20. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 19. 10. 2020

“Questione di tempo”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Questione di tempo di Richard Curtis, con Rachel McAdams, Domhnall Gleeson, Bill Nighy, Tom Hollander, Lee Asquith-Coe, Margot Robbie, Lindsay Duncan, Paul Blackwell, Rowena Diamond, Nichola Fynn, Paige Segal; durata 123’, nelle sale dal 7 novembre 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Richard Curtis, autore chiave della nuova commedia romantica british (suoi gli script di Notting Hill, Quattro matrimoni e un funerale e Il diario di Bridget Jones) e pilastro della tv umoristica inglese (insieme al comico Rowan Atkinson è stato artefice dei successi Mr. Bean e Blackadder), si conferma con questa nuova regia uno dei cineasti più sinceri e capaci del suo genere.

Questione di tempo (ottima traduzione dell’originale About Time) segna, purtroppo, l’addio alle scene del suo autore, deciso a prendere altre strade e dedicarsi a nuovi progetti, ed è, a tutti gli effetti, il miglior modo possibile per salutare il mondo del Cinema.

Opera commovente, fresca, divertita e orgogliosamente naif (l’espediente fantascientifico che è il motore della storia ne è l’esempio maggiore), il film di Curtis è una di quelle pellicole che riconcilia con il mondo per la quantità di sentimenti genuini che mette dentro. E’, infatti, impossibile rimanere indifferenti di fronte alle “avventure” ordinarie di Tim (uno splendido e misurato Domhnall Gleeson), capace di viaggiare nei ricordi della propria esistenza, sempre in cerca della donna e della vita perfetta.

Il nostro eroe (e noi, spettatori, insieme con lui) compie questo viaggio di formazione che, oltre a conquistare il cuore della bella Mary (Rachel McAdams perfetta nella parte), lo farà diventare alla fine un uomo giusto, capace di apprezzare, dopo molti tentativi alla ricerca della “cosa migliore da fare”, la bellezza della sua esistenza comune, momenti tragici compresi.

Questione di tempo, pur nella sua flebile natura fantasy, è, infatti, un commovente omaggio all’ordinarietà.

Tim, con il suo dono eccezionale, non cerca ricchezze e fortune, rifugge le avventure straordinarie. I suoi agognati traguardi sono il matrimonio con la donna che ama, la nascita dei suoi figli, la felicità dei propri familiari, il commiato sereno dai genitori.

Curtis, con rara grazia, parla di Vita e Morte con una serenità commovente, riuscendo con la sua cinepresa a catturare la felicità e la tristezza dei suoi protagonisti, che diventano, per tutti noi, persone care, quasi di famiglia.

Il regista-sceneggiatore, attraverso una struttura narrativa solida e una scrittura intelligente, ci regala grandi momenti (il matrimonio sulle note de Il mondo di Jimmy Fontana, mai commovente come in quest’occasione) e personaggi memorabili come il drammaturgo scorbutico di Tom Hollander o il meraviglioso e saggio papà di Bill Nighy, facendoci già sentire la sua mancanza.

In attesa di soffrire per il suo addio alle scene, dunque, non ci resta che goderci questo piccolo film dal cuore immenso.

“Miss Violence”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Miss Violence di Alexandros Avranas, con Themis Panou, Kostas Antalopoulos, Eleni Roussinou; durata 98’, nelle sale dal 31 ottobre 2013, distribuito da Eyemoon Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Uscendo dal cinema si sente l’esigenza di fare una doccia, ci dovrebbero essere decine di docce nella hall per gli spettatori…” Con queste parole, alcuni anni fa, il regista Nanni Moretti ricordava la sua esperienza con il (brutto) film di Alan Parker Angel Heart – Ascensore per l’inferno.

Citiamo questa divertente iperbole del regista di Sogni d’oro perché la sensazione, quasi fisica, che abbiamo provato di fronte a Miss Violence, Leone d’argento alla miglior regia all’ultimo Festival di Venezia, non è stata troppo dissimile.

Il film di Alexandros Avranas, qui alla sua seconda regia, infatti, è un’opera orgogliosa della propria natura morbosa, fiera di suscitare nei suoi spettatori disgusto e disapprovazione.

