23. 08. 2019 Ultimo Aggiornamento 11. 08. 2019

Col trionfo di “Black Coal, Thin Ice” si è chiuso il Festival di Berlino visto dal Foglietto

di Luca Marchetti

Con la vittoria finale del noir Black Coal, Thin Ice del cinese Diao Yinan si è conclusa la sessantaquattresima edizione del Festival del Cinema di Berlino. Una kermesse eccitante e coinvolgente, lontana dai lustrini del glamour della Croisette e del Lido e splendidamente inserita nel contesto metropolitano di una capitale europea, che ha accolto entusiasta ogni proiezione. Distribuito nelle sale di tutta la città (dal fascino retrò dell’International di Karl Marx Allee all’accogliente Zoo Palast, passando per le multisale di Alexanderplatz), la Berlinale si è divisa tra eventi cinematografici unici e una selezione piena di sorprese.

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“I sogni segreti di Walter Mitty”: il film visto in anteprima per Il Foglietto

I sogni segreti di Walter Mitty di Ben Stiller, con Ben Stiller, Kristen Wiig, Sean Penn, Adam Scott, Kathryn Hahn, Shirley MacLaine, Patton Oswalt, durata 114’, nelle sale dal 19 dicembre 2013 distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Remake del classico Sogni proibiti di Norman Z. McLeod (film del 1947), il progetto di un nuovo adattamento della fortunata novella di James Thurber era passato tra diverse mani prima di arrivare alla scrivania di Ben Stiller.

Oggettivamente il nome del comico americano non era ai primi posti nella lista per il regista perfetto cui affidare un progetto ambizioso e visionario come questo (tra gli addetti ai lavori le attese sullo script di Steven Conrad erano altissime).

Nonostante le interessanti prove già fornite dietro la macchina da presa (il demenziale Zoolander, l’esplosivo Tropic Thunder), Stiller è per tutti un volto legato indissolubilmente a un determinato tipo di commedia fatto di risate facili e gag sboccate (l’indimenticabile scena chiave di Tutti pazzi per Mary, ad esempio).

Un attore con questo curriculum cosa poteva dare alla storia di Walter Mitty, uomo comune perso nei suoi sogni ad occhi aperti, confinato senza prospettive nel suo laboratorio fotografico? La risposta, sorprendentemente, è un film sincero, in cui i vistosi e innegabili difetti (attribuibili ad una sana ingenuità) sono compensati dal suo grande cuore.  Non date retta a chi liquiderà questa pellicola come un’opera infantile, piena di scelte registiche scontate e dal fastidioso spirito nostalgico/anti-modernista.

I sogni segreti di Walter Mitty è prima di tutto una favola, il racconto commovente di un tardivo esordio nel mondo di un uomo cui la vita ha impedito di esprimere il suo potenziale. Con la scusa di trovare il negativo perduto per la copertina dell’ultimo numero della leggendaria rivista Life, e spinto dall’amore inaspettato per la collega Cheryl (un’inedita Kristen Wiig, altra affermata comedian statunitense), Walter deciderà di usare il proprio potere onirico per diventare finalmente un uomo e vivere per una volta un’avventura  fuori dalla propria testa.

Stiller, nel doppio ruolo di regista e protagonista, decide di seguire lo spirito originale di Thurber e non strafare con espedienti visivi tronfi e auto-celebrativi (come avrebbero probabilmente fatto Michel Gondry o Jean-Pierre Jeunet).

Affidandosi agli splendidi paesaggi fotografati da Stuart Dryburgh e concedendosi solo qualche sporadica scappatella alla sua vena più “rumorosa”, Stiller riesce a regalare al pubblico una favola moderna e originale, dove ogni elemento è immediato e funziona per il meglio. Perfino la presenza di Sean Penn, nei panni dell’avventuroso fotografo Sean O’Connell, in altri film spesso ingombrante e sopra le righe, qui è calibrata e realmente efficace per l’economia finale della storia.

Insomma, nonostante tutto quello che potete pensare, nel bene e nel male, su Ben Stiller, questa volta l’attore vi sorprenderà, aprendovi il suo cuore in un’edificante e emozionante pellicola.

