No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larraín, con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Nestor Cantillana, Alejandro Goic, Antonia Zegers, Marcial Tagle, Jaime Vadell, durata 118’, nelle sale dal 9 maggio 2013, distribuito da Bolero Film.

Recensione di Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno non è solo un’opera di finzione che vuole ricostruire gli eventi legati al referendum che nell’ottobre del 1988 portò alla fine della dittatura di Pinochet in Cile. No è, soprattutto, uno spassionato inno alla gioia.

Ogni attimo della pellicola, anche le scene dure e angoscianti delle repressioni della polizia, non fanno altro che inserirsi armonicamente in un quadro molto più ampio, in un affresco finale che parla di felicità, di speranza, di una ricostruzione civile fatta sulle ceneri lasciate dalla dittatura e dalla morte della democrazia. A dipingere il tutto c’è, con sensibilità e genio, Pablo Larraín, giovane regista cileno affermatosi ormai come una certezza del cinema d’autore mondiale.  Questo film, infatti, è il terzo e ultimo capitolo di un racconto-fiume che Larraín ha messo in scena per narrare il dramma storico del Cile di Pinochet.

Partiti nel 2008 con il grottesco sfogo sociale di Tony Manero (vincitore del Festival di Torino), e passati poi alla tragedia senza speranza di Post Mortem (dove, con l’autopsia del corpo di Salvador Allende, è rappresentata la disperazione morale di un intero popolo), si è arrivati al capitolo finale, catartico, al risveglio da un incubo durato quindici anni.

La pellicola, ispirata al lavoro teatrale del drammaturgo Antonio Skármeta (già fonte d’ispirazione per Il postino di Massimo Troisi) narra il lavoro di René, un giovane pubblicitario di successo che, contro un regime tronfio e malato (ma anche contro i suoi stessi “alleati” politici non convinti veramente di voler combattere questa battaglia), si ritrova più che a progettare una campagna elettorale, a rieducare i propri concittadini all’allegria e alla speranza nel futuro.

L’impatto emotivo e il coinvolgimento, oltre alla forza del tema, sono ottenuti grazie alla geniale scelta artistica di girare il film con le cineprese dell’epoca. Ecco dunque spiegato l’affascinante effetto vhs, capace così di fondere in un’unica soluzione di continuità repertorio e finzione, con effetti pratici anche commoventi (i vecchi politici democratici che si ritrovano, per la magia del cinema, di nuovo giovani e combattivi).

L’altra scelta vincente si rivela, poi, quella del protagonista. Il messicano Gael Garcia Bernal sveste sia i panni della giovane promessa del cinema di lingua spagnola, sia quelli da latino sensuale (da nuovo Antonio Banderas, per intenderci) che Hollywood ha provato a cucirgli in tutti i modi addosso, e s’impone con un grande ruolo da adulto.

Il suo eroe “borghese”, capace di cambiare il mondo facendo solo, con passione, il proprio lavoro, è gestito con una maturità sorprendente, tale da fargli perdonare qualche errore di carriera precedente (il terribile Letters to Juliet ad esempio).

Ottima, anche, è la solita performance di Alfredo Castro, volto feticcio del cinema di Larraín, nei panni dell’ambiguo capo di Bernal.

No, per concludere, è un romantico omaggio al risveglio civile, alla passione politica, all’amore verso l’impegno sociale. E chi crede ancora in questi valori, dopo tutto quello che la politica del nostro paese ci ha regalato, non potrà che commuoversi fino alle lacrime. Sperando che l’allegria stia arrivando anche qui.

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