Riprendendo il discorso del cinema greco contemporaneo sulla crisi delle istituzioni e sulla morte della società, Avranas si rifà spudoratamente alle opere del suo collega Giorgios Lanthimos e al suo sconosciuto capolavoro Dogtooth (film da recuperare assolutamente). Come in quella pellicola, in Miss Violence, si entra dentro ad una famiglia disfunzionale, crudele, dove sotto l’apparenza del quadro perfetto pulsa una mostruosa e impronunciabile verità.

Il film di Avranas si apre appunto con il suicidio improvviso di una ragazzina e, lentamente, entra nel profondo delle dinamiche (non subito facili da intuire) della sua famiglia “perfetta” fino al tragico, deflagrante, finale.

Miss Violence, sin dalle sue prime immagini, è quindi un’opera disperata. A differenza, però, del film di Lanthimos, dove si puntava più a mantenere (anche a scapito della linearità della trama) lo spirito non conciliatorio, senza mai indugiare sull’effettaccio, la pellicola di Avranas sembra sempre cercare il dettaglio più irritante, la trovata narrativa più fastidiosa.  L’unico obiettivo del regista sembra essere quello di sfinire il proprio pubblico, esagerando fino all’intollerabile, e di torturare psicologicamente i propri attori, bravissimi nell’affrontare stoicamente e con dignità questo tour de force. Confondere questa voglia, quasi compiaciuta, di disturbare tutti con una metafora “seriosa” per lo spaccato sui generis di una società greca alla deriva (per intenderci, la stessa operazione fatta dall’horror A Serbian film con la Serbia di oggi) sarebbe un errore imperdonabile. Cadendo in questa trappola si accetta l’idea che possa esistere un Cinema che odia i propri personaggi e si mette sadicamente contro il proprio pubblico.

Per chi scrive, questo è inaccettabile e deve essere combattuto con forza. Il primo passo è vedere Miss Violence e considerarlo per quello che è.

“Il quinto potere”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il quinto potere di Bill Condon, con Benedict Cumberbatch, Carice van Houten, Daniel Bruehl, Stanley Tucci, Alicia Vikander, Dan Stevens, Anthony Mackie, Peter Capaldi, David Thewlis, Laura Linney, Moritz Bleibtreu, Jamie Blackley, Hera Hilmar, Michael Jibson; durata 124’, nelle sale dal 24 ottobre 2013 distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Era un’operazione difficile, forse quasi impossibile, quella di annoiare a morte il proprio pubblico con un film incentrato sul caso Wikileaks e sul suo fondatore, il guru Julian Assange. Purtroppo per noi il regista Bill Condon (buon professionista, già dietro gli interessanti Kinsey e Demoni e Dei), è riuscito in quest’ardua missione.

Il quinto potere (traduzione furba del più sensato The Fifth Estate) è, ahinoi, una pellicola noiosa con uno script colpevolmente banale, perso dietro meccanismi troppo difficili da seguire e scelte narrative inoffensive.

Se si vuole fare un paragone, in realtà ingiusto, con The Social Network (l’evidente riferimento cinematografico degli autori) non si può che trovare Il quinto potere un’opera inadeguata. Certo, non è colpa del regista e dello sceneggiatore non avere il talento e il genio di David Fincher e Aaron Sorkin, ma con un materiale di partenza cosi esplosivo, e soprattutto con un anti-eroe dalle potenzialità cinematografiche illimitate come Assange, era doveroso aspettarsi di più.

Messa da parte una regia non esaltante, appesantita da trovate visive talmente ingenue da suscitare anche simpatia (la rappresentazione della Rete, ad esempio), bisogna concentrarsi sul ben più grave lavoro fatto con lo script.

Lo sceneggiatore John Singer, scegliendo di appiattirsi alla versione del “traditore” Daniel Berg (il collaboratore pentito), dalle cui memorie è ispirato il film, abbraccia un punto di vista manicheo, che rende tutta la storia prevedibilmente didascalica. Ciò porta non solo alla costruzione di personaggi superficiali come il Berg di Daniel Bruhl (reduce dalla performance ben più esaltante di Rush) ma anche a imbarcarsi in riflessioni sul giornalismo moderno che, se paragonate a quelle viste nella meravigliosa serie tv The Newsroom (non a caso scritta da Aaron Sorkin), sono fastidiosamente fuori tempo e fuori luogo.

