26. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 26. 10. 2020

“La quinta stagione”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

“La quinta stagione” di Peter Brosens e Jessica Woodworth, con Aurélia Poirier, Django Schrevens, Sam Louwyck, Gill Vancompernolle, Peter Van den Begin; durata 93’, nelle sale dal 27 giugno 2013, distribuito da Nomad Film

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi dieci mesi dalla sua prima mondiale al Lido di Venezia, arriva finalmente anche nelle sale italiane La quinta stagione (La Cinquieme Saison), una delle pellicole più interessanti (e disturbanti) dell’ultima Mostra del Cinema.

Il film, diretto dalla coppia di registi Peter Brosens e Jessica Woodworth, è il capitolo conclusivo di una trilogia che, inizialmente attraverso il documentario, affronta il rapporto tragico e conflittuale che si è instaurato tra l’Uomo e la Natura.

Dopo aver parlato dell’avvelenamento del terreno (Altipiano) e delle malattie infettive degli animali (Khadak), la coppia belga per il gran finale sceglie di mettere in scena un racconto di finzione, una sorta di disaster movie metafisico.

La quinta stagione, sembrerà strano sentirlo dire, almeno tecnicamente non è troppo lontana da quelle rumorose pellicole piene di effetti speciali nelle quali registi come Roland Emmerich (2012, The Day After Tomorrow) si divertono a inscenare catastrofi naturali e apocalissi. Infatti, come in quelle mega-produzioni, il film segue la vita di diversi personaggi, tutti costretti ad affrontare un disastro climatico, e mostra l’evoluzione dei loro rapporti in questa situazione di pericolo. Se però in quei prodotti, spesso la disgrazia naturale dava la possibilità all’umanità di riscoprire solidarietà e speranza, ne La quinta stagione, invece, la vicenda si dirige, in modo inesorabile, verso un finale spietato e crudele.

Nel piccolo paesino del film, infatti, quando l’inverno decide di non finire e la terra smette di dare i propri frutti, la maggioranza della popolazione non pensa nemmeno per un momento ad aiutarsi a vicenda ma, anzi, non perde l’occasione per tirare fuori il peggio della propria natura, dando sfogo a grettezze, bestialità e paranoie.

I pochi personaggi positivi, tra cui un povero straniero cui è cucito addosso il ruolo del capro espiatorio da sacrificare, non possono fare altro che venire schiacciati dalla lucida follia della comunità, sfociata ormai in un’irreversibile brutalità ancestrale.

L’involuzione civile di una società messa alla prova è un tema trattato, anche con grande intelligenza, in molte altre opere (ad esempio Cecità di Jose Saramago). Questa volta però i due autori evitano il tono didascalico del trattato sociologico o della pedante operetta morale sulla miopia dell’Uomo.

Brosens e Woodworth dunque partono, come nella miglior fantascienza, da una storia assurda e con spirito da documentario si limitano a osservare la deriva dei propri personaggi.

Il risultato è un lavoro dove lo spettatore è preso e condotto in un’atmosfera angosciante e disperata, la quale lascia dentro un terribile ma sano senso di disgusto, che accompagnerà il pubblico per diverso tempo.

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“L’uomo d’acciaio”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

“L’uomo d’acciaio” di Zack Snyder, con Henry Cavill, Michael Shannon, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Russell Crowe; durata 144’, nelle sale dal 20 giugno 2013, distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Da quando, nel 1978, Richard Donner (diventato, poi, un maestro del cinema d’azione) portò sullo schermo Superman, con uno sconosciuto Christopher Reeve come protagonista (e un Gene Hackman nei panni della nemesi Lex Luthor), molti hanno provato a costruire intorno al supereroe per eccellenza una storia degna della sua statura.

Negli ultimi trentacinque anni, i tentativi su questa strada sono stati fallimentari. Basti ricordare i progetti naufragati di Tim Burton e la recente, triste, esperienza di Bryan Singer (autore di X-Men e de I soliti sospetti), con lo zoppicante e dimenticabile Superman Returns, per avere chiare quali erano le difficoltà dell’operazione rilancio.

La Warner, però, orfana di tante fruttifere saghe arrivate alla loro conclusione, ha voluto dare una nuova possibilità a questo franchise (potenzialmente ricchissimo) e ha pensato bene di affidarsi a Christopher Nolan, suo personale Re Mida.

