21. 09. 2018 Ultimo Aggiornamento 20. 09. 2018

L’Istat e il telelavoro: un amore difficile

Categoria: Istat

Si è fatto un gran parlare, in questi giorni, del braccialetto di Amazon che, con il pretesto di favorire il reperimento della merce nei magazzini, permette all’azienda di controllare in modo indiscriminato e invasivo il ritmo di attività del lavoratore.

Una pratica orribile, almeno per come è stata raccontata dalla stampa. Ma non così orribile come costringere un lavoratore a recarsi in un posto se la ragione è solo quella di controllarlo a vista, allungando di fatto la sua giornata lavorativa anche di molte ore, congestionando le città, sottoponendolo al rischio di infortuni sul lavoro (quali sono gli infortuni in itinere, per non parlare dei passanti) e contribuendo con grandissimo peso alle devastazioni ambientali, sanitarie, sociali e amministrative delle città.

L’Istat, nel processo di smaterializzazione del mezzo di produzione, ha compiuto ottimi passi in avanti ed era partita col piede giusto, attivando il telelavoro già con una delibera del 2008. Per questo, è stata anche premiata.

Oggi, però, sembra che l’Amministrazione sia fortemente ostile al successo della sua stessa iniziativa.

Stando alla bozza di Regolamento circolata poche settimane fa, infatti, invece di favorire la conciliazione dei tempi vita-lavoro e potenziare il lavoro a distanza -  anche in virtù dell’articolo 14 della Legge 124 del 7 agosto 2015 e della Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3, del 1 giugno 2017, specifica sull’argomento  - sembra che l’Istat stia cercando di attivare tutte le pastoie burocratiche possibili per rendere il telelavoro uno strumento episodico, non ordinario e discrezionale. Di certo, non v’è traccia di quell’«almeno il 10%» contenuto nella Direttiva.

Le misure da adottare devono permettere, entro tre anni, ad almeno il 10 per cento dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi delle nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa

E nella predetta bozza non v’è alcuna traccia nemmeno del frutto dell’esperienza dei nove anni trascorsi; né i telelavoratori sono stati mai consultati in tutti questi anni. Non si poteva ripartire con una piccola indagine interna? La bozza sembra una mannaia dall’alto orientata a ridurre il volume del telelavoro, a renderlo discontinuo, a distribuirlo con logiche assistenziali e a confinare la conciliazione dei tempi vita-lavoro in brevi parentesi-premio. È una clamorosa e anacronistica retromarcia.

Dateci un braccialetto, invece. Ma sollevateci da quelle ore di vita trascorse nel continuo andirivieni da dove viviamo a dove possiamo essere controllati. Dateci un braccialetto e miglioriamo questo dispositivo.

La situazione attuale

Tutti fanno il telelavoro, anche in ufficio

Forse alcuni non se ne sono accorti, ma tutti i dipendenti Istat svolgono il telelavoro, anche quando sono in ufficio.

Il computer per tutti è ormai un desktop remoto, cioè una visualizzazione locale di una macchina situata nelle misteriose sale server dell’Istituto. Prova ne è  -  e noi dell’Istat l’abbiamo sperimentato tutti  -  che possiamo sederci a qualsiasi computer fisico, inserire le nostre credenziali e accedere al nostro computer virtuale. Esattamente come i telelavoratori.

Il sistema di documenti è ormai interamente digitalizzato, firme comprese, rispondendo a un eccellente intento. I colleghi sono sparpagliati in quattro poli ben distanti sul territorio, per non parlare delle sedi regionali. La formazione avviene sempre più in forma di webinar e teleconferenze.

Le comunicazioni avvengono tutte tramite email o, ormai, tramite cellulare, spesso privato. In Istat sembrano non essersene accorti, ma abbiamo quasi tutti abbonamenti flat e il cellulare è molto più comodo. Perché dovrei telefonare ad un collega sul numero fisso, a rischio di non trovarlo, quando posso chiamarlo al cellulare o mandargli un messaggio?

Ci sono poi, certamente, le relazioni umane. E nessuno ha mai sostenuto che un telelavoratore non debba essere disponibile per riunioni o appuntamenti, così come ci spostiamo frequentemente tra i quattro poli delle sedi romane.

