16. 07. 2020 Ultimo Aggiornamento 15. 07. 2020

Les Miserables: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Les Miserables, di Tom Hooper, con Hugh Jackman, Russel Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, durata 150’, distribuito nelle sale da Universal pictures dal 31 gennaio 2013.

di Luca Marchetti

I Miserabili, di Victor Hugo, è un romanzo noto a tutti per essere un’opera imponente, incentrata sul tema universale della redenzione dell’Uomo attraverso la fede. Il libro dello scrittore francese, pubblicato nel 1862, è sempre stato letto con molto interesse dal mondo dello spettacolo.  Tra Serie tv, pellicole cinematografiche, sceneggiati radiofonici e rappresentazioni teatrali, la storia dell’ex carcerato Jean Valjean, della piccola Cosette e dei moti parigini falliti del giugno 1832, infatti, è stata più volte fonte d’ispirazione per registi e autori. Tra i tanti adattamenti, per comodità ricordiamo solo la versione di Bille August, con Liam Neeson e Goeffrey Rush nei ruoli principali, il musical teatrale prodotto da Cameron MacKintosh è stato quello più significativo, di certo quello di maggior successo.

Les Misérables è stato uno dei fenomeni più importanti della storia dei teatri di Broadway, con canzoni entrate saldamente nella cultura collettiva del pubblico anglosassone (come ben dimostrano le audizioni dei talent canori statunitensi) e con un numero vertiginoso di repliche, tante da renderlo un’esperienza imprescindibile per il pubblico di lingua inglese. Per rendere l’idea, anche se parliamo di qualcosa di molto più contenuto, si potrebbe pensare al successo avuto in Italia dal Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante (è divertente notare i legami tra la seriosa opera di Hugo e il mondo dei musical).

L’iniziativa, dunque, di trasportare sul grande schermo questo successo conosciutissimo non può certo definirsi coraggiosa o rivoluzionaria, visto il certo ritorno economico dell’operazione. Se aggiungiamo poi la scelta di puntare su cast di richiamo e il coinvolgimento dietro la macchina da presa di Tom Hooper, fresco premio Oscar con Il discorso del Re, abbiamo ben in mente le intenzioni commerciali dei produttori. Ebbene, alla luce di ciò possiamo dire che Les Misérables più che un musical cinematografico è un’opera di Broadway travestita da Cinema.

Serioso, imponente, con una compattezza e un’eccessività teatrale che mal funzionano sullo schermo, il film non disperde mai la sensazione di assistere a un compitino ben fatto, senza alcuna trovata forte di regia che lo tolga dal proprio palcoscenico statico. Tom Hooper, infatti, pur provando con movimenti di macchina azzardati e tentativi anche encomiabili (l’idea di registrare le canzoni in presa diretta), non ha la freschezza e l’intelligenza divertita di un Baz Luhrmann capace, con il suo ottimo Moulin Rouge, di fondere pop e trash in modo poetico e di conquistare il proprio pubblico. Il regista inglese paga, forse, l’incapacità di saper gestire il peso della versione teatrale e, non volendola tradire, si ritrova in mano una creatura mastodontica (centocinquanta minuti di durata, senza alcun dialogo non cantato), che è oggettivamente difficile da digerire.

Neanche il celebre cast messo insieme ha la forza di tirare fuori il film da questa contraddizione. Tutti gli attori, chi più (l’inedito e convincente Hugh Jackman) e chi meno (lo stonato Russell Crowe), essendo costretti a cantare sempre, hanno solo possibilità, quando ne sono provvisti, di mettere in mostra il proprio talento canoro e poco altro. L’unica eccezione è l’incredibile Anne Hathaway, che con pochi minuti a disposizione sa essere, attraverso la performance sentita di I dreamed a dream, indimenticabile.

Mettendo da parte tutte le analisi sul rassegnato fatalismo della vicenda e sul suo eccessivo bigottismo religioso, elementi già presenti nell’opera originale di Hugo che meriterebbero una più dotta trattazione, non ci resta che definire questo Les Misérables come un oggetto cinematografico poco riuscito.

Forse solo chi ama visceralmente il genere musical saprà apprezzarlo.

Lincoln: il film visto in anteprima per il Foglietto da Luca Marchetti

Lincoln, di Steven Spielberg Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon Levitt, Hal Holbrook, David Strathairn, James Spader, durata 150’, distribuito nelle sale dal 24 gennaio 2013 da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Erano anni che Steven Spielberg cercava di portare in scena una pellicola interamente dedicata al presidente Lincoln e alla sua politica abolizionista. Sin dal 1997, con il sottovalutato Amistad, si poteva intuire quanto il regista statunitense fosse interessato a parlare di Guerra Civile e di schiavitù. Finalmente, nel 2012, dopo essere riuscito ad avere Daniel Day-Lewis come protagonista, ha realizzato il suo sogno.

