20. 09. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 09. 2019

“Walesa: Uomo di speranza”: il film della settimana visto dal Foglietto

Walesa: Uomo di speranza, di Andrzej Wajda, con Robert Wieckiewicz, Agnieszka Grochowska, Maria Rosaria Omaggio; durata 127’, nelle sale dal 6 giugno 2014 distribuito da Nomad Film.

Lech Walesa è stato il volto e il corpo con cui l’opinione pubblica internazionale ha identificato il desiderio del popolo polacco di raggiungere la democrazia e l’indipendenza dalla sfera d’influenza dell’Unione sovietica.

Leader di Solidarność, il sindacato d’ispirazione cattolica, l’uomo lottò per anni contro le persecuzioni del regime fino a diventare, dopo la caduta del muro, il presidente democraticamente eletto della Polonia, dal 1990 al 1995.

A raccontare la “leggendaria” vita di questo mito vivente non poteva che essere Andrzej Wajda, maestro di Cinema che, con i suoi ottantotto anni d’età, è considerato il più importante cineasta polacco in attività. Walesa: Uomo di speranza, per il mitico regista de L’uomo di ferro e Katyn (pellicola sulle stragi dell’Armata rossa, che qualche anno fa scatenò ridicole polemiche politiche nel nostro paese) è forse l’ultimo tentativo per riassumere, in un’opera dalle pretese mastodontiche, lo spirito e la vita del popolo polacco sotto il regime comunista.

Attraverso la scelta di un attore (il buon Robert Wieckiewicz) che, oltre alla somiglianza fisica con il vero Walesa, ne trasporta fedelmente sullo schermo tutto l’afflato eroico e folle (senza risparmiarsi in gigionismi), Wajda vorrebbe usare la parabola del leader politico per parlare di tutti i polacchi, in una pellicola con chiare pretese pedagogiche. Con un fine così importante, non deve sorprendere il tentativo del regista di allontanarsi dallo stile misurato e classico della sua filmografia, per strizzare l’occhio a un pubblico più “moderno”, puntando su un ritmo veloce, enfatizzato da un montaggio frenetico, dove fiction e Storia si fondono, e da una colonna sonora divertente, con inserti nel meglio del rock polacco dell’epoca e un omaggio al folk americano, che accompagna i titoli di coda.

Nel legittimo tentativo di raccontare l’epopea di uno dei personaggi più significativi del Novecento, Wajda, però, non riesce a sfuggire i limiti ideologici e stilistici dell’agiografia. Il suo biopic, infatti, è costretto in una confezione televisiva ingenua, colpevole a volte di cadere in scelte non riuscite, come la cornice narrativa dell’intervista a Walesa di Oriana Fallaci, interpretata da Maria Rosaria Omaggio (folle scelta di casting che suscitò l’ilarità nelle sale del Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in fuori concorso).

Anche l’idea di voler mostrare il protagonista come una sorta di eroe incorruttibile, che insieme alla fedele moglie affronta il calvario delle persecuzioni con una pazienza evangelica, lascia alquanto interdetti.

Per noi spettatori abituati ad anni di fiction ecumeniche del servizio pubblico, la decisione di non raccontare e approfondire con maggiore sincerità le debolezze umane o le contraddizioni politiche di un uomo, non fa certo gridare allo scandalo, ma da un regista rigoroso come Wajda (ricordiamoci il massiccio e non conciliante Danton) ci si aspettava un approccio più profondo.

Certo, è ovvio che il cineasta si sia fatto guidare da un sincero amore reverenziale nei confronti di questo padre della patria, ma il risultato è, alla fine, una pellicola che difficilmente resisterà al tempo.


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