Il regista inglese, artefice del successo commerciale e dell’affermazione artistica della nuova trilogia su Batman (altro supereroe classico), era senza dubbio la persona giusta al momento giusto.

Dopo essersi ritagliato il ruolo di produttore esecutivo e aver puntato su solide sicurezze (la sceneggiatura del suo fedele David S. Goyer, già autore dei tre film sul Cavaliere oscuro) e scommesse più azzardate (il regista Zack Snyder, famoso sia per la sua incredibile forza visiva, sia per l’incapacità di narrare storie complesse e stratificate), Nolan ha deciso di partire da una semplice domanda: nel mondo dei social network e della globalizzazione della rete, come si può rendere verosimile l’epifania di un super uomo? E' proprio in questo quesito che si concentra il senso ultimo de L’uomo d’acciaio.

Per prima cosa, il Clark Kent della coppia Goyer- Nolan (interpretato da Henry Cavill) non è già un’icona ma un giovane uomo ancora incosciente dei propri poteri e delle proprie responsabilità, schiacciato dalle lezioni morali paterne e terrorizzato dalla risposta che l’umanità potrebbe dare una volta scoperta la sua esistenza. Partendo da questa complessa psicologia personale e da un profondo senso di emarginazione, la crescita interiore di Superman assume un valore importante e si partecipa emotivamente alla sua decisione di assumersi la missione di proteggere la Terra.

Da questo punto di vista i tantissimi riferimenti cristologici non sono lanciati a caso piuttosto contribuiscono ad arricchire il senso di plausibilità della vicenda. E proprio nell’affidarsi completamente a una figura divina, unica capace di salvarci, che si avverte la grande rottura concettuale con i precedenti nolaniani di Batman dove, invece, c’era sempre un’enorme fiducia nell’umanità e nei suoi mezzi.

In questa svolta provvidenziale, quasi (concedetelo) manzoniana, risiede il cuore di un film come L’uomo d’acciaio, capace di non essere solo un blockbuster dal consumo di massa.

Anche dal punto di vista visivo, poi, la pellicola raggiunge interessanti vette artistiche. Snyder, forse perché sollevato dalle incombenze narrative, esprime tutta la sua indubbia capacità di girare e, aiutato da lavoro del direttore della fotografia Amir Mokri, rende la pellicola, anche visivamente, un’esperienza dall’impatto destabilizzante. I combattimenti mozzafiato, le scene di volo, i flashback nei campi di grano del Kansas (dove possiamo ammirare un grande Kevin Costner), tutto è funzionale alla riuscita totale del ritorno di Superman.

Certo, il film non è privo di difetti come alcune ingenuità di sceneggiatura (specie nei dialoghi), la durata eccessiva e la ripetitività degli interventi salvifici dell’eroe (però qui torniamo sempre sul carattere messianico del protagonista) ma anche con questi piccoli nei non si può dire che L’uomo d’acciaio non sia un’opera ambiziosa e importante, soprattutto se considerata un semplice kolossal.

Se tutte le mega-produzioni avessero  questa profondità e fossero realizzate con questa attenzione, sarebbe un mondo (cinematografico) perfetto.

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”Holy Motors”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

"Holy Motors" di Leos Carax, con Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau, durata 110’, nelle sale dal 6 giugno 2013, distribuito da Movies Ispired

Recensione di Luca Marchetti

Nanni Moretti, anni fa, per stroncare un misterioso capolavoro del cinema italiano (leggenda narra si tratti di C’era una volta l’America di Sergio Leone) disse che in molte occasioni è doveroso ricorrere alla semplicità. Sentite queste parole non dobbiamo sorprenderci se l’anno scorso, al festival di Cannes, la giuria presieduta dal regista di Ecce Bombo ha pensato bene di ignorare completamente un film come Holy Motors di Leos Carax.

Dell’opera cinematografica del regista francese, infatti, si può dire qualsiasi cosa, tranne che sia una storia semplice. Immaginiamo, divertiti, cosa abbia pensato Moretti dopo aver visto questo folle mosaico di cinema e aver constatato, forse con fastidio, il grandissimo apprezzamento che il film suscitò nella critica e nel pubblico della Croisette.

