30. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 29. 10. 2020

”Effetti collaterali”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Effetti collaterali, di Steven Soderbergh, con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, e Vinessa Shaw, durata 106’, nelle sale dall’1 maggio 2013, distribuito da M2 Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Da un po’ di anni, forse per una forma d’insoddisfazione professionale o, semplicemente, per mantenere alto il livello generale di attenzione sul proprio lavoro, il regista Steven Soderbergh (premio Oscar per Traffic e, soprattutto, Palma d’oro 1989 per Sesso, bugie e videotape) annuncia ogni volta che il suo prossimo film sarà l’ultimo della sua carriera.

Dicendo ciò, il regista ha costretto centinaia di critici a considerare ogni suo nuovo film come un testamento artistico e di approcciarvisi intellettualmente di conseguenza. Purtroppo questi articoli, spesso colmi di ottime analisi definitive sulla sua carriera, puntualmente sono smentiti dalla notizia di un progetto nuovo di zecca messo in produzione.

In quest’occasione, almeno, abbiamo evitato il rischio perché sappiamo già che al nostro Effetti collaterali (Side effects, in originale) succederà presto Behind The Candelabra, biografia tv del pianista omosessuale Liberace, selezionata per il concorso del prossimo Festival di Cannes. Eppure, permettetecelo, non possiamo non divertirci nel notare quanto Effetti collaterali sarebbe stato un ultimo, perfetto capitolo nella carriera ondivaga e schizofrenica di Soderbergh.

La pellicola, infatti, proprio per il suo continuo mutare e sconfinare in molti campi, tocca diversi generi che hanno fatto la fortuna del regista. Abbiamo dunque il legal drama, l’heist movie, la tragedia sessuale, il film di denuncia e, addirittura, l’horror catastrofico, come se stessimo leggendo un bignami del canone soderberghiano.

Anche la scelta narrativa di essere allo stesso tempo facile thriller, riflessione intelligente sulla psicoanalisi, feroce attacco all’industria farmaceutica e apocalittico sermone sociologico sulla dipendenza globale alle medicine, con l’aggiunta di piccanti scene lesbo fuori luogo, ripropone in piccolo la contraddizione fondante di un autore che si è sempre diviso tra la sua anima indipendente (gli esperimenti stonati Bubble e Girlfriend’s experience) e l’attrazione letale per il mainstream (Ocean’s Eleven e i suoi seguiti).

A livello visivo, inoltre, la pellicola raggiunge quella totale freddezza chirurgica che è il culmine di una ricerca formale sulla luce e sul colore che difficilmente Soderbergh potrà portare oltre questi traguardi.

Impressionante, poi, la scelta fatta per i due protagonisti. Jude Law e Rooney Mara che, aiutati da una naturale predisposizione, si calano alla perfezione nei loro camaleontici ruoli, capaci di ispirare, allo stesso tempo, una sentita empatia e una violenta repulsione. I due attori, specchiandosi l’uno nell’altra, fanno quasi a gara a chi muta forma e aspetto più velocemente e più violentemente, risultando entrambi vincitori.

Se vogliamo essere più precisi, però, pur apprezzando il talento della Mara (ammirata in Uomini che odiano le donne di David Fincher), non possiamo ignorare come Jude Law, il divo tanto amato, solo nelle mani di Soderbergh riesca a tirare fuori quell’ambigua vena amorale che lo rende un attore unico. Questo discorso, però, come abbiamo detto, sarebbe ideale solo se Effetti Collaterali fosse veramente l’ultimo Soderbergh.

Purtroppo, o per fortuna, la carriera del regista di Atlanta è destinata a continuare per molti anni, e non ci resta che aspettare il suo prossimo lavoro per essere smentiti. Per l’ennesima volta.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

"Kiki - Consegne a domicilio": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Kiki - Consegne a domicilio, di Hayao Miyazaki, durata 102’, nelle sale dal 24 aprile 2013, distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi venticinque anni, finalmente, Kiki – Consegne a domicilio è arrivato nelle sale cinematografiche italiane. Il merito di quest’approdo va attribuito, principalmente, al coraggio commerciale di Andrea Occhipinti che, con la sua Lucky Red, ha preso la lodevole decisione di rieditare tutta l’opera completa del maestro Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli, e di portarla nelle nostre sale.

