16. 09. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 09. 2019

“Wolverine - L’immortale”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Wolverine - L’immortale di James Mangold, con Hugh Jackman, Brian Tee, Hiroyuki Sanada, Hal Yamanouchi, Will Yun Lee, Rila Fukushima, Tao Okamoto; durata 126’, nelle sale dal 25 luglio 2013, distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Wolverine, al secolo John “Logan” Howlett, dovrebbe essere considerato, più che un semplice personaggio dei fumetti, una vera e propria icona. Creato nel 1974 da Len Wein e Herb Trimpe, sin dalle sue prime apparizioni è subito diventato uno degli eroi preferiti dei lettori. Segnato dalla propria rabbia cieca e dai segni di un passato misterioso, il nostro è forse l’ (anti)eroe  più ambiguo dell’universo Marvel.

Ad accrescere la sua fama è intervenuta anche l’interpretazione cinematografica dell’australiano Hugh Jackman, che sin dal primo episodio della saga di X Men (2000, diretto da Bryan Singer) si è dimostrato il volto e il corpo perfetto per il personaggio.

Per anni si è cercato di cavalcare, anche economicamente, il binomio esplosivo interprete-ruolo con sequel e soprattutto spin-off interamente dedicati a lui. Il primo esperimento è stato lo sfortunato X-Men Le origini: Wolverine del premio Oscar Gavin Hood.

Il film, nonostante il buon cast e un protagonista in forma, si è rivelato un pasticcio senza capo né coda, dove il carisma dell’eroe era intrappolato da una gabbia fatta di trovate narrative ridicole e idee registiche prive di originalità.

Al secondo tentativo, la Fox ha pensato bene di puntare sul tutto per tutto. Avvicinato per primo addirittura l’acclamato Darren Aronofsky (che ha declinato l’offerta per dedicarsi al suo personale kolossal biblico sul diluvio universale) e coinvolto alla fine l’onesto James Mangold (regista di Walk the Line, delizioso biopic su Johnny Cash), il film s’ispira liberamente alle avventure di Wolverine in Giappone, una delle miserie più acclamate dell’eroe (famosa anche per i disegni del maestro Frank Miller).

La pellicola si concentra dunque sulla lotta senza quartiere che il nostro Logan contro killer della Yakuza, ninja spietati e ricchi magnati, fedeli seguaci del codice dei samurai. Aiutato da due energiche donne, Wolverine dovrà vedersela, ancora una volta, non solo con questi nemici spietati ma con il proprio passato.

Continuamente perseguitato/accompagnato dal fantasma di Jean Grey, il suo amore impossibile, e tormentato dal profondo senso di colpa per la sua fine, l’eroe mette continuamente in discussione il significato del proprio status di eroe immortale e l’effetto delle conseguenze dei suoi gesti. Hugh Jackman, infatti, questa volta interpreta un uomo ferito che lotta, non per dare sfogo alla sua furia ferina, ma per sopravvivere. Solo quando la sua fuga dal dolore lo porterà ad accettare le proprie ferite e a espiare le proprie colpe potrà finalmente chiudere il conto con la sua storia e compiere, di nuovo, il proprio destino di eroe.

Anche se “appesantito” da qualche estrema e scontata sequenza action, la pellicola, grazie soprattutto alla dedizione di Jackman e alla mano di Mangold, cerca di essere qualcosa di diverso e parla di sentimenti, di emozioni disperate, dei cuori infranti e delle anime incrinate di coloro che, per noi, devono essere sempre e comunque perfetti.

Come il Batman di Nolan, questo Wolverine cinematografico è finalmente un uomo. Ed è questa l’unica strada efficace per diventare veramente immortali.

"Pain & Gain – Muscoli e denaro": il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Pain & Gain – Muscoli e denaro di Michael Bay, con Ed Harris, Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Rob Corddry, Bar Paly, Tony Shalhoub, Tony Plana, Anthony Mackie, Ken Jeong, Rebel Wilson, Peter Stormare; durata 129’, nelle sale dal 18 luglio 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Il nome Michael Bay è sinonimo di un determinato tipo di cinema. Le sue opere d’arte, infatti, sono fatte di budget enormi, esplosioni, scene a rallentatore, donne succinte e una dose estenuante d’azione sconclusionata. Non è un caso che nel suo curriculum brillino titoli come Bad Boys II, Armageddon o Pearl Harbour.