Fin dai primi momenti, con un prologo in una sala cinematografica funerea dove irrompe lo stesso regista con un pigiama improbabile, si capisce che quello che si sta per intraprendere sarà un tour de force estenuante e entusiasmante nella follia e nell’arte del regista più “borderline” del cinema d’Oltralpe.

Dopo dodici anni di silenzio artistico (eccetto la regia di un episodio nel film collettivo Tokyo!), segnato da progetti arenati e disgrazie personali (la morte della compagna Yekaterina Golubeva), Carax torna con un’anti-pellicola dove più che seguire una trama lineare si mettono insieme tantissime citazioni, metafore e riflessioni filosofiche, senza mai sentire il desiderio di spiegare alcunché al proprio pubblico.

Lo spettatore inerme, dunque, è investito da un flusso di coscienza visivo in cui, come in un puzzle, sono affiancati alcuni frammenti intrisi di poesia altissima e di liricità emotiva, girati anche con un realismo sorprendente (pensiamo alla discussione in macchina tra il padre e la figlia) ed altri, invece, fatti di pura irrealtà, nei quali appare anche Monsieur Merde, feroce essere immondo ed eroe caraxiano, sanamente distruttivo con la sua forza ferina.

Questa giornata di straordinaria pazzia non poteva realizzarsi con tali risultati disturbanti se il regista non avesse avuto un complice all’altezza della situazione.  L’attore Denis Lavant, sodale e feticcio di Carax, è il secondo padre di Holy Motors, incredibile per la sua capacità di cambiare abiti e volti per interpretare uno, nessuno e centomila personaggi, sempre con la stessa dedizione e professionalità, arrivando a commuovere persino nei risvolti più paradossali e respingenti. La sua enorme bravura d’attore sottovalutato esplode qui in tutta la sua forza e mette in ombra i pochi, convincenti, compagni di scena (Michel Piccoli, Kyle Minogue e la bellissima Eva Mendes).

Discorso diverso va fatto per Edith Scob, l’autista della limousine-camerino di Lavant, che, anche solo per i pochi attimi a disposizione, tiene fieramente testa al mattatore.

Detto ciò, riconosciamo che Holy Motors ha tutte le carte in regola anche per essere recepito come un film presuntuoso o, addirittura, irritante.  Con un’opera cosi il confine tra sublime e terribile è labile e indefinito.

Credeteci, però, vale la pena di accorrere nelle (poche) sale che finalmente lo proiettano solamente per scoprire l’effetto che vi fa.

“Solo Dio Perdona – Only God Forgives”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Solo Dio perdona – Only God Forgives di Nicolas Winding Refn , con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit , durata  90’, nelle sale dal 30 maggio 2013 distribution da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Nel 2010 molti rimasero fulminati dopo la visione di Drive, primo film “hollywoodiano” del talentuoso regista danese Nicolas Winding Refn. Il giovane autore, infatti, veniva da una carriera ricca di film estremamente coraggiosi (in particolare dal punto di vista registico) ma assai ostici per un vasto pubblico internazionale.

Insomma, una ricetta perfetta per diventare il pupillo di una nicchia ristretta di cinefili integralisti. Fu uno shock positivo, quindi, scoprire che il creatore di gioielli indigesti come Bronson e Vahalla Rising potesse destreggiarsi con grande efficacia in un contesto mainstream, facendo convivere la propria natura di artista indipendente e l’esigenza alla commerciabilità in una sola pellicola.

Drive, dunque, sin dalla prima visione, si rivelava un film sconvolgente, dove violenza e amore si fondevano in un’unica, riuscita, opera d’arte. Con aspettative così, era naturale che tutti noi aspettassimo Refn al varco della nuova opera, eccitati dalla collaborazione con la sua “musa” Ryan Gosling e da una strategia pubblicitaria che prometteva fuochi d’artificio emotivi.

Ebbene, con profonda tristezza, dobbiamo annunciare che questo Solo Dio Comanda è, invece, un’atroce delusione. Sia chiaro, non stiamo parlando di un tradimento ideologico. La pellicola, infatti, pur con i suoi evidenti limiti, è assolutamente coerente con tutti i lavori del regista pre-exploit di Drive.