Dopo il successo, non solo di critica, ottenuto da La città incantata (Orso d’oro al Festival di Berlino e Premio Oscar) e da Ponyo sulla scogliera, alcuni degli ultimi capolavori del regista, il produttore romano ha inaugurato una “retrospettiva” che ha già permesso a molti, soprattutto bambini, di scoprire grandi film come Il mio amico Totoro e Porco Rosso, sentito omaggio al nostro paese.

Kiki –Consegne a domicilio, cronologicamente la quarta pellicola realizzata dallo Studio Ghibli, è la nuova, piacevole, puntata di questa storia.

Tratto dal fortunato romanzo per l’infanzia di Eiko Kadono, il film racconta le avventure della giovane streghetta Kiki, andata via di casa con la sua scopa volante e il suo gatto parlante Jiji per trovare il proprio posto nel mondo in un'altra città, con nuovi amici.

Nonostante risenta un po’ della sua età e paghi il confronto con le opere più recenti di Miyazaki, ovviamente frutto di una differente maturità e nate dopo un lungo percorso di ricerca anche ideologica, la pellicola presenta già, sia pure solo abbozzate, tutte le tracce di quella che poi sarà una poetica consolidata e riconoscibile.

La centralità dell’infanzia, la nobilitazione delle figure anziane (rappresentate spesso come caritatevoli e sagge), la fascinazione verso il volo (come metafora dell’estrema libertà) e un solido ambientalismo, quasi militante, sono tutti temi carissimi al sensei che qui vedono i loro esordi. Anche a livello visivo, poi, soprattutto con la costruzione della meravigliosa città in cui la vicenda è ambientata (una fusione tra Lisbona e Stoccolma), si vede l’ammirazione verso le architetture europee che poi renderà uniche le ambientazioni di tutte le successive pellicole (una su tutte Il castello errante di Howl).

E’ ovvio che chi conosce già le opere più recenti del regista noterà l’eccessiva semplicità della storia raccontata e lo schematismo dei personaggi principali (anche se la giovane protagonista compie un’evoluzione narrativa di emancipazione personale particolarmente riuscita).

Siamo convinti, però, che sia proprio nella sua disarmante semplicità, e sincerità, che risieda il successo di questa piccola favola. Tanto piccola nella sua confezione lineare, quanto grande nel suo impatto emotivo.  Ideale per chi voglia rimanere incantato da storie diverse, realizzate con una cura quasi artigianale, da quelle partorite dal mastodontico monopolio americano del cinema d’animazione.

E in più, davvero si vuole perdere l’opportunità di provare il piacere di vedere un film targato Miyazaki nell’atmosfera di una vera sala cinematografica? Per una volta che c’è l’occasione …

“RazzaBastarda”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

RazzaBastarda di Alessandro Gassman, con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Madalina Ghenea, Michele Placido, durata 95’, nelle sale dal 18 aprile 2013, distribuito da Moviemax

Recensione di Luca Marchetti

RazzaBastarda non è solo l’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Alessandro Gassman, ma soprattutto una pellicola anomala.

Quest’opera prima, infatti, a differenza di molti altri prodotti della nostra industria cinematografica, con una dose di sana presunzione, non si accontenta di portare sullo schermo il solito “compitino ben fatto”, ma aspira, invece, a essere qualcosa di diverso.

Il motivo principale di tale dose di coraggio è da andare a individuare nell’adesione completa che Gassman prova per il materiale di partenza, la pièce teatrale di Reinaldo Povod Cuba and his Teddy Bear, già portata a Broadway, con enorme successo, da Robert De Niro. Il testo teatrale da diversi anni è diventato parte integrante della vita dell’attore romano che, dopo averla adattata in italiano e portata nei teatri di tutta Italia con il titolo Roman e il suo cucciolo, l’ha considerata la storia ideale sulla quale costruire il suo passaggio alla regia. Gassman con il suo protagonista, lo spacciatore romeno Roman, mette tutto se stesso in un’interpretazione impreziosita da un’immedesimazione assoluta, dovuta anche agli anni di frequentazione, tra attore e maschera.

L’accento etnico, la fisicità bestiale, la rabbia violenta e l’amore assoluto nei confronti di quell’unico figlio cui, lottando come una belva, vuole riservare un futuro migliore, sono il frutto di un lavoro maniacale e totale che il regista/attore ha elaborato in tutto questo tempo. E’, dunque, una conseguenza ovvia quella di vedere il film come un enorme e, in fin dei conti, riuscito one man show.