 

"Oldboy": il film della settimana visto per Il Foglietto

Oldboy di Spike Lee, con Josh Brolin, Samuel L. Jackson, Sharlto Copley, Elizabeth Olsen, Michael Imperioli, James Ransone, Max Casella, durata 104’, nelle sale dal 5 dicembre 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

La sfida di dirigere il remake americano di un classico contemporaneo come Oldboy del sudcoreano Park Chan-wook (vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes 2004) era, davvero, ai limiti del possibile. In questo caso non stiamo parlando di una sconosciuta pellicola orientale, popolare solo a un pubblico ricercato e snob, ma di un vero cult, una delle opere cinematografiche più rilevanti e importanti del passato decennio. Il coraggio di Spike Lee di mettersi in gioco (Spielberg, il primo regista contattato, se n’è ben guardato) è dunque da premiare, nonostante il risultato finale sia una pellicola in fin dei conti dimenticabile.

Il film paga, appunto, il peccato di dipendere troppo dall'originale, un’opera che in molti abbiamo imparato a conoscere e amare.  Per chi, come chi scrive, la pellicola di Park è un punto di riferimento, quest’operazione commerciale non potrà mai avere alcun senso, nonostante le scelte registiche e le variazioni narrative (il finale) fatte per rendere la storia accettabile per un vasto pubblico americano.

Solo chi arriverà puro alla visione del film potrà davvero apprezzare a pieno la pellicola di Lee, godendosi tutta la sua forza devastante. Solo in questo modo, ad esempio, si potranno gustare le sofferte performance degli attori protagonisti. Josh Brolin e una sempre più convincente Elizabeth Olsen (già lanciata dal destabilizzante La fuga di Martha), infatti, fanno propria la storia regalando allo spettatore due interpretazioni viscerali. Soprattutto il protagonista, attore eccessivamente sottovalutato nel panorama hollywoodiano contemporaneo, si concede totalmente alla mano di Lee, annullandosi nell’infernale evoluzione morale del suo personaggio. Altri commenti meritano le comparsate (davvero pochi minuti per loro) dei comprimari Sharlto Copley (caratterista sudafricano abituato a ruoli ambigui) e Samuel L. Jackson (sorprendente la sua collaborazione con Lee, nonostante, il litigio piccato che ha visto coinvolto anche Quentin Tarantino) che sono, ahinoi, caricaturali, destinate solo a colorare lo sfondo.

La regia di Lee, invece, ha il buon gusto di adattarsi allo script del buon mestierante Mark Protosevich (Thor, Io sono Leggenda) e di puntare su idee poco invadenti ma dall’impatto visivo notevole (tutte le scene ambientate nella stanza/prigione). E’ un peccato che quando arrivi il momento di prendere una strada opposta alla pellicola di Park (si veda la leggendaria scena del combattimento con il martello) il regista americano piuttosto che attingere al proprio immaginario preferisca presentarsi con una ripetitiva e scialba brutta copia.

Alla luce di ciò, il nuovo Oldboy non può sfuggire dall’etichetta di ”operazione inutile”, figlia dell’incapacità hollywoodiana di puntare su concept e storie originali. Anche cosi, però il film di Spike Lee riesce a conservare un minimo del fascino e della forza dell’originale, guadagnandosi la dignità di essere visto. A patto, sia chiaro, che non si voglia, per qualche assurdo motivo, recuperare in qualche modo il film di Park.

“Don Jon”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Don Jon di Joseph Gordon-Levitt, con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore, Tony Danza, Brie Larson, Rob Brown, durata 90’, nelle sale dal 28 novembre 2013 distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti

Figlio di un cinema indipendente liberal e commerciale, l’attore Joseph Gordon-Levitt (protagonista di film come Inception, 50 e 50, 500 giorni insieme) esordisce alla regia con un piccolo film coraggioso, dimostrando, a differenza di molti suoi colleghi divi, di avere davvero qualcosa da raccontare. Addentrandosi nello stesso territorio in cui si era già mosso l’inglese Steve McQueen con il suo Shame, infernale e acclamato, Don Jon parla di sessualità ossessiva e pornografia e non si nega una deriva decisamente più leggera.

All’opposto della pellicola di McQueen, infatti, Gordon-Levitt evita di scadere nella disperazione assoluta e nel moralismo cattolico spicciolo e riesce a inserire il suo tema principale (l’ossessione per il porno) in un contesto comico, quasi parodistico.