Lincoln, proprio per il coinvolgimento emotivo del regista, è una pellicola chiave nella sua carriera. Molto superficialmente il nome Spielberg è considerato sinonimo di puro cinema d’intrattenimento (le saghe di Indiana Jones e Jurassic Park, i film di fantascienza). Eppure in molti suoi film si può notare come egli cerchi di raccontare, sia pure con spirito patriottico e sana retorica, la Storia del suo paese (il già citato Amistad, Il colore viola, Salvate il soldato Ryan) o della sua cultura (Schindler’s List, Munich).  Il suo Lincoln, dunque, non è altro che l’ovvio risultato di quest’amore verso il racconto/recupero delle proprie radici. Spielberg, infatti, realizza un’opera didattica, che tanto ricorda le “lezioni” fatte da Roberto Rossellini con La presa del potere da parte di Luigi XIV o Anno Uno. Insieme allo sceneggiatore Tony Kushner, il regista vuole seguire integralmente i lavori congressuali che hanno portato all’approvazione del tredicesimo emendamento (l’abolizione della schiavitù), non limitandosi a raccontare i dissidi politici, i dibattiti violenti e tutte le manovre poco legali (corruzione, minacce, spoil system) che hanno portato gli uomini di Lincoln a raggiungere tale storico risultato. Mostrare il lato oscuro della democrazia americana, in aggiunta alla rappresentazione del difficile privato del presidente, non ha poi lo scopo di diminuire la figura di Lincoln, anzi, al contrario, riesce a consolidare ulteriormente la sua aurea sacrale, in una sorta di culto civile verso un santo laico della nazione.

Arrivati a concentrarci sulla figura di Lincoln, non possiamo esimerci dal fare un’attenta riflessione sul lavoro compiuto dal suo attore protagonista, l’immenso Daniel Day-Lewis. L’attore britannico, infatti, dimostra ancora una volta di aver raggiunto una maturità artistica e una tale perfezione tecnica da renderlo un interprete unico, impossibile da categorizzare insieme ai suoi colleghi. Dire banalmente che, a oggi, Day-Lewis sia il miglior attore in attività è un’iperbole pretestuosa, inadatta a sintetizzare il mestiere e la bravura dell’interprete. L'attore premio Oscar, conosciuto da tutti come un fanatico dell’immedesimazione totale nel personaggio, a ogni nuovo ruolo fa un passo successivo verso quello che sembra essere il suo obiettivo finale, la completa adesione attore-maschera. E’ interessante, poi, notare come la sua carriera recente sia un laboratorio sulla costruzione di archetipi americani.

Escluso il Guido Contini di Nine, una divertita e personale caricatura di Federico Fellini, i suoi ultimi tre ruoli sono parte di un discorso aperto che Day-Lewis ha con la storia degli Stati Uniti.  Come già fece in gioventù con la sua Irlanda nella trilogia di Jim Sheridan, l’attore ha lavorato su due estremi assoluti dell’America. Da un lato, infatti, con il Bill “The Butcher” di Gangs of New York e il Plainview de Il Petroliere (evoluzione uno dell’altro), abbiamo l’uomo assetato di potere, il feroce lupo (capitalista) che, per affermare la propria supremazia, si nutre del sangue dei propri avversari. Dall’altro lato, invece, c’è appunto Lincoln, la democrazia americana umanizzata, il messia della Nazione, il padre della patria che prende per mano il suo popolo verso la Giustizia.

Entrambi questi totem sono le radici su cui si sono sviluppati gli Usa fino ad oggi. Inoltre non è un caso che mentre il tycoon del film di Paul Thomas Anderson si rapportava a George W. Bush, l’edificante Lincoln si richiami apertamente all’amministrazione Obama e alle sue politiche. Un’ulteriore dimostrazione di che artista intelligente, nell’interpretare e nello scegliersi i ruoli, sia Daniel Day Lewis.

Ora, però, sarebbe sbagliato limitarsi a parlare solamente del protagonista. Attorno al “solista”, infatti, Spielberg ha la bravura di mettere insieme un’orchestra di professionisti, tutti convincenti, che ben sono capaci di reggere l’impatto con il travolgente carisma dell’attore/presidente. In quest’ottica, tra i tanti, sono degne di nota le interpretazioni di Sally Field (la triste e battagliera first lady Mary Todd Lincoln), il sempre ottimo David Strathairn (il fedele segretario di Stato Seward) e Tommy Lee Jones, che nei panni dell’esponente radicale Thaddeus Stevens fa sua più di una volta la scena.