Gassman, infatti, giustamente si prende gli spazi e i tempi per mettere in mostra quel talento sottovalutato che una carriera spesso incastrata in ruoli monodimensionali o, peggio, dai pregiudizi di chi non lo vedeva mai uscire dall’ombra di un genitore immenso, gli ha impedito esprimere a pieno. Solo da quest’ottica si può comprendere a pieno, e assolverla dalle accuse di eccessivo protagonismo, la sua decisione da capocomico di circondarsi sulla scena da una compagnia di attori i quali, nonostante siano sconosciuti al grande pubblico, sono perfetti nella caratterizzazione dei loro personaggi (l’unica eccezione è la comparsata di Michele Placido che infatti mal si concilia con il resto dell’operazione).

Il film, dunque, possiede un fortissimo e viscerale impianto teatrale che, nonostante sia l’anima di RazzaBastarda, ne è, allo stesso tempo, il suo limite più grande. La decisione, pensiamo conscia, di rimanere ancorati alla struttura teatrale, specie in una costruzione dei dialoghi estremamente caricata e in un’impostazione ambientale molto “da palcoscenico”, nega la possibilità di seguire tutte le vie di fuga che il Cinema offre e, quindi, impedisce al prodotto di smarcarsi dall’etichetta mortifera di “teatro filmato”.

Ciò non toglie che visivamente il film offra anche elementi di grande valore, uno su tutti l’efficiente atmosfera di puro degrado sociale e morale (la pellicola è ambientata in una terribile periferia di Latina) enfatizzata dalla fotografia in bianco e nero che tanto, e bene, guarda a L’odio di Mathieu Kassovitz.

Sinceramente, però, se Gassman ha interesse a coltivare questa carriera da regista cinematografico dovrà in futuro orientarsi su altre strade.

"Come un tuono": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Come un tuono, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Rose Byrne, Eva Mendes, Ray Liotta, Bruce Greenwood, Dane DeHaan, Ben Mendelsohn, Harris Yulin , durata 140’, nelle sale dal 4 aprile 2013 distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

E’ opinione comune che l’opera seconda sia sempre la più difficile nella carriera di un artista.

Dopo il clamoroso esordio con il dramma sentimentale Blue Valentine, era quindi lecito attendere il promettente Derek Cianfrance al varco del suo nuovo Come un tuono (mediocre adattamento italiano del ben più poetico The Place Beyond the Pines). Bisognava, infatti, capire se avessimo a che fare con un nuovo autore di talento (come indicavano gli indizi) o con uno dei tanti “falsi profeti” che fanno capolino sulla ribalta per poi sparire nel dimenticatoio. Ebbene, dopo quest’ambiziosissima pellicola, il giudizio sull’alunno Cianfrance rimane ancora sospeso.

Come un tuono è talmente altalenante, diviso tra punte ammirevoli e crolli indifendibili, che appare sinceramente impossibile classificarlo con decisione.

Cianfrance, per questa sua seconda avventura, invece di accomodarsi sugli allori di un cinema indipendente autocompiaciuto, ha deciso con coraggio di fare un successivo passo importante nella sua carriera.

Dopo la disamina quasi scientifica sulla costruzione e la distruzione di un amore di Blue Valentine, il regista vuole spostare il suo sguardo verista sul proletariato americano, sulla piccola famiglia media della periferia, e desidera riflettere sul concetto di famiglia, sulle colpe dei padri che ricadono sui figli, sui delitti e sui castighi. Grandi temi e altrettante grandi ambizioni che purtroppo non vedono la loro realizzazione in una pellicola che, arrivando troppo vicino al sole, finisce per sciogliere le proprie ali di cera.

Come un tuono, dunque, è un’opera imponente e impotente (anche per le sue due ore e venti di durata), costretta in una divisione artificiosa in tre atti che, oltre a mortificare la fluidità narrativa della storia, porta lo spettatore a non percepirla come una sola epica vicenda.

Abbiamo così in sequenza cronologica più che logica, una prima parte, con un biker delinquente che sogna di fare il padre al proprio bambino, seguita da una seconda con poliziotto onesto che ambisce a sopravvivere in un distretto corrotto; per finire, alla terza, con due giovani sbandati in cerca del loro posto nel mondo.