Anche in questo, come nei precedenti film, infatti, più che alla narrazione fluida e alle interpretazioni degli attori, ottimi, coinvolti, Refn punta al manierismo visivo, all’eccellente esasperazione fotografica e all’integralismo cromatico, tutti dogmi utili solo per mettere in scena una serie disordinata di metafore confuse e simbolismi approssimativi. Dove sono finite la poesia estrema e l’adrenalina mozzafiato di tre anni fa? Purtroppo non riusciamo a trovare nessuna risposta, forse ancora intontiti dalla noia e dalla supponenza di questi infiniti novanta minuti di pellicola (non a caso accolto da rumorosi fischi all’ultimo festival di Cannes).

La prima sensazione, una volta visto Solo Dio Comanda, è quella che Refn faccia tutto ciò con un’attenta cognizione di causa. Se ci permettete un audace paragone politico, sembra quasi che l’autore danese, un po’ come Beppe Grillo, forse terrorizzato da un successo troppo ecumenico, voglia fare di tutto per respingere il proprio pubblico più “moderato” e mantenere vicino a sé solo i seguaci più fedeli e radicali. Questa è, sinceramente, l’unica soluzione sensata che abbiamo trovato, altrimenti non si spiega la folle determinazione di tornare al proprio passato.

Non dimentichiamo, poi, il crimine di non sfruttare attori magnifici come Ryan Gosling e Kristin Scott Thomas, perfetti nei loro ruoli, ma lasciati a se stessi per tutta la durata del film (non citiamo i terribili scambi di battute cui sono costretti). L’unica nota lieta è la scoperta dello sconosciuto attore thailandese Vithaya Pansringarm, dalla presenza scenica indimenticabile. Purtroppo questa è veramente una piccola e inaccettabile consolazione.

Non resta che aspettare la prossima avventura di Refn per capire dove voglia portare la propria carriera. E se ancora vale la pena seguirlo su quella strada.

“La grande bellezza”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La grande bellezza di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti, Serena Grandi, Luca Marinelli, Massimo Popolizio, Giorgia Ferrero, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Galatea Ranzi , durata 142’, nelle sale dal 21 maggio 2013, distribuito da Medusa

Recensione di Luca Marchetti

Proprio mentre stiamo scrivendo, a Cannes la giuria presieduta da Steven Spielberg sta consegnando i premi della 66°edizione del Festival del Cinema, ignorando completamente, nonostante fosse uno dei più quotati alla vigilia, La grande bellezza, l’ultima fatica di Paolo Sorrentino.

Questo risultato farà contenti i molti giornalisti italiani, Dagospia più di tutti, che hanno da subito criticato aspramente la pellicola, ma non possiamo non considerarlo un duro colpo per il Cinema Italiano.

La grande bellezza, infatti, con i suoi limiti e i suoi pregi, è quel genere di film, coraggioso, che raramente si produce in Italia, un’opera con una forza tale che lo spettatore volente o nolente non può rimanere indifferente.

Sorrentino, sin dal suo incredibile esordio con L’uomo in più (pellicola da recuperare e rivalutare), ha messo in chiaro la sua volontà di non limitarsi mai alla scelta più banale, all’inquadratura meno sensazionale. Chiamatela arroganza o superbia (nelle tragedie greche si chiamava hybris ed era punita con la morte) ma è stato questo lo stimolo che ha permesso al regista napoletano di mettere in scena operazioni sempre più ambiziose, per temi, concetti e movimenti di cinepresa.

Sorrentino è arrivato cosi, con nonchalance, a raccontare la vita di Andreotti, a  confrontarsi da pari a pari con il cinema americano e, questa volta, a girare un film che racchiudesse l’anima della Città Eterna.  Già dalla anteprima del film si è partiti con il gioco dei paragoni, citando a sproposito Fellini, Flaiano, Bunuel, Celine e Malick, facendo finta di non capire che La grande bellezza è qualcosa di diverso.

