28. 05. 2020 Ultimo Aggiornamento 27. 05. 2020

”Holy Motors”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

"Holy Motors" di Leos Carax, con Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau, durata 110’, nelle sale dal 6 giugno 2013, distribuito da Movies Ispired

Recensione di Luca Marchetti

Nanni Moretti, anni fa, per stroncare un misterioso capolavoro del cinema italiano (leggenda narra si tratti di C’era una volta l’America di Sergio Leone) disse che in molte occasioni è doveroso ricorrere alla semplicità. Sentite queste parole non dobbiamo sorprenderci se l’anno scorso, al festival di Cannes, la giuria presieduta dal regista di Ecce Bombo ha pensato bene di ignorare completamente un film come Holy Motors di Leos Carax.

Dell’opera cinematografica del regista francese, infatti, si può dire qualsiasi cosa, tranne che sia una storia semplice. Immaginiamo, divertiti, cosa abbia pensato Moretti dopo aver visto questo folle mosaico di cinema e aver constatato, forse con fastidio, il grandissimo apprezzamento che il film suscitò nella critica e nel pubblico della Croisette.

Fin dai primi momenti, con un prologo in una sala cinematografica funerea dove irrompe lo stesso regista con un pigiama improbabile, si capisce che quello che si sta per intraprendere sarà un tour de force estenuante e entusiasmante nella follia e nell’arte del regista più “borderline” del cinema d’Oltralpe.

Dopo dodici anni di silenzio artistico (eccetto la regia di un episodio nel film collettivo Tokyo!), segnato da progetti arenati e disgrazie personali (la morte della compagna Yekaterina Golubeva), Carax torna con un’anti-pellicola dove più che seguire una trama lineare si mettono insieme tantissime citazioni, metafore e riflessioni filosofiche, senza mai sentire il desiderio di spiegare alcunché al proprio pubblico.

Lo spettatore inerme, dunque, è investito da un flusso di coscienza visivo in cui, come in un puzzle, sono affiancati alcuni frammenti intrisi di poesia altissima e di liricità emotiva, girati anche con un realismo sorprendente (pensiamo alla discussione in macchina tra il padre e la figlia) ed altri, invece, fatti di pura irrealtà, nei quali appare anche Monsieur Merde, feroce essere immondo ed eroe caraxiano, sanamente distruttivo con la sua forza ferina.

Questa giornata di straordinaria pazzia non poteva realizzarsi con tali risultati disturbanti se il regista non avesse avuto un complice all’altezza della situazione.  L’attore Denis Lavant, sodale e feticcio di Carax, è il secondo padre di Holy Motors, incredibile per la sua capacità di cambiare abiti e volti per interpretare uno, nessuno e centomila personaggi, sempre con la stessa dedizione e professionalità, arrivando a commuovere persino nei risvolti più paradossali e respingenti. La sua enorme bravura d’attore sottovalutato esplode qui in tutta la sua forza e mette in ombra i pochi, convincenti, compagni di scena (Michel Piccoli, Kyle Minogue e la bellissima Eva Mendes).

Discorso diverso va fatto per Edith Scob, l’autista della limousine-camerino di Lavant, che, anche solo per i pochi attimi a disposizione, tiene fieramente testa al mattatore.

Detto ciò, riconosciamo che Holy Motors ha tutte le carte in regola anche per essere recepito come un film presuntuoso o, addirittura, irritante.  Con un’opera cosi il confine tra sublime e terribile è labile e indefinito.

Credeteci, però, vale la pena di accorrere nelle (poche) sale che finalmente lo proiettano solamente per scoprire l’effetto che vi fa.

“Solo Dio Perdona – Only God Forgives”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Solo Dio perdona – Only God Forgives di Nicolas Winding Refn , con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit , durata  90’, nelle sale dal 30 maggio 2013 distribution da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Nel 2010 molti rimasero fulminati dopo la visione di Drive, primo film “hollywoodiano” del talentuoso regista danese Nicolas Winding Refn. Il giovane autore, infatti, veniva da una carriera ricca di film estremamente coraggiosi (in particolare dal punto di vista registico) ma assai ostici per un vasto pubblico internazionale.

Insomma, una ricetta perfetta per diventare il pupillo di una nicchia ristretta di cinefili integralisti. Fu uno shock positivo, quindi, scoprire che il creatore di gioielli indigesti come Bronson e Vahalla Rising potesse destreggiarsi con grande efficacia in un contesto mainstream, facendo convivere la propria natura di artista indipendente e l’esigenza alla commerciabilità in una sola pellicola.

Drive, dunque, sin dalla prima visione, si rivelava un film sconvolgente, dove violenza e amore si fondevano in un’unica, riuscita, opera d’arte. Con aspettative così, era naturale che tutti noi aspettassimo Refn al varco della nuova opera, eccitati dalla collaborazione con la sua “musa” Ryan Gosling e da una strategia pubblicitaria che prometteva fuochi d’artificio emotivi.

