25. 05. 2020 Ultimo Aggiornamento 25. 05. 2020

Anna Karenina: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anna Karenina di Joe Wright, con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson, durata 129’, nelle sale dal 21 febbraio distribuito da Universal Pictures.

di Luca Marchetti

Anna Karenina, oltre ad essere uno dei romanzi più celebri del grande Lev Tolstoj, viene principalmente ricordato, nelle sue versioni cinematografiche del 1924 e del 1935, per aver regalato due indimenticabili interpretazioni alla diva Greta Garbo.

Questa volta, nel 2013, i realizzatori hanno deciso di puntare, più che alla riduzione classica fatta dalle produzioni precedenti, a una strada completamente diversa, affidando l’arduo adattamento del materiale originale al drammaturgo Tom Stoppard.

Lo scrittore inglese, vincitore del premio Oscar per il mediocre Shakespeare in Love, deve principalmente la sua fama alla carriera teatrale, colma di lavori complessi e dai rimandi filosofici. Non è un caso che il suo lavoro più celebre sia  l’interessante Rosencratz e Guildersten sono morti, divertito e colto pastiche sul teatro shakespeariano, con chiari riferimenti a Samuel Beckett.

Nell’affrontare un autore immenso come Tolstoj, Stoppard sceglie di scrivere un adattamento essenziale dove non viene approfondita nessuna riflessione sul declino dell’impero degli zar o sulla grettezza della società aristocratica russa, ma si mostrano solo le pene d’amore di alcuni personaggi. In questa versione, dunque, il libro di Tolstoj diventa il racconto di due love story. La storia, infatti, si focalizza da una parte sul famoso triangolo tra Anna Karenina (Keira Knightley), suo marito Karenin (Jude Law) e l’affascinante conte Vronskij, dall’altro sull’amore “timorato di Dio” tra i giovani Levin e Kitty (in cui è apertamente rappresentata la storia d’amore tra lo stesso Tolstoj e sua moglie Sofia).

Asciugare in questo modo la vicenda, forse per avvicinarla al gusto del pubblico contemporaneo, non rende un buon servizio alla pellicola, specie se questa non è supportata da attori in parte.  Tutti i protagonisti, escluso un inedito Jude Law, a suo agio nella prima parte veramente “matura” della sua carriera, non convincono mai. Keira Knightley, nel tratteggiare la sua tormentata Anna, sa di essere di fronte ad un ruolo che vale una vita e, pur mettendoci dentro un enorme impegno, non dà al suo personaggio quella dimensione tragicamente mitica che meriterebbe. Stesso discorso va fatto per Aaron Taylor-Johnson, scialbo con il suo dongiovanni russo. Il resto del cast, invece, è composto da ottimi interpreti (Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson), tutti relegati in ruoli di sfondo, che non aiutano a mostrare il loro talento. L’eccezione sono i due Domnhall Gleeson e Alicia Vikander che, nella loro tenera sotto-trama, illuminano ed emozionano.

Al di là della parte narrativa, però, la pellicola è visivamente meravigliosa.

Il regista Joe Wright, famoso per la sua filmografia molto curata al livello d’estetica, forse in omaggio alla carriera del suo sceneggiatore, ha l’idea interessante e riuscita di immaginare Anna Karenina come un enorme spettacolo teatrale in movimento, con il palcoscenico e le quinte che si aprono e si chiudono sui mondi della storia.

La pellicola, che deve tanto ai film di Baz Luhrman (sembra un musical senza musica pop), mantiene l’attenzione del suo pubblico, conquistandolo con sempre nuove invenzioni visive (il walzer di gruppo, la corsa dei cavalli). E ‘ un peccato però che nella seconda parte, pagando un’evoluzione della storia totalizzante, il film perda la sua forza visiva e così anche la sua ragione d’essere.

Detto ciò, la pellicola di Wright è comunque un’opera interessante, che ha almeno il merito di avvicinare una grande platea all’opera dello scrittore russo.

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Blue Valentine: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Blue Valentine, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Michelle Williams, Mike Vogel, John Doman, Maryann Plunkett, durata 114’, distribuito nelle sale da Movie Inspired dal 14 febbraio 2013

di Luca Marchetti

Non bisogna farsi ingannare né dalla data di uscita del film (il giorno di San Valentino) né dalla pubblicità fuorviante, ma comprensibile, che gli sta facendo il distributore.

