18. 07. 2019 Ultimo Aggiornamento 17. 07. 2019

“I sogni segreti di Walter Mitty”: il film visto in anteprima per Il Foglietto

I sogni segreti di Walter Mitty di Ben Stiller, con Ben Stiller, Kristen Wiig, Sean Penn, Adam Scott, Kathryn Hahn, Shirley MacLaine, Patton Oswalt, durata 114’, nelle sale dal 19 dicembre 2013 distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Remake del classico Sogni proibiti di Norman Z. McLeod (film del 1947), il progetto di un nuovo adattamento della fortunata novella di James Thurber era passato tra diverse mani prima di arrivare alla scrivania di Ben Stiller.

Oggettivamente il nome del comico americano non era ai primi posti nella lista per il regista perfetto cui affidare un progetto ambizioso e visionario come questo (tra gli addetti ai lavori le attese sullo script di Steven Conrad erano altissime).

Nonostante le interessanti prove già fornite dietro la macchina da presa (il demenziale Zoolander, l’esplosivo Tropic Thunder), Stiller è per tutti un volto legato indissolubilmente a un determinato tipo di commedia fatto di risate facili e gag sboccate (l’indimenticabile scena chiave di Tutti pazzi per Mary, ad esempio).

Un attore con questo curriculum cosa poteva dare alla storia di Walter Mitty, uomo comune perso nei suoi sogni ad occhi aperti, confinato senza prospettive nel suo laboratorio fotografico? La risposta, sorprendentemente, è un film sincero, in cui i vistosi e innegabili difetti (attribuibili ad una sana ingenuità) sono compensati dal suo grande cuore.  Non date retta a chi liquiderà questa pellicola come un’opera infantile, piena di scelte registiche scontate e dal fastidioso spirito nostalgico/anti-modernista.

I sogni segreti di Walter Mitty è prima di tutto una favola, il racconto commovente di un tardivo esordio nel mondo di un uomo cui la vita ha impedito di esprimere il suo potenziale. Con la scusa di trovare il negativo perduto per la copertina dell’ultimo numero della leggendaria rivista Life, e spinto dall’amore inaspettato per la collega Cheryl (un’inedita Kristen Wiig, altra affermata comedian statunitense), Walter deciderà di usare il proprio potere onirico per diventare finalmente un uomo e vivere per una volta un’avventura  fuori dalla propria testa.

Stiller, nel doppio ruolo di regista e protagonista, decide di seguire lo spirito originale di Thurber e non strafare con espedienti visivi tronfi e auto-celebrativi (come avrebbero probabilmente fatto Michel Gondry o Jean-Pierre Jeunet).

Affidandosi agli splendidi paesaggi fotografati da Stuart Dryburgh e concedendosi solo qualche sporadica scappatella alla sua vena più “rumorosa”, Stiller riesce a regalare al pubblico una favola moderna e originale, dove ogni elemento è immediato e funziona per il meglio. Perfino la presenza di Sean Penn, nei panni dell’avventuroso fotografo Sean O’Connell, in altri film spesso ingombrante e sopra le righe, qui è calibrata e realmente efficace per l’economia finale della storia.

Insomma, nonostante tutto quello che potete pensare, nel bene e nel male, su Ben Stiller, questa volta l’attore vi sorprenderà, aprendovi il suo cuore in un’edificante e emozionante pellicola.

 

"Oldboy": il film della settimana visto per Il Foglietto

Oldboy di Spike Lee, con Josh Brolin, Samuel L. Jackson, Sharlto Copley, Elizabeth Olsen, Michael Imperioli, James Ransone, Max Casella, durata 104’, nelle sale dal 5 dicembre 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

La sfida di dirigere il remake americano di un classico contemporaneo come Oldboy del sudcoreano Park Chan-wook (vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes 2004) era, davvero, ai limiti del possibile. In questo caso non stiamo parlando di una sconosciuta pellicola orientale, popolare solo a un pubblico ricercato e snob, ma di un vero cult, una delle opere cinematografiche più rilevanti e importanti del passato decennio. Il coraggio di Spike Lee di mettersi in gioco (Spielberg, il primo regista contattato, se n’è ben guardato) è dunque da premiare, nonostante il risultato finale sia una pellicola in fin dei conti dimenticabile.

Il film paga, appunto, il peccato di dipendere troppo dall'originale, un’opera che in molti abbiamo imparato a conoscere e amare.  Per chi, come chi scrive, la pellicola di Park è un punto di riferimento, quest’operazione commerciale non potrà mai avere alcun senso, nonostante le scelte registiche e le variazioni narrative (il finale) fatte per rendere la storia accettabile per un vasto pubblico americano.