No, proprio non c’è verso. Non c’è nulla dell’attività lavorativa che sia svolto con strumenti che possono essere trovati solo in ufficio. L’unico strumento è lo spazio per chi ne ha bisogno.

Risparmio e costi del telelavoro

Quando si parla di telelavoro in Istat, ogni tanto qualcuno dichiara solennemente che il telelavoro è una spesa. Già, perché ai telelavoratori è stato dato un computer.

Nessuno però si è mai accorto che se un telelavoratore lavora a casa, non ha più bisogno del computer in ufficio. E non solo. Quasi tutti abbiamo già a casa un computer, probabilmente migliore di quello che ci dà l’Istat, e quasi nessuno tra i telelavoratori già in essere fa uso della dotazione dell’Istituto, né vuole un secondo catafalco a ingombrare la scrivania. Insomma, il computer, l’hardware, la nuova penna, ce lo mettiamo noi, ce l’abbiamo già, e dovrebbe essere dato solo a chi ne fa richiesta.

Ma tutto questo è niente. Veniamo a volumi un po’ più grandi: i buoni pasto.

Un telelavoratore non percepisce il buono pasto per ogni giorno di lavoro svolto a casa. Facciamo dei conti alla buona: un lavoratore che fa 2 rientri settimanali per 42 settimane all’anno percepisce 882 euro di buoni pasto in meno. 882 euro. È il prezzo di due discreti computer, ogni anno.

Quando si dice, perciò, che il telelavoratore costa, si dice il falso. È inappellabile.

Ma ci sono volumi ancora più grandi. Se l’Amministrazione, invece di considerare il telelavoro uno strumento eccezionale e instabile, ne concepisse la solida attualità, allora potrebbe decidersi a risparmiare su quella voce di bilancio che tanto grava sull’Istituto e che è stata ed è tuttora oggetto di polemiche e tirate d’orecchie istituzionali: il patrimonio immobiliare.

Facciamo di nuovo due conti alla buona: se l’Istituto ponesse stabilmente in telelavoro il 15% del personale, si solleverebbe il 10% dalla presenza in ufficio. Stiamo parlando di un volume di presenza che si riduce di oltre 200 unità. Potremmo dismettere via Balbo 39. Quanto costa via Balbo 39?

No, il telelavoro non può essere considerato un costo. Piuttosto, la mancata attivazione di un telelavoro intelligente e ben gestito deve essere considerata una odiosa voce di spreco.

La bozza circolata in questi giorni

Il 22 gennaio l’Amministrazione ha proposto ai Sindacati ammessi ai tavoli una bozza di nuovo regolamento sul telelavoro.

Il mantra dei posti

Il mantra, in netta opposizione al mandato della Legge 124 e della Direttiva 3, sopra citate, è quello delle posizioni disponibili, dette colloquialmente posti. Del numero di posti non è dato sapere, né si vede traccia di come aumentarli secondo la Legge e la Direttiva. L’unica verità è che c’è un limite, indiscutibile e dogmatico.

Viceversa, è già attivo il dispositivo di bandi, graduatorie, punteggi e regolamenti, per le piccole clientele e la guerra tra poveri.

Eh già, se i posti sono pochi

Ma che cosa sono questi posti? Nel 2008, ci sono state 97 domande di telelavoro, negli anni successivi e negli stretti margini di un regolamento bloccato sono salite a 110. In base alle indicazioni normative bisogna arrivare almeno a 220.

In mancanza di una valutazione, si dovrebbe supporre che i nuovi dispositivi servano a incentivare, o quanto meno si dovrebbe supporre che prima di regolamentare venga fatta una valutazione di qualche tipo sul numero di persone interessate, magari attraverso un’indagine interna.

Niente di tutto ciò, solo criteri di limitazione.

Addio alle logiche di risparmio, all’aumento della produttività, alla riqualificazione degli ambienti urbani, al contenimento degli incidenti stradali e alla conciliazione dei tempi vita-lavoro così solennemente invocata.

Il telelavoro diventa soprattutto una forma di assistenza, perché chiaramente se i posti sono pochi è giusto concederli a chi ha disabilità o tormenti alla salute.

E qualora le domande siano poche, è comunque previsto un metodo di contenimento, come si vedrà più avanti, col rischio di lasciare i posti vacanti.

I posti? Quando si parla di telelavoro si parla di non-posti.