Quando il nostro regista, dopo il successo al box-office di Trasformers 3, si era detto in procinto di dedicarsi a un progetto minimal, con un budget esiguo, dalle ispirazioni tarantiniane e tratto da un articolo su un famoso fatto di cronaca, in molti hanno storto il naso, spiazzati di fronte a questo inusuale proclama d’intenti.  Si aggiunga il fatto che, dopo aver annunciato questa svolta, abbia scelto come protagonisti due attori come Mark Wahlberg e Dwayne “The Rock” Johnson (di certo non due alfieri del cinema alla Sundance Festival) e si ha ben chiara l’atmosfera di scetticismo sprezzante che circondava questa pellicola.

Ebbene, siamo contenti di dire che quello che poteva sembrare un fallimento annunciato si è rivelato invece la sorpresa più intrigante e folle della stagione cinematografica.

Ambientato nella solare Miami dei primi anni novanta, il film segue le tragicomiche peripezie criminali di una banda di stupidi culturisti alle prese con un disastroso rapimento.  Bay, per la prima volta nella sua carriera, lascia da parte la retorica spicciola e l’eroismo per concentrarsi solo sull’umorismo crudele e sulla satira feroce.

I suoi protagonisti, a differenza di tanti affascinanti anti-eroi che affollano l’immaginario collettivo di tutti, sono personaggi abietti e cretini allo stato puro. Avidi, assetati da una sete di ricchezza senza fine, i tre criminali palestrati sono il frutto peggiore di quella arrogante e amorale America reaganiana, tanto stupidamente rimpianta ancora oggi. Accecati da una concezione degenerata del sogno americano, i protagonisti sono ritratti da Bay in modo dissacrante e crudele, con un cinismo divertito che ricorda molto le opere dei fratelli Coen (Burn After Reading, su tutti).

Inoltre, dal punto di vista visivo, il regista usa con misurata intelligenza il proprio stile, piegando la propria esagerata e ingombrante estetica per il miglior risultato finale possibile.

Anche per il cast non si possono non fare i complimenti. I già citati Mark Wahlberg e Dwayne Johnson sono perfetti nei loro ruoli e il viscido Tony Shalhoub è in stato di grazia. Menzione a parte per lo splendido Ed Harris, nei panni di un ex-poliziotto in pensione, l’unico “buono” di tutto il film.

Se proprio dobbiamo trovare dei difetti, la sceneggiatura è, forse, il punto più debole del progetto, appesantita da una lunghezza eccessiva e da trucchetti narrativi noiosi (l’abuso delle voci fuori campo, ad esempio).

Sinceramente, davanti a questa estate avara di grandi film, si può chiudere un occhio.

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“Uomini di parola”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Uomini di parola di Fisher Stevens, con Al Pacino, Christopher Walken, Alan Arkin, Vanessa Ferlito, Julianna Margulies, Katheryn Winnick; durata 110’, nelle sale dall’11 luglio 2013, distribuito da Koch Media

Recensione di Luca Marchetti

Al Pacino, Christopher Walken e Alan Arkin. Tre magnifici attori tutti insieme in un solo film. E’ questo il motivo principale (e in fin dei conti, l’unico) per vedere un film come Uomini di parola (in originale Stand up guys).

La pellicola, diretta dal caratterista televisivo Fisher Stevens (premio Oscar per il documentario ecologista The Cove – La baia dove muoiono i delfini), è, infatti, un’opera crepuscolare che, appesantita da uno script confusionario, perde un'enorme occasione per dare sfogo alla follia senile e all’ottimo mestiere dei suoi tre grandissimi protagonisti. La trama è presto detta.

Val (Pacino), esce dal carcere dopo ventotto anni di detenzione. Ad accoglierlo ci sono i vecchi compari di una volta, il suo miglior amico Doc (Walken), diventato ormai un pensionato dedito alla pittura, e Hirsch (Arkin), asso del volante confinato in un ospizio. Per i tre, la prima notte di libertà di Val si trasformerà presto in un’odissea di avventure, sempre tallonati dall’implacabile rabbia di un ex boss, assetato di vendetta per un figlio morto in una rapina andata male.

Uomini di parola segue il vecchio procedimento del tutto in una notte, appoggiandosi su uno script (scritto dall’esordiente Noah Haidle) completamente basato su una serie illogica di eventi slegati l’uno dall’altro. Il lavoro cinematografico,  più che ricordare un’assurda discesa negli inferi (come avveniva nello splendido Fuori Orario di Martin Scorsese) si rivela presto uno stanco giochino di maniera, dove la bravura dei protagonisti è utilizzata in modo inconcludente, limitata da dialoghi banali e da vecchie gag degne dei peggiori cinepanettoni (tutte le scene ambientate nel bordello, ad esempio).

Eppure le possibilità di realizzare un prodotto di sostanza, un doveroso omaggio-revival sullo stile di quello fatto da Stallone per il cinema action nei suoi due I mercenari, era lì a portata di mano. Purtroppo il regista, forse per la sua scarsa esperienza (o per la mancanza di talento),  ha preferito puntare all’ordinario, mostrando più che vecchi guerrieri tornati a combattere, tre simpatici vecchietti in vacanza da una noiosa pensione.

