“Devil’s Knot – Fino a prova contraria” di Atom Egoyan, con Reese Witherspoon, Colin Firth, Alessandro Nivola, Kevin Durand, Mireille Enos, Bruce Greenwood, Amy Ryan, Stephen Moyer, Elias Koteas; durata 114’, nelle sale dal 8 maggio 2014 distribuito da Notorious Pictures.

Arkansas, 1993. Una sera di maggio, la tranquilla comunità rurale di West Memphis è scossa dall’omicidio brutale di tre bambini di otto anni. Subito le attenzioni degli investigatori s’indirizzano, senza prove convincenti, sulla pista del “sacrificio satanico” e arrivano a incriminare Damien Echols, Jessie Misskelley Jr. e Jason Baldwin, alcuni adolescenti del luogo, considerati da tutti come “ragazzi difficili”. Dopo indagini approssimative e confessioni estorte, per i tre indiziati inizia una lunga odissea, che culminerà in un processo discutibile (trasmesso dalle televisioni di tutti gli Stati Uniti) dove i tre sono condannati per l’omicidio con pene durissime, come l'esecuzione capitale.

Ci vorranno diversi anni e la nascita di un grande movimento popolare a favore della revisione del processo per arrivare all’arresto dei veri colpevoli e alla scarcerazione di quelli, ormai, tristemente conosciuti come i tre di Memphis.

Questo è stato uno dei casi di errore giudiziario più importanti della storia recente degli Stati Uniti e, oltre ad essere raccontato da diversi giornali e documenti (tra cui l’ottimo documentario West Memphis, prodotto dal regista Peter Jackson, manifesto dei sostenitori dell’innocenza dei tre ragazzi), è brillantemente sintetizzato nel saggio della giornalista Mara Leveritt. E’ stato proprio questo testo la base da cui è partita la sceneggiatura di Devil’s Knot – Fino a prova contraria, l’ultima pellicola del cineasta canadese Atom Egoyan.

Il regista (presto al festival di Cannes con il suo prossimo Captives) cerca di raccontare in maniera distaccata e coerente il caso West Memphis, muovendosi tra la necessità di rappresentare i sentimenti dei vari protagonisti e il desiderio di raccontare, in modo distante e congruente, gli aspetti nascosti della vicenda.

Il regista, più che la mera riproposizione dei fatti intorno agli omicidi, infatti, preferisce mostrare il cuore nero e bigotto di questa “amena” comunità di provincia. Più che il processo ingiusto e le successive indagini di revisione, il film di Egoyan è il racconto di una ottusa caccia alle streghe, la rappresentazione moderna di una crociata per la cattura e la condanna dei colpevoli designati.

Evitando la strada dell’ostentazione patetica dei sentimenti (per attirare furbamente le empatie del pubblico), il regista confeziona una sorta di noir meccanico, dove si diverte anche a lavorare sulla ricostruzione visiva, in puro stile Steven Soderbergh, del periodo storico, compiendo anche una interessante ricerca per immergere, con efficacia, la sua storia all’interno degli anni novanta.

Se l’iniziativa del regista è encomiabile e perseguita anche con discreto successo, purtroppo è nel cast che si possono trovare le crepe più vistose, soprattutto per i grandi nomi coinvolti, rivelatisi svogliati e non all’altezza. Reese Witherspoon (la madre di uno dei bambini uccisi) e Colin Firth (investigatore privato coinvolto nelle indagini di revisione) sembrano spaesati nei loro ruoli, quasi non fossero troppo convinti della loro partecipazione.

Il dislivello tra l’eccellente resa registica e l’impegno recitativo degli attori, purtroppo, mina definitivamente la riuscita di un buon film che, pur nella sua solida impostazione, non riesce a raggiungere fino in fondo i propri obiettivi.

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