01. 12. 2020 Ultimo Aggiornamento 01. 12. 2020

Spring Breakers: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Spring Breakers, di Harmony Korine, con James Franco, Selena Gomez, Ashley Benson, Vanessa Hudgens, Heather Morris, Rachel Korine, durata 92’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da BiM.

di Luca Marchetti

Sin dai suoi primi istanti, Spring Breakers mette il suo pubblico di fronte ad una domanda fondamentale, che condiziona il rapporto con il film: quello che ci apprestiamo a vedere sarà l’opera liberatoria e libertaria di un giovane autore dissacrante oppure il compitino ammiccante dell’ennesimo “professionista dello scandalo”, realizzato solo per mettere a dura prova il buon gusto dello spettatore?

Purtroppo è quasi impossibile dare una risposta ecumenica. La pellicola di Harmony Korine, giovane autore diventato famoso per aver firmato diverse sceneggiature scioccanti per il regista Larry Clark (i terribili Kids e Ken Park), è un film che, come già accaduto con i critici accreditati all’ultimo festival di Venezia, è destinato a dividere gli spettatori tra accesi detrattori e sostenitori estasiati.

A essere benevoli si potrebbe vedere, nelle intenzioni del regista, la volontà di mostrare, con stile spietato ed estetizzante, lo stato della meglio gioventù americana, persa tra la ricerca dello sballo totale e una vita da videoclip di Mtv.

Korine segue, infatti, le avventure di quattro ragazze disinibite (per usare un eufemismo) che, corse nella Florida appariscente delle vacanze di primavera (da qui il titolo), finiscono dopo l’ennesima bravata sotto la protezione del viscido gangster-rapper Alien. Korine, però, nel rappresentare la presunta perdita d’innocenza di queste giovani e il loro declino morale, punta sempre alla trovata più sensazionale e facile quale la scelta di due attrici come Vanessa Hudgens e Selena Gomez, ex reginette del mondo di Disney Channel, qui nei cortissimi panni di due giovani dedite alla droga e al sesso.

Il regista, dunque, vorrebbe mostrarci a che punto di degrado è arrivata la gioventù americana ma fallisce miseramente l’obiettivo. Sin dall’esagerata e banale sequenza iniziale, lo spettatore, infatti, non è mai portato ad aprire una vera riflessione sull’argomento e si trova, invece, di fronte ad un regista che cavalca i temi solo per mettersi in mostra. Ad esempio, l’uso ripetitivo, e quindi inoffensivo, di un sesso così esplicito nella confezione ma altrettanto casto nel contenuto è degno più di un furbo mestierante in cerca di vetrina che di un vero e proprio autore di rottura.

Il fallimento di Spring Breakers, però, non deve oscurare il fatto che come semplice regista, Korine dimostra anche del talento. In più di un’occasione, infatti, il giovane autore centra l’immagine giusta o il movimento di macchina efficace, regalando anche due o tre momenti notevoli, come il piano sequenza sulla rapina o le surreali scene sulle note di Britney Spears. Inoltre, i continui riferimenti concettuali (e cromatici) alla filmografia del danese Nicolas Winding Refn e al suo capolavoro Drive non possono che lasciare piacevolmente sorpresi.

Da sottolineare, poi, anche l’interpretazione di James Franco, attore che un po’ alla volta sta riscattando un inizio carriera alquanto scialbo, confermandosi uno degli uomini di Cinema più interessanti della sua generazione. Franco, infatti, diviso tra i suoi mille progetti da regista, poeta, interprete e artista, a ogni nuova pellicola dimostra di stare compiendo un percorso personale molto calcolato e preciso nel quale anche questo folle criminale “da strapazzo” trova il suo posto ideale.

In chiusura, per dare una risposta alla domanda iniziale, chi scrive deve ammettere di preferire la seconda opzione, quella del sensazionalismo fine a se stesso, ma non si può non ammettere che opere come questa, capaci di accendere discussioni anche dure,  al di là delle loro effettive qualità, fanno sempre il bene del Cinema.