Tutto il congegno di graduatorie e bandi non è altro che una ostile pastoia orientata palesemente a rendere difficile l’accesso al dispositivo.

Non solo.

Limitare invece di incentivare

La bozza parla di un telelavoro a singhiozzo e di aumento dei giorni di rientro settimanali. L’intento, insomma, è quello di rendere il telelavoro episodico e instabile per il singolo lavoratore. Non si può organizzare la propria vita intorno a questa modalità lavorativa e nemmeno il lavoro stesso può essere organizzato, perché è sempre un po’ sì e un po’ no, un po’ e un po’ così e un po’ colì.

Si direbbe che il telelavoro, così come è concepito in quella bozza, sia una sorta di periodo di semi-vacanza concessa a macchia di leopardo a chi merita un premio.

Dire che non si possono fare più di 3 anni di telelavoro in 5 anni significa dare al telelavoratore una condizione di lavoro discontinua e irregolare, con continue riorganizzazioni della vita e del lavoro e con la percezione che quel periodo è meglio goderselo, perché tanto finirà.

Sarebbe il caso, semmai, di consolidare questo strumento, avviando di conseguenza una gestione dei luoghi più intelligente e meno costosa.

E poi,  ci hanno pensato? Se nessuno può essere in telelavoro per più del 60% del proprio tempo, per raggiungere quel 10% dovranno prima accogliere almeno 400 domande. Ci saranno 400 domande?

Imporre al telelavoratore almeno due rientri settimanali significa ostacolare la naturale cadenza del lavoro e nel frattempo impedire che la vita privata si organizzi di conseguenza: chi telelavora non avrà diritto a un’abitudine, chi ha un figlio piccolo dovrà, comunque, trovare un asilo, chi non ha un mezzo di trasporto dovrà comunque acquistare un'auto e chi non ha uno spazio già pronto per lavorare a casa non libererà quella scrivania, tanto è solo per un periodo.

E, poi, chi ha stabilito che il lavoro è organizzato in settimane? O che il lavoro è così ripetitivo e monotono?

Sarebbe il caso, semmai, di concepire una maggiore flessibilità per questi rientri, che sono il punto più debole del telelavoro così come è attualmente concepito.

Per non parlare dei recuperi: chi prende un giorno di ferie o si ammala in un giorno di rientro deve recuperare il rientro stesso, nella settimana successiva. Come a confermare che i giorni di lavoro a casa sono giorni di lavoro di serie B e che ferie e malattie devono essere confinati là, introducendo una nuova frontiera nella riduzione dei diritti e trascurando che la produttività aumenta lavorando a casa, che chi è in telelavoro non si ferma il sabato e la domenica, che quella cadenza settimanale è un ricordo antico, che i telelavoratori sono capaci di assunzione di responsabilità, così come hanno dimostrato in tutti questi anni. Questa miopia è così forte da confondere.

Il lavoro è cambiato tanto, tantissimo negli ultimi decenni, specializzandosi e diversificandosi. Si direbbe l’Amministrazione, non trovando la chiave per decifrare e coordinare questa complessità, abbia deciso di negarne l’esistenza.

Sarebbe il caso di sviluppare nuovi strumenti e nuove culture del lavoro, che in Istat si svolge ancora in una modalità ormai diversa da quella della nostra vita quotidiana. Si rischia di perdere l’occasione per favorire le forme scritte -  che restano e formano un patrimonio - e le disponibilità individuali. Si perde l’opportunità di attivare nuovi strumenti di monitoraggio e valutazione.

Sarebbe il caso, invece, di revisionare il sistema degli orari e le modalità di comunicazione. E si potrebbero attivare modi molto più moderni di partecipare alla complessità di una città in affanno come Roma.

E sarebbe il caso, anche, di raccogliere l’esperienza dei telelavoratori, che in tutto questo processo sono trattati né più e né meno che come animali da allevamento, mai consultati.

Si direbbe quasi che l’intento di quella bozza non sia quello di migliorare il dispositivo, ma quello di rivolgere lo sguardo al passato, conservare, controllare, continuare a spendere anche laddove non è più necessario e lasciare insabbiare l’unica vera, grande modernizzazione del lavoro degli ultimi anni.

Speriamo che la riscrivano daccapo!

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