15. 07. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 07. 2019

”Gravity”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gravity di Alfonso Cuaron, con George Clooney, Sandra Bullock, Ed Harris, Eric Michels, Basher Savage; durata 90’, nelle sale dal 3 ottobre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Nello spazio nessuno può sentirti urlare. Era il lontano 1979 quando il semi-esordiente Ridley Scott (per lui, all’epoca, in attivo solo la regia del conradiano I duellanti) portò il proprio pubblico nello spazio profondo, per fargli vivere il terrore assoluto.

Con l’horror sci-fy Alien, insieme al successivo Blade Runner, il regista inglese rivoluzionò “copernicanamente” il modo di produrre e vivere la fantascienza, aprendo cosi una nuova stagione per il genere e per tutto il cinema mainstream.

Nel 2013, a quasi quarant’anni da quel film leggendario, il messicano Alfonso Cuaron, autore capace di destreggiarsi con intelligenza tra la saga di Harry Potter e il personale I figli degli uomini, torna nello spazio con un’operazione simile nelle intenzioni e strabiliante nei risultati.

Con il suo Gravity, infatti, egli regala al pubblico una pellicola unica, un’esperienza cinematografica inebriante e totale, come non se ne vivevano da anni in una sala (per chi scrive, addirittura superiore anche ai tanto osannati Il signore degli anelli o Avatar).

Per arrivare all’opera compiuta ci sono voluti sette anni di fatiche, attese, fallimenti frustranti e rinvii snervanti. Ci sono stati cambi di attori in corso d’opera (il cast coinvolto all’inizio vedeva al posto del duo Bullock-Clooney, le star Natalie Portman e Robert Downey Jr) e sono necessari stati dei veri processi di ricerca meccanica per realizzare cineprese ed effetti adatti alle riprese del film.

Gravity è la giusta risposta a tutti questi sforzi. Dopo aver incantato tutti all’ultimo Festival di Venezia (come abbiamo raccontato), Cuaron si appresta proprio in queste ore a sbancare i botteghini mondiali, dimostrando che è possibile realizzare pellicole squisitamente hollywoodiane dall’impatto visivo ed emotivo spiazzante.

La deriva fisica, e interiore, della dottoressa Stone e del capitano Kowalski (i magnifici Sandra Bullock e George Clooney), due astronauti isolati e spacciati per la distruzione del proprio shuttle, coinvolge sia per la sua spettacolarità, sia per la sua forza concettuale.

Aiutato dall’esemplare lavoro del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, Cuaron e la sua cinepresa fluttuano insieme ai protagonisti in questo nulla angosciante, raccontando il loro dramma, le loro paure e le loro euforie.

Nel momento in cui si concentra sulla Bullock e sulla sua odissea, poi, il film riesce davvero a divellere i cardini del genere e a passare a un livello successivo, arrivando con forza al cuore dello spettatore.

Il lavoro di Cuaron, alla fine, si toglie la maschera di ottimo film di fantascienza per rivelarsi come una commovente opera, quasi filosofica, sulla vita e, soprattutto, sulla morte.

Trattando temi semplici ma solidi, il regista raggiunge vette concettuali degne del miglior Terrence Malick (Tree of Life su tutti), e compie, per alchimia tra visione e contenuti, una piccola rivoluzione cinematografica.

Siamo sicuri che per il suo film la strada per la Storia (del Cinema) sia appena iniziata.

“Anni Felici”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anni Felici, di Daniele Luchetti, con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna; durata 100’ nelle sale dal 3 ottobre 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Daniele Luchetti è uno degli autori più importanti e, allo stesso tempo, sottovalutati del nostro Cinema. Il regista romano, infatti, eccetto alcuni piccoli passi falsi (il giovanilistico e inoffensivo Dillo con parole mie) ha sempre affrontato, con opere interessanti e attente, il malessere della società italiana, senza scadere nel consolatorio o nel semplicistico. Di questa sensibilità è un esempio Il portaborse, pellicola del 1991, in cui Luchetti, aiutato dalla magnifica interpretazione di Nanni Moretti (nei panni del politico spregiudicato), parlava di un’Italia figlia degli anni ottanta, pronta, una volta persa la propria innocenza, a entrare con cinismo e disperazione nel nuovo millennio.

