09. 07. 2020 Ultimo Aggiornamento 08. 07. 2020

“Rush”: un grande film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Rush - di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino; durata 123’, nelle sale dal 19 settembre 2013, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Quel maledetto campionato del 1976 è stato una delle pagine più emozionanti della storia recente della Formula 1.

Ancora oggi i padri raccontano ai propri figli le gesta del bellissimo James Hunt, sempre pronto ad affrontare la morte con il suo sorriso strafottente, dell’imbattibile Niki Lauda, capace di capire l’anima di una macchina solo appoggiandosi sul sedile, e di tutti quei piloti folli ed eroici che, da moderni gladiatori, accettavano di scendere in pista e di giocarsi ogni volta la vita a cavallo delle loro monoposto, solo per soddisfare la sete del pubblico pagante.

E’ in questo mondo veloce e incosciente che si svolge Rush, l’ultima imperdibile creatura del regista Ron Howard. Scritto da Peter Morgan, uno dei migliori sceneggiatori di Hollywood, la pellicola è l’ennesima dimostrazione delle sue indubbie capacità di afferrare la cronaca e di piegarla con successo alle esigenze del cinema mainstream. Si recuperino i suoi The Queen, Frost/Nixon o Il maledetto United, opere ispirate a fatti reali e diventate, sotto le sue mani, pellicole piene di tensioni narrative con tragici personaggi.

In quest’occasione, Morgan ha avuto la fortuna di affidare (di nuovo) la propria storia a Ron Howard, un regista spesso sottovalutato ma l'unico in grado di rendere Rush una perfetta macchina di puro intrattenimento, senza però tradire il cuore dell’opera. Il film è, infatti, allo stesso tempo, una spettacolare pellicola sulle corse automobilistiche e un coinvolgente dramma sulla rivalità viscerale di due (anti) eroi.

Parlando della spettacolarizzazione, Howard è stato intelligente a ispirarsi non solo ai pochi precedenti di fiction del genere (in questi giorni è riapparso addirittura Gran Prix di John Frankenheimer), ma soprattutto allo splendido documentario Senna di Asif Kapadia, celebrato lavoro sul leggendario pilota brasiliano.

Le scene delle corse, pur con poco minutaggio a disposizione (parliamo di una ventina di minuti su due ore di film complessive) lasciano, infatti, senza parole. Howard, nonostante il budget contenuto, sa bene come usare la cinepresa e, aiutato da un montaggio eccellente, gestisce le scene su pista con grande efficacia. Specie nel racconto senza sosta dei GP di quel fatidico campionato, il film si trasforma in una velocissima vettura alla quale è un piacere stare dietro.
Dal punto di vista drammaturgico, invece, il regista ha il merito di aver puntato su due giovani attori capaci di affrontare il copione di Morgan e i loro mitici personaggi con abnegazione.

Oltre all’impressionante somiglianza, Chris Hemsworth e Daniel Bruhl rendono i loro James Hunt e Niki Lauda due personaggi maiuscoli, tragici e grandiosi nella loro storia sportiva e nella loro accesa rivalità. Entrambi imperfetti, vulnerabili e odiosi, sono cosi umani con i loro difetti che è impossibile non simpatizzare con loro. Talmente diversi, uno arrogante e geniale, l’altro saccente e imbattibile, sono alla fine speculari come facce della stessa medaglia.

Al di là dello spettacolo visivo, dei dettagli perfetti e della fedeltà storica (gli anni settanta sono resi alla perfezione anche per l’ottima fotografia vintage di Anthony Dod Mantle) è proprio sul legame dei due protagonisti, su quella rivalità nata come odio viscerale e diventata alla fine una profonda stima, quasi affettuosa, che il film trova la sua vittoria.

Hemsworth e Bruhl sono perfetti ed entrambi regalano due interpretazioni fenomenali (come i loro rispettivi personaggi la prima istintiva e passionale, la seconda misurata e preparata con dedizione) che è quasi impossibile scegliere. Aggiungiamo il “quasi” perché, da italiani, ammettiamo che, anche per la qualità della recitazione, la battaglia di Lauda contro la morte e il suo emozionante ritorno in pista ci ha strappato più di una lacrima.