Ebbene, con profonda tristezza, dobbiamo annunciare che questo Solo Dio Comanda è, invece, un’atroce delusione. Sia chiaro, non stiamo parlando di un tradimento ideologico. La pellicola, infatti, pur con i suoi evidenti limiti, è assolutamente coerente con tutti i lavori del regista pre-exploit di Drive.

Anche in questo, come nei precedenti film, infatti, più che alla narrazione fluida e alle interpretazioni degli attori, ottimi, coinvolti, Refn punta al manierismo visivo, all’eccellente esasperazione fotografica e all’integralismo cromatico, tutti dogmi utili solo per mettere in scena una serie disordinata di metafore confuse e simbolismi approssimativi. Dove sono finite la poesia estrema e l’adrenalina mozzafiato di tre anni fa? Purtroppo non riusciamo a trovare nessuna risposta, forse ancora intontiti dalla noia e dalla supponenza di questi infiniti novanta minuti di pellicola (non a caso accolto da rumorosi fischi all’ultimo festival di Cannes).

La prima sensazione, una volta visto Solo Dio Comanda, è quella che Refn faccia tutto ciò con un’attenta cognizione di causa. Se ci permettete un audace paragone politico, sembra quasi che l’autore danese, un po’ come Beppe Grillo, forse terrorizzato da un successo troppo ecumenico, voglia fare di tutto per respingere il proprio pubblico più “moderato” e mantenere vicino a sé solo i seguaci più fedeli e radicali. Questa è, sinceramente, l’unica soluzione sensata che abbiamo trovato, altrimenti non si spiega la folle determinazione di tornare al proprio passato.

Non dimentichiamo, poi, il crimine di non sfruttare attori magnifici come Ryan Gosling e Kristin Scott Thomas, perfetti nei loro ruoli, ma lasciati a se stessi per tutta la durata del film (non citiamo i terribili scambi di battute cui sono costretti). L’unica nota lieta è la scoperta dello sconosciuto attore thailandese Vithaya Pansringarm, dalla presenza scenica indimenticabile. Purtroppo questa è veramente una piccola e inaccettabile consolazione.

Non resta che aspettare la prossima avventura di Refn per capire dove voglia portare la propria carriera. E se ancora vale la pena seguirlo su quella strada.

“La grande bellezza”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La grande bellezza di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti, Serena Grandi, Luca Marinelli, Massimo Popolizio, Giorgia Ferrero, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Galatea Ranzi , durata 142’, nelle sale dal 21 maggio 2013, distribuito da Medusa

Recensione di Luca Marchetti

Proprio mentre stiamo scrivendo, a Cannes la giuria presieduta da Steven Spielberg sta consegnando i premi della 66°edizione del Festival del Cinema, ignorando completamente, nonostante fosse uno dei più quotati alla vigilia, La grande bellezza, l’ultima fatica di Paolo Sorrentino.

Questo risultato farà contenti i molti giornalisti italiani, Dagospia più di tutti, che hanno da subito criticato aspramente la pellicola, ma non possiamo non considerarlo un duro colpo per il Cinema Italiano.

La grande bellezza, infatti, con i suoi limiti e i suoi pregi, è quel genere di film, coraggioso, che raramente si produce in Italia, un’opera con una forza tale che lo spettatore volente o nolente non può rimanere indifferente.

Sorrentino, sin dal suo incredibile esordio con L’uomo in più (pellicola da recuperare e rivalutare), ha messo in chiaro la sua volontà di non limitarsi mai alla scelta più banale, all’inquadratura meno sensazionale. Chiamatela arroganza o superbia (nelle tragedie greche si chiamava hybris ed era punita con la morte) ma è stato questo lo stimolo che ha permesso al regista napoletano di mettere in scena operazioni sempre più ambiziose, per temi, concetti e movimenti di cinepresa.

Sorrentino è arrivato cosi, con nonchalance, a raccontare la vita di Andreotti, a  confrontarsi da pari a pari con il cinema americano e, questa volta, a girare un film che racchiudesse l’anima della Città Eterna.  Già dalla anteprima del film si è partiti con il gioco dei paragoni, citando a sproposito Fellini, Flaiano, Bunuel, Celine e Malick, facendo finta di non capire che La grande bellezza è qualcosa di diverso.

Sorrentino, nel riprendere Roma in tutta la sua opulenta bellezza, non vuole fare un ritrattino moraleggiante sulla grandezza perduta della caput mundi, piuttosto il suo obiettivo è di arrivare al cuore di una città, e di una nazione intera, e di scoprirlo irrimediabilmente vuoto.  La sua Roma del centro storico crepuscolare, delle feste sfrenate sugli attici vista Colosseo, dei trenini a ritmo di salsa che non portano da nessuna parte, non pretende mai di essere una testimonianza da documentario ma è, invece, il simbolo definitivo dei nostri tristi tempi.