In definitiva, dunque, con la sua imponente durata, Lincoln è un’opera difficile ma altrettanto imperdibile, che, tra i tanti pregi che abbiamo elencato, ha anche quello di essere un caloroso omaggio verso l’Alta Politica, quella che nel nostro paese, specie con l’ultima campagna elettorale, non si sa nemmeno cosa sia.

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”La scoperta dell’alba”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La scoperta dell’alba, di Susanna Nicchiarelli ,con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli, Sergio Rubini, Lina Sastri, Renato Carpentieri, Lino Guanciale; durata: 92’, distribuito nelle sale dal 10 gennaio 2013 da Fandango

Recensione di Luca Marchetti

In un panorama cinematografico asfittico come quello italiano, dove si continua a investire grandi somme di denaro solo in commedie e si punta a ottenere il massimo (incasso) con il minor sforzo (intellettuale) possibile, un film “diverso” come La scoperta dell’alba non può che suscitare più di una simpatia.

La regista Susanna Nicchiarelli, dopo l’esordio folgorante con il gustoso Cosmonauta (piccolo film di rara freschezza), è tornata a parlare del legame tra politica e famiglia, con una pellicola più matura e difficile. L’autrice, questa volta, mette da parte i toni favolistici e leggeri del suo primo film e affronta con coraggio un lato spesso dimenticato degli anni di piombo: la vita delle famiglie delle vittime. E’ già da un po’ di anni che si cerca di restituire dignità a queste testimonianze e il successo delle opere di Benedetta Tobagi e di Mario Calabresi (che ha sempre rifiutato di concedere i diritti del suo libro Spingendo la notte più in là) dimostra come il pubblico italiano voglia ascoltare queste storie.

La scoperta dell’alba, dunque, ispirandosi molto vagamente all’omonimo romanzo di Walter Veltroni, racconta la vita di due sorelle, Caterina e Barbara, figlie di un famoso professore universitario scomparso nei primi anni ottanta, presumibilmente ucciso dalle Brigate Rosse. La sorella maggiore, svuotando la casa al mare, scopre un vecchio telefono capace, misteriosamente, di metterla in contatto con il passato. La donna allora deciderà di provare di tutto per salvare il padre, ma dovrà confrontarsi con le verità di quella vicenda.

Mettendo da parte la divertente trovata fantascientifica, già usata nel mediocre Frequency di Gregory Hoblit, il film ha l’onestà di raccontare la vita delle due protagoniste, due donne tristi che ancora oggi soffrono l’assenza del proprio padre, e di mostrare i loro caparbi tentativi di chiudere definitivamente questo duro capitolo della loro vita. La regista, che interpreta anche Barbara, la sorella minore, è palesemente coinvolta nel dolore delle sue “eroine” e trasmette al pubblico, con efficacia, tutte le emozioni che provano, soprattutto nella scena sulla spiaggia, il loro senso di liberazione e la speranza nel futuro.

La Nicchiarelli, oltre al legame emotivo con la propria storia, dimostra di essere un’ottima regista anche per la capacità di usare la macchina da presa (eccellente la prima scena dell’attentato) e, a differenza di molti suoi colleghi italiani, per l’intelligenza con la quale inserisce due perle degli anni ‘80 come 99 Luftballons di Nena e Video Killed the radio star dei Buggles.

Anche la direzione degli attori è degna di nota. Nel cast, composto anche da ottimi caratteristi come Lina Sastri e Renato Carpentieri, tutte le attenzioni saranno rivolte a Margherita Buy. L’attrice, infatti, è alle prese con il solito ruolo della donna di mezza età in crisi, un personaggio che interpreta, convincendo, ormai a occhi chiusi. L’interpretazione più sorprendente però è quella di Sergio Rubini, che trasforma il suo piccolo ruolo di contorno in qualcosa di molto più profondo e sfaccettato, specie nei dialoghi con l’agente immobiliare.

Detto ciò, non si possono ignorare anche i diversi limiti della pellicola, legati soprattutto a sviluppi narrativi notevolmente deboli, ma alla luce del risultato finale sono poca cosa di fronte alla soddisfazione di gustarsi, finalmente, un film italiano interessante, diretto da una giovane regista piena di talento.

Luca Marchetti

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E' Luca Marchetti il critico cinematografico del Foglietto

di Rocco Tritto

Dopo la critica letteraria, con la rubrica “Freschi di stampa”, Il Foglietto, da questa settimana, offre ai propri lettori una nuova rubrica titolata “Il film della settimana”, affidata a Luca Marchetti, giovane critico cinematografico emergente.