Il suo Jon Martello (interpretato con intelligenza dallo stesso regista), che sembra uscito di peso da un reality giovanilistico (come Jersey Shore, quel programma tv che segue la vita sguaiata di giovani italo-americani), è un ragazzo che passa la vita tra una famiglia esagerata (dove brilla un padre-macchietta in canottiera e maccheroni, interpretato da un redivivo Tony Danza), la chiesa e il computer.

La sua routine, scandita dai video porno, non viene scalfita nemmeno dall’arrivo di una fidanzata con il corpo di Scarlett Johansson, una ragazza bellissima e “coatta”, che amplifica il dramma sessuale di Jon.

Il regista/attore ha davvero  coraggio per parlare con equilibrio di un fenomeno inedito, imbarazzante e assurdo come la porno-dipendenza ma, proprio grazie al suo tocco, lo tratta nel modo più sincero ed efficace possibile.

Il film segue la vita di questo Don Giovanni dal mouse facile, talmente alienato dalla rappresentazione falsa del sesso da essere colmo di rabbia e insoddisfazione, non tradendo mai il racconto coerente dell’educazione “sentimentale” del proprio protagonista.

Eccetto il tema principale, però, il problema della pellicola risiede nella mancanza di esperienza del proprio autore. Dopo una prima parte scoppiettante (sia per scrittura che per regia) la pellicola, infatti, si perde nella  superficialità.

Tra uno sviluppo narrativo banale e  personaggi di contorno tirati via (la donna matura interpretata da Julianne Moore, ad esempio), Don Jon perde presto la sua forza, fino ad arrivare a un finale decisamente scontato e buonista.

Detto ciò, non si deve dimenticare che quest’opera è comunque il primo passo di un giovane autore che, pur con i suoi limiti, dimostra che non servono ambizioni intellettualoidi (James Franco docet) per essere un regista, ma solo umiltà e una storia da raccontare.

“L’ultima ruota del carro”: il film visto in anteprima per Il Foglietto

L’ultima ruota del carro, di Giovanni Veronesi, con Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Alessandro Haber, Maurizio Battista, Ricky Memphis, Viriginia Raffaele, Sergio Rubini; durata 113’, nelle sale dal 14 novembre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

di Luca Marchetti

Come sarebbe stato “Una vita difficile”, capolavoro di Dino Risi, se fosse stato scritto, invece che dal mitico Rodolfo Sonego, da Walter Veltroni?

Giovanni Veronesi, con il suo imminente L’ultima ruota del carro, sembra quasi voler rispondere a questa domanda assurda.

Abbandonato il produttore Aurelio De Laurentis (con lui è nata la fortunata saga di Manuale d’amore) e una comicità più spensierata, il regista toscano decide di guardare alla tradizione della grande commedia all’italiana e di regalare al pubblico un nuovo romanzo popolare.

Sentendosi come un Monicelli redivivo, Veronesi prende come spunto la vita straordinariamente comune di Ernesto, il suo eroe proletario, per raccontare gli ultimi cinquanta anni di storia italiana.

L’ultima ruota del carro, questo il divertente titolo del film, però, nonostante le sue ottime intenzioni, paga più di un difetto. Prima di tutto, il confronto con i grandi classici del genere è obiettivamente impari. Il film non solo è privo di una qualsiasi forma di sana cattiveria (molte scene scadono spesso nel buonismo più esasperato), ma in diverse occasioni lo script, scritto da ben quattro autori, tradisce un semplicismo narrativo fastidioso e sciatto.

L’idea, non originale, di vedere la grande Storia con gli occhi dell’uomo comune (Forrest Gump, vi ricorda qualcosa?) poteva anche rivelarsi interessante, ma è inaccettabile assistere a scene poco credibili e involontariamente esilaranti come quelle legate al sequestro Moro e all’esplosione di Mani Pulite.

Il regista si è vantato, anche a ragione, di aver trasportato, senza alcuna aggiunta, la vita di un suo collaboratore sullo schermo.

Un risultato così discontinuo, con scene inserite a forza nella storia, dimostra, però, che una drammatizzazione più radicale e qualche tradimento non avrebbe nuociuto alla causa.

Ciò nonostante, Veronesi fa un notevole passo avanti.

Infatti, aiutato da un’ottima squadra di collaboratori, il regista dirige forse il suo film visivamente più maturo. Anche la direzione degli attori è di livello. Il cast, composto da molti grandi caratteristi, fa un buon lavoro di supporto.