Tre parti così indipendenti nelle loro strutture e nelle loro tematiche che, quando ci viene mostrato il legame tra di esse, non si può che considerare il tutto come forzato e inverosimile. L’idea forse sulla carta sembrava un grande esercizio di stile ma, nella pratica, è invece un goffo tentativo, neanche cosi attraente, di imitare quel cinema multi-tragico che tanta fortuna ha portato lo scorso decennio alla coppia Alejandro Inarritu-Guillermo Arriaga. Senza contare che operando in questo modo si è spezzato il fiato anche alle grandi interpretazioni degli attori chiamati in causa.

Ryan Gosling, anche se nell’ennesima parodia del duro dal cuore d’oro, e, soprattutto, il sempre più convincente Bradley Cooper s’impegnano, ma sono costretti, da ruoli non all’altezza, a girare a vuoto.  Stesso discorso va fatto anche per ottimi caratteristi come Ray Liotta, Rose Byrne e l’inquietante Ben Mendelsohn, costretti a essere semplici coreuti sullo sfondo del dramma.

Dove però fallisce la sceneggiatura, la regia vince. Il film, a livello visivo, riesce a collezionare sequenze e immagini di valore. Gli inseguimenti in moto o gli squallidi ma commoventi quadretti familiari emozionano, come è di enorme impatto la resa dei conti catartica nella suggestiva pineta del titolo.

Da sottolineare, poi, il desiderio dell’autore di omaggiare l’opera umanista di James Gray, grandissimo autore di capolavori come Two Lovers o Little Odessa.

Nuova conferma che Cianfrance è dotato d’intelligenza e talento. Purtroppo, in questo caso, il nostro ha voluto mettersi in gioco con un progetto ancora troppo grande per lui.

Ma, considerando anche l’ignavia di molti suoi colleghi, possiamo veramente biasimarlo per averci provato?

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

“La madre”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La madre, di Andres Muschietti, con Jessica Chastain, Nikolaj Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Daniel Kash, Javier Botet, Jane Moffat, Julia Chantrey, durata 100’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Tutto è iniziato nel 2008. Un giovane regista argentino di nome Andres Muschietti realizza il cortometraggio horror Mama. Il lavoro, pur con tutti i suoi limiti, è affascinante e attira subito le attenzioni di un pezzo da novanta del genere fantasy come Guillermo Del Toro.

Il regista messicano, guru del cinema fantastico di marca latinoamericana e famoso per pellicole affini al corto di Muschietti come La spina del Diavolo o Il labirinto del Fauno, decide quindi di fare da balia al suo collega esordiente e produce di tasca sua la trasposizione in un lungometraggio della storia, con mezzi e budget considerevoli. I risultati finali hanno sicuramente accontentato i realizzatori come hanno entusiasmato il pubblico.

La madre, infatti, raccontando la terrificante storia di due bambine abbandonate in un bosco e cresciute da un misterioso essere soprannaturale, fa riferimento a molte altre opere e ripercorre il meglio di questo genere cinematografico.

Il regista non solo strizza l’occhio ai tanti film, di successo, demoniaci giapponesi (The Ring, The Grudge) ma si rifà anche a pellicole a lui più vicine, ad esempio ai capolavori di marca spagnola The Others di Alejandro Amenabar e The Orphanage di Juan Antonio Bayona.

Muschietti, dunque, rendendo omaggio al cinema dei suoi colleghi più fortunati (parlare di plagio sarebbe esagerato e ingiusto), prova a inserirsi sulla scia di quella che lentamente sta diventando una vera e propria tradizione, in lingua spagnola, del cinema Horror, ben diversa dalla scuola americana (più orientata verso i remake pop di grandi classici o la torture porn di Eli Roth) o da quella, compianta, italiana (Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento, per intenderci).

L’argentino, come i suoi modelli, non punta al gusto del terrore fine a se stesso, ma cerca di unire le suggestioni semplicemente fantastiche ad una vicenda dalle forti e realistiche tinte drammatiche.

Muschietti, infatti, sotto la confezione del “film di paura” mette in scena una sincera e commovente riflessione sulla maternità e racconta, in modo emozionante, cosa significhi essere un genitore.

Se guardiamo al cinema recente, sono rare altre pellicole che abbiano descritto, così, questo tema. L’unica che possiamo citare è il cartoon Pixar Brave che, usando il cinema d’animazione, arriva agli stessi livelli emotivi.  Se dobbiamo trovare altri pregi in La madre, non possiamo non parlare della sua protagonista, l’incantevole Jessica Chastain. L’attrice americana, sin dal poetico The Tree of Life di Terrence Malick, il suo primo film importante, non ha sbagliato praticamente un passo, dividendosi tra personaggi sopra le righe (The Help) ed altri più sentiti (Il debito, Take Shelter), fino all’affermazione come star con la durissima protagonista del recentissimo Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow.

