19. 07. 2019 Ultimo Aggiornamento 19. 07. 2019

"Kiki - Consegne a domicilio": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Kiki - Consegne a domicilio, di Hayao Miyazaki, durata 102’, nelle sale dal 24 aprile 2013, distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi venticinque anni, finalmente, Kiki – Consegne a domicilio è arrivato nelle sale cinematografiche italiane. Il merito di quest’approdo va attribuito, principalmente, al coraggio commerciale di Andrea Occhipinti che, con la sua Lucky Red, ha preso la lodevole decisione di rieditare tutta l’opera completa del maestro Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli, e di portarla nelle nostre sale.

Dopo il successo, non solo di critica, ottenuto da La città incantata (Orso d’oro al Festival di Berlino e Premio Oscar) e da Ponyo sulla scogliera, alcuni degli ultimi capolavori del regista, il produttore romano ha inaugurato una “retrospettiva” che ha già permesso a molti, soprattutto bambini, di scoprire grandi film come Il mio amico Totoro e Porco Rosso, sentito omaggio al nostro paese.

Kiki –Consegne a domicilio, cronologicamente la quarta pellicola realizzata dallo Studio Ghibli, è la nuova, piacevole, puntata di questa storia.

Tratto dal fortunato romanzo per l’infanzia di Eiko Kadono, il film racconta le avventure della giovane streghetta Kiki, andata via di casa con la sua scopa volante e il suo gatto parlante Jiji per trovare il proprio posto nel mondo in un'altra città, con nuovi amici.

Nonostante risenta un po’ della sua età e paghi il confronto con le opere più recenti di Miyazaki, ovviamente frutto di una differente maturità e nate dopo un lungo percorso di ricerca anche ideologica, la pellicola presenta già, sia pure solo abbozzate, tutte le tracce di quella che poi sarà una poetica consolidata e riconoscibile.

La centralità dell’infanzia, la nobilitazione delle figure anziane (rappresentate spesso come caritatevoli e sagge), la fascinazione verso il volo (come metafora dell’estrema libertà) e un solido ambientalismo, quasi militante, sono tutti temi carissimi al sensei che qui vedono i loro esordi. Anche a livello visivo, poi, soprattutto con la costruzione della meravigliosa città in cui la vicenda è ambientata (una fusione tra Lisbona e Stoccolma), si vede l’ammirazione verso le architetture europee che poi renderà uniche le ambientazioni di tutte le successive pellicole (una su tutte Il castello errante di Howl).

E’ ovvio che chi conosce già le opere più recenti del regista noterà l’eccessiva semplicità della storia raccontata e lo schematismo dei personaggi principali (anche se la giovane protagonista compie un’evoluzione narrativa di emancipazione personale particolarmente riuscita).

Siamo convinti, però, che sia proprio nella sua disarmante semplicità, e sincerità, che risieda il successo di questa piccola favola. Tanto piccola nella sua confezione lineare, quanto grande nel suo impatto emotivo.  Ideale per chi voglia rimanere incantato da storie diverse, realizzate con una cura quasi artigianale, da quelle partorite dal mastodontico monopolio americano del cinema d’animazione.

E in più, davvero si vuole perdere l’opportunità di provare il piacere di vedere un film targato Miyazaki nell’atmosfera di una vera sala cinematografica? Per una volta che c’è l’occasione …

“RazzaBastarda”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

RazzaBastarda di Alessandro Gassman, con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Madalina Ghenea, Michele Placido, durata 95’, nelle sale dal 18 aprile 2013, distribuito da Moviemax

Recensione di Luca Marchetti

RazzaBastarda non è solo l’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Alessandro Gassman, ma soprattutto una pellicola anomala.

Quest’opera prima, infatti, a differenza di molti altri prodotti della nostra industria cinematografica, con una dose di sana presunzione, non si accontenta di portare sullo schermo il solito “compitino ben fatto”, ma aspira, invece, a essere qualcosa di diverso.

Il motivo principale di tale dose di coraggio è da andare a individuare nell’adesione completa che Gassman prova per il materiale di partenza, la pièce teatrale di Reinaldo Povod Cuba and his Teddy Bear, già portata a Broadway, con enorme successo, da Robert De Niro. Il testo teatrale da diversi anni è diventato parte integrante della vita dell’attore romano che, dopo averla adattata in italiano e portata nei teatri di tutta Italia con il titolo Roman e il suo cucciolo, l’ha considerata la storia ideale sulla quale costruire il suo passaggio alla regia. Gassman con il suo protagonista, lo spacciatore romeno Roman, mette tutto se stesso in un’interpretazione impreziosita da un’immedesimazione assoluta, dovuta anche agli anni di frequentazione, tra attore e maschera.