Sorrentino, nel riprendere Roma in tutta la sua opulenta bellezza, non vuole fare un ritrattino moraleggiante sulla grandezza perduta della caput mundi, piuttosto il suo obiettivo è di arrivare al cuore di una città, e di una nazione intera, e di scoprirlo irrimediabilmente vuoto.  La sua Roma del centro storico crepuscolare, delle feste sfrenate sugli attici vista Colosseo, dei trenini a ritmo di salsa che non portano da nessuna parte, non pretende mai di essere una testimonianza da documentario ma è, invece, il simbolo definitivo dei nostri tristi tempi.

A guidarci in questo mondo disumano, il regista chiama un cicerone speciale, Jep Gambardella, scrittore dall’immenso talento sprecato, con il quale giriamo nelle notti malate capitoline. Figlio prediletto, anche se adottivo, di questa laida Mamma Roma, Jep non smetterà mai di ballare, nemmeno di fronte all’uscita di scena dei suoi cari (due simboli di romanità come Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, perfetti nei loro piccoli ruoli), entrambi sconfitti in un gioco che non prevede altro che la vacuità. E’ proprio per questo che il nostro eroe, interpretato da un Toni Servillo incredibile come sempre, pur con tutti i suoi dubbi e tutti i suoi anni, decide di rimanere il re di questa corte dei miracoli.

Convivendo per sempre con quei ricordi di un’innocenza giovanile, o forse di un’altra possibilità di vita, che rimarranno ormai malinconiche ferite passate in un presente fatto di nulla che non porterà ad alcun futuro.

Paolo Sorrentino, in tanto disperato ritratto non è esente dal compiere errori. I difetti sono evidenti come gli effetti speciali oggettivamente brutti, la lunghezza eccessiva (ci sono quasi venti minuti di troppo) e diverse scelte narrative pleonastiche.

Come si dice, però, solo chi si mette in gioco sbaglia. E allora ben vengano registi con questo talento, con questi errori, con questo coraggio e con questa presunzione, che non li fanno mai accontentare della banalità.

“Il grande Gatsby”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande Gatsby di Baz Luhrman, con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Isla Fisher, Joel Edgerton, Gemma Ward, Callan McAuliffe, Amitabh Bachchan, Jason Clarke, Jack Thompson, Elizabeth Debicki , durata  144, nelle sale dal 16 maggio 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

La scelta di affrontare Il grande Gatsby, uno dei più grandi romanzi della storia, oltre che la chiave di volta della letteratura americana del novecento, era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Invece il regista Baz Luhrmann, famoso per il suo cinema sensazionalista e dalla concezione ultra-pop, non si è tirato indietro, neanche dopo lo scottante fallimento (più che altro economico) del suo personalissimo Australia.

Il romanzo di Fitzgerald ha fatto già diverse vittime sulla strada dell’adattamento filmico (non si può non citare quella versione sceneggiata da Francis Ford Coppola e ricordata solo per i suoi bellissimi protagonisti Robert Redford e Mia Farrow), dunque le aspettative per quest’ultimo, nuovo, tentativo erano giustamente altissime.

Il grande Gatsby, infatti, con il suo leggendario protagonista, è un’opera, per la sua forza, impossibile da catturare per qualsiasi macchina da presa. Se poi si aggiunge il fatto che l’obiettivo finale del regista è quello di realizzare, non un film filologico, ma un opulento blockbuster destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, ecco che la riuscita dell’operazione diventa quasi inconcepibile.

Luhrmann, furbamente, decide di asciugare il materiale iniziale e di concentrarsi solo sul suo nucleo universale, quello più facile da trasmettere emotivamente. Il lavoro del regista australiano, proprio nel suo limitarsi, funziona e, accantonati tutti i messaggi concettuali del testo originale, diventa il racconto della vita di un eroe romantico, disposto a tutto pur di seguire il suo sogno d’amore.

Il regista, cosi facendo, oltre a rendere più abbordabile la storia (pur nella sua innegabile bellezza il romanzo originale non è certo dotato d’immediatezza), non tradisce il senso ultimo del lavoro di Fitzgerald e, inoltre, dà completo sfogo alla sua vena visionaria. Egli, infatti, mette a servizio di Gatsby tutta la sua indiscussa capacità di “organizzare feste” sfarzose e riempie gli occhi di stupore grazie ad un’eccellenza tecnica unica, come i meravigliosi costumi di Miuccia Prada e una colonna sonora un po’ hip-hop, un po’ indie-pop, che coinvolge ancora di più nella tragedia umana del nostro eroe (sfidiamo chiunque a risentire, dopo il film, le canzoni dei The xx o dei Florence + The Machine, senza emozionarsi).