Alessandra Mastronardi (la moglie fedele e innamorata), Ricky Memphis (l’amico sbruffone) e un corrotto Sergio Rubini senza freni (meravigliosi i suoi sproloqui in dialetto pugliese) non sfigurano accanto al protagonista assoluto del film, Elio Germano.

E’, infatti, proprio l’interpretazione maiuscola di Germano, la chiave di volta dell’intera pellicola.

L’attore romano, alle prese con un ruolo naif, inedito nella sua carriera, tiene sulle spalle tutta la storia, guardando molto al miglior Nino Manfredi (nel suo Ernesto c’è un po’di C’eravamo tanto amati e un po’ di Pane e Cioccolata).

Un discorso a parte, invece, merita l’eccellente Alessandro Haber (attore quanto mai sottovalutato).

Nei panni del Maestro (chiaro omaggio a Schifano) ruba la scena a ogni apparizione e, in coppia con Germano, regala i momenti più divertenti e commoventi dell’intera pellicola.

L’ultima ruota del carro è stato presentato nei giorni scorsi, con discreto successo, come film d’apertura al Festival del cinema di Roma.

“Questione di tempo”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Questione di tempo di Richard Curtis, con Rachel McAdams, Domhnall Gleeson, Bill Nighy, Tom Hollander, Lee Asquith-Coe, Margot Robbie, Lindsay Duncan, Paul Blackwell, Rowena Diamond, Nichola Fynn, Paige Segal; durata 123’, nelle sale dal 7 novembre 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Richard Curtis, autore chiave della nuova commedia romantica british (suoi gli script di Notting Hill, Quattro matrimoni e un funerale e Il diario di Bridget Jones) e pilastro della tv umoristica inglese (insieme al comico Rowan Atkinson è stato artefice dei successi Mr. Bean e Blackadder), si conferma con questa nuova regia uno dei cineasti più sinceri e capaci del suo genere.

Questione di tempo (ottima traduzione dell’originale About Time) segna, purtroppo, l’addio alle scene del suo autore, deciso a prendere altre strade e dedicarsi a nuovi progetti, ed è, a tutti gli effetti, il miglior modo possibile per salutare il mondo del Cinema.

Opera commovente, fresca, divertita e orgogliosamente naif (l’espediente fantascientifico che è il motore della storia ne è l’esempio maggiore), il film di Curtis è una di quelle pellicole che riconcilia con il mondo per la quantità di sentimenti genuini che mette dentro. E’, infatti, impossibile rimanere indifferenti di fronte alle “avventure” ordinarie di Tim (uno splendido e misurato Domhnall Gleeson), capace di viaggiare nei ricordi della propria esistenza, sempre in cerca della donna e della vita perfetta.

Il nostro eroe (e noi, spettatori, insieme con lui) compie questo viaggio di formazione che, oltre a conquistare il cuore della bella Mary (Rachel McAdams perfetta nella parte), lo farà diventare alla fine un uomo giusto, capace di apprezzare, dopo molti tentativi alla ricerca della “cosa migliore da fare”, la bellezza della sua esistenza comune, momenti tragici compresi.

Questione di tempo, pur nella sua flebile natura fantasy, è, infatti, un commovente omaggio all’ordinarietà.

Tim, con il suo dono eccezionale, non cerca ricchezze e fortune, rifugge le avventure straordinarie. I suoi agognati traguardi sono il matrimonio con la donna che ama, la nascita dei suoi figli, la felicità dei propri familiari, il commiato sereno dai genitori.

Curtis, con rara grazia, parla di Vita e Morte con una serenità commovente, riuscendo con la sua cinepresa a catturare la felicità e la tristezza dei suoi protagonisti, che diventano, per tutti noi, persone care, quasi di famiglia.

Il regista-sceneggiatore, attraverso una struttura narrativa solida e una scrittura intelligente, ci regala grandi momenti (il matrimonio sulle note de Il mondo di Jimmy Fontana, mai commovente come in quest’occasione) e personaggi memorabili come il drammaturgo scorbutico di Tom Hollander o il meraviglioso e saggio papà di Bill Nighy, facendoci già sentire la sua mancanza.

In attesa di soffrire per il suo addio alle scene, dunque, non ci resta che goderci questo piccolo film dal cuore immenso.