L’accento etnico, la fisicità bestiale, la rabbia violenta e l’amore assoluto nei confronti di quell’unico figlio cui, lottando come una belva, vuole riservare un futuro migliore, sono il frutto di un lavoro maniacale e totale che il regista/attore ha elaborato in tutto questo tempo. E’, dunque, una conseguenza ovvia quella di vedere il film come un enorme e, in fin dei conti, riuscito one man show.

Gassman, infatti, giustamente si prende gli spazi e i tempi per mettere in mostra quel talento sottovalutato che una carriera spesso incastrata in ruoli monodimensionali o, peggio, dai pregiudizi di chi non lo vedeva mai uscire dall’ombra di un genitore immenso, gli ha impedito esprimere a pieno. Solo da quest’ottica si può comprendere a pieno, e assolverla dalle accuse di eccessivo protagonismo, la sua decisione da capocomico di circondarsi sulla scena da una compagnia di attori i quali, nonostante siano sconosciuti al grande pubblico, sono perfetti nella caratterizzazione dei loro personaggi (l’unica eccezione è la comparsata di Michele Placido che infatti mal si concilia con il resto dell’operazione).

Il film, dunque, possiede un fortissimo e viscerale impianto teatrale che, nonostante sia l’anima di RazzaBastarda, ne è, allo stesso tempo, il suo limite più grande. La decisione, pensiamo conscia, di rimanere ancorati alla struttura teatrale, specie in una costruzione dei dialoghi estremamente caricata e in un’impostazione ambientale molto “da palcoscenico”, nega la possibilità di seguire tutte le vie di fuga che il Cinema offre e, quindi, impedisce al prodotto di smarcarsi dall’etichetta mortifera di “teatro filmato”.

Ciò non toglie che visivamente il film offra anche elementi di grande valore, uno su tutti l’efficiente atmosfera di puro degrado sociale e morale (la pellicola è ambientata in una terribile periferia di Latina) enfatizzata dalla fotografia in bianco e nero che tanto, e bene, guarda a L’odio di Mathieu Kassovitz.

Sinceramente, però, se Gassman ha interesse a coltivare questa carriera da regista cinematografico dovrà in futuro orientarsi su altre strade.

"Come un tuono": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Come un tuono, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Rose Byrne, Eva Mendes, Ray Liotta, Bruce Greenwood, Dane DeHaan, Ben Mendelsohn, Harris Yulin , durata 140’, nelle sale dal 4 aprile 2013 distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

E’ opinione comune che l’opera seconda sia sempre la più difficile nella carriera di un artista.

Dopo il clamoroso esordio con il dramma sentimentale Blue Valentine, era quindi lecito attendere il promettente Derek Cianfrance al varco del suo nuovo Come un tuono (mediocre adattamento italiano del ben più poetico The Place Beyond the Pines). Bisognava, infatti, capire se avessimo a che fare con un nuovo autore di talento (come indicavano gli indizi) o con uno dei tanti “falsi profeti” che fanno capolino sulla ribalta per poi sparire nel dimenticatoio. Ebbene, dopo quest’ambiziosissima pellicola, il giudizio sull’alunno Cianfrance rimane ancora sospeso.

Come un tuono è talmente altalenante, diviso tra punte ammirevoli e crolli indifendibili, che appare sinceramente impossibile classificarlo con decisione.

Cianfrance, per questa sua seconda avventura, invece di accomodarsi sugli allori di un cinema indipendente autocompiaciuto, ha deciso con coraggio di fare un successivo passo importante nella sua carriera.

Dopo la disamina quasi scientifica sulla costruzione e la distruzione di un amore di Blue Valentine, il regista vuole spostare il suo sguardo verista sul proletariato americano, sulla piccola famiglia media della periferia, e desidera riflettere sul concetto di famiglia, sulle colpe dei padri che ricadono sui figli, sui delitti e sui castighi. Grandi temi e altrettante grandi ambizioni che purtroppo non vedono la loro realizzazione in una pellicola che, arrivando troppo vicino al sole, finisce per sciogliere le proprie ali di cera.

Come un tuono, dunque, è un’opera imponente e impotente (anche per le sue due ore e venti di durata), costretta in una divisione artificiosa in tre atti che, oltre a mortificare la fluidità narrativa della storia, porta lo spettatore a non percepirla come una sola epica vicenda.

Abbiamo così in sequenza cronologica più che logica, una prima parte, con un biker delinquente che sogna di fare il padre al proprio bambino, seguita da una seconda con poliziotto onesto che ambisce a sopravvivere in un distretto corrotto; per finire, alla terza, con due giovani sbandati in cerca del loro posto nel mondo.