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Educazione siberiana: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Educazione Siberiana, di Gabriele Salvatores, con John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare, durata 110’, nelle sale dal 28 febbraio distribuito da 01 Distribuition

di Luca Marchetti

Alla luce dei livelli qualitativi del cinema italiano attuale, Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores era, sulla carta, un’occasione che non si doveva mancare a nessun costo. Molte volte, infatti, si è fatto un gran parlare della mancanza di idee originali e di coraggio dei nostri produttori, terrorizzati dall’eventualità di offrire al proprio pubblico qualcosa di nuovo. In quest’ottica, quindi, la notizia che Cattleya (la stessa casa produttrice che ha beneficiato del successo del fenomeno Romanzo Criminale) aveva deciso di portare sul grande schermo il romanzo d’esordio del tatuatore russo Nicolai Lilin era sicuramente eccitante. Se poi si aggiungeva la decisione di affidare questo progetto alla mano capace di un regista dalla mentalità internazionale come Gabriele Salvatores, le aspettative non potevano che crescere a dismisura. Purtroppo, e costa tanto dirlo, questo progetto non ha funzionato come doveva.

Il materiale originale è sicuramente molto cinematografico. La storia, infatti, si concentra su una particolare comunità di criminali siberiani che, governata da un rigido e secolare sistema di regole, deve sopravvivere nella caotica e violenta Russia dei primi anni post-sovietici. L’educazione del titolo, dunque, è quella che il duro Nonno Kuzja, guida morale della comunità, impartisce al giovane Kolima per permettergli di entrare nel mondo adulto ed essere “un onesto criminale”.

Purtroppo la sceneggiatura poco ispirata (per usare un eufemismo) di due venerati maestri come Stefano Rulli e Sandro Petraglia (autori, tra le altre pellicole, di La meglio gioventù, Romanzo di una strage e Mio fratello è figlio unico) mortifica tutti gli spunti narrativi del romanzo. A discolpa dei due sceneggiatori, va detto che il libro di Lilin non è propriamente una storia di senso compiuto quanto, piuttosto, un affascinante flusso di coscienza dove l’autore ricorda, in modo concitato, la sua infanzia e il suo popolo.

Gli autori, dunque, sono stati quasi costretti a inventare il tragico triangolo amoroso tra il protagonista Kolima, l’amico-nemico Gagarin e la bellissima e folle Xenya per avere una base narrativa su cui appoggiare il film. Questa scelta, però, per l’assoluta mancanza di originalità della vicenda (e per una serie continua di dialoghi imbarazzanti) non ha alcuna presa sullo spettatore e anzi riesce, in molte scene, a respingerlo. Lo script, inoltre, ha anche l’ulteriore demerito di appesantire la regia di Salvatores che, in più di un’occasione, dimostra di essere la persona giusta al momento giusto (decisamente intrigante il suo sguardo sullo squallore della nuova Russia liberista e la ricostruzione del villaggio siberiano). Un altro “peccato capitale”, poi, è quello di vedere come il tema del tatuaggio, centrale nel libro, sia trattato con colpevole superficialità, come se si fosse avuto paura di guardare al meraviglioso La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

Poco convincente è, infine,  anche il cast internazionale. I tanti interessanti attori esordienti della pellicola (i due protagonisti Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius, su tutti) si impegnano moltissimo per conquistare le simpatie del pubblico ma, per colpa soprattutto di un doppiaggio ingombrante, falliscono miseramente. Perfino il bravo John Malkovich, nei panni del nonno-maestro, pur facendo sfoggio del suo innegabile talento, in alcune scene sembra quasi recitare contro voglia, come se fosse poco convinto del proprio coinvolgimento in questa pellicola. Sulla performance, tutta sopra le righe, di Peter Stormare (il nichilista de Il grande Lebowsky) meglio calare un velo pietoso.

