05. 08. 2020 Ultimo Aggiornamento 04. 08. 2020

”La scoperta dell’alba”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La scoperta dell’alba, di Susanna Nicchiarelli ,con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli, Sergio Rubini, Lina Sastri, Renato Carpentieri, Lino Guanciale; durata: 92’, distribuito nelle sale dal 10 gennaio 2013 da Fandango

Recensione di Luca Marchetti

In un panorama cinematografico asfittico come quello italiano, dove si continua a investire grandi somme di denaro solo in commedie e si punta a ottenere il massimo (incasso) con il minor sforzo (intellettuale) possibile, un film “diverso” come La scoperta dell’alba non può che suscitare più di una simpatia.

La regista Susanna Nicchiarelli, dopo l’esordio folgorante con il gustoso Cosmonauta (piccolo film di rara freschezza), è tornata a parlare del legame tra politica e famiglia, con una pellicola più matura e difficile. L’autrice, questa volta, mette da parte i toni favolistici e leggeri del suo primo film e affronta con coraggio un lato spesso dimenticato degli anni di piombo: la vita delle famiglie delle vittime. E’ già da un po’ di anni che si cerca di restituire dignità a queste testimonianze e il successo delle opere di Benedetta Tobagi e di Mario Calabresi (che ha sempre rifiutato di concedere i diritti del suo libro Spingendo la notte più in là) dimostra come il pubblico italiano voglia ascoltare queste storie.

La scoperta dell’alba, dunque, ispirandosi molto vagamente all’omonimo romanzo di Walter Veltroni, racconta la vita di due sorelle, Caterina e Barbara, figlie di un famoso professore universitario scomparso nei primi anni ottanta, presumibilmente ucciso dalle Brigate Rosse. La sorella maggiore, svuotando la casa al mare, scopre un vecchio telefono capace, misteriosamente, di metterla in contatto con il passato. La donna allora deciderà di provare di tutto per salvare il padre, ma dovrà confrontarsi con le verità di quella vicenda.

Mettendo da parte la divertente trovata fantascientifica, già usata nel mediocre Frequency di Gregory Hoblit, il film ha l’onestà di raccontare la vita delle due protagoniste, due donne tristi che ancora oggi soffrono l’assenza del proprio padre, e di mostrare i loro caparbi tentativi di chiudere definitivamente questo duro capitolo della loro vita. La regista, che interpreta anche Barbara, la sorella minore, è palesemente coinvolta nel dolore delle sue “eroine” e trasmette al pubblico, con efficacia, tutte le emozioni che provano, soprattutto nella scena sulla spiaggia, il loro senso di liberazione e la speranza nel futuro.

La Nicchiarelli, oltre al legame emotivo con la propria storia, dimostra di essere un’ottima regista anche per la capacità di usare la macchina da presa (eccellente la prima scena dell’attentato) e, a differenza di molti suoi colleghi italiani, per l’intelligenza con la quale inserisce due perle degli anni ‘80 come 99 Luftballons di Nena e Video Killed the radio star dei Buggles.

Anche la direzione degli attori è degna di nota. Nel cast, composto anche da ottimi caratteristi come Lina Sastri e Renato Carpentieri, tutte le attenzioni saranno rivolte a Margherita Buy. L’attrice, infatti, è alle prese con il solito ruolo della donna di mezza età in crisi, un personaggio che interpreta, convincendo, ormai a occhi chiusi. L’interpretazione più sorprendente però è quella di Sergio Rubini, che trasforma il suo piccolo ruolo di contorno in qualcosa di molto più profondo e sfaccettato, specie nei dialoghi con l’agente immobiliare.

Detto ciò, non si possono ignorare anche i diversi limiti della pellicola, legati soprattutto a sviluppi narrativi notevolmente deboli, ma alla luce del risultato finale sono poca cosa di fronte alla soddisfazione di gustarsi, finalmente, un film italiano interessante, diretto da una giovane regista piena di talento.

Luca Marchetti

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E' Luca Marchetti il critico cinematografico del Foglietto

di Rocco Tritto

Dopo la critica letteraria, con la rubrica “Freschi di stampa”, Il Foglietto, da questa settimana, offre ai propri lettori una nuova rubrica titolata “Il film della settimana”, affidata a Luca Marchetti, giovane critico cinematografico emergente.

Nato a Roma 24 anni fa, Marchetti è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma.