Ne “La madre”, la Chastain sorprende di nuovo tutti e veste i panni dark di una bassista poca propensa al nuovo ruolo di genitore. Anche qui, nonostante si privi della sua meravigliosa chioma rossa, dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo sconfinato talento.

In conclusione, non ci resta che ricordare l’unica pecca, veniale, che è il comparto degli effetti speciali “artigianali” del film, ma forse anche questo non fa altro che contribuire al fascino di un’opera capace di spaventare e commuovere allo stesso tempo.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

”Gli amanti passeggeri”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gli amanti passeggeri, di Pedro Almodovar, con Penélope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega, Blanca Suárez, Lola Dueñas, José María Yazpik, Cecilia Roth, Javier Cámara, Hugo Silva, Antonio de la Torre, Miguel Ángel Silvestre, Carlos Areces, Carmen Machi, durata 90’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Warner Bros.

di Luca Marchetti

A quasi venti anni dalla sua ultima commedia “pura” (Kika-Un corpo in prestito è, infatti, del 1993) Pedro Almodovar decide di abbandonare, almeno momentaneamente, i melodrammi che negli anni gli hanno garantito un enorme successo e diversi premi (come l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale), per tornare a dedicarsi al suo primo amore: il cinema leggero.

Gli amanti passeggeri è, dunque, un ritorno alle radici per il regista della Mancha, alle prese di nuovo con temi e toni a lui da sempre cari. La storia, surreale, della pellicola è interamente ambientata su un aereo di linea dove, per problemi tecnici, passeggeri frustrati e un equipaggio sui generis sono costretti ad affrontarsi, abusando così di droghe, alcool e sesso.

L’idea esplicita di Almodovar era di rappresentare, in un contesto tragicomico e claustrofobico, la situazione stessa della Spagna, a suo dire guidata da un gruppo di incompetenti verso lo schianto. Senza dubbio la volontà di realizzare, con uno spirito estremamente libertario e divertito, una riflessione impegnata e politica è da applaudire. Purtroppo, come succede alle volte ai venerati maestri (una situazione del genere l’ha vissuta, in campo musicale, anche il grande Franco Battiato), quando si hanno delle premesse cosi è molto facile sbagliare strada.

Il regista spagnolo, infatti, ritornando alla commedia, ricorre per forza di cose al proprio particolare gusto comico e senso dell’umorismo, entrambi forse ancorati ai primi anni novanta. Se all’epoca, in una nazione in qualche modo legata sempre alla rigidità mentale del regime franchista, i suoi sberleffi cinematografici erano delle sane sferzate di libertà e delle boccate d’aria fresca, nella Spagna post-Zapatero le stesse battute, lo stesso tono e gli stessi esageratissimi riferimenti (omo) sessuali trovano veramente poco spazio, risultando cosi fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo.

Il rapporto con il sesso, messo in scena in un modo “oscenamente” esagerato, può divertire (e ammettiamo che le risate scappino più di una volta) ma è un divertimento più legato a un cinepanettone di Neri Parenti che a un film di Almodovar, nato anche con lo scopo di far riflettere.  La sensazione che si prova di fronte al film è, quindi, quella che Almodovar, forse stanco di un cinema drammatico che, dopo alcuni capolavori immensi (Tutti su mia madre o Parla con lei, per fare solo due esempi), per i livelli altissimi raggiunti non lo stimola nemmeno più (ecco allora contestualizzato l’esperimento noir, poco riuscito, di La pelle che abito), sia voluto ricorrere a un altro genere che, purtroppo per lui, non riesce più a maneggiare come dovrebbe.

Ciò non toglie, però, al pubblico il piacere di godersi comunque alcuni momenti imperdibili in stile almodovariano come lo stacchetto musical sulle note di I’m so excited delle Pointer Sister (il regista, come dimostra anche The Look dei Metronomy sui titoli di coda, difficilmente sbaglia una colonna sonora) o l’ottimo cast di attori iberici messo in scena, dove a vecchie conoscenze come Cecilia Roth o uno strepitoso Javier Camara si affiancano anche alcuni “prestiti” di valore dalla cinematografia di Alex De La Iglesias (altro autore spagnolo famoso per il suo cinema scatenato) come gli ottimi Carlo Aceres o Guillermo Toledo. Sono da segnalare, infine, solo per dovere di cronaca i cammei iniziali di Penelope Cruz e Antonio Banderas, comparsate simpatiche quanto inutili.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