Blue Valentine non è assolutamente la classica storia d’amore che potrebbe sembrare. Il lungometraggio diretto da Derek Cianfrance, finalmente nelle nostre sale dopo quasi tre anni dal suo debutto negli Stati Uniti, è, infatti, una disincantata riflessione sul topos cinematografico de“ La storia d’amore”.

Sono stati diversi gli autori che, specie nel cinema indipendente, hanno provato a raccontare quello che succede dopo il climax del bacio finale e il “vissero felici e contenti”. Come già fatto nel delizioso e più leggero 500 giorni insieme di Marc Webb, dove un malinconico Joseph Gordon Levitt ritornava sopra la propria relazione finita con Zooey Deschanel, Blue Valentine vuole rivolgere lo sguardo a tutte le controindicazioni dell’“Amore Cinematografico”. Cianfrance, infatti, rompe il simulacro favolistico in cui sono rinchiuse le love-story nei film e, come se stesse dirigendo una sorta di documentario dei sentimenti, si avvicina incredibilmente alla realtà quotidiana come pochi altri suoi colleghi coetanei (l’unico altro esempio recente che viene in mente è il doloroso Like Crazy del giovanissimo Drake Doremus).

Il regista, dunque, con un montaggio intelligente e realizzato alla perfezione, compie continui salti temporali per raccontare, nello stesso tempo, la costruzione e la distruzione dell’amore dei due protagonisti. Abbiamo cosi, in pochi minuti, flash dei primi incontri e degli ultimi scontri di queste due anime sofferenti, che vediamo sia prese da una passione folle e sia disgustate da tutte le delusioni e sconfitte che la vita ha dato a loro.

Il regista, poi, pur rimanendo sempre fedele alla sua linea programmatica, dimostra anche una grande sensibilità, intuibile subito dalla citazione nel titolo della bellissima canzone di Tom Waits. Cianfrance, infatti, non ha uno sguardo socio-pedagogico verso i suoi personaggi, come se fossero delle cavie da esaminare, anzi si pone al loro fianco sia nel dolore sia nella felicità, portando il film su alte vette emotive, il cui culmine è lo straziante montaggio finale alternato sulle note della colonna sonora del gruppo indipendente Grizzly Bear.

Grande importanza per la riuscita, anche emotiva, del film la hanno, soprattutto, i due magnifici attori protagonisti. Michelle Williams, nominata all’Oscar nel 2011 per questo ruolo, e Ryan Gosling, nonostante il loro chiaro status di star hollywoodiane, hanno una tale capacità di immergersi nel quotidiano dei loro personaggi e di spogliarsi di qualsiasi presunzione divistica che sembrano entrambi usciti da un film di Cassavetes.

I due attori sono convincenti e credibili in tutte e due le timeline, riuscendo a essere tanto adorabili e luminosi come giovani innamorati (meravigliosa la scena del balletto improvvisato per strada) quanto stanchi e depressi nel loro sfinito rapporto da sposati.

Interpretazioni di questo livello non devono essere delle sorprese poiché stiamo parlando di due degli attori più dotati della loro generazione (i paragoni alle performance giovanili di Robert De Niro e Meryl Streep non sono certo fuori luogo).

In conclusione, non si può che consigliare vivamente la visione di questo piccolo capolavoro, consapevoli, però, di quello che si sta andando a vedere.

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Re della terra selvaggia: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin , con Quvenzhanè Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Gina Montana, durata 93’, distribuito nelle sale da Bolero Film dal 7 febbraio 2013.

Recensione di Luca Marchetti

Da anni il Sundance Film Festival di Robert Redford mette ogni volta, nel proprio programma, pellicole che diventano le più acclamate e apprezzate dell’anno, confermandosi così una fucina continua di talenti.

Re della terra selvaggia (suggestiva traduzione dell’originale Beasts of Southern Wild) ne è l’ennesima conferma. Piccolissima pellicola dell’esordiente Benh Zeitlin (per lui all’attivo solo qualche cortometraggio), oltre a vincere il Gran Premio della Giuria al Festival americano, ha ottenuto anche la Camera d’Or (il premio alla migliore opera prima) lo scorso maggio a Cannes e, recentemente, ha sorpreso tutti guadagnandosi pesantissime nomination agli Oscar, come quelle alla Miglior Regia, al Miglior Film e alla Migliore Attrice Protagonista.