Un discorso diverso lo merita, invece, il personaggio Assange, interpretato dall’ottimo Benedict Cumberbatch. L’attore inglese, oltre ad un’impressionante somiglianza fisica, regala al suo ruolo tutto il suo mestiere, rifacendosi molto anche al suo Sherlock Holmes televisivo.

Il suo Julian Assange diventa cosi un personaggio affascinante, a metà strada tra il luciferino Mark Zuckerberg di Fincher e il Joker di Nolan (i capelli bianchi come le cicatrici del villain interpretato da Ledger), sempre lontano, però, dallo status leggendario che avrebbe meritato.

Il vero Julian Assange ha attaccato violentemente questa pellicola, considerandola, forse non a torto, un’operazione di delegittimazione.

Secondo noi, più che per questo motivo, l’attivista si dovrebbe lamentare del fatto che la sua storia sia alla base di un film mediocre, frutto tipico di un cinema hollywoodiano pigro, in cui la piattezza della monocromaticità morale è preferita alle ambiguità e alle sfumature.

“La prima neve”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

La prima neve di Andrea Segre, con Giuseppe Battiston, Anita Caprioli, Roberto Citran, Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Peter Mitterrutzner, Leonardo Paoli, Lorenzo Pintarelli, Paolo Pierobon; durata 104’, nelle sale dal 17 ottobre 2013 distribuito da Parthenos

Recensione di Luca Marchetti

Tutto si può dire dell’imminente La prima neve di Andrea Segre tranne che non sia un’opera tristemente attuale.

Per una macabra coincidenza (che, con ogni probabilità, sarà cavalcata, senza alcun senso del pudore, dai media nazionali), la seconda pellicola del regista veneto, dopo essere stata presentata nella sezione Orizzonti dello scorso Festival di Venezia, vedrà il proprio debutto in sala proprio in questi giorni, mentre il tema immigrazione ha ottenuto la ribalta nazionale per le stragi avvenute al largo di Lampedusa.

Con il suo film Segre torna a parlare di stranieri e integrazione, con una storia che vede intrecciarsi le vicende di due protagonisti, diversi per etnia ed età ma simili per il loro rapporto con il dolore.

La prima neve racconta, infatti, l’amicizia tra Dani, immigrato del Togo che ha perso la moglie nel viaggio per arrivare in Italia, e Michele, giovanissimo ragazzo trentino, testimone della morte del padre in montagna.

Pur vivendo due drammi diversi e venendo da mondi agli antipodi (l’Africa affamata e la bucolica Valle dei Mocheni), ognuno riconosce nell’altro le stesse difficoltà ad accettare il lutto; gli stessi ostacoli a “perdonare” le persone care rimaste (per il primo la figlia appena nata, per l’altro la giovane madre rimasta vedova).

Solo attraverso questa insolita amicizia e le loro lunghissime e fredde passeggiate nei boschi, i due troveranno un po’ di sollievo e, forse, anche i semi di quella consapevolezza utile per vivere il proprio futuro. 
Dalla trama si può intuire che La prima neve si pone obiettivi morali certamente alti, cercando di distaccarsi da un certo cinema d’autore italiano. Sicuramente di originale Segre ha dalla sua parte scenari affascinanti. Sfruttando forse le agevolazioni vantaggiose della Film Commission trentina, la pellicola trova forza nel suo essere ambientata interamente tra valli magnifiche, fotografate con maestria dall’ottimo Luca Bigazzi, il miglior direttore della fotografia italiano in attività.

Ispirato da tanto splendore naturalistico, il regista lascia la propria cinepresa muoversi tra valli e montagne, regalando allo spettatore scene di rara bellezza. Segre, inoltre, sempre aiutato dal Trentino (anch’esso, a tutti gli effetti, protagonista del film) trova molti volti indigeni suggestivi, che accrescono l’anima territoriale dell’opera. Uno su tutti, il vecchio Peter Mitterrutzner, attore autoctono il cui sguardo stanco vale più di mille parole.