Una simile scelta narrativa e programmatica è accettabile in un prodotto senza pretese come sarà il prossimo Last Vegas, dove divi in disarmo come Robert De Niro, Michael Douglas e Kevin Kline proveranno (e, presumibilmente, falliranno) a ricreare un senile Una notte da Leoni.

Quando però si hanno interpreti del livello di Alan Arkin (reduce dalla magnifica performance in Argo), di Christopher Walken e di Al Pacino (immenso come sempre, specie se accompagnato dalla voce di Giancarlo Giannini) è normale aspettarsi altri risultati artistici e altre riflessioni cinematografiche.

In questo caso, invece, tutto è gettato alla rinfusa e, soprattutto nel finale, preso a forza da un qualsiasi film di Van Damme o Steven Seagal, lo spazio filmico è occupato più dall’invadente canzone originale di Bon Jovi che dalle interpretazioni dei protagonisti in scena.

Tutto questo discorso sembra essere una scusa per non ammettere che anche per i più grandi e per i miti personali arriva il momento di mettersi da parte, anche perché non ci sono più pellicole come Il cacciatore e Il padrino all’orizzonte.  Forse.

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”To the Wonder”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

To the Wonder di Terrence Malick, con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline; durata 112’, nelle sale dal 4 Luglio 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Verso l’infinito. E’ questa, ormai, la direzione che la poetica di Terrence Malick ha intrapreso dopo una lunga carriera fatta di tanti silenzi, tante attese e tanti ritardi.

Sbloccatosi dopo la riuscita gloriosa di The Tree of Life (Palma d’oro nel 2010), opera immaginifica nel suo fondere l’infinitamente grande della storia universale con l’infinitesimamente piccolo della vita di una comune famiglia della working class americana, l’autore continua a ragionare sulle emozioni e sui sentimenti, scegliendo come oggetto di riflessione parte della propria biografia.

Come il precedente, in cui venivano rielaborati il suicidio di un fratello e l’infanzia difficile accanto ad un padre autoritario e ingombrante con i suoi sogni infranti (interpretato da un immenso Brad Pitt), in questo To the Wonder, Malick ritorna sulle proprie esperienze europee (periodo che ha generato speculazioni e molte leggende metropolitane), su una vecchia e mai dimenticata relazione e, soprattutto, sul suo difficile modo di vivere l’Amore.

La trama, difficile da seguire per la sua completa mancanza di linearità, si concentra sulla nascita e sulla morte del rapporto tra un Lui (Ben Affleck, tanto grande come regista quanto mediocre come interprete) e una Lei (una sorprendente Olga Kurylenko). Cercando di intercettare le traiettorie partite dalla deflagrazione di questo sentimento, Malick sembra quasi perdersi, indeciso se rivelarsi dietro il proprio alter-ego (indicativa la fretta con cui glissa sulla relazione tra Affleck e Rachel McAdams, interprete di un ruolo che dovrebbe ispirarsi alla moglie attuale del regista) o estraniarsi nell'elogio del puro sentimento e della passione della protagonista francese, straniera in un paese e in una famiglia che hanno lentamente perso di significato ai suoi occhi.

In questa esitazione, la prima della sua carriera, si rivela il limite di una pellicola che per seguire l’alto inciampa e si perde nella retorica presuntuosa e in un manierismo fastidioso.

L’autore, come suo solito, gonfia la vicenda di concetti filosofici che, questa volta, colpiti da un’incomunicabilità quasi autistica e da un montaggio spietato (arma con cui è solito stravolgere personaggi e cancellare interpreti famosi), girano a vuoto. Ne è un esempio il sacerdote in crisi di fede con il volto di Javier Bardem, protagonista di una sotto-trama potenzialmente profonda e coinvolgente ma approssimativa e poco sviluppata nella sua evoluzione.

Il regista, dunque, più che un film realizza una sorta di trattato accademico ma, schiacciato da un argomento talmente “instabile” come l’Amore, si ritrova a costatare la limitatezza della propria filosofia solo apparentemente istintiva.

E’ vero che gli amanti ciechi di Malick sapranno consolarsi con i numerosi momenti commoventi, con la voice-over persa in ipnotici soliloqui e con l’incredibile fotografia realizzata da quel grande artista che è Emmanuel Lubezki.  Gli altri, la maggior parte, però non potranno che dispiacersi di fronte a quella che poteva essere un’opera d’arte emozionante e che, invece, finisce per essere una pellicola cinematografica visivamente perfetta ma fredda e complicata nel suo cuore.

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