Solo chi arriverà puro alla visione del film potrà davvero apprezzare a pieno la pellicola di Lee, godendosi tutta la sua forza devastante. Solo in questo modo, ad esempio, si potranno gustare le sofferte performance degli attori protagonisti. Josh Brolin e una sempre più convincente Elizabeth Olsen (già lanciata dal destabilizzante La fuga di Martha), infatti, fanno propria la storia regalando allo spettatore due interpretazioni viscerali. Soprattutto il protagonista, attore eccessivamente sottovalutato nel panorama hollywoodiano contemporaneo, si concede totalmente alla mano di Lee, annullandosi nell’infernale evoluzione morale del suo personaggio. Altri commenti meritano le comparsate (davvero pochi minuti per loro) dei comprimari Sharlto Copley (caratterista sudafricano abituato a ruoli ambigui) e Samuel L. Jackson (sorprendente la sua collaborazione con Lee, nonostante, il litigio piccato che ha visto coinvolto anche Quentin Tarantino) che sono, ahinoi, caricaturali, destinate solo a colorare lo sfondo.

La regia di Lee, invece, ha il buon gusto di adattarsi allo script del buon mestierante Mark Protosevich (Thor, Io sono Leggenda) e di puntare su idee poco invadenti ma dall’impatto visivo notevole (tutte le scene ambientate nella stanza/prigione). E’ un peccato che quando arrivi il momento di prendere una strada opposta alla pellicola di Park (si veda la leggendaria scena del combattimento con il martello) il regista americano piuttosto che attingere al proprio immaginario preferisca presentarsi con una ripetitiva e scialba brutta copia.

Alla luce di ciò, il nuovo Oldboy non può sfuggire dall’etichetta di ”operazione inutile”, figlia dell’incapacità hollywoodiana di puntare su concept e storie originali. Anche cosi, però il film di Spike Lee riesce a conservare un minimo del fascino e della forza dell’originale, guadagnandosi la dignità di essere visto. A patto, sia chiaro, che non si voglia, per qualche assurdo motivo, recuperare in qualche modo il film di Park.

“Don Jon”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Don Jon di Joseph Gordon-Levitt, con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore, Tony Danza, Brie Larson, Rob Brown, durata 90’, nelle sale dal 28 novembre 2013 distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti

Figlio di un cinema indipendente liberal e commerciale, l’attore Joseph Gordon-Levitt (protagonista di film come Inception, 50 e 50, 500 giorni insieme) esordisce alla regia con un piccolo film coraggioso, dimostrando, a differenza di molti suoi colleghi divi, di avere davvero qualcosa da raccontare. Addentrandosi nello stesso territorio in cui si era già mosso l’inglese Steve McQueen con il suo Shame, infernale e acclamato, Don Jon parla di sessualità ossessiva e pornografia e non si nega una deriva decisamente più leggera.

All’opposto della pellicola di McQueen, infatti, Gordon-Levitt evita di scadere nella disperazione assoluta e nel moralismo cattolico spicciolo e riesce a inserire il suo tema principale (l’ossessione per il porno) in un contesto comico, quasi parodistico.

Il suo Jon Martello (interpretato con intelligenza dallo stesso regista), che sembra uscito di peso da un reality giovanilistico (come Jersey Shore, quel programma tv che segue la vita sguaiata di giovani italo-americani), è un ragazzo che passa la vita tra una famiglia esagerata (dove brilla un padre-macchietta in canottiera e maccheroni, interpretato da un redivivo Tony Danza), la chiesa e il computer.

La sua routine, scandita dai video porno, non viene scalfita nemmeno dall’arrivo di una fidanzata con il corpo di Scarlett Johansson, una ragazza bellissima e “coatta”, che amplifica il dramma sessuale di Jon.

Il regista/attore ha davvero  coraggio per parlare con equilibrio di un fenomeno inedito, imbarazzante e assurdo come la porno-dipendenza ma, proprio grazie al suo tocco, lo tratta nel modo più sincero ed efficace possibile.

Il film segue la vita di questo Don Giovanni dal mouse facile, talmente alienato dalla rappresentazione falsa del sesso da essere colmo di rabbia e insoddisfazione, non tradendo mai il racconto coerente dell’educazione “sentimentale” del proprio protagonista.

Eccetto il tema principale, però, il problema della pellicola risiede nella mancanza di esperienza del proprio autore. Dopo una prima parte scoppiettante (sia per scrittura che per regia) la pellicola, infatti, si perde nella  superficialità.

Tra uno sviluppo narrativo banale e  personaggi di contorno tirati via (la donna matura interpretata da Julianne Moore, ad esempio), Don Jon perde presto la sua forza, fino ad arrivare a un finale decisamente scontato e buonista.

Detto ciò, non si deve dimenticare che quest’opera è comunque il primo passo di un giovane autore che, pur con i suoi limiti, dimostra che non servono ambizioni intellettualoidi (James Franco docet) per essere un regista, ma solo umiltà e una storia da raccontare.

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