Da quel film sono passati circa vent’anni e oggi il regista romano non ha perso occasione di continuare a parlare di noi e della nostra storia. Con l’ultimo Anni Felici, infatti, Luchetti chiude la sua ideale trilogia sul cuore dell’Italia, che già aveva visto due importanti episodi come gli acclamati Mio fratello è figlio unico e La nostra vita.

Se il primo film, tratto molto liberamente dal meraviglioso Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, è l’epopea sanguigna di una famiglia di periferia, dove, nel pieno degli anni di piombo, gli affetti fraterni si scontrano con le passioni politiche partigiane (riferimento non tanto velato alla guerra civile), il secondo, ambientato ai giorni nostri, è invece la favola disperata di un giovane uomo costretto a tutto per dare un futuro ai propri figli, in un paese allo sbando. Entrambe interpretate da un ottimo Elio Germano (che grazie proprio a Luchetti ha ottenuto definitiva affermazione artistica), le due pellicole si dimostravano sia un convincente spaccato di un’epoca che un discorso sentito sui sentimenti umani.

In Anni Felici, invece, pur operando in un contesto di veridicità storica addirittura autobiografica (la pellicola dovrebbe trattare la storia d’amore disfunzionale tra i genitori del regista), Luchetti sceglie di mettere da parte il discorso puramente storico (il film è ambientato in un idilliaco 1974 pre-terrorismo) per concentrarsi sul racconto di un amore assoluto.

Se lo si considera un melò, il film tocca alcune delle punte più intense e commoventi del nostro cinema italiano, molto vicine per forza al miglior cinema indipendente americano.

In quest’ottica sentimentalistica, l’interpretazione dei due protagonisti è fondamentale. Micaela Ramazzotti, dopo l’affermazione con La prima cosa bella, torna con un ruolo femminile magnifico, in cui mette tutto il suo istinto e la sua forza animalesca. L’evoluzione morale della sua Serena, da semplice moglie-ombra a donna consapevole del proprio eros, è la spina dorsale del film.

Dall’altro lato, anche Kim Rossi Stuart fa il suo dovere. La sua performance, in modo semplicistico, potrebbe essere liquidata come sopra le righe, fastidiosa o addirittura rovinosamente sbagliata. Eppure questo suo padre stupidamente infantile, questo suo uomo dalle grandi ambizioni artistiche, costretto alla fine ad accettare la propria inadeguatezza sia come artista sia come uomo, è di una sincerità disarmante e rimane dentro anche dopo la visione del film.

E’, dunque, l'alchimia sullo schermo di questi interpreti, il loro rapporto assoluto (le parole finali di Amore che vieni, amore che vai sono la sintesi perfetta) a dare una marcia in più al film.

Il limite enorme della pellicola, purtroppo, è la sua anima autobiografica. Luchetti, sin dalla decisione di entrare in prima persona nel film con un invadente e insopportabile voice-over, ingabbia Anni Felici in una prigione che non merita.

La scelta di vedere attraverso gli occhi dei due giovanissimi protagonisti fa perdere forza alla storia principale e, in diverse occasioni, arriva anche ad allontanare lo spettatore.

E’ comprensibile che il regista, parlando di un pezzo della propria storia personale, consideri questa materia narrativa troppo importante per sé da volerla regalare totalmente al proprio pubblico, ma proprio la sua ingombrante presenza impedisce ad Anni Felici di spiccare il volo e di essere il grande film che poteva essere.  



 

 

 

 

 

 

 

“Rush”: un grande film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Rush - di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino; durata 123’, nelle sale dal 19 settembre 2013, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Quel maledetto campionato del 1976 è stato una delle pagine più emozionanti della storia recente della Formula 1.

Ancora oggi i padri raccontano ai propri figli le gesta del bellissimo James Hunt, sempre pronto ad affrontare la morte con il suo sorriso strafottente, dell’imbattibile Niki Lauda, capace di capire l’anima di una macchina solo appoggiandosi sul sedile, e di tutti quei piloti folli ed eroici che, da moderni gladiatori, accettavano di scendere in pista e di giocarsi ogni volta la vita a cavallo delle loro monoposto, solo per soddisfare la sete del pubblico pagante.