Anna Karenina: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anna Karenina di Joe Wright, con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson, durata 129’, nelle sale dal 21 febbraio distribuito da Universal Pictures.

di Luca Marchetti

Anna Karenina, oltre ad essere uno dei romanzi più celebri del grande Lev Tolstoj, viene principalmente ricordato, nelle sue versioni cinematografiche del 1924 e del 1935, per aver regalato due indimenticabili interpretazioni alla diva Greta Garbo.

Questa volta, nel 2013, i realizzatori hanno deciso di puntare, più che alla riduzione classica fatta dalle produzioni precedenti, a una strada completamente diversa, affidando l’arduo adattamento del materiale originale al drammaturgo Tom Stoppard.

Lo scrittore inglese, vincitore del premio Oscar per il mediocre Shakespeare in Love, deve principalmente la sua fama alla carriera teatrale, colma di lavori complessi e dai rimandi filosofici. Non è un caso che il suo lavoro più celebre sia  l’interessante Rosencratz e Guildersten sono morti, divertito e colto pastiche sul teatro shakespeariano, con chiari riferimenti a Samuel Beckett.

Nell’affrontare un autore immenso come Tolstoj, Stoppard sceglie di scrivere un adattamento essenziale dove non viene approfondita nessuna riflessione sul declino dell’impero degli zar o sulla grettezza della società aristocratica russa, ma si mostrano solo le pene d’amore di alcuni personaggi. In questa versione, dunque, il libro di Tolstoj diventa il racconto di due love story. La storia, infatti, si focalizza da una parte sul famoso triangolo tra Anna Karenina (Keira Knightley), suo marito Karenin (Jude Law) e l’affascinante conte Vronskij, dall’altro sull’amore “timorato di Dio” tra i giovani Levin e Kitty (in cui è apertamente rappresentata la storia d’amore tra lo stesso Tolstoj e sua moglie Sofia).

Asciugare in questo modo la vicenda, forse per avvicinarla al gusto del pubblico contemporaneo, non rende un buon servizio alla pellicola, specie se questa non è supportata da attori in parte.  Tutti i protagonisti, escluso un inedito Jude Law, a suo agio nella prima parte veramente “matura” della sua carriera, non convincono mai. Keira Knightley, nel tratteggiare la sua tormentata Anna, sa di essere di fronte ad un ruolo che vale una vita e, pur mettendoci dentro un enorme impegno, non dà al suo personaggio quella dimensione tragicamente mitica che meriterebbe. Stesso discorso va fatto per Aaron Taylor-Johnson, scialbo con il suo dongiovanni russo. Il resto del cast, invece, è composto da ottimi interpreti (Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson), tutti relegati in ruoli di sfondo, che non aiutano a mostrare il loro talento. L’eccezione sono i due Domnhall Gleeson e Alicia Vikander che, nella loro tenera sotto-trama, illuminano ed emozionano.

Al di là della parte narrativa, però, la pellicola è visivamente meravigliosa.

Il regista Joe Wright, famoso per la sua filmografia molto curata al livello d’estetica, forse in omaggio alla carriera del suo sceneggiatore, ha l’idea interessante e riuscita di immaginare Anna Karenina come un enorme spettacolo teatrale in movimento, con il palcoscenico e le quinte che si aprono e si chiudono sui mondi della storia.

La pellicola, che deve tanto ai film di Baz Luhrman (sembra un musical senza musica pop), mantiene l’attenzione del suo pubblico, conquistandolo con sempre nuove invenzioni visive (il walzer di gruppo, la corsa dei cavalli). E ‘ un peccato però che nella seconda parte, pagando un’evoluzione della storia totalizzante, il film perda la sua forza visiva e così anche la sua ragione d’essere.

Detto ciò, la pellicola di Wright è comunque un’opera interessante, che ha almeno il merito di avvicinare una grande platea all’opera dello scrittore russo.

