20. 11. 2019 Ultimo Aggiornamento 05. 11. 2019

“The Neon Demon”: il film della settimana visto dal Foglietto

The Neon Demon, di Nicolas Winding Refn, con Elle Fanning, Jena Malone, Bella Heathcote, Keanu Reeves, Christina Hendricks, Desmond Harrington, Jamie Clayton, Abbey Lee, Alessandro Nivola, Charles Baker, Karl Glusman, durata 117’, nelle sale dal 8 giugno 2016, distribuito da Koch Media.

Recensione di Luca Marchetti

Nel 2013, dopo la traumatica visione di Solo Dio perdona, ai nostri occhi la carriera del regista-divo Nicolas Winding Refn era a un bivio: tornare a replicare il piacevole caso Drive, compromesso tra le sue visioni estetiche e l’industria mainstream, o rimanere saldamente nel suo presuntuoso ghetto di simbolismi e provocazioni.

The Neon Demon, l’ultima fatica accolta dai fischi del festival di Cannes, ci dimostra che il danese ha fatto, ormai, la sua scelta definitiva. Dispiace oggi rendersi conto di quanto, allora, lo splendido Drive ci abbia illuso. In quell’occasione Refn, probabilmente, per meri motivi di sopravvivenza, aveva accettato il sistema hollywoodiano, usando uno script alquanto essenziale e banale e sublimandolo con la sua regia.

Il cast perfetto e la prova di Gosling, attore ancora non bruciatosi dietro scelte sbagliate, avevano fatto il resto rendendo il film (immeritatamente?) un cult. Ora però con questo nuovo film, è evidente che il regista abbia bruciato, davvero, tutto il suo credito.

The Neon Demon è, dunque, una pellicola maledettamente vuota, nonostante la sua fastidiosa presunzione di essere elevata, metaforica, decisiva. Non ci sono la poetica e la follia di Lynch, non ci sono la dura e cinica lezione di Cronenberg. Refn, nel suo voler così ostinatamente essere considerato un maestro dell’audacia cinematografica, si conferma, invece, autore scontato. Il peccato del danese è la completa mancanza di umiltà, la voglia di mettersi in gioco con spensieratezza, con l’ottusa voglia di gridare al mondo la propria idea di cinema come se fosse l’unica possibile.  

Nel film oltre al solito menù di topos di cui il suo cinema è alfiere indefesso (le luci fluorescenti, i neon rosa, la musica elettronica, il kitsch estremo), c’è poco altro. La storia della verginale Jesse arrivata dalla provincia per sfondare nel mondo della moda è imprigionata in questo mondo da spot televisivo di Gucci, dove l’oro, il rosso e il bianco sono gettati con forza negli occhi di spettatori vittime della visione. Le provocazioni e i “traumi”sono sempre più eccessivi, messi in scena senza alcun motivo, eccetto il vanto e la gloria del loro artefice.

Anche nella storia, nel senso del film, si fa fatica a trovare un filo conduttore davvero originale, un’emozione che legittimi la visione. La parabola della protagonista sembra quasi ricalcare uno psichedelico e mortifero viaggio nel “paese delle meraviglie” di una terribile Alice, una discesa nell’inferno del glamour e della celebrità scandita dall’incontro con maschere topiche (Il fotografo, l’agente, lo stilista, le altre modelle). Il film, quindi, è ricorrere solo al simbolico, alla metafora manifesta, di facile e banale interpretazione.

Refn, ancora una volta, annulla la narrazione per preferire il finto sperimentalismo, lo sfoggio di bravura registica fine a se stesso, portato all’estremo. La critica acida e spietata allo showbiz cannibale, agli orchi di Los Angeles (o Hollywood, visti i tanti scandali di abusi sui minori che stanno uscendo lentamente fuori) che mangiano e stuprano le loro nuove stelle, potrebbe essere un’interessante chiave di lettura.

Anche la visione mostruosa dei personaggi femminili (le altre modelle e Jesse, le streghe e l’agnello sacrificale) potrebbe avere un suo fascino. Purtroppo tutto il pop, il postmoderno, la satira sociale presenti nel film sono così tristemente già visti, dall’azzerare ogni battito, ogni interesse.

Il regista è bravo, e su questo siamo tutti d’accordo,  ma così facendo il suo “presunto” discorso teorico (ma davvero ci vuole dire qualcosa?) diventa privo di attrattiva e di potenza.

Il risultato finale sono i giochi di un bambino viziato, troppo impegnato a deridere il proprio pubblico (e soprattutto i propri fan) per voler davvero andare oltre.  Si faccia attenzione: questa deriva non è la dimostrazione di un carattere forte o di una decisa personalità autoriale. Sono solo gli scherzi di chi vorrebbe rendere omaggio chissà quali maestri del cinema (i riferimenti a Bava e ad Argento fanno sorridere) ma alla fine si dimostra solo autore derivativo.

The Neon Demon è, alla fine, solo un gioco che diverte esclusivamente Refn, e l’accanimento dimostrato verso i propri personaggi rientra in quest’ottica.

Abusare dei corpi, dei colori o del genere, è la cifra di un’opera piatta, dalla quale esce fuori solo la splendida prova di Elle Fanning, giovane promessa. L’attrice accetta di mettere il suo corpo, in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, al centro dei deliri e degli orrori, relegando un’interpretazione talmente matura e abbagliante da oscurare Jena Malone e il viscido Keanu Reeves.

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