La domanda, dopo tanto clamore, sorge quasi spontanea: il film di Zeitlin merita davvero tutti questi elogi e attestati di stima o è semplicemente un’opera furba che ha giovato del talento della Fox Searchlight, la sua casa di distribuzione, famosa per saper vendere nel miglior modo possibile questo tipo di prodotti? Come sempre, in questi casi, la risposta non è facile.

Re della terra selvaggia è l’ennesima creatura, stupefacente, di una nuova generazione di autori che, nell’ambito del settore indipendente americano, dà sfogo alla propria visione borderline di Cinema, mettendo in scena opere a bassissimo costo ma dal grande impatto visivo.

Pellicole come quelle di Jeff Nichols (Take Shelter e Mud) o Debra Granik (Un gelido inverno), infatti, hanno molto a che vedere con un nuovo corso che si sta facendo largo negli Usa. Lontani anni luce dalla spettacolarizzazione della Hollywood milionaria, questi piccoli artigiani si trovano a proprio agio all’ombra dei grandi studios e realizzano opere capaci di conquistare tutto e tutti.

Benh Zeitlin, pur con qualche distinzione, non si discosta molto dalla poetica di questi suoi colleghi.

Guardando apertamente alla carriera di Terrence Malick (molte scene, anche per l’ambientazione fluviale, ricordano il meraviglioso La sottile linea rossa) e al suo esclusivo modo di interagire con la natura che lo circonda, il giovane regista racconta il legame tra un padre e una figlia immersi in un luogo senza tempo. E’ vero che più di un indizio ci porta a vedere, negli splendidi paesaggi del film, la Louisiana, anche per i riferimenti all’impatto distruttivo dell’uragano Katrina, ma la favola di Zeitlin si colloca in un’atmosfera senza tempo, in bilico tra un futuro apocalittico e un passato remoto preistorico, dove elementi onirici (le misteriose, enormi, creature) si confrontano con duri spaccati visivi quasi da documentario di denuncia.

Detto questo, però, non abbiamo ancora risolto la questione iniziale. E’ meritato il successo di questa pellicola? Senza dubbio la caratteristica più impressionante è il talento recitativo dei due protagonisti della pellicola, scovati chissà dove dal regista. Entrambi, con una notevole aderenza fisica ed emotiva ai propri ruoli, danno alle loro interpretazioni un’efficacia difficilmente raggiungibile da colleghi più esperti. Specie la performance matura della giovanissima Quvenzhanè Wallis (candidata all’Oscar per questa sua interpretazione), a cui è anche affidata per gran parte del film la voice-over (responsabilità non da poco), rimarrà l’ennesima dimostrazione di come il cinema americano sappia rendere credibili anche gli attori bambini.

Nonostante tutto, la sensazione che si ha vedendo questo film non è quella di essere di fronte ad un capolavoro. L’ottima fotografia, la regia ispirata, la suggestiva colonna sonora sono tutti elementi inconfutabili, ma se si prova ad andare ancora più a fondo, ci si accorge di rimanere con poco in mano. Il desiderio del regista di ricercare sempre la confezione eccellente, in più di un’occasione, arriva a reprimere l’impatto emotivo del film, non commovendo come dovrebbe.

Ciò non toglie, comunque, che quello di Ben Zeitlin sarà un nome sicuramente importante nel futuro del Cinema.

Luca Marchetti

Les Miserables: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Les Miserables, di Tom Hooper, con Hugh Jackman, Russel Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, durata 150’, distribuito nelle sale da Universal pictures dal 31 gennaio 2013.

di Luca Marchetti

I Miserabili, di Victor Hugo, è un romanzo noto a tutti per essere un’opera imponente, incentrata sul tema universale della redenzione dell’Uomo attraverso la fede. Il libro dello scrittore francese, pubblicato nel 1862, è sempre stato letto con molto interesse dal mondo dello spettacolo.  Tra Serie tv, pellicole cinematografiche, sceneggiati radiofonici e rappresentazioni teatrali, la storia dell’ex carcerato Jean Valjean, della piccola Cosette e dei moti parigini falliti del giugno 1832, infatti, è stata più volte fonte d’ispirazione per registi e autori. Tra i tanti adattamenti, per comodità ricordiamo solo la versione di Bille August, con Liam Neeson e Goeffrey Rush nei ruoli principali, il musical teatrale prodotto da Cameron MacKintosh è stato quello più significativo, di certo quello di maggior successo.