Luhrmann, in più, immedesimandosi in quel grande costruttore di visioni che è Gatsby, con la sua eccessiva (per i detrattori, cafona) messa in scena, centra di nuovo, dopo la belle époque di Moulin Rouge, la fotografia dello spirito di un’epoca, riportando davanti al suo pubblico l’irrazionalità di quei ruggenti anni venti, presto uccisi dalla disperazione della Grande Depressione e della seconda guerra mondiale.

Le uniche note stonate, chiamiamole così, appartengono al cast, dove ottimi attori (sulla carta, tutte scelte perfette), come Carey Mulligan e Joel Edgerton, sono impacciati dentro personaggi forse ancora troppo complessi per loro. Stesso discorso va fatto anche per Tobey Maguire, il narratore attraverso il quale viviamo tutta la storia che, mantenendo quel candore ingenuo iniziale, alla fine non convince mai del tutto. A loro discolpa va ammesso, però, che è assai difficile competere in bravura quando si è costretti a dividere la scena con un protagonista luminoso com’è il Jay Gatsby di Leonardo Di Caprio.

La carriera dell’attore degli ultimi anni è segnata da ruoli gestiti alla perfezione e, anche in questo caso, Di Caprio si prende sulle spalle un personaggio difficilissimo, trasmettendone in modo impeccabile tutta la fede incrollabile verso l’amore, tutta la sua indistruttibile speranza e tutta la sua ingenua e commovente fiducia nei propri sogni irrealizzabili.

Quasi sicuramente non sarà neanche questa la volta buona per l’attore di ottenere il meritato Oscar, ma se la sua spasmodica ricerca di questo riconoscimento dà sempre questi risultati, allora speriamo che lo ottenga il più tardi possibile.

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“Bellas Mariposas”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, con Sara Podda, Maya Mulas, Micaela Ramazzotti, Davide Todde, Luciano Curreli, Marina Loi, Rosalba Piras, Simone Paris, Anna Karina Dyatlyk, durata 100’, nelle sale dal 9 maggio 2013

Recensione di Luca Marchetti

Finalmente, dopo otto mesi dalla presentazione all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (dove era in programma nella sezione Orizzonti), è arrivato nelle sale italiane Bellas Mariposas, l’ultima pellicola del regista sardo Salvatore Mereu (suo il meraviglioso Sonetaula).

Distribuito solo grazie all’impegno estremo del suo stesso autore (il fatto che sia stato il regista a dover intervenire personalmente per commerciare la propria opera dovrebbe dare il metro della condizione generale della nostra industria cinematografica), Bellas Mariposas è l’ultima fatica di uno dei cineasti più interessanti e indipendenti del panorama italiano, distinguibile soprattutto grazie alla sua sensibilità visiva e al suo un impegno artistico unico.

Il film, come i suoi precedenti, è ambientato in una Sardegna inedita, lontana anni luce dalle spiagge di sabbia rosa e dalle coste smeraldo che una certa deriva culturale, e una facile approssimazione intellettuale, ci ha costretto spesso a visualizzare. Questa volta, infatti, siamo nella periferia degradata di una Cagliari cattiva, in un non-luogo che tanto ricorda i palazzoni asettici dello Zen di E’ stato il figlio di Daniele Ciprì o i labirinti di Scampia della Gomorra di Matteo Garrone.

Questo palcoscenico di cemento “nasconde” un mondo particolare, dimenticato dal centro storico opulento ed egoista, dove la giovanissima Caterina, insieme all’inseparabile amica Luna, (interpretate dalle esordienti Sara Podda e Maya Mulas) ci fanno da Virgilio per questa esclusiva giornata all’inferno. Mereu non punta al patetismo buonista del cosiddetto cinema di denuncia, adatto a sconvolgere la coscienza ipocrita di chi, lontano chilometri, è ben contento di non essere coinvolto personalmente.