"Il grande e potente Oz": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande e potente Oz, di Sam Raimi, con James Franco, Michelle Williams, Mila Kunis, Rachel Weisz, Zach Braff, Bill Cobbs, Joey King, Abigail Spencer, Tony Cox, durata 130’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da Walt Disney Pictures

di Luca Marchetti

Il mago di Oz, scritto nel lontano 1900 da L. Frank Baum, è un libro che ha avuto, e tuttora ha, un enorme peso nella cultura e nell’immaginario collettivo statunitense. Non è un caso che si facciano ancora oggi innumerevoli citazioni, parodie o nuove interpretazioni di quest’opera, alcune anche decisamente originali come il musical Wicked, incentrato sulla storia della malvagia Strega dell’Ovest, o il meraviglioso Cuore Selvaggio di David Lynch, personale adattamento della storia dell’autore di Velluto Blu. A contribuire alla fortuna (soprattutto internazionale) del romanzo è stato anche il famosissimo film omonimo di Victor Fleming (1939) nel quale Judy Garland cantava la mitica Over the Rainbow.  Il libro, dunque, per gli Usa ha un ruolo importante, lo stesso che potrebbe essere occupato da Pinocchio rispetto alla nostra storia culturale, e, grazie a chiavi di lettura originali, ha saputo presto liberarsi dalla restrittiva etichetta di “letteratura per ragazzi”.

La Disney, proprietaria dei diritti dell’opera, da anni voleva realizzare, con successo, qualcosa che potesse sfruttare i personaggi e i mondi di L. Frank Baum. E’ nata cosi l’idea di creare Il grande e potente Oz, una sorta di prequel che, ispirandosi molto liberamente ai libri dello scrittore americano, raccontasse l’arrivo del famoso Mago nella Città di Smeraldo e della sua guerra contro le due malvagie streghe dell’Est e dell’Ovest. Reduci dal successo di botteghino di Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton (pellicola, a dir la verità,  incapace di trattare con giustizia i personaggi di Lewis Carroll), i produttori hanno deciso di affidare questo lavoro ad un altro regista “visionario” (termine inflazionato a Hollywood) come Sam Raimi. Famoso per una carriera passata tra piccoli horror e la trilogia di Spiderman, il regista prometteva di avere nelle sue corde sia una sensibilità artistica personale, sia la capacità, non trascurabile, di gestire dei grandi budget, doti entrambe utili per realizzare al meglio un film del genere. Dopo aver visto la pellicola, possiamo dire che le aspettative della Disney e del pubblico non sono state disattese.

Raimi, infatti, non si è lasciato intimorire né dall’enormità del progetto, né dalla precoce perdita del suo protagonista carismatico (nel ruolo del mago era stata già scritturata la star Robert Downey Jr),  creando un kolossal per famiglie visivamente incredibile, adatto al gusto commerciale di un vastissimo pubblico e, allo stesso tempo, traboccante di tutte le caratteristiche della sua visione di Cinema.

Il grande e potente Oz è, appunto, un’opera in cui Raimi mette tutto se stesso, dalle scelte registiche estreme ai tanti piccoli espedienti horror che impreziosiscono l’esperienza della visione (la “nascita” della strega dell’ovest, ad esempio, è impressionante anche per un pubblico adulto), e dimostra quanto il regista abbia saputo adattare alla sua sensibilità il mondo classico disneyano.

La riuscita del binomio “regista-tema trattato”, in un film su commissione, è molto rara e in questo caso è stata possibile grazie all’aderenza di Raimi con il suo protagonista. Come il regista, il protagonista Oscar Diggs non è altro che un prestigiatore da fiera il cui unico scopo è di stupire il proprio pubblico pagante con trucchi di magia, illusioni pirotecniche e con la propria maestria da saltimbanco. Entrambi, infatti, sconfiggono i propri nemici (o critici) usando mezzi (cinematografici) tali da stupire, riempiendo gli occhi di fantasia. A fronte anche di una sceneggiatura alquanto zoppicante e non priva di scivoloni narrativi, questo luminoso risultato finale è stupefacente. Ottime, poi, le performance del cast, dove James Franco la fa da padrone. L’attore, come abbiamo già detto in altre occasioni, dimostra a ogni pellicola di essere un artista a tutto tondo, capace di gestire con prontezza e intelligenza anche i panni dell’eroe mainstream (anche se sui generis come in questo caso). Interessante, inoltre, il lavoro delle tre co-protagoniste, dove tra la buona Michelle Williams e la malefica Rachel Weisz va sottolineato il lavoro difficile e imperfetto della giovanissima Mila Kunis alle prese con un ruolo caricatissimo, che tratta comunque con bravura.