Les Misérables è stato uno dei fenomeni più importanti della storia dei teatri di Broadway, con canzoni entrate saldamente nella cultura collettiva del pubblico anglosassone (come ben dimostrano le audizioni dei talent canori statunitensi) e con un numero vertiginoso di repliche, tante da renderlo un’esperienza imprescindibile per il pubblico di lingua inglese. Per rendere l’idea, anche se parliamo di qualcosa di molto più contenuto, si potrebbe pensare al successo avuto in Italia dal Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante (è divertente notare i legami tra la seriosa opera di Hugo e il mondo dei musical).

L’iniziativa, dunque, di trasportare sul grande schermo questo successo conosciutissimo non può certo definirsi coraggiosa o rivoluzionaria, visto il certo ritorno economico dell’operazione. Se aggiungiamo poi la scelta di puntare su cast di richiamo e il coinvolgimento dietro la macchina da presa di Tom Hooper, fresco premio Oscar con Il discorso del Re, abbiamo ben in mente le intenzioni commerciali dei produttori. Ebbene, alla luce di ciò possiamo dire che Les Misérables più che un musical cinematografico è un’opera di Broadway travestita da Cinema.

Serioso, imponente, con una compattezza e un’eccessività teatrale che mal funzionano sullo schermo, il film non disperde mai la sensazione di assistere a un compitino ben fatto, senza alcuna trovata forte di regia che lo tolga dal proprio palcoscenico statico. Tom Hooper, infatti, pur provando con movimenti di macchina azzardati e tentativi anche encomiabili (l’idea di registrare le canzoni in presa diretta), non ha la freschezza e l’intelligenza divertita di un Baz Luhrmann capace, con il suo ottimo Moulin Rouge, di fondere pop e trash in modo poetico e di conquistare il proprio pubblico. Il regista inglese paga, forse, l’incapacità di saper gestire il peso della versione teatrale e, non volendola tradire, si ritrova in mano una creatura mastodontica (centocinquanta minuti di durata, senza alcun dialogo non cantato), che è oggettivamente difficile da digerire.

Neanche il celebre cast messo insieme ha la forza di tirare fuori il film da questa contraddizione. Tutti gli attori, chi più (l’inedito e convincente Hugh Jackman) e chi meno (lo stonato Russell Crowe), essendo costretti a cantare sempre, hanno solo possibilità, quando ne sono provvisti, di mettere in mostra il proprio talento canoro e poco altro. L’unica eccezione è l’incredibile Anne Hathaway, che con pochi minuti a disposizione sa essere, attraverso la performance sentita di I dreamed a dream, indimenticabile.

Mettendo da parte tutte le analisi sul rassegnato fatalismo della vicenda e sul suo eccessivo bigottismo religioso, elementi già presenti nell’opera originale di Hugo che meriterebbero una più dotta trattazione, non ci resta che definire questo Les Misérables come un oggetto cinematografico poco riuscito.

Forse solo chi ama visceralmente il genere musical saprà apprezzarlo.

Lincoln: il film visto in anteprima per il Foglietto da Luca Marchetti

Lincoln, di Steven Spielberg Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon Levitt, Hal Holbrook, David Strathairn, James Spader, durata 150’, distribuito nelle sale dal 24 gennaio 2013 da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Erano anni che Steven Spielberg cercava di portare in scena una pellicola interamente dedicata al presidente Lincoln e alla sua politica abolizionista. Sin dal 1997, con il sottovalutato Amistad, si poteva intuire quanto il regista statunitense fosse interessato a parlare di Guerra Civile e di schiavitù. Finalmente, nel 2012, dopo essere riuscito ad avere Daniel Day-Lewis come protagonista, ha realizzato il suo sogno.

