19. 11. 2019 Ultimo Aggiornamento 05. 11. 2019

La 70^ Mostra del Cinema, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti, ha chiuso i battenti

dall'inviato Luca Marchetti

La 70^ Mostra del Cinema di Venezia si è ormai conclusa. Quest’anno siamo stati testimoni di un’edizione particolare, altalenante, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti. L’affluenza è stata massiccia (per colpa della gran folla siamo rimasti fuori da molte proiezioni importanti) e l’organizzazione del festival, in alcune occasioni, non ha brillato per elasticità e lungimiranza.

Senza voler fare polemica sull’imbarazzante sistema degli accrediti (ma ha davvero ancora senso considerare in questo modo la stampa web?), basterebbe vedere il modo in cui è stato trattato Moebius, l’ultimo film di Kim Ki-Duk (programmato in sale minuscole e in concomitanza con altre proiezioni importanti) per capire che, il prossimo anno, ci sarà da fare maggiore attenzione. Passate le nostre lamentele, veniamo a parlare della cosa più importante: i film.

Il Concorso

Iniziamo con le cattive notizie. Ci è impossibile valutare due dei film più attesi del festival, The Zero Theorem di Terry Gilliam e Under the Skin di Jonathan Glazer, poiché, per il precedente discorso sugli accrediti, non siamo riusciti a entrare nella sala nonostante le lunghe file fatte.

Le pellicole in questione, comunque, hanno diviso il pubblico e la critica e in particolare il film di Glazer è stato accolto da convinti applausi e feroci ululati di disapprovazione. Sarebbe stato bello dire anche noi la nostra. Promettiamo che quando usciranno nei cinema di tutta l’Italia li recupereremo. L’algerino Les Terrasses di Merzak Allouache, perdonateci, invece l’abbiamo evitato volutamente perché ormai privi di forze.

Per quanto riguarda il resto del concorso, abbiamo visto le pellicole più importanti e interessanti di tutta la selezione. Qui al Lido, infatti, sono passate opere disturbanti come Tom a La Ferm dell’astro nascente Xavier Dolan, opera con diversi limiti ma con una vivacità visiva e un potenziale cinematografico illimitato, e The Unkown Known di Errol Morris, intervista fiume ad un mefistofelico Donald Rumsfield, simbolo vivente dell’esercizio del potere fine a se stesso. Commovente, invece, il Sacro Gra di Gianfranco Rosi. Quasi un film di fantascienza (“quest’anello di Saturno che circonda la città”) la pellicola è uno sguardo sentito verso un’umanità nascosta in periferia, il riscatto per una città mummificata che trova solo a ridosso del raccordo un mondo pieno di vita dove, davvero, sembra che ogni futuro sia possibile. Il film, non a caso, vive dello spirito e delle idee del compianto Renato Nicolini, padre spirituale e mentore di questo progetto.

Accettabili, ma senza esagerare, l’israeliano Ana Arabia di Amos Gitai, ricordato solo per il lunghissimo piano-sequenza di cui è composto;  Parkland di Peter Landesman (nuova preghiera funebre per John F. Kennedy, presto anche su Rai tre) e Le jalousie di Phillipe Garrell, ultimo fuoco di un romantico figlio della Nouvelle Vague.

Talmente enorme da essere impercettibile, invece, è Stray Dogs del maestro Tsai Ming Liang. Opera estetizzante, lentissima e piena di poesia, il testamento artistico del regista di Taipei è quasi impossibile da valutare in modo sensato, soprattutto dopo appena una visione. In odore di premi, quest’opera d’arte (è il caso di dirlo) è un film da consigliare con forza, nonostante sia una pellicola fieramente inadatta a tutti.

Su L’intrepido di Gianni Amelio, infine, permetteteci di astenerci. Abbiamo troppa stima per il regista di Porte Aperte e Lamerica per prendere sul serio un prodotto del genere.

Fuori Concorso

Nelle sezioni collaterali al concorso, quelle sulla carta più sperimentali e aperte ai nuovi influssi delle cinematografie mondiali, invece, si è visto davvero poco.

Tra i tanti prodotti dimenticabili le uniche opere che ci permettiamo di segnalare con convinzione sono l’angosciante horror The Sacrament del giovane maestro Ti West, il thriller-morale Locke, one-man show ambientato in una macchina e interpretato da un Tom Hardy mostro di bravura, e soprattutto The Armstrong Lie, avvincente racconto della caduta del mito Lance Armstrong narrato da uno spietato Alex Gibney.

Nota a parte per La mia classe di Daniele Gaglianone. Opera discontinua e con enormi limiti, il film ha però il coraggio, spinto dalle circostanze, a togliersi la maschera dell’ipocrisia e di denunciare il nauseante (e autoreferenziale) stato consolatorio del cinema d’autore italiano. Encomiabile.

Per concludere ecco il nostro personale palmares (e non una previsione) su quanto abbiamo visto al Lido:

Leone d'Oro per il miglior film: The Wind Rises di Hayao Myazaki

Leone d’Argento per la migliore regia: Tsai Ming Liang (Stray Dogs)

Gran Premio della Giuria: Sacro GRA di Gianfranco Rosi

Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Scott Haze in Child of God

Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Judi Dench in Philomena

Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Tye Sheridan per Joe

Premio per la migliore sceneggiatura: Steve Coogan e Jeff Pope (Philomena)

Premio Speciale della Giuria: Tom a la Farm di Xavier Dolan

Aggiornamento di sabato 7 settembre, subito dopo la premiazione

Com’era da aspettarsi, il presidente Bernardo Bertolucci ci ha stupito ancora. Nella sorpresa generale la giuria della Mostra del Cinema ha consegnato il Leone d’oro al miglior film a Sacro GRA di Gianfranco Rosi.

Dotato di una poesia straziante, il film merita senza dubbio il maggiore riconoscimento e dimostra che anche in Italia, nella mortifera e mummificata Italia, un nuovo Cinema è possibile.


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