“Miss Violence”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Miss Violence di Alexandros Avranas, con Themis Panou, Kostas Antalopoulos, Eleni Roussinou; durata 98’, nelle sale dal 31 ottobre 2013, distribuito da Eyemoon Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Uscendo dal cinema si sente l’esigenza di fare una doccia, ci dovrebbero essere decine di docce nella hall per gli spettatori…” Con queste parole, alcuni anni fa, il regista Nanni Moretti ricordava la sua esperienza con il (brutto) film di Alan Parker Angel Heart – Ascensore per l’inferno.

Citiamo questa divertente iperbole del regista di Sogni d’oro perché la sensazione, quasi fisica, che abbiamo provato di fronte a Miss Violence, Leone d’argento alla miglior regia all’ultimo Festival di Venezia, non è stata troppo dissimile.

Il film di Alexandros Avranas, qui alla sua seconda regia, infatti, è un’opera orgogliosa della propria natura morbosa, fiera di suscitare nei suoi spettatori disgusto e disapprovazione.

Riprendendo il discorso del cinema greco contemporaneo sulla crisi delle istituzioni e sulla morte della società, Avranas si rifà spudoratamente alle opere del suo collega Giorgios Lanthimos e al suo sconosciuto capolavoro Dogtooth (film da recuperare assolutamente). Come in quella pellicola, in Miss Violence, si entra dentro ad una famiglia disfunzionale, crudele, dove sotto l’apparenza del quadro perfetto pulsa una mostruosa e impronunciabile verità.

Il film di Avranas si apre appunto con il suicidio improvviso di una ragazzina e, lentamente, entra nel profondo delle dinamiche (non subito facili da intuire) della sua famiglia “perfetta” fino al tragico, deflagrante, finale.

Miss Violence, sin dalle sue prime immagini, è quindi un’opera disperata. A differenza, però, del film di Lanthimos, dove si puntava più a mantenere (anche a scapito della linearità della trama) lo spirito non conciliatorio, senza mai indugiare sull’effettaccio, la pellicola di Avranas sembra sempre cercare il dettaglio più irritante, la trovata narrativa più fastidiosa.  L’unico obiettivo del regista sembra essere quello di sfinire il proprio pubblico, esagerando fino all’intollerabile, e di torturare psicologicamente i propri attori, bravissimi nell’affrontare stoicamente e con dignità questo tour de force. Confondere questa voglia, quasi compiaciuta, di disturbare tutti con una metafora “seriosa” per lo spaccato sui generis di una società greca alla deriva (per intenderci, la stessa operazione fatta dall’horror A Serbian film con la Serbia di oggi) sarebbe un errore imperdonabile. Cadendo in questa trappola si accetta l’idea che possa esistere un Cinema che odia i propri personaggi e si mette sadicamente contro il proprio pubblico.

Per chi scrive, questo è inaccettabile e deve essere combattuto con forza. Il primo passo è vedere Miss Violence e considerarlo per quello che è.

“Il quinto potere”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il quinto potere di Bill Condon, con Benedict Cumberbatch, Carice van Houten, Daniel Bruehl, Stanley Tucci, Alicia Vikander, Dan Stevens, Anthony Mackie, Peter Capaldi, David Thewlis, Laura Linney, Moritz Bleibtreu, Jamie Blackley, Hera Hilmar, Michael Jibson; durata 124’, nelle sale dal 24 ottobre 2013 distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Era un’operazione difficile, forse quasi impossibile, quella di annoiare a morte il proprio pubblico con un film incentrato sul caso Wikileaks e sul suo fondatore, il guru Julian Assange. Purtroppo per noi il regista Bill Condon (buon professionista, già dietro gli interessanti Kinsey e Demoni e Dei), è riuscito in quest’ardua missione.

Il quinto potere (traduzione furba del più sensato The Fifth Estate) è, ahinoi, una pellicola noiosa con uno script colpevolmente banale, perso dietro meccanismi troppo difficili da seguire e scelte narrative inoffensive.

Se si vuole fare un paragone, in realtà ingiusto, con The Social Network (l’evidente riferimento cinematografico degli autori) non si può che trovare Il quinto potere un’opera inadeguata. Certo, non è colpa del regista e dello sceneggiatore non avere il talento e il genio di David Fincher e Aaron Sorkin, ma con un materiale di partenza cosi esplosivo, e soprattutto con un anti-eroe dalle potenzialità cinematografiche illimitate come Assange, era doveroso aspettarsi di più.