Nonostante ciò, purtroppo, La prima neve non riesce, alla fine, a differenziarsi molto da quel Cinema Italiano, pieno di buone intenzioni ma limitato nei risultati, da cui voleva prendere le distanze.

Il film di Segre, appesantito un po’ dalla scelta scontata come comprimari di attori bravi ma sinceramente sovraesposti (Anita Caprioli e Giuseppe Battiston), un po’ dall’incapacità di approfondire le sue caratteristiche più interessanti (il surrealismo folkloristico dei sogni di Michele, l’alchimia giocosa e spensierata dei due protagonisti), si rivela solo una pellicola “normale”, un’opera che, pur con grandi potenzialità, si accontenta di fare il proprio compitino buonista e moralmente inattaccabile.

Il lavoro di Segre, sia chiaro, è comunque encomiabile, ma se davvero si vuole andare lontano, forse occorre osare di più.

”Gravity”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gravity di Alfonso Cuaron, con George Clooney, Sandra Bullock, Ed Harris, Eric Michels, Basher Savage; durata 90’, nelle sale dal 3 ottobre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Nello spazio nessuno può sentirti urlare. Era il lontano 1979 quando il semi-esordiente Ridley Scott (per lui, all’epoca, in attivo solo la regia del conradiano I duellanti) portò il proprio pubblico nello spazio profondo, per fargli vivere il terrore assoluto.

Con l’horror sci-fy Alien, insieme al successivo Blade Runner, il regista inglese rivoluzionò “copernicanamente” il modo di produrre e vivere la fantascienza, aprendo cosi una nuova stagione per il genere e per tutto il cinema mainstream.

Nel 2013, a quasi quarant’anni da quel film leggendario, il messicano Alfonso Cuaron, autore capace di destreggiarsi con intelligenza tra la saga di Harry Potter e il personale I figli degli uomini, torna nello spazio con un’operazione simile nelle intenzioni e strabiliante nei risultati.

Con il suo Gravity, infatti, egli regala al pubblico una pellicola unica, un’esperienza cinematografica inebriante e totale, come non se ne vivevano da anni in una sala (per chi scrive, addirittura superiore anche ai tanto osannati Il signore degli anelli o Avatar).

Per arrivare all’opera compiuta ci sono voluti sette anni di fatiche, attese, fallimenti frustranti e rinvii snervanti. Ci sono stati cambi di attori in corso d’opera (il cast coinvolto all’inizio vedeva al posto del duo Bullock-Clooney, le star Natalie Portman e Robert Downey Jr) e sono necessari stati dei veri processi di ricerca meccanica per realizzare cineprese ed effetti adatti alle riprese del film.

Gravity è la giusta risposta a tutti questi sforzi. Dopo aver incantato tutti all’ultimo Festival di Venezia (come abbiamo raccontato), Cuaron si appresta proprio in queste ore a sbancare i botteghini mondiali, dimostrando che è possibile realizzare pellicole squisitamente hollywoodiane dall’impatto visivo ed emotivo spiazzante.

La deriva fisica, e interiore, della dottoressa Stone e del capitano Kowalski (i magnifici Sandra Bullock e George Clooney), due astronauti isolati e spacciati per la distruzione del proprio shuttle, coinvolge sia per la sua spettacolarità, sia per la sua forza concettuale.

Aiutato dall’esemplare lavoro del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, Cuaron e la sua cinepresa fluttuano insieme ai protagonisti in questo nulla angosciante, raccontando il loro dramma, le loro paure e le loro euforie.

Nel momento in cui si concentra sulla Bullock e sulla sua odissea, poi, il film riesce davvero a divellere i cardini del genere e a passare a un livello successivo, arrivando con forza al cuore dello spettatore.

Il lavoro di Cuaron, alla fine, si toglie la maschera di ottimo film di fantascienza per rivelarsi come una commovente opera, quasi filosofica, sulla vita e, soprattutto, sulla morte.

Trattando temi semplici ma solidi, il regista raggiunge vette concettuali degne del miglior Terrence Malick (Tree of Life su tutti), e compie, per alchimia tra visione e contenuti, una piccola rivoluzione cinematografica.

Siamo sicuri che per il suo film la strada per la Storia (del Cinema) sia appena iniziata.

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