16. 09. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 09. 2019

“Suburbicon”: il film della settimana visto dal Foglietto

Suburbicon di George Clooney, con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Alex Hassell, Gary Basaraba, Oscar Isaac, Jack Conley, Karimah Westbrook, durata 105’, nelle sale dal 6 dicembre 2017, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Sono ormai lontani i tempi di Goodnight, and Good Luck, il bellissimo film sul coraggio di Edward R. Murrow, il giornalista televisivo americano che “sconfisse” il maccartismo. Con quella sua rigorosa e lucida seconda opera, George Clooney si dimostrò, non solo, un autore intelligente e misurato ma, soprattutto, un regista non banale e dallo sguardo attento. Peccato che dopo l’exploit di quella pellicola, oltre ad una fervente attività politica fuori e dentro il set, la carriera registica di Clooney sia stata segnata da un rovinoso passo falso. Monuments Men, il film bellico su un gruppo di soldati/studiosi intenti a salvare opere d’arte rubate dai nazisti che, sin dal suo debutto al Festival di Berlino, si è rivelata subito un’opera confusa e retorica, un incidente di percorso che mise in discussione persino il talento dell’attore dietro la cinepresa.

Nel momento del bisogno e della rivalsa artistica, con la necessità di riaccreditarsi agli occhi di fan e critici, ecco che Clooney ha scomodato autentici pezzi da novanta, pensando bene di ricorrere a uno speciale asso della manica. Suburbicon, la sua sesta regia, infatti, non è altro che la trasposizione cinematografica di una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, donata per l’occasione a Clooney, in segno di solidarietà. I trascorsi tra l’attore e i due registi sono numerosi, tutti contraddistinti dal gusto comico di stigmatizzare personaggi farseschi e assurdamente stupidi.

La storia di Suburbicon, infatti, si rifà a quel particolare sotto-genere della carriera dei Coen, a quella comicità esagerata e fastidiosa che è stata il marchio per alcune pellicole come Ave, Cesare! e Burn After Reading. Il film di Clooney, dunque, racconta i misfatti e le piccole patetiche tragedie di un posticcio sobborgo americano degli anni cinquanta, dove l’arrivo di una famiglia afroamericana e l’omicidio di una madre di famiglia, stravolgerà gli ipocriti equilibri di una comunità bigotta.

Lo script dei Coen ha oltre trent’anni (fu scritto nel ’86, dopo il loro esordio con Blood Simple) e nei momenti in cui è più fedele ad esso, il film paga la mancanza di originalità (o, meglio, l’eccessiva aderenza al modello originale-coeniano).

Clooney, infatti, anche circondandosi di molti volti cari ai due fratelli registi (Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac), sembra quasi accomodarsi sull’eccessivo omaggio ai suoi mentori, guardando (e prendendo) dalle tante pellicole dei Coen che lo hanno visto protagonista. Questa mancanza di personalità registica, però, fa scadere il film quasi nella parodia, diventando un ibrido tra la copia spudorata e la citazione sballata. Il regista-attore dimostra di non riuscire a gestire bene il peso dell’eredità narrativa dei suoi due amici cineasti e rimane schiacciato in un meccanismo narrativo che, pur divertito, mostra tutta la sua età anagrafica.

A dare più fastidio, però, è il tentativo di Clooney di trasformare tutto il film in un’enorme e urlata metafora politica, mostrando le continue somiglianze tra gli anni 50 di Suburbicon e il 2017 degli Stati Uniti trumpiani.

Pur considerando la buona fede ideologica dell’autore, il film, appesantito da questa ulteriore disordinata lettura, deraglia in un finale scontato e scialbo, diventando una grande occasione mancata.

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Critico cinematografico


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