Il regista, pur sentendo emotivamente una forte unione empatica con i suoi protagonisti, non desidera fare alcuna morale, piuttosto vuole solo fotografare, in tutta la sua immediata e diretta atrocità, un contesto sociale "assurdo", dove si articolano le vite violente di tanti adolescenti, schiacciati tra adulti deplorevoli (la figura del padre maniaco ne è un esempio) e una predestinazione quasi antropologica che ne segna il destino. Segnati tutti, poi, da un rapporto invasivo con il sesso (tirato in ballo continuamente), che li costringe sempre a essere “grandi” molto prima del tempo.

Mereu, in questo progetto, mette evidentemente tutto se stesso. Il risultato finale è un lavoro genuinamente disturbante, dove gli sporadici peccati di presunzione sono bilanciati da una sincerità disarmante.

Le gag fuori luogo e senza senso e il pur affascinante epilogo magico (il cammeo finale di Micaela Ramazzotti è straordinario), infatti, anche se mal si conciliano con la spietatezza del resto del film, sono facilmente perdonabili.

Bellas Mariposas, pur con i suoi evidenti limiti, segna, comunque, un episodio importantissimo e stra-ordinario in un panorama intellettuale dove il coraggio delle idee è sempre più raro. Un’operazione audace, che al di là dei suoi meriti artistici effettivi, merita di essere supportata con forza dal pubblico.

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“No – I giorni dell’arcobaleno”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larraín, con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Nestor Cantillana, Alejandro Goic, Antonia Zegers, Marcial Tagle, Jaime Vadell, durata 118’, nelle sale dal 9 maggio 2013, distribuito da Bolero Film.

Recensione di Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno non è solo un’opera di finzione che vuole ricostruire gli eventi legati al referendum che nell’ottobre del 1988 portò alla fine della dittatura di Pinochet in Cile. No è, soprattutto, uno spassionato inno alla gioia.

Ogni attimo della pellicola, anche le scene dure e angoscianti delle repressioni della polizia, non fanno altro che inserirsi armonicamente in un quadro molto più ampio, in un affresco finale che parla di felicità, di speranza, di una ricostruzione civile fatta sulle ceneri lasciate dalla dittatura e dalla morte della democrazia. A dipingere il tutto c’è, con sensibilità e genio, Pablo Larraín, giovane regista cileno affermatosi ormai come una certezza del cinema d’autore mondiale.  Questo film, infatti, è il terzo e ultimo capitolo di un racconto-fiume che Larraín ha messo in scena per narrare il dramma storico del Cile di Pinochet.

Partiti nel 2008 con il grottesco sfogo sociale di Tony Manero (vincitore del Festival di Torino), e passati poi alla tragedia senza speranza di Post Mortem (dove, con l’autopsia del corpo di Salvador Allende, è rappresentata la disperazione morale di un intero popolo), si è arrivati al capitolo finale, catartico, al risveglio da un incubo durato quindici anni.

La pellicola, ispirata al lavoro teatrale del drammaturgo Antonio Skármeta (già fonte d’ispirazione per Il postino di Massimo Troisi) narra il lavoro di René, un giovane pubblicitario di successo che, contro un regime tronfio e malato (ma anche contro i suoi stessi “alleati” politici non convinti veramente di voler combattere questa battaglia), si ritrova più che a progettare una campagna elettorale, a rieducare i propri concittadini all’allegria e alla speranza nel futuro.

L’impatto emotivo e il coinvolgimento, oltre alla forza del tema, sono ottenuti grazie alla geniale scelta artistica di girare il film con le cineprese dell’epoca. Ecco dunque spiegato l’affascinante effetto vhs, capace così di fondere in un’unica soluzione di continuità repertorio e finzione, con effetti pratici anche commoventi (i vecchi politici democratici che si ritrovano, per la magia del cinema, di nuovo giovani e combattivi).

L’altra scelta vincente si rivela, poi, quella del protagonista. Il messicano Gael Garcia Bernal sveste sia i panni della giovane promessa del cinema di lingua spagnola, sia quelli da latino sensuale (da nuovo Antonio Banderas, per intenderci) che Hollywood ha provato a cucirgli in tutti i modi addosso, e s’impone con un grande ruolo da adulto.

Il suo eroe “borghese”, capace di cambiare il mondo facendo solo, con passione, il proprio lavoro, è gestito con una maturità sorprendente, tale da fargli perdonare qualche errore di carriera precedente (il terribile Letters to Juliet ad esempio).