Tre parti così indipendenti nelle loro strutture e nelle loro tematiche che, quando ci viene mostrato il legame tra di esse, non si può che considerare il tutto come forzato e inverosimile. L’idea forse sulla carta sembrava un grande esercizio di stile ma, nella pratica, è invece un goffo tentativo, neanche cosi attraente, di imitare quel cinema multi-tragico che tanta fortuna ha portato lo scorso decennio alla coppia Alejandro Inarritu-Guillermo Arriaga. Senza contare che operando in questo modo si è spezzato il fiato anche alle grandi interpretazioni degli attori chiamati in causa.

Ryan Gosling, anche se nell’ennesima parodia del duro dal cuore d’oro, e, soprattutto, il sempre più convincente Bradley Cooper s’impegnano, ma sono costretti, da ruoli non all’altezza, a girare a vuoto.  Stesso discorso va fatto anche per ottimi caratteristi come Ray Liotta, Rose Byrne e l’inquietante Ben Mendelsohn, costretti a essere semplici coreuti sullo sfondo del dramma.

Dove però fallisce la sceneggiatura, la regia vince. Il film, a livello visivo, riesce a collezionare sequenze e immagini di valore. Gli inseguimenti in moto o gli squallidi ma commoventi quadretti familiari emozionano, come è di enorme impatto la resa dei conti catartica nella suggestiva pineta del titolo.

Da sottolineare, poi, il desiderio dell’autore di omaggiare l’opera umanista di James Gray, grandissimo autore di capolavori come Two Lovers o Little Odessa.

Nuova conferma che Cianfrance è dotato d’intelligenza e talento. Purtroppo, in questo caso, il nostro ha voluto mettersi in gioco con un progetto ancora troppo grande per lui.

Ma, considerando anche l’ignavia di molti suoi colleghi, possiamo veramente biasimarlo per averci provato?

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“La madre”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La madre, di Andres Muschietti, con Jessica Chastain, Nikolaj Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Daniel Kash, Javier Botet, Jane Moffat, Julia Chantrey, durata 100’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Tutto è iniziato nel 2008. Un giovane regista argentino di nome Andres Muschietti realizza il cortometraggio horror Mama. Il lavoro, pur con tutti i suoi limiti, è affascinante e attira subito le attenzioni di un pezzo da novanta del genere fantasy come Guillermo Del Toro.

Il regista messicano, guru del cinema fantastico di marca latinoamericana e famoso per pellicole affini al corto di Muschietti come La spina del Diavolo o Il labirinto del Fauno, decide quindi di fare da balia al suo collega esordiente e produce di tasca sua la trasposizione in un lungometraggio della storia, con mezzi e budget considerevoli. I risultati finali hanno sicuramente accontentato i realizzatori come hanno entusiasmato il pubblico.

La madre, infatti, raccontando la terrificante storia di due bambine abbandonate in un bosco e cresciute da un misterioso essere soprannaturale, fa riferimento a molte altre opere e ripercorre il meglio di questo genere cinematografico.

Il regista non solo strizza l’occhio ai tanti film, di successo, demoniaci giapponesi (The Ring, The Grudge) ma si rifà anche a pellicole a lui più vicine, ad esempio ai capolavori di marca spagnola The Others di Alejandro Amenabar e The Orphanage di Juan Antonio Bayona.

Muschietti, dunque, rendendo omaggio al cinema dei suoi colleghi più fortunati (parlare di plagio sarebbe esagerato e ingiusto), prova a inserirsi sulla scia di quella che lentamente sta diventando una vera e propria tradizione, in lingua spagnola, del cinema Horror, ben diversa dalla scuola americana (più orientata verso i remake pop di grandi classici o la torture porn di Eli Roth) o da quella, compianta, italiana (Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento, per intenderci).

L’argentino, come i suoi modelli, non punta al gusto del terrore fine a se stesso, ma cerca di unire le suggestioni semplicemente fantastiche ad una vicenda dalle forti e realistiche tinte drammatiche.

Muschietti, infatti, sotto la confezione del “film di paura” mette in scena una sincera e commovente riflessione sulla maternità e racconta, in modo emozionante, cosa significhi essere un genitore.

Se guardiamo al cinema recente, sono rare altre pellicole che abbiano descritto, così, questo tema. L’unica che possiamo citare è il cartoon Pixar Brave che, usando il cinema d’animazione, arriva agli stessi livelli emotivi.  Se dobbiamo trovare altri pregi in La madre, non possiamo non parlare della sua protagonista, l’incantevole Jessica Chastain. L’attrice americana, sin dal poetico The Tree of Life di Terrence Malick, il suo primo film importante, non ha sbagliato praticamente un passo, dividendosi tra personaggi sopra le righe (The Help) ed altri più sentiti (Il debito, Take Shelter), fino all’affermazione come star con la durissima protagonista del recentissimo Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow.

