Andare a Cannes, dopo aver girato per i principali festival di cinema europei, è un’esperienza illuminante.

Abituati alla placida e comoda decadenza di Venezia, all’entusiasmo metropolitano di Torino e Berlino o alle folli scomodità di Roma, ritrovarsi dentro al Palais du cinéma è davvero qualcosa di straniante.

Centinaia di giornalisti e addetti ai lavori di tutte le età, provenienti da ogni parte del mondo, una dimensione glamour davvero spropositata e ammaliante (le feste sulla Croisette, le decine di divi e presunti tali), una macchina organizzativa efficace, sono solo alcune delle più evidenti caratteristiche di una città che per quasi due settimane respira e fa respirare Cinema.

Non importa se la qualità del concorso, forse, quest’anno è stata più bassa dei precedenti o che, ormai, nel mondo dello streaming online vedere i film in anteprima ha un’importanza relativa.

Cannes significa Cinema e per chi, anche velatamente, ha ambizioni e passioni in questo campo non può non essere un appuntamento imperdibile, un’esperienza da vivere assolutamente.

Il lavoro dell’ottima giuria presieduta dal maestro George Miller è stato difficile e i premi da essa decisi sono stati accolti con pareri discordanti e con veri e propri sfoghi d’isteria.

Come abbiamo già accennato e fatto intendere la settimana scorsa, i film in concorso, tutti di autori affermati e abituati a venire qui alla Croisette, non sono stati totalmente esaltanti, regalandoci pochissime vertigini o visioni entusiasmanti (per la cronaca, ne abbiamo visto solo tredici su ventuno). Tra gli esclusi, molto rumore ha fatto la mancata segnalazione di due opere come Toni Ederman e Sieranevada, pellicole sottovalutate sulla carta ma, soprattutto la prima, hanno conquistato la critica internazionale.

Stesso discorso vale per Elle di Paul Verhoeven, con un’incredibile Isabelle Huppert e lo splendido Paterson di Jim Jarmusch, entrambi dimenticati dalla giuria.

Giusto l’oblio che ha circondato opere poco riuscite (Mal de pierres di Nicole Garcia), disastrose (come il terribile The Last Face di Sean Penn) e fastidiosamente arroganti (The Neon Demon di Nicolas Winding Refn).

Tra i film premiati, invece, siamo contenti di aver applaudito il riconoscimento ex aequo alla regia per Christian Mungiu e Olivier Assayas. Il primo con Bacalaureat ha confezionato una lucida e violenta, immagine di una Romania eticamente in equilibrio, dove si deve lottare, tra compromessi e negoziazioni, ogni istante per conservare un’etica. Il secondo, d’altro canto, con Personal Shopper, un’opera difficile e affascinante, non solo ha provocato con intelligenza il pubblico di Cannes ma ha permesso a Kristen Stewart di donarci una grande performance.

Buoni i premi ai due interpreti Jaclyn Jose (Ma’Rosa di Brillante Mendoza) e Shahab Hosseini (The Salesman di Asghar Farhadi). Il film di Farhadi ha vinto anche il premio per la miglior sceneggiatura. Riconoscimento meritato ma quanto mai banale per un’opera buona ma eccessivamente schiacciata dentro i propri opprimenti meccanismi narrativi.

Interessante anche il Prix della giuria (il cosiddetto terzo posto) per American Honey, pellicola hippie e on the road, di Andrea Arnold.

Dopo questi premi, accettati dai più, le polemiche sono nate sui due ultimi riconoscimenti, i più importanti. Una segnalazione per Juste la fin du monde di Xavier Dolan, enfant prodige del cinema d’autore mondiale e pupillo di Cannes, era data per certa. Il suo melò da camera, pellicola opprimente, sfasata e ipocrita, ha diviso tra fan entusiasti e detrattori feroci (noi, sinceramente, pur non brandendo armi, ci sentiamo più vicini ai secondi che ai primi) e ha suscitato più di una critica l’ostentata commozione del regista nel momento della premiazione.

Sorprendente, infine, la vittoria della Palma d’oro, la sua seconda in carriera, di Ken Loach per I, Daniel Blake. Film d’impegno sociale, amaro quanto convenzionale, il lavoro di Loach non può essere certo definito come uno dei suoi capolavori (ultimamente sono state molto più convincenti le sue commedie proletarie). Noi, però, non possiamo non sorridere di fronte all’entusiasmo, alla passione civile e alla forte volontà di un cineasta ancora oggi disposto a lottare, sempre e comunque, al di là dei risultati.

Probabilmente, eccetto il film di Jarmusch, le emozioni più grandi ci sono state regalate da alcuni lavori presentati nelle sezioni collaterali. Se nella sezione “Un Certain Regard”, l’ennesimo placido capolavoro di Hirokazu Kore-eda, After the Storm, ci ha confermato la grandezza poetica del regista giapponese, è la sezione “Quinzaine des Réalisateurs”, vera e propria miniera d’oro cinematografica, che ci ha riservato i momenti migliori. Sul grandissimo Fai Bei sogni e sul piccolo, commovente, Fiore di Claudio Giovannesi (prison teen movie, nelle sale da questo 25 maggio, da non perdere) abbiamo già detto la scorsa settimana.

Fa veramente piacere, poi, vedere che un cineasta borderline ed esiliato come Paul Schrader (già sceneggiatore di Taxi Driver e L’ultima tentazione di Cristo) sia ancora così ottusamente e coraggiosamente attaccato alle proprie sperimentazioni, a un’idea di cinema ostinata e contraria.

La sua presenza, come quella di Loach, sono le dimostrazioni più forti che, oltre il cinema furbo e superficialmente osceno di tanti vecchi (e nuovi) venerati maestri, c’è ancora vita e speranza.

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