La Forma dell’Acqua – The Shape of the Water di Guillermo Del Toro, con Sally Hawkins, Octavia Spencer, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, David Hewlett, Nigel Bennett, Nick Searcy, durata 123’, nelle sale da ieri, 14 febbraio 2018, distribuito da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Qual è la forma dell’acqua? Ma l’acqua non ha forma, risposi io ridendo, piglia la forma che gli viene data”. In un vecchio episodio delle indagini del Commissario Montalbano (arrivato proprio in questi giorni al suo fortunato diciannovesimo anno di trasmissione Rai) questa frase, detta dalla moglie di una vittima, colpisce il poliziotto, indirizzandolo verso la soluzione del caso. Montalbano così riesce a scoprire la vera “forma” di una morte naturale, trasformata per motivazioni politiche, in qualcos’altro.

Siamo più che certi che sia molto difficile immaginare Guillermo Del Toro fare tesoro del commissario di Vigata e del suo creatore (anche se il successo interplanetario delle opere di Camilleri ci farebbe sperare nel contrario) ma, vedendo il suo La forma dell’acqua – The Shape of Water, la frase della fiction torna in mente, adeguandosi alla storia raccontata dal cineasta messicano.

Elisa, la protagonista del film di Del Toro, non è forse come l’acqua, un elemento cui tutti, amici sinceri e viscidi superiori, vogliono affibbiare una forma precisa e prestabilita, frutto delle loro impressioni, dei loro pregiudizi?

Vincitore dell’ultimo Leone d’Oro a Venezia, The Shape of Water racconta la storia silenziosa di Elisa Esposito, inserviente muta di un misterioso laboratorio del governo americano, che vedrà la sua esistenza, fatta di vecchi film e piccoli piaceri rubati, stravolta dall’arrivo di un amore imprevisto e paranormale.

Con questa straordinaria love-story, Guillermo Del Toro compie il definitivo, e assai agognato, salto di qualità, gettandosi alle spalle lo stretto ruolo di fantasioso regista indipendente, per diventare un Maestro della visione, come i tanto osannati Tim Burton e Terry Gilliam. Hollywood ama da sempre questi freak-mainstream, autori capaci di trasformare la propria cinefilia (specie se rivolta a cinematografie e generi di nicchia) in prodotti facili e dal grande successo commerciale.

Dalle piccole produzioni messicane fino a diventare il front-runner per il prossimo Oscar come miglior regista, la carriera di Del Toro è sempre stata indirizzata da questa finta contraddizione, una spinta che lo ha portato a danzare tra prodotti ambiziosamente disastrosi ed enormi progetti abortiti. Dopo passi falsi e delusioni, The Shape of Water, anche per una furba capacità di intercettare il comune sentire del gusto medio cinematografico e per la sua cura verso il più piccolo dettaglio, segna la definitiva vittoria di Del Toro.

Il regista, infatti, mai come questa volta, sa trasformare il suo amore per i vecchi, terribili, film horror e sci-fy degli anni cinquanta e sessanta in un omaggio alla Golden Age dell’industria cinematografica, unendo con calcolata bravura il cinema gotico, gli invasion-movie e il musical classico. Se i suoi predecessori The Artist e La la land su questa pedissequa riproposizione semantica del genere musicale hanno trovato una facile vittoria, Del Toro ha il (minimo) coraggio di travestire il suo gioco di citazioni con un vestito a lui caro, ottenendo alla fine un prodotto scaltro ma non avulso dalla sua poetica.

Al di là delle proprie mire commerciali e/o artistiche, il regista ha soprattutto l’intelligenza di mettere insieme un cast perfetto. Tante parole sono state, giustamente, dette sulla bravura di Richard Jenkins, Octavia Spencer e Michael Shannon (villain ideale e mai banale) oppure sull’evoluzione della collaborazione tra l’autore e Doug Jones (l’interprete della creatura), suo corpo feticcio e paradossale alter-ego.

Noi, sottoscrivendo le lodi per il cast, vogliamo porre l’attenzione sulla performance incredibile di Sally Hawkins, attrice meravigliosa, sottovalutata da molti e qui, finalmente, eroina assoluta. La sua Elisa è un personaggio trascinante, forte di una carica (anche erotica) stralunata e inarrestabile. La sua traiettoria diventa, così, l’anima dell’opera, regalandoci, non solo una grande prova interpretativa, ma l’esempio di chi, non accettando alcun “contenitore” affibbiatogli dalla società, sceglie di vivere libera la propria eccezionalità, senza alcuna (o meglio, con qualsiasi) forma.

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Critico cinematografico

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