20. 04. 2019 Ultimo Aggiornamento 04. 04. 2019

Il male e il bene: intervista al sociologo e saggista Giorgio Pacifici

I dizionari della lingua italiana definiscono il male come il contrario del bene, la mancanza o la negazione del bene, in particolare tutto ciò che si oppone alla virtù, all’onestà, che viola o compromette l’equilibrio spirituale o morale ed è perciò oggetto di condanna o di riprovazione.

In filosofia, il problema del male è dibattuto attraverso tutta la storia del pensiero e viene a galla la concezione della totale razionalità del mondo che sembra rendere inconcepibile l’esistenza del male.

In una visione religiosa, il collegamento del male con il bene fa riferimento ad un’aspirazione dell’animo umano, in una sorta di bipolarismo.

Il male al quale ci riferiamo in questa intervista al sociologo e saggista Giorgio Pacifici è attore e risultato di un’azione collettiva umana, che si ripete nel tempo; dalle compagnie di ventura, passando per l’Inquisizione, allo schiavismo, al Ku Klux Klan, allo sterminio degli armeno e a quello della Shoah, ai Tutsi, all’Isil.

Professor Pacifici, la soluzione del problema del male, e in particolare del male programmato, coincide con la soluzione del problema etico?

Non si può dire che coincida. Prima di tutto il male programmato è una cosa moderna. Oggi il male addirittura si può programmare su un palmare, un foglio exell, con una logica lucida. Questa, potremmo dire che è una forma caratteristica del nostro tempo. Tutte le manifestazioni del male, come le diverse stragi, come quelle che commette l’IS, per esempio, sembra che seguano un piano di comunicazione  programmato. Si decide di uccidere 300 persone e ci si organizza per attuarlo, con una capacità sia progettuale che programmatica. La realizzazione viene pubblicizzata come vessillo del più forte, o del più performante.

Ci può fare un’analisi del male come sistema antigiuridico?

Ci sono una serie di norme, come per esempio quelle ancora in vigore sulla pena di morte in Cina, Iran e in alcuni Stati degli USA. Ogni pena dovrebbe avere un valore di miglioramento del soggetto, cioè un effetto di “redenzione”. La pena di morte invece ha come scopo l’eliminazione; è solo un modo di scartare degli individui umani, come se fossero dei pezzi mal riusciti. Questo è profondamente antigiuridico.

Altro esempio di norme antigiuridiche sono le leggi raziali degli anni ’30 o razziste, come oggi le chiamano i giuristi, che avevano una intenzionalità diversa e più profonda. Erano quelle che toglievano dignità alla persona e la ponevano nella condizione di senza diritti, completamente disumanizzate. Con le leggi razziste si entra in una delle caratteristiche più profonde del male. In generale, il male toglie la qualità di persona che diviene cosa o oggetto. Il male non considera mai la persona come tale.

Nietzsche afferma: “Conosco la gioia nella distruzione”. Quanto vale, allora l’anti-valore del male?

L’anti-valore del male è importante perché può esercitare un certo fascino sulle persone, soprattutto le più deboli. Cioè il male è in fondo un sistema di controvalori interessante, come per esempio la spettacolarizzazione del dolore che talvolta viene pubblicizzata dai media, la distorsione della realtà che spesso si vede sul grande schermo o nei romanzi, la falsificazione della storia da parte di alcuni saggisti. Quindi il male può dare un piacere anche intellettuale. Questi sono disvalori che possono essere attraenti per alcuni.

Una delle cose che più stupisce del male è la capacità di affievolire la memoria. E’ per questo che si ripetono gli atti di guerra?

Il male ha quasi la capacità di cancellare le proprie tracce, di far sì che i propri archivi non siano consultabili, non vengano ritrovati. Vorrei ricordare che i nazisti, negli ultimi tempi della guerra, si preoccupavano di distruggere gli archivi dei campi di stermino. Credo che questa prassi sia una caratteristica generale: tutte le volte che un gruppo, un’organizzazione si mette al servizio del male, una delle principali aspirazioni è l’occultamento delle proprie azioni.

Generalmente l’essere umano è orgoglioso delle sue azioni e persino dei suoi errori. Invece il male cerca di nascondersi, di non farsi scoprire e poi ha un’altra caratteristica, ha una capacità prismatica e poliedrica. Il male è mutante e quando si traveste da bene è per certi versi persino patetico, proprio per questo carpisce l’attenzione, la fiducia di coloro che sottometterà. Per quanto riguarda gli atti di guerra, c’è una grande capacità del male di far apparire la guerra come necessaria per il bene delle popolazioni.

Nelle guerre si supera ogni limite di brutalità, ma si parla di valore militare, amor di patria. Non le sembra un controsenso?

Si, certo mi sembra un controsenso, perché la guerra è un po’ il brodo di cultura di tutti i mali. E’ il contenitore di tutte le violenze, le sopraffazioni, delle perversioni e per giustificarle si parla di onore, di sacro egoismo, di necessità di avere un posto al sole. Tutte cose che fanno parte di una retorica vuota e allucinante. La guerra è la madre dei mali, dove con la scusa della difesa nazionale si impara ad uccidere persone.

Il suo ultimo saggio si intitola: “Le maschere del male – Una sociologia”, edito da Franco Angeli. Nel testo parla delle agenzie del male. Che cosa sono?

Possono essere tante cose diverse, come compagnie, società commerciali, associazioni, club, partiti, istituzioni, che operano per il raggiungimento di alcuni obiettivi. Questi obiettivi, sono per esempio, infliggere privazioni, dolori a gruppi e individui, privare della libertà, distruggere la speranza, falsificare la verità e così via. Tutto questo al fine di autorealizzarsi nell’arricchimento e nel compiacimento. Come facevano, un tempo, tutte le compagnie di ventura: massacri della popolazione, conquiste del bottino, stupri e conquista del territorio e, non ultima, la sopraffazione.

Male è la distruzione della gioia e della speranza. Il male assoluto è l’assenza di compassione, secondo lei?

Si, secondo me, il male assoluto è proprio nell’assenza totale di compassione. Il partecipare ai dolori del genere umano con un sentimento di coinvolgimento totale, dovrebbe essere il compito di tutti. La compassione è un valore che in parte si è perso, anche perché siamo soggetti a un bombardamento di notizie di cronaca che almeno in parte ci rendono insensibili.

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