In conclusione, cogliamo l’occasione anche per ricordare il breve ma significativo cammeo di Pierfrancesco Favino nei panni del compianto Clay Ragazzoni. E’ stato davvero commovente ricordare, attraverso uno dei nostri migliori attori, un grande pilota e uomo spesso dimenticato.

La 70^ Mostra del Cinema, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti, ha chiuso i battenti

dall'inviato Luca Marchetti

La 70^ Mostra del Cinema di Venezia si è ormai conclusa. Quest’anno siamo stati testimoni di un’edizione particolare, altalenante, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti. L’affluenza è stata massiccia (per colpa della gran folla siamo rimasti fuori da molte proiezioni importanti) e l’organizzazione del festival, in alcune occasioni, non ha brillato per elasticità e lungimiranza.

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“Wolverine - L’immortale”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Wolverine - L’immortale di James Mangold, con Hugh Jackman, Brian Tee, Hiroyuki Sanada, Hal Yamanouchi, Will Yun Lee, Rila Fukushima, Tao Okamoto; durata 126’, nelle sale dal 25 luglio 2013, distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Wolverine, al secolo John “Logan” Howlett, dovrebbe essere considerato, più che un semplice personaggio dei fumetti, una vera e propria icona. Creato nel 1974 da Len Wein e Herb Trimpe, sin dalle sue prime apparizioni è subito diventato uno degli eroi preferiti dei lettori. Segnato dalla propria rabbia cieca e dai segni di un passato misterioso, il nostro è forse l’ (anti)eroe  più ambiguo dell’universo Marvel.

Ad accrescere la sua fama è intervenuta anche l’interpretazione cinematografica dell’australiano Hugh Jackman, che sin dal primo episodio della saga di X Men (2000, diretto da Bryan Singer) si è dimostrato il volto e il corpo perfetto per il personaggio.

Per anni si è cercato di cavalcare, anche economicamente, il binomio esplosivo interprete-ruolo con sequel e soprattutto spin-off interamente dedicati a lui. Il primo esperimento è stato lo sfortunato X-Men Le origini: Wolverine del premio Oscar Gavin Hood.

Il film, nonostante il buon cast e un protagonista in forma, si è rivelato un pasticcio senza capo né coda, dove il carisma dell’eroe era intrappolato da una gabbia fatta di trovate narrative ridicole e idee registiche prive di originalità.

Al secondo tentativo, la Fox ha pensato bene di puntare sul tutto per tutto. Avvicinato per primo addirittura l’acclamato Darren Aronofsky (che ha declinato l’offerta per dedicarsi al suo personale kolossal biblico sul diluvio universale) e coinvolto alla fine l’onesto James Mangold (regista di Walk the Line, delizioso biopic su Johnny Cash), il film s’ispira liberamente alle avventure di Wolverine in Giappone, una delle miserie più acclamate dell’eroe (famosa anche per i disegni del maestro Frank Miller).

La pellicola si concentra dunque sulla lotta senza quartiere che il nostro Logan contro killer della Yakuza, ninja spietati e ricchi magnati, fedeli seguaci del codice dei samurai. Aiutato da due energiche donne, Wolverine dovrà vedersela, ancora una volta, non solo con questi nemici spietati ma con il proprio passato.

Continuamente perseguitato/accompagnato dal fantasma di Jean Grey, il suo amore impossibile, e tormentato dal profondo senso di colpa per la sua fine, l’eroe mette continuamente in discussione il significato del proprio status di eroe immortale e l’effetto delle conseguenze dei suoi gesti. Hugh Jackman, infatti, questa volta interpreta un uomo ferito che lotta, non per dare sfogo alla sua furia ferina, ma per sopravvivere. Solo quando la sua fuga dal dolore lo porterà ad accettare le proprie ferite e a espiare le proprie colpe potrà finalmente chiudere il conto con la sua storia e compiere, di nuovo, il proprio destino di eroe.

Anche se “appesantito” da qualche estrema e scontata sequenza action, la pellicola, grazie soprattutto alla dedizione di Jackman e alla mano di Mangold, cerca di essere qualcosa di diverso e parla di sentimenti, di emozioni disperate, dei cuori infranti e delle anime incrinate di coloro che, per noi, devono essere sempre e comunque perfetti.

Come il Batman di Nolan, questo Wolverine cinematografico è finalmente un uomo. Ed è questa l’unica strada efficace per diventare veramente immortali.

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