Ha iniziato a scrivere di cinema nel 2008 per il sito Badtaste.it.

Nel 2009 era presente nell’Ufficio stampa dell’organizzazione dei Mondiali di nuoto di Roma.

Nel 2010 ha vinto il premio per il miglior soggetto cinematografico nella prima edizione del Premio Internazionale Mattador e ha seguito uno stage presso l’ufficio Accrediti della Fondazione del Cinema di Roma.

Attualmente collabora con il sito Doppioschermo.it e per la rivista di critica online Sentieri Selvaggi.

A Luca, il benvenuto da tutta la redazione del Foglietto.

"The Master": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

The Master, di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern; durata: 144’; distribuito nelle sale dal 3 gennaio 2013 da Lucky Red.

Recenasione di Luca Marchetti

Scrivere di una pellicola come The Master è un lavoro difficilissimo. Il sesto film del già venerato maestro Paul Thomas Anderson (sono suoi i meravigliosi Boogie Nights e Magnolia) è impossibile da etichettare in una qualsiasi categoria, sia anche in quella molto vaga di lungometraggio di finzione.

Prendendo spunto dalla storia della nascita della famigerata Chiesa di Scientology e dal suo fondatore L. Ron Hubbard, Anderson vuole, in qualche modo, dare un nuovo slancio alla propria carriera e alla propria poetica ed arriva a rompere tutti i vincoli del suo cinema passato, fino ad addentrarsi in nuove, rischiose ed affascinanti strade.

Il regista americano, infatti, è famoso, non solo per essere uno sceneggiatore che scrive tanto, ma anche per la grande capacità di muoversi tra geniali movimenti di macchina. In quest’opera, invece, tutti i suoi “marchi di fabbrica” vengono meno, di fronte al desiderio di realizzare un film assolutamente diverso.

La pellicola, dunque, regala sia una sceneggiatura essenziale, che mai si perde in furbizie narrative od orpelli dialettici, sia una regia ferma e curata in modo maniacale, così da renderla perfetta fin in ogni suo piccolo particolare. Sembra quasi che Anderson, insieme a tutti suoi collaboratori, voglia creare un’America visivamente e narrativamente fredda e irreale nella sua perfezione, dove, accompagnati dalle stranianti musiche di Jonny Greenwood, agiscono solo i suoi due eroi maledetti.

La storia e la visione dell’autore si muovono, dunque, attraverso le azioni disordinate di due perdenti come l’ex soldato Freddie Quell e il guru Lancaster Dodd. L’inadeguatezza nei confronti di una società che, rinnegata la parentesi rooseveltiana, sta per macchiarsi delle vergogne del maccartismo e delle paranoie della guerra fredda, è ovviamente più palese nel reduce interpretato da Joaquin Phoenix. Violento, alcolista ed affetto da turbe mentali, Freddie è un uomo perduto, in continua ricerca di un luogo in cui stare. La sua incapacità di guarire, anche dentro l’abbraccio salvifico del suo maestro Dodd, è resa in maniera impressionante dalla bravura del suo interprete, giustamente paragonato a Brando e al De Niro dei primi film di Martin Scorsese.

Phoenix, attraverso la postura ingobbita, le espressioni  distorte e un accento agghiacciante, regala al proprio personaggio tutta la propria frustrazione e malessere auto-distruttivo.

La sua “infelicità” però è accompagnata da quella dell’altro sconfitto, il Lancaster Dodd interpretato altrettanto bene da Philip Seymour Hoffman, attore feticcio di Anderson.

Anche lui, nonostante il carisma messianico e la maschera dell’uomo illuminato, soffre con insofferenza per colpa della macchina di bugie che sta portando avanti, diviso tra la paura di venire spogliato del suo status sacrale e la consapevolezza di essere egli stesso il burattino inerme di sua moglie, il vero maestro della sua chiesa.

La loro comune sofferenza e il loro legame indissolubile (giustamente, per tutta la storia, mai intaccato da alcuna ambiguità omoerotica) esplode proprio nell’ultima scena insieme, dove, con una scelta narrativa surreale, vengono messi entrambi di fronte al proprio destino.

The Master, in conclusione, è un’opera importante, impossibile da ignorare per chi ama il cinema, ma alla quale, è giusto saperlo prima, bisogna approcciarsi con la consapevolezza di venire travolti dal genio del suo regista e dei suoi due protagonisti.

Luca Marchetti Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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