Impreziosito anche dalla meravigliosa colonna sonora di Danny Elfman e dalla fotografia incredibile (efficace sia con il bianco e nero nel mondo reale sia con i coloratissimi paesaggi del mondo di Oz) di Peter Deming, Il grande e potente Oz è, in conclusione, un film che riempie gli occhi e il cuore, capace di diventare da subito un classico del suo genere.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Spring Breakers: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Spring Breakers, di Harmony Korine, con James Franco, Selena Gomez, Ashley Benson, Vanessa Hudgens, Heather Morris, Rachel Korine, durata 92’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da BiM.

di Luca Marchetti

Sin dai suoi primi istanti, Spring Breakers mette il suo pubblico di fronte ad una domanda fondamentale, che condiziona il rapporto con il film: quello che ci apprestiamo a vedere sarà l’opera liberatoria e libertaria di un giovane autore dissacrante oppure il compitino ammiccante dell’ennesimo “professionista dello scandalo”, realizzato solo per mettere a dura prova il buon gusto dello spettatore?

Purtroppo è quasi impossibile dare una risposta ecumenica. La pellicola di Harmony Korine, giovane autore diventato famoso per aver firmato diverse sceneggiature scioccanti per il regista Larry Clark (i terribili Kids e Ken Park), è un film che, come già accaduto con i critici accreditati all’ultimo festival di Venezia, è destinato a dividere gli spettatori tra accesi detrattori e sostenitori estasiati.

A essere benevoli si potrebbe vedere, nelle intenzioni del regista, la volontà di mostrare, con stile spietato ed estetizzante, lo stato della meglio gioventù americana, persa tra la ricerca dello sballo totale e una vita da videoclip di Mtv.

Korine segue, infatti, le avventure di quattro ragazze disinibite (per usare un eufemismo) che, corse nella Florida appariscente delle vacanze di primavera (da qui il titolo), finiscono dopo l’ennesima bravata sotto la protezione del viscido gangster-rapper Alien. Korine, però, nel rappresentare la presunta perdita d’innocenza di queste giovani e il loro declino morale, punta sempre alla trovata più sensazionale e facile quale la scelta di due attrici come Vanessa Hudgens e Selena Gomez, ex reginette del mondo di Disney Channel, qui nei cortissimi panni di due giovani dedite alla droga e al sesso.

Il regista, dunque, vorrebbe mostrarci a che punto di degrado è arrivata la gioventù americana ma fallisce miseramente l’obiettivo. Sin dall’esagerata e banale sequenza iniziale, lo spettatore, infatti, non è mai portato ad aprire una vera riflessione sull’argomento e si trova, invece, di fronte ad un regista che cavalca i temi solo per mettersi in mostra. Ad esempio, l’uso ripetitivo, e quindi inoffensivo, di un sesso così esplicito nella confezione ma altrettanto casto nel contenuto è degno più di un furbo mestierante in cerca di vetrina che di un vero e proprio autore di rottura.

Il fallimento di Spring Breakers, però, non deve oscurare il fatto che come semplice regista, Korine dimostra anche del talento. In più di un’occasione, infatti, il giovane autore centra l’immagine giusta o il movimento di macchina efficace, regalando anche due o tre momenti notevoli, come il piano sequenza sulla rapina o le surreali scene sulle note di Britney Spears. Inoltre, i continui riferimenti concettuali (e cromatici) alla filmografia del danese Nicolas Winding Refn e al suo capolavoro Drive non possono che lasciare piacevolmente sorpresi.

Da sottolineare, poi, anche l’interpretazione di James Franco, attore che un po’ alla volta sta riscattando un inizio carriera alquanto scialbo, confermandosi uno degli uomini di Cinema più interessanti della sua generazione. Franco, infatti, diviso tra i suoi mille progetti da regista, poeta, interprete e artista, a ogni nuova pellicola dimostra di stare compiendo un percorso personale molto calcolato e preciso nel quale anche questo folle criminale “da strapazzo” trova il suo posto ideale.

