09. 07. 2020 Ultimo Aggiornamento 08. 07. 2020

"Oldboy": il film della settimana visto per Il Foglietto

Oldboy di Spike Lee, con Josh Brolin, Samuel L. Jackson, Sharlto Copley, Elizabeth Olsen, Michael Imperioli, James Ransone, Max Casella, durata 104’, nelle sale dal 5 dicembre 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

La sfida di dirigere il remake americano di un classico contemporaneo come Oldboy del sudcoreano Park Chan-wook (vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes 2004) era, davvero, ai limiti del possibile. In questo caso non stiamo parlando di una sconosciuta pellicola orientale, popolare solo a un pubblico ricercato e snob, ma di un vero cult, una delle opere cinematografiche più rilevanti e importanti del passato decennio. Il coraggio di Spike Lee di mettersi in gioco (Spielberg, il primo regista contattato, se n’è ben guardato) è dunque da premiare, nonostante il risultato finale sia una pellicola in fin dei conti dimenticabile.

Il film paga, appunto, il peccato di dipendere troppo dall'originale, un’opera che in molti abbiamo imparato a conoscere e amare.  Per chi, come chi scrive, la pellicola di Park è un punto di riferimento, quest’operazione commerciale non potrà mai avere alcun senso, nonostante le scelte registiche e le variazioni narrative (il finale) fatte per rendere la storia accettabile per un vasto pubblico americano.

Solo chi arriverà puro alla visione del film potrà davvero apprezzare a pieno la pellicola di Lee, godendosi tutta la sua forza devastante. Solo in questo modo, ad esempio, si potranno gustare le sofferte performance degli attori protagonisti. Josh Brolin e una sempre più convincente Elizabeth Olsen (già lanciata dal destabilizzante La fuga di Martha), infatti, fanno propria la storia regalando allo spettatore due interpretazioni viscerali. Soprattutto il protagonista, attore eccessivamente sottovalutato nel panorama hollywoodiano contemporaneo, si concede totalmente alla mano di Lee, annullandosi nell’infernale evoluzione morale del suo personaggio. Altri commenti meritano le comparsate (davvero pochi minuti per loro) dei comprimari Sharlto Copley (caratterista sudafricano abituato a ruoli ambigui) e Samuel L. Jackson (sorprendente la sua collaborazione con Lee, nonostante, il litigio piccato che ha visto coinvolto anche Quentin Tarantino) che sono, ahinoi, caricaturali, destinate solo a colorare lo sfondo.

La regia di Lee, invece, ha il buon gusto di adattarsi allo script del buon mestierante Mark Protosevich (Thor, Io sono Leggenda) e di puntare su idee poco invadenti ma dall’impatto visivo notevole (tutte le scene ambientate nella stanza/prigione). E’ un peccato che quando arrivi il momento di prendere una strada opposta alla pellicola di Park (si veda la leggendaria scena del combattimento con il martello) il regista americano piuttosto che attingere al proprio immaginario preferisca presentarsi con una ripetitiva e scialba brutta copia.

Alla luce di ciò, il nuovo Oldboy non può sfuggire dall’etichetta di ”operazione inutile”, figlia dell’incapacità hollywoodiana di puntare su concept e storie originali. Anche cosi, però il film di Spike Lee riesce a conservare un minimo del fascino e della forza dell’originale, guadagnandosi la dignità di essere visto. A patto, sia chiaro, che non si voglia, per qualche assurdo motivo, recuperare in qualche modo il film di Park.

“Don Jon”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Don Jon di Joseph Gordon-Levitt, con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore, Tony Danza, Brie Larson, Rob Brown, durata 90’, nelle sale dal 28 novembre 2013 distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti

Figlio di un cinema indipendente liberal e commerciale, l’attore Joseph Gordon-Levitt (protagonista di film come Inception, 50 e 50, 500 giorni insieme) esordisce alla regia con un piccolo film coraggioso, dimostrando, a differenza di molti suoi colleghi divi, di avere davvero qualcosa da raccontare. Addentrandosi nello stesso territorio in cui si era già mosso l’inglese Steve McQueen con il suo Shame, infernale e acclamato, Don Jon parla di sessualità ossessiva e pornografia e non si nega una deriva decisamente più leggera.

All’opposto della pellicola di McQueen, infatti, Gordon-Levitt evita di scadere nella disperazione assoluta e nel moralismo cattolico spicciolo e riesce a inserire il suo tema principale (l’ossessione per il porno) in un contesto comico, quasi parodistico.