A guidarci in questo mondo disumano, il regista chiama un cicerone speciale, Jep Gambardella, scrittore dall’immenso talento sprecato, con il quale giriamo nelle notti malate capitoline. Figlio prediletto, anche se adottivo, di questa laida Mamma Roma, Jep non smetterà mai di ballare, nemmeno di fronte all’uscita di scena dei suoi cari (due simboli di romanità come Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, perfetti nei loro piccoli ruoli), entrambi sconfitti in un gioco che non prevede altro che la vacuità. E’ proprio per questo che il nostro eroe, interpretato da un Toni Servillo incredibile come sempre, pur con tutti i suoi dubbi e tutti i suoi anni, decide di rimanere il re di questa corte dei miracoli.

Convivendo per sempre con quei ricordi di un’innocenza giovanile, o forse di un’altra possibilità di vita, che rimarranno ormai malinconiche ferite passate in un presente fatto di nulla che non porterà ad alcun futuro.

Paolo Sorrentino, in tanto disperato ritratto non è esente dal compiere errori. I difetti sono evidenti come gli effetti speciali oggettivamente brutti, la lunghezza eccessiva (ci sono quasi venti minuti di troppo) e diverse scelte narrative pleonastiche.

Come si dice, però, solo chi si mette in gioco sbaglia. E allora ben vengano registi con questo talento, con questi errori, con questo coraggio e con questa presunzione, che non li fanno mai accontentare della banalità.

“Il grande Gatsby”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande Gatsby di Baz Luhrman, con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Isla Fisher, Joel Edgerton, Gemma Ward, Callan McAuliffe, Amitabh Bachchan, Jason Clarke, Jack Thompson, Elizabeth Debicki , durata  144, nelle sale dal 16 maggio 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

La scelta di affrontare Il grande Gatsby, uno dei più grandi romanzi della storia, oltre che la chiave di volta della letteratura americana del novecento, era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Invece il regista Baz Luhrmann, famoso per il suo cinema sensazionalista e dalla concezione ultra-pop, non si è tirato indietro, neanche dopo lo scottante fallimento (più che altro economico) del suo personalissimo Australia.

Il romanzo di Fitzgerald ha fatto già diverse vittime sulla strada dell’adattamento filmico (non si può non citare quella versione sceneggiata da Francis Ford Coppola e ricordata solo per i suoi bellissimi protagonisti Robert Redford e Mia Farrow), dunque le aspettative per quest’ultimo, nuovo, tentativo erano giustamente altissime.

Il grande Gatsby, infatti, con il suo leggendario protagonista, è un’opera, per la sua forza, impossibile da catturare per qualsiasi macchina da presa. Se poi si aggiunge il fatto che l’obiettivo finale del regista è quello di realizzare, non un film filologico, ma un opulento blockbuster destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, ecco che la riuscita dell’operazione diventa quasi inconcepibile.

Luhrmann, furbamente, decide di asciugare il materiale iniziale e di concentrarsi solo sul suo nucleo universale, quello più facile da trasmettere emotivamente. Il lavoro del regista australiano, proprio nel suo limitarsi, funziona e, accantonati tutti i messaggi concettuali del testo originale, diventa il racconto della vita di un eroe romantico, disposto a tutto pur di seguire il suo sogno d’amore.

Il regista, cosi facendo, oltre a rendere più abbordabile la storia (pur nella sua innegabile bellezza il romanzo originale non è certo dotato d’immediatezza), non tradisce il senso ultimo del lavoro di Fitzgerald e, inoltre, dà completo sfogo alla sua vena visionaria. Egli, infatti, mette a servizio di Gatsby tutta la sua indiscussa capacità di “organizzare feste” sfarzose e riempie gli occhi di stupore grazie ad un’eccellenza tecnica unica, come i meravigliosi costumi di Miuccia Prada e una colonna sonora un po’ hip-hop, un po’ indie-pop, che coinvolge ancora di più nella tragedia umana del nostro eroe (sfidiamo chiunque a risentire, dopo il film, le canzoni dei The xx o dei Florence + The Machine, senza emozionarsi).

Luhrmann, in più, immedesimandosi in quel grande costruttore di visioni che è Gatsby, con la sua eccessiva (per i detrattori, cafona) messa in scena, centra di nuovo, dopo la belle époque di Moulin Rouge, la fotografia dello spirito di un’epoca, riportando davanti al suo pubblico l’irrazionalità di quei ruggenti anni venti, presto uccisi dalla disperazione della Grande Depressione e della seconda guerra mondiale.