Ne “La madre”, la Chastain sorprende di nuovo tutti e veste i panni dark di una bassista poca propensa al nuovo ruolo di genitore. Anche qui, nonostante si privi della sua meravigliosa chioma rossa, dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo sconfinato talento.

In conclusione, non ci resta che ricordare l’unica pecca, veniale, che è il comparto degli effetti speciali “artigianali” del film, ma forse anche questo non fa altro che contribuire al fascino di un’opera capace di spaventare e commuovere allo stesso tempo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

”Gli amanti passeggeri”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gli amanti passeggeri, di Pedro Almodovar, con Penélope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega, Blanca Suárez, Lola Dueñas, José María Yazpik, Cecilia Roth, Javier Cámara, Hugo Silva, Antonio de la Torre, Miguel Ángel Silvestre, Carlos Areces, Carmen Machi, durata 90’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Warner Bros.

di Luca Marchetti

A quasi venti anni dalla sua ultima commedia “pura” (Kika-Un corpo in prestito è, infatti, del 1993) Pedro Almodovar decide di abbandonare, almeno momentaneamente, i melodrammi che negli anni gli hanno garantito un enorme successo e diversi premi (come l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale), per tornare a dedicarsi al suo primo amore: il cinema leggero.

Gli amanti passeggeri è, dunque, un ritorno alle radici per il regista della Mancha, alle prese di nuovo con temi e toni a lui da sempre cari. La storia, surreale, della pellicola è interamente ambientata su un aereo di linea dove, per problemi tecnici, passeggeri frustrati e un equipaggio sui generis sono costretti ad affrontarsi, abusando così di droghe, alcool e sesso.

L’idea esplicita di Almodovar era di rappresentare, in un contesto tragicomico e claustrofobico, la situazione stessa della Spagna, a suo dire guidata da un gruppo di incompetenti verso lo schianto. Senza dubbio la volontà di realizzare, con uno spirito estremamente libertario e divertito, una riflessione impegnata e politica è da applaudire. Purtroppo, come succede alle volte ai venerati maestri (una situazione del genere l’ha vissuta, in campo musicale, anche il grande Franco Battiato), quando si hanno delle premesse cosi è molto facile sbagliare strada.

Il regista spagnolo, infatti, ritornando alla commedia, ricorre per forza di cose al proprio particolare gusto comico e senso dell’umorismo, entrambi forse ancorati ai primi anni novanta. Se all’epoca, in una nazione in qualche modo legata sempre alla rigidità mentale del regime franchista, i suoi sberleffi cinematografici erano delle sane sferzate di libertà e delle boccate d’aria fresca, nella Spagna post-Zapatero le stesse battute, lo stesso tono e gli stessi esageratissimi riferimenti (omo) sessuali trovano veramente poco spazio, risultando cosi fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo.

Il rapporto con il sesso, messo in scena in un modo “oscenamente” esagerato, può divertire (e ammettiamo che le risate scappino più di una volta) ma è un divertimento più legato a un cinepanettone di Neri Parenti che a un film di Almodovar, nato anche con lo scopo di far riflettere.  La sensazione che si prova di fronte al film è, quindi, quella che Almodovar, forse stanco di un cinema drammatico che, dopo alcuni capolavori immensi (Tutti su mia madre o Parla con lei, per fare solo due esempi), per i livelli altissimi raggiunti non lo stimola nemmeno più (ecco allora contestualizzato l’esperimento noir, poco riuscito, di La pelle che abito), sia voluto ricorrere a un altro genere che, purtroppo per lui, non riesce più a maneggiare come dovrebbe.

Ciò non toglie, però, al pubblico il piacere di godersi comunque alcuni momenti imperdibili in stile almodovariano come lo stacchetto musical sulle note di I’m so excited delle Pointer Sister (il regista, come dimostra anche The Look dei Metronomy sui titoli di coda, difficilmente sbaglia una colonna sonora) o l’ottimo cast di attori iberici messo in scena, dove a vecchie conoscenze come Cecilia Roth o uno strepitoso Javier Camara si affiancano anche alcuni “prestiti” di valore dalla cinematografia di Alex De La Iglesias (altro autore spagnolo famoso per il suo cinema scatenato) come gli ottimi Carlo Aceres o Guillermo Toledo. Sono da segnalare, infine, solo per dovere di cronaca i cammei iniziali di Penelope Cruz e Antonio Banderas, comparsate simpatiche quanto inutili.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sei arrivato fin qui...continua a leggere

banner iscriviti sindacato

Ti piace quello che leggi?

Se ci leggi e ti piace quello che leggi, puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro sostenedoci con quanto pensi valga l'informazione che hai ricevuto: anche il costo di un caffè! 

 

I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti le nostre modalità d'uso dei cookie. Per saperne di più