Messa da parte una regia non esaltante, appesantita da trovate visive talmente ingenue da suscitare anche simpatia (la rappresentazione della Rete, ad esempio), bisogna concentrarsi sul ben più grave lavoro fatto con lo script.

Lo sceneggiatore John Singer, scegliendo di appiattirsi alla versione del “traditore” Daniel Berg (il collaboratore pentito), dalle cui memorie è ispirato il film, abbraccia un punto di vista manicheo, che rende tutta la storia prevedibilmente didascalica. Ciò porta non solo alla costruzione di personaggi superficiali come il Berg di Daniel Bruhl (reduce dalla performance ben più esaltante di Rush) ma anche a imbarcarsi in riflessioni sul giornalismo moderno che, se paragonate a quelle viste nella meravigliosa serie tv The Newsroom (non a caso scritta da Aaron Sorkin), sono fastidiosamente fuori tempo e fuori luogo.

Un discorso diverso lo merita, invece, il personaggio Assange, interpretato dall’ottimo Benedict Cumberbatch. L’attore inglese, oltre ad un’impressionante somiglianza fisica, regala al suo ruolo tutto il suo mestiere, rifacendosi molto anche al suo Sherlock Holmes televisivo.

Il suo Julian Assange diventa cosi un personaggio affascinante, a metà strada tra il luciferino Mark Zuckerberg di Fincher e il Joker di Nolan (i capelli bianchi come le cicatrici del villain interpretato da Ledger), sempre lontano, però, dallo status leggendario che avrebbe meritato.

Il vero Julian Assange ha attaccato violentemente questa pellicola, considerandola, forse non a torto, un’operazione di delegittimazione.

Secondo noi, più che per questo motivo, l’attivista si dovrebbe lamentare del fatto che la sua storia sia alla base di un film mediocre, frutto tipico di un cinema hollywoodiano pigro, in cui la piattezza della monocromaticità morale è preferita alle ambiguità e alle sfumature.

“La prima neve”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

La prima neve di Andrea Segre, con Giuseppe Battiston, Anita Caprioli, Roberto Citran, Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Peter Mitterrutzner, Leonardo Paoli, Lorenzo Pintarelli, Paolo Pierobon; durata 104’, nelle sale dal 17 ottobre 2013 distribuito da Parthenos

Recensione di Luca Marchetti

Tutto si può dire dell’imminente La prima neve di Andrea Segre tranne che non sia un’opera tristemente attuale.

Per una macabra coincidenza (che, con ogni probabilità, sarà cavalcata, senza alcun senso del pudore, dai media nazionali), la seconda pellicola del regista veneto, dopo essere stata presentata nella sezione Orizzonti dello scorso Festival di Venezia, vedrà il proprio debutto in sala proprio in questi giorni, mentre il tema immigrazione ha ottenuto la ribalta nazionale per le stragi avvenute al largo di Lampedusa.

Con il suo film Segre torna a parlare di stranieri e integrazione, con una storia che vede intrecciarsi le vicende di due protagonisti, diversi per etnia ed età ma simili per il loro rapporto con il dolore.

La prima neve racconta, infatti, l’amicizia tra Dani, immigrato del Togo che ha perso la moglie nel viaggio per arrivare in Italia, e Michele, giovanissimo ragazzo trentino, testimone della morte del padre in montagna.

Pur vivendo due drammi diversi e venendo da mondi agli antipodi (l’Africa affamata e la bucolica Valle dei Mocheni), ognuno riconosce nell’altro le stesse difficoltà ad accettare il lutto; gli stessi ostacoli a “perdonare” le persone care rimaste (per il primo la figlia appena nata, per l’altro la giovane madre rimasta vedova).

Solo attraverso questa insolita amicizia e le loro lunghissime e fredde passeggiate nei boschi, i due troveranno un po’ di sollievo e, forse, anche i semi di quella consapevolezza utile per vivere il proprio futuro. 
Dalla trama si può intuire che La prima neve si pone obiettivi morali certamente alti, cercando di distaccarsi da un certo cinema d’autore italiano. Sicuramente di originale Segre ha dalla sua parte scenari affascinanti. Sfruttando forse le agevolazioni vantaggiose della Film Commission trentina, la pellicola trova forza nel suo essere ambientata interamente tra valli magnifiche, fotografate con maestria dall’ottimo Luca Bigazzi, il miglior direttore della fotografia italiano in attività.