In chiusura, per dare una risposta alla domanda iniziale, chi scrive deve ammettere di preferire la seconda opzione, quella del sensazionalismo fine a se stesso, ma non si può non ammettere che opere come questa, capaci di accendere discussioni anche dure,  al di là delle loro effettive qualità, fanno sempre il bene del Cinema.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Educazione siberiana: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Educazione Siberiana, di Gabriele Salvatores, con John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare, durata 110’, nelle sale dal 28 febbraio distribuito da 01 Distribuition

di Luca Marchetti

Alla luce dei livelli qualitativi del cinema italiano attuale, Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores era, sulla carta, un’occasione che non si doveva mancare a nessun costo. Molte volte, infatti, si è fatto un gran parlare della mancanza di idee originali e di coraggio dei nostri produttori, terrorizzati dall’eventualità di offrire al proprio pubblico qualcosa di nuovo. In quest’ottica, quindi, la notizia che Cattleya (la stessa casa produttrice che ha beneficiato del successo del fenomeno Romanzo Criminale) aveva deciso di portare sul grande schermo il romanzo d’esordio del tatuatore russo Nicolai Lilin era sicuramente eccitante. Se poi si aggiungeva la decisione di affidare questo progetto alla mano capace di un regista dalla mentalità internazionale come Gabriele Salvatores, le aspettative non potevano che crescere a dismisura. Purtroppo, e costa tanto dirlo, questo progetto non ha funzionato come doveva.

Il materiale originale è sicuramente molto cinematografico. La storia, infatti, si concentra su una particolare comunità di criminali siberiani che, governata da un rigido e secolare sistema di regole, deve sopravvivere nella caotica e violenta Russia dei primi anni post-sovietici. L’educazione del titolo, dunque, è quella che il duro Nonno Kuzja, guida morale della comunità, impartisce al giovane Kolima per permettergli di entrare nel mondo adulto ed essere “un onesto criminale”.

Purtroppo la sceneggiatura poco ispirata (per usare un eufemismo) di due venerati maestri come Stefano Rulli e Sandro Petraglia (autori, tra le altre pellicole, di La meglio gioventù, Romanzo di una strage e Mio fratello è figlio unico) mortifica tutti gli spunti narrativi del romanzo. A discolpa dei due sceneggiatori, va detto che il libro di Lilin non è propriamente una storia di senso compiuto quanto, piuttosto, un affascinante flusso di coscienza dove l’autore ricorda, in modo concitato, la sua infanzia e il suo popolo.

Gli autori, dunque, sono stati quasi costretti a inventare il tragico triangolo amoroso tra il protagonista Kolima, l’amico-nemico Gagarin e la bellissima e folle Xenya per avere una base narrativa su cui appoggiare il film. Questa scelta, però, per l’assoluta mancanza di originalità della vicenda (e per una serie continua di dialoghi imbarazzanti) non ha alcuna presa sullo spettatore e anzi riesce, in molte scene, a respingerlo. Lo script, inoltre, ha anche l’ulteriore demerito di appesantire la regia di Salvatores che, in più di un’occasione, dimostra di essere la persona giusta al momento giusto (decisamente intrigante il suo sguardo sullo squallore della nuova Russia liberista e la ricostruzione del villaggio siberiano). Un altro “peccato capitale”, poi, è quello di vedere come il tema del tatuaggio, centrale nel libro, sia trattato con colpevole superficialità, come se si fosse avuto paura di guardare al meraviglioso La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

Poco convincente è, infine,  anche il cast internazionale. I tanti interessanti attori esordienti della pellicola (i due protagonisti Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius, su tutti) si impegnano moltissimo per conquistare le simpatie del pubblico ma, per colpa soprattutto di un doppiaggio ingombrante, falliscono miseramente. Perfino il bravo John Malkovich, nei panni del nonno-maestro, pur facendo sfoggio del suo innegabile talento, in alcune scene sembra quasi recitare contro voglia, come se fosse poco convinto del proprio coinvolgimento in questa pellicola. Sulla performance, tutta sopra le righe, di Peter Stormare (il nichilista de Il grande Lebowsky) meglio calare un velo pietoso.

Sei arrivato fin qui...continua a leggere

Ti piace quello che leggi?

Se ci leggi e ti piace quello che leggi, puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro sostenedoci con quanto pensi valga l'informazione che hai ricevuto: anche il costo di un caffè! 

 

I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti le nostre modalità d'uso dei cookie. Per saperne di più