Ottima, anche, è la solita performance di Alfredo Castro, volto feticcio del cinema di Larraín, nei panni dell’ambiguo capo di Bernal.

No, per concludere, è un romantico omaggio al risveglio civile, alla passione politica, all’amore verso l’impegno sociale. E chi crede ancora in questi valori, dopo tutto quello che la politica del nostro paese ci ha regalato, non potrà che commuoversi fino alle lacrime. Sperando che l’allegria stia arrivando anche qui.

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”Effetti collaterali”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Effetti collaterali, di Steven Soderbergh, con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, e Vinessa Shaw, durata 106’, nelle sale dall’1 maggio 2013, distribuito da M2 Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Da un po’ di anni, forse per una forma d’insoddisfazione professionale o, semplicemente, per mantenere alto il livello generale di attenzione sul proprio lavoro, il regista Steven Soderbergh (premio Oscar per Traffic e, soprattutto, Palma d’oro 1989 per Sesso, bugie e videotape) annuncia ogni volta che il suo prossimo film sarà l’ultimo della sua carriera.

Dicendo ciò, il regista ha costretto centinaia di critici a considerare ogni suo nuovo film come un testamento artistico e di approcciarvisi intellettualmente di conseguenza. Purtroppo questi articoli, spesso colmi di ottime analisi definitive sulla sua carriera, puntualmente sono smentiti dalla notizia di un progetto nuovo di zecca messo in produzione.

In quest’occasione, almeno, abbiamo evitato il rischio perché sappiamo già che al nostro Effetti collaterali (Side effects, in originale) succederà presto Behind The Candelabra, biografia tv del pianista omosessuale Liberace, selezionata per il concorso del prossimo Festival di Cannes. Eppure, permettetecelo, non possiamo non divertirci nel notare quanto Effetti collaterali sarebbe stato un ultimo, perfetto capitolo nella carriera ondivaga e schizofrenica di Soderbergh.

La pellicola, infatti, proprio per il suo continuo mutare e sconfinare in molti campi, tocca diversi generi che hanno fatto la fortuna del regista. Abbiamo dunque il legal drama, l’heist movie, la tragedia sessuale, il film di denuncia e, addirittura, l’horror catastrofico, come se stessimo leggendo un bignami del canone soderberghiano.

Anche la scelta narrativa di essere allo stesso tempo facile thriller, riflessione intelligente sulla psicoanalisi, feroce attacco all’industria farmaceutica e apocalittico sermone sociologico sulla dipendenza globale alle medicine, con l’aggiunta di piccanti scene lesbo fuori luogo, ripropone in piccolo la contraddizione fondante di un autore che si è sempre diviso tra la sua anima indipendente (gli esperimenti stonati Bubble e Girlfriend’s experience) e l’attrazione letale per il mainstream (Ocean’s Eleven e i suoi seguiti).

A livello visivo, inoltre, la pellicola raggiunge quella totale freddezza chirurgica che è il culmine di una ricerca formale sulla luce e sul colore che difficilmente Soderbergh potrà portare oltre questi traguardi.

Impressionante, poi, la scelta fatta per i due protagonisti. Jude Law e Rooney Mara che, aiutati da una naturale predisposizione, si calano alla perfezione nei loro camaleontici ruoli, capaci di ispirare, allo stesso tempo, una sentita empatia e una violenta repulsione. I due attori, specchiandosi l’uno nell’altra, fanno quasi a gara a chi muta forma e aspetto più velocemente e più violentemente, risultando entrambi vincitori.

Se vogliamo essere più precisi, però, pur apprezzando il talento della Mara (ammirata in Uomini che odiano le donne di David Fincher), non possiamo ignorare come Jude Law, il divo tanto amato, solo nelle mani di Soderbergh riesca a tirare fuori quell’ambigua vena amorale che lo rende un attore unico. Questo discorso, però, come abbiamo detto, sarebbe ideale solo se Effetti Collaterali fosse veramente l’ultimo Soderbergh.

Purtroppo, o per fortuna, la carriera del regista di Atlanta è destinata a continuare per molti anni, e non ci resta che aspettare il suo prossimo lavoro per essere smentiti. Per l’ennesima volta.

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