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Blue Valentine: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Blue Valentine, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Michelle Williams, Mike Vogel, John Doman, Maryann Plunkett, durata 114’, distribuito nelle sale da Movie Inspired dal 14 febbraio 2013

di Luca Marchetti

Non bisogna farsi ingannare né dalla data di uscita del film (il giorno di San Valentino) né dalla pubblicità fuorviante, ma comprensibile, che gli sta facendo il distributore.

Blue Valentine non è assolutamente la classica storia d’amore che potrebbe sembrare. Il lungometraggio diretto da Derek Cianfrance, finalmente nelle nostre sale dopo quasi tre anni dal suo debutto negli Stati Uniti, è, infatti, una disincantata riflessione sul topos cinematografico de“ La storia d’amore”.

Sono stati diversi gli autori che, specie nel cinema indipendente, hanno provato a raccontare quello che succede dopo il climax del bacio finale e il “vissero felici e contenti”. Come già fatto nel delizioso e più leggero 500 giorni insieme di Marc Webb, dove un malinconico Joseph Gordon Levitt ritornava sopra la propria relazione finita con Zooey Deschanel, Blue Valentine vuole rivolgere lo sguardo a tutte le controindicazioni dell’“Amore Cinematografico”. Cianfrance, infatti, rompe il simulacro favolistico in cui sono rinchiuse le love-story nei film e, come se stesse dirigendo una sorta di documentario dei sentimenti, si avvicina incredibilmente alla realtà quotidiana come pochi altri suoi colleghi coetanei (l’unico altro esempio recente che viene in mente è il doloroso Like Crazy del giovanissimo Drake Doremus).

Il regista, dunque, con un montaggio intelligente e realizzato alla perfezione, compie continui salti temporali per raccontare, nello stesso tempo, la costruzione e la distruzione dell’amore dei due protagonisti. Abbiamo cosi, in pochi minuti, flash dei primi incontri e degli ultimi scontri di queste due anime sofferenti, che vediamo sia prese da una passione folle e sia disgustate da tutte le delusioni e sconfitte che la vita ha dato a loro.

Il regista, poi, pur rimanendo sempre fedele alla sua linea programmatica, dimostra anche una grande sensibilità, intuibile subito dalla citazione nel titolo della bellissima canzone di Tom Waits. Cianfrance, infatti, non ha uno sguardo socio-pedagogico verso i suoi personaggi, come se fossero delle cavie da esaminare, anzi si pone al loro fianco sia nel dolore sia nella felicità, portando il film su alte vette emotive, il cui culmine è lo straziante montaggio finale alternato sulle note della colonna sonora del gruppo indipendente Grizzly Bear.

Grande importanza per la riuscita, anche emotiva, del film la hanno, soprattutto, i due magnifici attori protagonisti. Michelle Williams, nominata all’Oscar nel 2011 per questo ruolo, e Ryan Gosling, nonostante il loro chiaro status di star hollywoodiane, hanno una tale capacità di immergersi nel quotidiano dei loro personaggi e di spogliarsi di qualsiasi presunzione divistica che sembrano entrambi usciti da un film di Cassavetes.

I due attori sono convincenti e credibili in tutte e due le timeline, riuscendo a essere tanto adorabili e luminosi come giovani innamorati (meravigliosa la scena del balletto improvvisato per strada) quanto stanchi e depressi nel loro sfinito rapporto da sposati.

Interpretazioni di questo livello non devono essere delle sorprese poiché stiamo parlando di due degli attori più dotati della loro generazione (i paragoni alle performance giovanili di Robert De Niro e Meryl Streep non sono certo fuori luogo).

In conclusione, non si può che consigliare vivamente la visione di questo piccolo capolavoro, consapevoli, però, di quello che si sta andando a vedere.

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Re della terra selvaggia: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin , con Quvenzhanè Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Gina Montana, durata 93’, distribuito nelle sale da Bolero Film dal 7 febbraio 2013.

Recensione di Luca Marchetti

Da anni il Sundance Film Festival di Robert Redford mette ogni volta, nel proprio programma, pellicole che diventano le più acclamate e apprezzate dell’anno, confermandosi così una fucina continua di talenti.