Ispirato da tanto splendore naturalistico, il regista lascia la propria cinepresa muoversi tra valli e montagne, regalando allo spettatore scene di rara bellezza. Segre, inoltre, sempre aiutato dal Trentino (anch’esso, a tutti gli effetti, protagonista del film) trova molti volti indigeni suggestivi, che accrescono l’anima territoriale dell’opera. Uno su tutti, il vecchio Peter Mitterrutzner, attore autoctono il cui sguardo stanco vale più di mille parole.

Nonostante ciò, purtroppo, La prima neve non riesce, alla fine, a differenziarsi molto da quel Cinema Italiano, pieno di buone intenzioni ma limitato nei risultati, da cui voleva prendere le distanze.

Il film di Segre, appesantito un po’ dalla scelta scontata come comprimari di attori bravi ma sinceramente sovraesposti (Anita Caprioli e Giuseppe Battiston), un po’ dall’incapacità di approfondire le sue caratteristiche più interessanti (il surrealismo folkloristico dei sogni di Michele, l’alchimia giocosa e spensierata dei due protagonisti), si rivela solo una pellicola “normale”, un’opera che, pur con grandi potenzialità, si accontenta di fare il proprio compitino buonista e moralmente inattaccabile.

Il lavoro di Segre, sia chiaro, è comunque encomiabile, ma se davvero si vuole andare lontano, forse occorre osare di più.

”Gravity”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gravity di Alfonso Cuaron, con George Clooney, Sandra Bullock, Ed Harris, Eric Michels, Basher Savage; durata 90’, nelle sale dal 3 ottobre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Nello spazio nessuno può sentirti urlare. Era il lontano 1979 quando il semi-esordiente Ridley Scott (per lui, all’epoca, in attivo solo la regia del conradiano I duellanti) portò il proprio pubblico nello spazio profondo, per fargli vivere il terrore assoluto.

Con l’horror sci-fy Alien, insieme al successivo Blade Runner, il regista inglese rivoluzionò “copernicanamente” il modo di produrre e vivere la fantascienza, aprendo cosi una nuova stagione per il genere e per tutto il cinema mainstream.

Nel 2013, a quasi quarant’anni da quel film leggendario, il messicano Alfonso Cuaron, autore capace di destreggiarsi con intelligenza tra la saga di Harry Potter e il personale I figli degli uomini, torna nello spazio con un’operazione simile nelle intenzioni e strabiliante nei risultati.

Con il suo Gravity, infatti, egli regala al pubblico una pellicola unica, un’esperienza cinematografica inebriante e totale, come non se ne vivevano da anni in una sala (per chi scrive, addirittura superiore anche ai tanto osannati Il signore degli anelli o Avatar).

Per arrivare all’opera compiuta ci sono voluti sette anni di fatiche, attese, fallimenti frustranti e rinvii snervanti. Ci sono stati cambi di attori in corso d’opera (il cast coinvolto all’inizio vedeva al posto del duo Bullock-Clooney, le star Natalie Portman e Robert Downey Jr) e sono necessari stati dei veri processi di ricerca meccanica per realizzare cineprese ed effetti adatti alle riprese del film.

Gravity è la giusta risposta a tutti questi sforzi. Dopo aver incantato tutti all’ultimo Festival di Venezia (come abbiamo raccontato), Cuaron si appresta proprio in queste ore a sbancare i botteghini mondiali, dimostrando che è possibile realizzare pellicole squisitamente hollywoodiane dall’impatto visivo ed emotivo spiazzante.

La deriva fisica, e interiore, della dottoressa Stone e del capitano Kowalski (i magnifici Sandra Bullock e George Clooney), due astronauti isolati e spacciati per la distruzione del proprio shuttle, coinvolge sia per la sua spettacolarità, sia per la sua forza concettuale.

Aiutato dall’esemplare lavoro del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, Cuaron e la sua cinepresa fluttuano insieme ai protagonisti in questo nulla angosciante, raccontando il loro dramma, le loro paure e le loro euforie.

Nel momento in cui si concentra sulla Bullock e sulla sua odissea, poi, il film riesce davvero a divellere i cardini del genere e a passare a un livello successivo, arrivando con forza al cuore dello spettatore.

Il lavoro di Cuaron, alla fine, si toglie la maschera di ottimo film di fantascienza per rivelarsi come una commovente opera, quasi filosofica, sulla vita e, soprattutto, sulla morte.

