20. 09. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 09. 2019

“Una vita”: il film della settimana visto dal Foglietto

Una vita di Stéphane Brizé, con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Swann Arlaud, Yolande Moreau, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, durata 119’, nelle sale dal 1 giugno 2017, distribuito da Academy Two.

Recensione di Luca Marchetti

L’idea che un regista realista e profondamente contemporaneo come Stéphane Brizé, autore del durissimo La legge del mercato, potesse approcciarsi con tale autenticità, rispetto e intelligenza ad un testo impegnativo come Una vita di Guy de Maupassant, sulla carta lasciava qualche dubbio. Può un autore così impegnato nella realtà che lo circonda parlare con credibilità della vita, tragica e ottocentesca, di una donna della piccola nobiltà provinciale francese? Brizé capisce che, nell’omonimo Una vita, la strada migliore per raccontare l’epopea della povera Jeanne, tra amori tragici e dispiaceri lancinanti, è quella della sperimentazione, adattando l’enorme volume di Maupassant in un puzzle di flashback e fotografie.

Il regista francese evita il rischio dello “sceneggiato RAI” e compone una serie di commoventi e riusciti sguardi nella vita della protagonista. Pur non raccontando tutto, Brizè nella sua perfetta operazione di selezione e ricomposizione, coglie l’essenziale e lo straordinario della vicenda, restituendo al pubblico tutta la sua forza emotiva. Il film unisce così un rigore formale, degno delle produzioni storiche più dettagliate e morbosamente precise, a un’originalità entusiasmante. Il risultato finale non può non essere un’opera che scorre con fluidità inaspettata, una vera boccata d’aria fresca.

Nonostante la storia di Jeanne sia, in puro melodramma ottocentesco, una lunga, ripetitiva e (alla fine) snervante serie di umiliazioni, frustrazioni e rimpianti, Brizé non sceglie mai la via del patetismo sentimentale, della vittimizzazione della protagonista (che, in più di un’occasione, si mostra in tutta la sua umana e insopportabile “follia amorosa”). In questo mosaico di immagini, ricordi e sguardi, la chiave di lettura, nonostante la determinazione narrativa del regista, non è mai ostentata o urlata. E’ chiaro che Brizé voglia raccontare, ancora volta, un dramma sulla nostra Crisi, sul denaro che schiaccia l’affetto, sulla “roba” che condiziona l’amore. Il lento e commovente struggimento della protagonista (interpretata da una meravigliosa Judith Chemla) prima verso un bello e viscido marito che la umilia, poi per un figlio lontano che la sfrutta, è così la parabola attualissima di chi si ritrova, di nuovo, schiacciato fra l’egoismo e l’arroganza dei lupi del proprio tempo.

Spesso, il cinema francese si accomoda sulle proprie ripetitive concezioni, arrogante di una storia altisonante ma opprimente. Brizé, a differenza di molti suoi colleghi, invece, pur mostrando un’impronta autoriale decisiva ed evidente, sa come nascondersi dietro la macchina da presa, dando quasi l’impressione di non esserci per nulla. Se nei suoi film precedenti l’effetto immediato era quello del finto documentario (con Vincent Lindon, suo attore feticcio, che si mimetizza all’interno nella Realtà) qui, come abbiamo già detto, il risultato è di un racconto sfumato, la dimostrazione leggera e disarmante di un mondo che, in duecento anni, si muove sulle stesse logiche, le stesse disperazioni, le stesse speranze.

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critico cinematografico


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