Il suo Jon Martello (interpretato con intelligenza dallo stesso regista), che sembra uscito di peso da un reality giovanilistico (come Jersey Shore, quel programma tv che segue la vita sguaiata di giovani italo-americani), è un ragazzo che passa la vita tra una famiglia esagerata (dove brilla un padre-macchietta in canottiera e maccheroni, interpretato da un redivivo Tony Danza), la chiesa e il computer.

La sua routine, scandita dai video porno, non viene scalfita nemmeno dall’arrivo di una fidanzata con il corpo di Scarlett Johansson, una ragazza bellissima e “coatta”, che amplifica il dramma sessuale di Jon.

Il regista/attore ha davvero  coraggio per parlare con equilibrio di un fenomeno inedito, imbarazzante e assurdo come la porno-dipendenza ma, proprio grazie al suo tocco, lo tratta nel modo più sincero ed efficace possibile.

Il film segue la vita di questo Don Giovanni dal mouse facile, talmente alienato dalla rappresentazione falsa del sesso da essere colmo di rabbia e insoddisfazione, non tradendo mai il racconto coerente dell’educazione “sentimentale” del proprio protagonista.

Eccetto il tema principale, però, il problema della pellicola risiede nella mancanza di esperienza del proprio autore. Dopo una prima parte scoppiettante (sia per scrittura che per regia) la pellicola, infatti, si perde nella  superficialità.

Tra uno sviluppo narrativo banale e  personaggi di contorno tirati via (la donna matura interpretata da Julianne Moore, ad esempio), Don Jon perde presto la sua forza, fino ad arrivare a un finale decisamente scontato e buonista.

Detto ciò, non si deve dimenticare che quest’opera è comunque il primo passo di un giovane autore che, pur con i suoi limiti, dimostra che non servono ambizioni intellettualoidi (James Franco docet) per essere un regista, ma solo umiltà e una storia da raccontare.

“L’ultima ruota del carro”: il film visto in anteprima per Il Foglietto

L’ultima ruota del carro, di Giovanni Veronesi, con Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Alessandro Haber, Maurizio Battista, Ricky Memphis, Viriginia Raffaele, Sergio Rubini; durata 113’, nelle sale dal 14 novembre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

di Luca Marchetti

Come sarebbe stato “Una vita difficile”, capolavoro di Dino Risi, se fosse stato scritto, invece che dal mitico Rodolfo Sonego, da Walter Veltroni?

Giovanni Veronesi, con il suo imminente L’ultima ruota del carro, sembra quasi voler rispondere a questa domanda assurda.

Abbandonato il produttore Aurelio De Laurentis (con lui è nata la fortunata saga di Manuale d’amore) e una comicità più spensierata, il regista toscano decide di guardare alla tradizione della grande commedia all’italiana e di regalare al pubblico un nuovo romanzo popolare.

Sentendosi come un Monicelli redivivo, Veronesi prende come spunto la vita straordinariamente comune di Ernesto, il suo eroe proletario, per raccontare gli ultimi cinquanta anni di storia italiana.

L’ultima ruota del carro, questo il divertente titolo del film, però, nonostante le sue ottime intenzioni, paga più di un difetto. Prima di tutto, il confronto con i grandi classici del genere è obiettivamente impari. Il film non solo è privo di una qualsiasi forma di sana cattiveria (molte scene scadono spesso nel buonismo più esasperato), ma in diverse occasioni lo script, scritto da ben quattro autori, tradisce un semplicismo narrativo fastidioso e sciatto.

L’idea, non originale, di vedere la grande Storia con gli occhi dell’uomo comune (Forrest Gump, vi ricorda qualcosa?) poteva anche rivelarsi interessante, ma è inaccettabile assistere a scene poco credibili e involontariamente esilaranti come quelle legate al sequestro Moro e all’esplosione di Mani Pulite.

Il regista si è vantato, anche a ragione, di aver trasportato, senza alcuna aggiunta, la vita di un suo collaboratore sullo schermo.

Un risultato così discontinuo, con scene inserite a forza nella storia, dimostra, però, che una drammatizzazione più radicale e qualche tradimento non avrebbe nuociuto alla causa.

Ciò nonostante, Veronesi fa un notevole passo avanti.

