16. 09. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 09. 2019

“La signora dello zoo di Varsavia”: il film visto in anteprima per Il Foglietto

La signora dello zoo di Varsavia di Niki Caro, con Jessica Chastain, Daniel Brühl, Johan Heldenbergh, Iddo Goldberg, Shira Haas, Michael McElhatton, Marta Issová, Goran Kostic, Arnost Goldflam, Martin Hofmann, durata 127’, nelle sale dal 16 novembre 2017, distribuito da M2 Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Quello dei film sull’Olocausto può considerarsi, ormai, un vero e proprio genere cinematografico. Nella scia di capolavori come Schindler’s List e Il pianista, ogni anno sono prodotte pellicole impegnate, con grande emotività e sentimento, a raccontare piccole storie di coraggio e disperazione, vicende di sommersi e di salvati, di eroi e d’aguzzini.

La signora dello zoo di Varsavia, ultima pellicola della brava regista neozelandese Niki Caro, si inserisce in questo percorso storico-cinematografico. Il film racconta l’esempio commovente dei coniugi Zabinski, proprietari dello zoo della capitale polacca, impegnati durante l’occupazione nazista a nascondere centinaia di ebrei nei sotterranei della loro casa.

Fermo restando il profondo rispetto per la vicenda storica e per i suoi protagonisti, di fronte alla pellicola della Caro, sorge un domanda: è possibile valutare onestamente (e artisticamente) una pellicola con un messaggio così importante, e oggi più che mai, urgente?

Il film, infatti, è l’appassionato ritratto di piccole persone che, nonostante i pericoli e le ristrettezze dei loro mezzi, hanno deciso di mettere a repentaglio tutto, pur di fare la cosa giusta. La bravura dei due interpreti, Jessica Chastain e il fiammingo Johan Heldenbergh (già conosciuto per Alabama Monroe), e la loro abnegazione per rendere umani e credibili i due protagonisti sono elementi che colpiscono, facendoci commuovere al pensiero che, per fortuna, persone del genere, in tempi terribili, abbiano scelto di non far finta di niente. Le scene ambientate nel terribile ghetto o nelle strade disastrate di Varsavia, pur non raggiungendo le vette terribilmente poetiche de Il pianista di Roman Polanski (che quei tristi luoghi li ha conosciuti davvero), riescono a trasmettere l’ingiustizia e il dolore necessari a farci vivere, pienamente, la vicenda storica del racconto.

La signora dello zoo di Varsavia, più per colpe produttive e di scrittura, però, scade presto in una dimensione cinematografica banale, quasi aggrappandosi solo alla sua morale storica. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo, è sempre necessario raccontare queste storie ma, mai come questa volta, non possiamo ignorare la sciatteria e l’approssimazione del meccanismo produttivo che ha confezionato la pellicola. Concentrare tutta l’attenzione sulla protagonista femminile, la splendida Jessica Chastain, come a volerla rendere a tutti costi la front runner per la prossima stagione dei premi cinematografici, è una trovata sconsolante e deleteria per il film. Star di prima grandezza, e ottima interprete, la Chastain sembra avulsa dal racconto che la circonda, come stesse interpretando un film parallelo, un one-woman-show estenuante e fine a se stesso. Anche l’evoluzione del personaggio di Daniel Bruehl (ormai condannato ai soliti ruoli standard per gli attori tedeschi), trasformatosi ben presto nel solito nazista lascivo e mefistofelico, è l’ennesima e definitiva dimostrazione di un’approssimazione narrativa che mal si sposa con le ambizioni della pellicola.

La pellicola della Caro diventa così solo un film di buone intenzioni, utile più che altro al pubblico più interessato a spingersi verso altre fonti e opere per approfondire questa tragica vicenda.

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critico cinematografico

 

 


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