E’ in questo mondo veloce e incosciente che si svolge Rush, l’ultima imperdibile creatura del regista Ron Howard. Scritto da Peter Morgan, uno dei migliori sceneggiatori di Hollywood, la pellicola è l’ennesima dimostrazione delle sue indubbie capacità di afferrare la cronaca e di piegarla con successo alle esigenze del cinema mainstream. Si recuperino i suoi The Queen, Frost/Nixon o Il maledetto United, opere ispirate a fatti reali e diventate, sotto le sue mani, pellicole piene di tensioni narrative con tragici personaggi.

In quest’occasione, Morgan ha avuto la fortuna di affidare (di nuovo) la propria storia a Ron Howard, un regista spesso sottovalutato ma l'unico in grado di rendere Rush una perfetta macchina di puro intrattenimento, senza però tradire il cuore dell’opera. Il film è, infatti, allo stesso tempo, una spettacolare pellicola sulle corse automobilistiche e un coinvolgente dramma sulla rivalità viscerale di due (anti) eroi.

Parlando della spettacolarizzazione, Howard è stato intelligente a ispirarsi non solo ai pochi precedenti di fiction del genere (in questi giorni è riapparso addirittura Gran Prix di John Frankenheimer), ma soprattutto allo splendido documentario Senna di Asif Kapadia, celebrato lavoro sul leggendario pilota brasiliano.

Le scene delle corse, pur con poco minutaggio a disposizione (parliamo di una ventina di minuti su due ore di film complessive) lasciano, infatti, senza parole. Howard, nonostante il budget contenuto, sa bene come usare la cinepresa e, aiutato da un montaggio eccellente, gestisce le scene su pista con grande efficacia. Specie nel racconto senza sosta dei GP di quel fatidico campionato, il film si trasforma in una velocissima vettura alla quale è un piacere stare dietro.
Dal punto di vista drammaturgico, invece, il regista ha il merito di aver puntato su due giovani attori capaci di affrontare il copione di Morgan e i loro mitici personaggi con abnegazione.

Oltre all’impressionante somiglianza, Chris Hemsworth e Daniel Bruhl rendono i loro James Hunt e Niki Lauda due personaggi maiuscoli, tragici e grandiosi nella loro storia sportiva e nella loro accesa rivalità. Entrambi imperfetti, vulnerabili e odiosi, sono cosi umani con i loro difetti che è impossibile non simpatizzare con loro. Talmente diversi, uno arrogante e geniale, l’altro saccente e imbattibile, sono alla fine speculari come facce della stessa medaglia.

Al di là dello spettacolo visivo, dei dettagli perfetti e della fedeltà storica (gli anni settanta sono resi alla perfezione anche per l’ottima fotografia vintage di Anthony Dod Mantle) è proprio sul legame dei due protagonisti, su quella rivalità nata come odio viscerale e diventata alla fine una profonda stima, quasi affettuosa, che il film trova la sua vittoria.

Hemsworth e Bruhl sono perfetti ed entrambi regalano due interpretazioni fenomenali (come i loro rispettivi personaggi la prima istintiva e passionale, la seconda misurata e preparata con dedizione) che è quasi impossibile scegliere. Aggiungiamo il “quasi” perché, da italiani, ammettiamo che, anche per la qualità della recitazione, la battaglia di Lauda contro la morte e il suo emozionante ritorno in pista ci ha strappato più di una lacrima.

In conclusione, cogliamo l’occasione anche per ricordare il breve ma significativo cammeo di Pierfrancesco Favino nei panni del compianto Clay Ragazzoni. E’ stato davvero commovente ricordare, attraverso uno dei nostri migliori attori, un grande pilota e uomo spesso dimenticato.

La 70^ Mostra del Cinema, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti, ha chiuso i battenti

dall'inviato Luca Marchetti

La 70^ Mostra del Cinema di Venezia si è ormai conclusa. Quest’anno siamo stati testimoni di un’edizione particolare, altalenante, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti. L’affluenza è stata massiccia (per colpa della gran folla siamo rimasti fuori da molte proiezioni importanti) e l’organizzazione del festival, in alcune occasioni, non ha brillato per elasticità e lungimiranza.

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