Infatti, aiutato da un’ottima squadra di collaboratori, il regista dirige forse il suo film visivamente più maturo. Anche la direzione degli attori è di livello. Il cast, composto da molti grandi caratteristi, fa un buon lavoro di supporto.

Alessandra Mastronardi (la moglie fedele e innamorata), Ricky Memphis (l’amico sbruffone) e un corrotto Sergio Rubini senza freni (meravigliosi i suoi sproloqui in dialetto pugliese) non sfigurano accanto al protagonista assoluto del film, Elio Germano.

E’, infatti, proprio l’interpretazione maiuscola di Germano, la chiave di volta dell’intera pellicola.

L’attore romano, alle prese con un ruolo naif, inedito nella sua carriera, tiene sulle spalle tutta la storia, guardando molto al miglior Nino Manfredi (nel suo Ernesto c’è un po’di C’eravamo tanto amati e un po’ di Pane e Cioccolata).

Un discorso a parte, invece, merita l’eccellente Alessandro Haber (attore quanto mai sottovalutato).

Nei panni del Maestro (chiaro omaggio a Schifano) ruba la scena a ogni apparizione e, in coppia con Germano, regala i momenti più divertenti e commoventi dell’intera pellicola.

L’ultima ruota del carro è stato presentato nei giorni scorsi, con discreto successo, come film d’apertura al Festival del cinema di Roma.

“Questione di tempo”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Questione di tempo di Richard Curtis, con Rachel McAdams, Domhnall Gleeson, Bill Nighy, Tom Hollander, Lee Asquith-Coe, Margot Robbie, Lindsay Duncan, Paul Blackwell, Rowena Diamond, Nichola Fynn, Paige Segal; durata 123’, nelle sale dal 7 novembre 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Richard Curtis, autore chiave della nuova commedia romantica british (suoi gli script di Notting Hill, Quattro matrimoni e un funerale e Il diario di Bridget Jones) e pilastro della tv umoristica inglese (insieme al comico Rowan Atkinson è stato artefice dei successi Mr. Bean e Blackadder), si conferma con questa nuova regia uno dei cineasti più sinceri e capaci del suo genere.

Questione di tempo (ottima traduzione dell’originale About Time) segna, purtroppo, l’addio alle scene del suo autore, deciso a prendere altre strade e dedicarsi a nuovi progetti, ed è, a tutti gli effetti, il miglior modo possibile per salutare il mondo del Cinema.

Opera commovente, fresca, divertita e orgogliosamente naif (l’espediente fantascientifico che è il motore della storia ne è l’esempio maggiore), il film di Curtis è una di quelle pellicole che riconcilia con il mondo per la quantità di sentimenti genuini che mette dentro. E’, infatti, impossibile rimanere indifferenti di fronte alle “avventure” ordinarie di Tim (uno splendido e misurato Domhnall Gleeson), capace di viaggiare nei ricordi della propria esistenza, sempre in cerca della donna e della vita perfetta.

Il nostro eroe (e noi, spettatori, insieme con lui) compie questo viaggio di formazione che, oltre a conquistare il cuore della bella Mary (Rachel McAdams perfetta nella parte), lo farà diventare alla fine un uomo giusto, capace di apprezzare, dopo molti tentativi alla ricerca della “cosa migliore da fare”, la bellezza della sua esistenza comune, momenti tragici compresi.

Questione di tempo, pur nella sua flebile natura fantasy, è, infatti, un commovente omaggio all’ordinarietà.

Tim, con il suo dono eccezionale, non cerca ricchezze e fortune, rifugge le avventure straordinarie. I suoi agognati traguardi sono il matrimonio con la donna che ama, la nascita dei suoi figli, la felicità dei propri familiari, il commiato sereno dai genitori.

Curtis, con rara grazia, parla di Vita e Morte con una serenità commovente, riuscendo con la sua cinepresa a catturare la felicità e la tristezza dei suoi protagonisti, che diventano, per tutti noi, persone care, quasi di famiglia.

Il regista-sceneggiatore, attraverso una struttura narrativa solida e una scrittura intelligente, ci regala grandi momenti (il matrimonio sulle note de Il mondo di Jimmy Fontana, mai commovente come in quest’occasione) e personaggi memorabili come il drammaturgo scorbutico di Tom Hollander o il meraviglioso e saggio papà di Bill Nighy, facendoci già sentire la sua mancanza.

In attesa di soffrire per il suo addio alle scene, dunque, non ci resta che goderci questo piccolo film dal cuore immenso.

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