Le uniche note stonate, chiamiamole così, appartengono al cast, dove ottimi attori (sulla carta, tutte scelte perfette), come Carey Mulligan e Joel Edgerton, sono impacciati dentro personaggi forse ancora troppo complessi per loro. Stesso discorso va fatto anche per Tobey Maguire, il narratore attraverso il quale viviamo tutta la storia che, mantenendo quel candore ingenuo iniziale, alla fine non convince mai del tutto. A loro discolpa va ammesso, però, che è assai difficile competere in bravura quando si è costretti a dividere la scena con un protagonista luminoso com’è il Jay Gatsby di Leonardo Di Caprio.

La carriera dell’attore degli ultimi anni è segnata da ruoli gestiti alla perfezione e, anche in questo caso, Di Caprio si prende sulle spalle un personaggio difficilissimo, trasmettendone in modo impeccabile tutta la fede incrollabile verso l’amore, tutta la sua indistruttibile speranza e tutta la sua ingenua e commovente fiducia nei propri sogni irrealizzabili.

Quasi sicuramente non sarà neanche questa la volta buona per l’attore di ottenere il meritato Oscar, ma se la sua spasmodica ricerca di questo riconoscimento dà sempre questi risultati, allora speriamo che lo ottenga il più tardi possibile.

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“Bellas Mariposas”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, con Sara Podda, Maya Mulas, Micaela Ramazzotti, Davide Todde, Luciano Curreli, Marina Loi, Rosalba Piras, Simone Paris, Anna Karina Dyatlyk, durata 100’, nelle sale dal 9 maggio 2013

Recensione di Luca Marchetti

Finalmente, dopo otto mesi dalla presentazione all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (dove era in programma nella sezione Orizzonti), è arrivato nelle sale italiane Bellas Mariposas, l’ultima pellicola del regista sardo Salvatore Mereu (suo il meraviglioso Sonetaula).

Distribuito solo grazie all’impegno estremo del suo stesso autore (il fatto che sia stato il regista a dover intervenire personalmente per commerciare la propria opera dovrebbe dare il metro della condizione generale della nostra industria cinematografica), Bellas Mariposas è l’ultima fatica di uno dei cineasti più interessanti e indipendenti del panorama italiano, distinguibile soprattutto grazie alla sua sensibilità visiva e al suo un impegno artistico unico.

Il film, come i suoi precedenti, è ambientato in una Sardegna inedita, lontana anni luce dalle spiagge di sabbia rosa e dalle coste smeraldo che una certa deriva culturale, e una facile approssimazione intellettuale, ci ha costretto spesso a visualizzare. Questa volta, infatti, siamo nella periferia degradata di una Cagliari cattiva, in un non-luogo che tanto ricorda i palazzoni asettici dello Zen di E’ stato il figlio di Daniele Ciprì o i labirinti di Scampia della Gomorra di Matteo Garrone.

Questo palcoscenico di cemento “nasconde” un mondo particolare, dimenticato dal centro storico opulento ed egoista, dove la giovanissima Caterina, insieme all’inseparabile amica Luna, (interpretate dalle esordienti Sara Podda e Maya Mulas) ci fanno da Virgilio per questa esclusiva giornata all’inferno. Mereu non punta al patetismo buonista del cosiddetto cinema di denuncia, adatto a sconvolgere la coscienza ipocrita di chi, lontano chilometri, è ben contento di non essere coinvolto personalmente.

Il regista, pur sentendo emotivamente una forte unione empatica con i suoi protagonisti, non desidera fare alcuna morale, piuttosto vuole solo fotografare, in tutta la sua immediata e diretta atrocità, un contesto sociale "assurdo", dove si articolano le vite violente di tanti adolescenti, schiacciati tra adulti deplorevoli (la figura del padre maniaco ne è un esempio) e una predestinazione quasi antropologica che ne segna il destino. Segnati tutti, poi, da un rapporto invasivo con il sesso (tirato in ballo continuamente), che li costringe sempre a essere “grandi” molto prima del tempo.

Mereu, in questo progetto, mette evidentemente tutto se stesso. Il risultato finale è un lavoro genuinamente disturbante, dove gli sporadici peccati di presunzione sono bilanciati da una sincerità disarmante.

Le gag fuori luogo e senza senso e il pur affascinante epilogo magico (il cammeo finale di Micaela Ramazzotti è straordinario), infatti, anche se mal si conciliano con la spietatezza del resto del film, sono facilmente perdonabili.

Bellas Mariposas, pur con i suoi evidenti limiti, segna, comunque, un episodio importantissimo e stra-ordinario in un panorama intellettuale dove il coraggio delle idee è sempre più raro. Un’operazione audace, che al di là dei suoi meriti artistici effettivi, merita di essere supportata con forza dal pubblico.

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