra di via Nazionale.

Si tratta, infatti, di tele che attirano non poco l’attenzione in quanto riproducono, a grandezza più che naturale, corpi nudi di modelli di pescatori.

Forse perché stanchi di essere interrogati sulla genesi dei dipinti, i vertici del Cra, nell’ambito di un progetto di collaborazione con un altro ente di ricerca, l’Inea, hanno realizzato un piccolo volume, a cura di Fiorella Pitocchi, che illustra il “tesoro” del Cra.

Fin qui, l’iniziativa si presenta senz’altro meritoria. Assai meno encomiabile, invece, la lettera, che accompagna il volumetto, con tanto di data (19 giugno 2013) e protocollo (n. 28583), indirizzata a tutto il personale, a firma congiunta del presidente e del direttore generale f.f. del Cra.

Non ci si crederebbe, ma in sole sette righe nette, come segnalato dai maligni, si registrano ripetizioni a iosa, svarioni grammaticali e derive sintattiche. Insomma, un disastro che non può non evocare il mitico duetto tra i due protagonisti principali (il principe Antonio De Curtis e Peppino De Filippo) di un indimenticabile film di Camillo Mastrocinque.

A differenza dei maligni, noi siamo certi che gli orrori di cui la nota è farcita sono soltanto il frutto di una svista dovuta alla fretta di far conoscere quantomeno il nome del pittore all’ignaro quanto esausto personale della sede centrale dell’ente, al fine di metterlo così al riparo, una volta per tutte, dalla curiosità degli ospiti del Cra, che sinora, sul nome dell’artista, si era esercitata invano.

Artista che, abbiamo scoperto dall’aureo libretto, apparteneva al movimento del divisionismo, dunque, per quell’epoca, uno sperimentatore.

Visto il contenuto della lettera al personale, c’è chi non esclude che identico slancio possa aver pervaso gli estensori della stessa, i quali, per il colmo dell’analogia, si sono divisi la responsabilità del messaggio.

Anch’essi, seguaci del divisionismo?


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