lo chiamavano jeeg robotLo chiamavano Jeeg Robot, di Gabriele Mainetti, con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Francesco Formichetti, Salvatore Esposito, Antonia Truppo, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Gianluca Di Gennaro, durata 112’, nelle sale dal 25 febbraio 2016, distribuito da Lucky Red.

Recensione di Luca Marchetti

Reduce dall’enorme successo ottenuto all’ultimo Festival di Roma, arriva nelle sale Lo chiamavano Jeeg Robot, l’ambiziosa opera prima del regista romano Gabriele Mainetti. Il giovane autore, conosciuto principalmente per i suoi ruoli di attore (da Il cielo in una stanza, dei Vanzina, fino ai tanti ruoli televisivi), sceglie di esordire dietro la macchina da presa con una pellicola lontana dalle solite storie cui è abituato il cinema italiano.

Lo chiamavano Jeeg Robot è, infatti, un film che sfrutta intelligentemente il proprio status di outsider (un film su un “supereroe” di borgata, sulla carta, poteva essere un esperimento disastroso), per muoversi tra i vari generi, amalgamando in un solo esplosivo mix i Batman di Christopher Nolan con le atmosfere di Romanzo Criminale, facendo toccare le periferie di Caligari e i mecha dei manga giapponesi.

Mainetti riesce a produrre un’opera che ha la forza rara di parlare a un pubblico vastissimo, che va dall’adolescente in cerca d’intrattenimento puro e rumoroso, all’intellettuale interessato allo spaccato sociale.

A differenza della fantascienza sporca di District 9 o Chronicle, pellicole quasi glaciali nel loro ostentare sperimentazione estetica, Lo chiamavano Jeeg Robot è una pellicola piena di calore, di sangue e di passione. Il risultato di una sceneggiatura, scritta per anni, lineare e fedele ai topos del comic-movie (risultato difficilissimo da raggiungere visto che il lavoro di Mainetti è completamente originale, privo del materiale letterario-fumettistico dal quale attingere), con personaggi scritti in modo eccezionale.

Se l’eroe proletario e asociale di Claudio Santamaria, mai nella parte come in quest’occasione, funziona perfettamente nella sua evoluzione da balordo a eroe, a conquistare è il villain interpretato da Luca Marinelli.

Attore in ascesa dotato di un registro interpretativo eccezionale, Marinelli regala al suo Zingaro, delinquente di periferia col sogno di fare il grande salto nel narcotraffico, un carisma avvolgente e una vena di humor nero, che lo avvicina al Joker di Heath Ledger.

Pur muovendosi fieramente nel campo della sci-fi, con un utilizzo generoso di effetti speciali, il film sembra non volersi mai allontanare dal reale, dalla strada vera.

I palazzi e i marciapiedi di Tor Bella Monaca o lo Stadio Olimpico del derby, sono dunque gli scenari giusti per questi surreali combattimenti, che ci permetteno di credere sempre a quello che accade sullo schermo.

E’ proprio l’encomiabile e invidiabile intelligenza narrativa di Mainetti, la sua dedizione verso la credibilità del dettaglio, la sua coraggiosa fedeltà alla costruzione di un copione (quanti giovani autori dalle belle speranze abbiamo visto arrivare allo sbaraglio al Cinema, senza una storia e una base solida che li potesse legittimare?) che rendono Lo chiamavano Jeeg Robot un film importantissimo per la cinematografia italiana attuale.

In questi anni, c’è capitato poche volte di imbatterci in piccole pellicole di giovani registi, che ci permettevano di credere che “un altro cinema italiano fosse possibile”. Forse questa è l’illusione ripetuta di chi è stanco di vedere le sale inondate di racconti sempre uguali, di volti sempre identici.

Mainetti, per nostra fortuna, continua a farci vivere questo sogno, oggi davvero meno impossibile.

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