Lincoln, proprio per il coinvolgimento emotivo del regista, è una pellicola chiave nella sua carriera. Molto superficialmente il nome Spielberg è considerato sinonimo di puro cinema d’intrattenimento (le saghe di Indiana Jones e Jurassic Park, i film di fantascienza). Eppure in molti suoi film si può notare come egli cerchi di raccontare, sia pure con spirito patriottico e sana retorica, la Storia del suo paese (il già citato Amistad, Il colore viola, Salvate il soldato Ryan) o della sua cultura (Schindler’s List, Munich).  Il suo Lincoln, dunque, non è altro che l’ovvio risultato di quest’amore verso il racconto/recupero delle proprie radici. Spielberg, infatti, realizza un’opera didattica, che tanto ricorda le “lezioni” fatte da Roberto Rossellini con La presa del potere da parte di Luigi XIV o Anno Uno. Insieme allo sceneggiatore Tony Kushner, il regista vuole seguire integralmente i lavori congressuali che hanno portato all’approvazione del tredicesimo emendamento (l’abolizione della schiavitù), non limitandosi a raccontare i dissidi politici, i dibattiti violenti e tutte le manovre poco legali (corruzione, minacce, spoil system) che hanno portato gli uomini di Lincoln a raggiungere tale storico risultato. Mostrare il lato oscuro della democrazia americana, in aggiunta alla rappresentazione del difficile privato del presidente, non ha poi lo scopo di diminuire la figura di Lincoln, anzi, al contrario, riesce a consolidare ulteriormente la sua aurea sacrale, in una sorta di culto civile verso un santo laico della nazione.

Arrivati a concentrarci sulla figura di Lincoln, non possiamo esimerci dal fare un’attenta riflessione sul lavoro compiuto dal suo attore protagonista, l’immenso Daniel Day-Lewis. L’attore britannico, infatti, dimostra ancora una volta di aver raggiunto una maturità artistica e una tale perfezione tecnica da renderlo un interprete unico, impossibile da categorizzare insieme ai suoi colleghi. Dire banalmente che, a oggi, Day-Lewis sia il miglior attore in attività è un’iperbole pretestuosa, inadatta a sintetizzare il mestiere e la bravura dell’interprete. L'attore premio Oscar, conosciuto da tutti come un fanatico dell’immedesimazione totale nel personaggio, a ogni nuovo ruolo fa un passo successivo verso quello che sembra essere il suo obiettivo finale, la completa adesione attore-maschera. E’ interessante, poi, notare come la sua carriera recente sia un laboratorio sulla costruzione di archetipi americani.

Escluso il Guido Contini di Nine, una divertita e personale caricatura di Federico Fellini, i suoi ultimi tre ruoli sono parte di un discorso aperto che Day-Lewis ha con la storia degli Stati Uniti.  Come già fece in gioventù con la sua Irlanda nella trilogia di Jim Sheridan, l’attore ha lavorato su due estremi assoluti dell’America. Da un lato, infatti, con il Bill “The Butcher” di Gangs of New York e il Plainview de Il Petroliere (evoluzione uno dell’altro), abbiamo l’uomo assetato di potere, il feroce lupo (capitalista) che, per affermare la propria supremazia, si nutre del sangue dei propri avversari. Dall’altro lato, invece, c’è appunto Lincoln, la democrazia americana umanizzata, il messia della Nazione, il padre della patria che prende per mano il suo popolo verso la Giustizia.

Entrambi questi totem sono le radici su cui si sono sviluppati gli Usa fino ad oggi. Inoltre non è un caso che mentre il tycoon del film di Paul Thomas Anderson si rapportava a George W. Bush, l’edificante Lincoln si richiami apertamente all’amministrazione Obama e alle sue politiche. Un’ulteriore dimostrazione di che artista intelligente, nell’interpretare e nello scegliersi i ruoli, sia Daniel Day Lewis.

Ora, però, sarebbe sbagliato limitarsi a parlare solamente del protagonista. Attorno al “solista”, infatti, Spielberg ha la bravura di mettere insieme un’orchestra di professionisti, tutti convincenti, che ben sono capaci di reggere l’impatto con il travolgente carisma dell’attore/presidente. In quest’ottica, tra i tanti, sono degne di nota le interpretazioni di Sally Field (la triste e battagliera first lady Mary Todd Lincoln), il sempre ottimo David Strathairn (il fedele segretario di Stato Seward) e Tommy Lee Jones, che nei panni dell’esponente radicale Thaddeus Stevens fa sua più di una volta la scena.

In definitiva, dunque, con la sua imponente durata, Lincoln è un’opera difficile ma altrettanto imperdibile, che, tra i tanti pregi che abbiamo elencato, ha anche quello di essere un caloroso omaggio verso l’Alta Politica, quella che nel nostro paese, specie con l’ultima campagna elettorale, non si sa nemmeno cosa sia.

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