16. 12. 2017 Ultimo Aggiornamento 14. 12. 2017

Inflazione e tasse universitarie. Gli strani calcoli dell’Istat

Categoria: Istat

L’inflazione ad ottobre è diminuita di 0,2% unicamente a causa della riduzione delle tasse universitarie che l’Istat quantifica in -40% per l’anno accademico 2017-18 rispetto a quello precedente. Senza tale diminuzione, infatti, l’indice dei prezzi al consumo sarebbe rimasto invariato rispetto a settembre.

La legge di bilancio 2017 (legge 232/2016 commi 252-267) ha introdotto la no tax area fissando a 13.000 euro di Isee familiare la soglia sotto la quale gli studenti possono frequentare quasi gratuitamente l’università (devono, comunque, pagare bolli e imposte regionali).

Il limite della tassa onnicomprensiva è di 70 euro se l’Isee non supera i 14.000 euro, 140 euro fino a 15.000 e, così via, fino al tetto massimo di 1.190 euro in corrispondenza dei 30.000 euro di Isee. Le università statali con apposito regolamento possono definire condizioni di maggior favore per gli studenti, anche differenziando rispetto ai corsi di laurea. Per l’iscrizione agli anni successivi al primo e fino al primo anno fuori corso, per usufruire dell’agevolazione, oltre al tetto reddituale, gli studenti devono conseguire un certo numero di crediti formativi.

L’istituzione della no tax area e dei limiti superiori fino a 30.000 euro di Isee è una risposta tardiva al nuovo calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente che aveva causato un incremento delle spese per la frequenza universitaria nell’anno accademico 2015-2016.

Ma che possa tradursi in una diminuzione del 40% della tassa universitaria, come è stata valutata dall’Istat per il calcolo dell’inflazione, appare assai poco credibile. Non fosse altro per il fatto che l’ammontare della contribuzione studentesca alle università è di circa 1,6 miliardi di euro l’anno e che un taglio del 40%, pari a circa 650 milioni, manderebbe a gambe all’aria i bilanci degli atenei statali, visto che la legge di bilancio 2017 ha incrementato il FFO degli stessi atenei di appena 105 milioni di euro a regime dal 2018, a copertura della nuova disciplina sugli esoneri dai contributi universitari.

Ma l’Istat, evidentemente, è abituata a utilizzare due pesi e due misure, come emerge dal confronto con i dati prodotti dall’Unione degli Universitari (Udu) nel rapporto “Dieci anni sulle nostre spalle”.

L’importo medio delle tasse universitarie è passato da 775,08 euro dell’anno accademico 2005-2006 a 1.248,66 del 2015-16, con un incremento del 61%. Nello stesso periodo, per l’Istat le tasse universitarie sono aumentate solo del 25%. La differenza è particolarmente accentuata nell’anno accademico 2015-16, quando fu introdotta la nuova Isee, con un aumento del 7,5 per l’Udu e solo dello 0,9% per l’Istat.

Dopo la clamorosa diminuzione calcolata dall’Istat per quest’anno, le tasse universitarie sarebbero addirittura diminuite del 25% rispetto al 2005. Roba da non credere.

L’Istat, che in più di una occasione ha dimostrato di essere particolarmente allergica a considerare gli aumenti di prezzo nel calcolo dell’inflazione – come nel caso più recente del Superenalotto - ed essere attratta, invece, dalle diminuzioni, sarà meglio che fornisca chiarimenti puntuali sui dati e la metodologia usati per arrivare a concludere che le tasse universitarie quest’anno diminuiscono del 40%.

Spiace constatare che perfino la statistica ufficiale Istat - come dimostrano questi dati - sembra sia stata piegata alla narrazione dell'ottimismo ed agli interessi dei governi, per mistificare una realtà che, al contrario, racconta il declino del paese, la cui crescita e la decantata ripresa economica per superare la terribile crisi, restano ancora un miraggio.

Evoluzione delle tasse universitarie dall’anno accademico 2008-2009 (indici anno 2005-2006=100)
tasse universitarie
Fonte: elaborazioni su dati Istat e Udu

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