Re della terra selvaggia (suggestiva traduzione dell’originale Beasts of Southern Wild) ne è l’ennesima conferma. Piccolissima pellicola dell’esordiente Benh Zeitlin (per lui all’attivo solo qualche cortometraggio), oltre a vincere il Gran Premio della Giuria al Festival americano, ha ottenuto anche la Camera d’Or (il premio alla migliore opera prima) lo scorso maggio a Cannes e, recentemente, ha sorpreso tutti guadagnandosi pesantissime nomination agli Oscar, come quelle alla Miglior Regia, al Miglior Film e alla Migliore Attrice Protagonista.

La domanda, dopo tanto clamore, sorge quasi spontanea: il film di Zeitlin merita davvero tutti questi elogi e attestati di stima o è semplicemente un’opera furba che ha giovato del talento della Fox Searchlight, la sua casa di distribuzione, famosa per saper vendere nel miglior modo possibile questo tipo di prodotti? Come sempre, in questi casi, la risposta non è facile.

Re della terra selvaggia è l’ennesima creatura, stupefacente, di una nuova generazione di autori che, nell’ambito del settore indipendente americano, dà sfogo alla propria visione borderline di Cinema, mettendo in scena opere a bassissimo costo ma dal grande impatto visivo.

Pellicole come quelle di Jeff Nichols (Take Shelter e Mud) o Debra Granik (Un gelido inverno), infatti, hanno molto a che vedere con un nuovo corso che si sta facendo largo negli Usa. Lontani anni luce dalla spettacolarizzazione della Hollywood milionaria, questi piccoli artigiani si trovano a proprio agio all’ombra dei grandi studios e realizzano opere capaci di conquistare tutto e tutti.

Benh Zeitlin, pur con qualche distinzione, non si discosta molto dalla poetica di questi suoi colleghi.

Guardando apertamente alla carriera di Terrence Malick (molte scene, anche per l’ambientazione fluviale, ricordano il meraviglioso La sottile linea rossa) e al suo esclusivo modo di interagire con la natura che lo circonda, il giovane regista racconta il legame tra un padre e una figlia immersi in un luogo senza tempo. E’ vero che più di un indizio ci porta a vedere, negli splendidi paesaggi del film, la Louisiana, anche per i riferimenti all’impatto distruttivo dell’uragano Katrina, ma la favola di Zeitlin si colloca in un’atmosfera senza tempo, in bilico tra un futuro apocalittico e un passato remoto preistorico, dove elementi onirici (le misteriose, enormi, creature) si confrontano con duri spaccati visivi quasi da documentario di denuncia.

Detto questo, però, non abbiamo ancora risolto la questione iniziale. E’ meritato il successo di questa pellicola? Senza dubbio la caratteristica più impressionante è il talento recitativo dei due protagonisti della pellicola, scovati chissà dove dal regista. Entrambi, con una notevole aderenza fisica ed emotiva ai propri ruoli, danno alle loro interpretazioni un’efficacia difficilmente raggiungibile da colleghi più esperti. Specie la performance matura della giovanissima Quvenzhanè Wallis (candidata all’Oscar per questa sua interpretazione), a cui è anche affidata per gran parte del film la voice-over (responsabilità non da poco), rimarrà l’ennesima dimostrazione di come il cinema americano sappia rendere credibili anche gli attori bambini.

Nonostante tutto, la sensazione che si ha vedendo questo film non è quella di essere di fronte ad un capolavoro. L’ottima fotografia, la regia ispirata, la suggestiva colonna sonora sono tutti elementi inconfutabili, ma se si prova ad andare ancora più a fondo, ci si accorge di rimanere con poco in mano. Il desiderio del regista di ricercare sempre la confezione eccellente, in più di un’occasione, arriva a reprimere l’impatto emotivo del film, non commovendo come dovrebbe.

Ciò non toglie, comunque, che quello di Ben Zeitlin sarà un nome sicuramente importante nel futuro del Cinema.

Luca Marchetti

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