Nato a Roma 24 anni fa, Marchetti è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma.

Ha iniziato a scrivere di cinema nel 2008 per il sito Badtaste.it.

Nel 2009 era presente nell’Ufficio stampa dell’organizzazione dei Mondiali di nuoto di Roma.

Nel 2010 ha vinto il premio per il miglior soggetto cinematografico nella prima edizione del Premio Internazionale Mattador e ha seguito uno stage presso l’ufficio Accrediti della Fondazione del Cinema di Roma.

Attualmente collabora con il sito Doppioschermo.it e per la rivista di critica online Sentieri Selvaggi.

A Luca, il benvenuto da tutta la redazione del Foglietto.

"The Master": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

The Master, di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern; durata: 144’; distribuito nelle sale dal 3 gennaio 2013 da Lucky Red.

Recenasione di Luca Marchetti

Scrivere di una pellicola come The Master è un lavoro difficilissimo. Il sesto film del già venerato maestro Paul Thomas Anderson (sono suoi i meravigliosi Boogie Nights e Magnolia) è impossibile da etichettare in una qualsiasi categoria, sia anche in quella molto vaga di lungometraggio di finzione.

Prendendo spunto dalla storia della nascita della famigerata Chiesa di Scientology e dal suo fondatore L. Ron Hubbard, Anderson vuole, in qualche modo, dare un nuovo slancio alla propria carriera e alla propria poetica ed arriva a rompere tutti i vincoli del suo cinema passato, fino ad addentrarsi in nuove, rischiose ed affascinanti strade.

Il regista americano, infatti, è famoso, non solo per essere uno sceneggiatore che scrive tanto, ma anche per la grande capacità di muoversi tra geniali movimenti di macchina. In quest’opera, invece, tutti i suoi “marchi di fabbrica” vengono meno, di fronte al desiderio di realizzare un film assolutamente diverso.

La pellicola, dunque, regala sia una sceneggiatura essenziale, che mai si perde in furbizie narrative od orpelli dialettici, sia una regia ferma e curata in modo maniacale, così da renderla perfetta fin in ogni suo piccolo particolare. Sembra quasi che Anderson, insieme a tutti suoi collaboratori, voglia creare un’America visivamente e narrativamente fredda e irreale nella sua perfezione, dove, accompagnati dalle stranianti musiche di Jonny Greenwood, agiscono solo i suoi due eroi maledetti.

La storia e la visione dell’autore si muovono, dunque, attraverso le azioni disordinate di due perdenti come l’ex soldato Freddie Quell e il guru Lancaster Dodd. L’inadeguatezza nei confronti di una società che, rinnegata la parentesi rooseveltiana, sta per macchiarsi delle vergogne del maccartismo e delle paranoie della guerra fredda, è ovviamente più palese nel reduce interpretato da Joaquin Phoenix. Violento, alcolista ed affetto da turbe mentali, Freddie è un uomo perduto, in continua ricerca di un luogo in cui stare. La sua incapacità di guarire, anche dentro l’abbraccio salvifico del suo maestro Dodd, è resa in maniera impressionante dalla bravura del suo interprete, giustamente paragonato a Brando e al De Niro dei primi film di Martin Scorsese.

Phoenix, attraverso la postura ingobbita, le espressioni  distorte e un accento agghiacciante, regala al proprio personaggio tutta la propria frustrazione e malessere auto-distruttivo.

La sua “infelicità” però è accompagnata da quella dell’altro sconfitto, il Lancaster Dodd interpretato altrettanto bene da Philip Seymour Hoffman, attore feticcio di Anderson.

Anche lui, nonostante il carisma messianico e la maschera dell’uomo illuminato, soffre con insofferenza per colpa della macchina di bugie che sta portando avanti, diviso tra la paura di venire spogliato del suo status sacrale e la consapevolezza di essere egli stesso il burattino inerme di sua moglie, il vero maestro della sua chiesa.

La loro comune sofferenza e il loro legame indissolubile (giustamente, per tutta la storia, mai intaccato da alcuna ambiguità omoerotica) esplode proprio nell’ultima scena insieme, dove, con una scelta narrativa surreale, vengono messi entrambi di fronte al proprio destino.

The Master, in conclusione, è un’opera importante, impossibile da ignorare per chi ama il cinema, ma alla quale, è giusto saperlo prima, bisogna approcciarsi con la consapevolezza di venire travolti dal genio del suo regista e dei suoi due protagonisti.

Luca Marchetti Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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