Trattando temi semplici ma solidi, il regista raggiunge vette concettuali degne del miglior Terrence Malick (Tree of Life su tutti), e compie, per alchimia tra visione e contenuti, una piccola rivoluzione cinematografica.

Siamo sicuri che per il suo film la strada per la Storia (del Cinema) sia appena iniziata.

“Anni Felici”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anni Felici, di Daniele Luchetti, con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna; durata 100’ nelle sale dal 3 ottobre 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Daniele Luchetti è uno degli autori più importanti e, allo stesso tempo, sottovalutati del nostro Cinema. Il regista romano, infatti, eccetto alcuni piccoli passi falsi (il giovanilistico e inoffensivo Dillo con parole mie) ha sempre affrontato, con opere interessanti e attente, il malessere della società italiana, senza scadere nel consolatorio o nel semplicistico. Di questa sensibilità è un esempio Il portaborse, pellicola del 1991, in cui Luchetti, aiutato dalla magnifica interpretazione di Nanni Moretti (nei panni del politico spregiudicato), parlava di un’Italia figlia degli anni ottanta, pronta, una volta persa la propria innocenza, a entrare con cinismo e disperazione nel nuovo millennio.

Da quel film sono passati circa vent’anni e oggi il regista romano non ha perso occasione di continuare a parlare di noi e della nostra storia. Con l’ultimo Anni Felici, infatti, Luchetti chiude la sua ideale trilogia sul cuore dell’Italia, che già aveva visto due importanti episodi come gli acclamati Mio fratello è figlio unico e La nostra vita.

Se il primo film, tratto molto liberamente dal meraviglioso Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, è l’epopea sanguigna di una famiglia di periferia, dove, nel pieno degli anni di piombo, gli affetti fraterni si scontrano con le passioni politiche partigiane (riferimento non tanto velato alla guerra civile), il secondo, ambientato ai giorni nostri, è invece la favola disperata di un giovane uomo costretto a tutto per dare un futuro ai propri figli, in un paese allo sbando. Entrambe interpretate da un ottimo Elio Germano (che grazie proprio a Luchetti ha ottenuto definitiva affermazione artistica), le due pellicole si dimostravano sia un convincente spaccato di un’epoca che un discorso sentito sui sentimenti umani.

In Anni Felici, invece, pur operando in un contesto di veridicità storica addirittura autobiografica (la pellicola dovrebbe trattare la storia d’amore disfunzionale tra i genitori del regista), Luchetti sceglie di mettere da parte il discorso puramente storico (il film è ambientato in un idilliaco 1974 pre-terrorismo) per concentrarsi sul racconto di un amore assoluto.

Se lo si considera un melò, il film tocca alcune delle punte più intense e commoventi del nostro cinema italiano, molto vicine per forza al miglior cinema indipendente americano.

In quest’ottica sentimentalistica, l’interpretazione dei due protagonisti è fondamentale. Micaela Ramazzotti, dopo l’affermazione con La prima cosa bella, torna con un ruolo femminile magnifico, in cui mette tutto il suo istinto e la sua forza animalesca. L’evoluzione morale della sua Serena, da semplice moglie-ombra a donna consapevole del proprio eros, è la spina dorsale del film.

Dall’altro lato, anche Kim Rossi Stuart fa il suo dovere. La sua performance, in modo semplicistico, potrebbe essere liquidata come sopra le righe, fastidiosa o addirittura rovinosamente sbagliata. Eppure questo suo padre stupidamente infantile, questo suo uomo dalle grandi ambizioni artistiche, costretto alla fine ad accettare la propria inadeguatezza sia come artista sia come uomo, è di una sincerità disarmante e rimane dentro anche dopo la visione del film.

E’, dunque, l'alchimia sullo schermo di questi interpreti, il loro rapporto assoluto (le parole finali di Amore che vieni, amore che vai sono la sintesi perfetta) a dare una marcia in più al film.

Il limite enorme della pellicola, purtroppo, è la sua anima autobiografica. Luchetti, sin dalla decisione di entrare in prima persona nel film con un invadente e insopportabile voice-over, ingabbia Anni Felici in una prigione che non merita.

La scelta di vedere attraverso gli occhi dei due giovanissimi protagonisti fa perdere forza alla storia principale e, in diverse occasioni, arriva anche ad allontanare lo spettatore.

E’ comprensibile che il regista, parlando di un pezzo della propria storia personale, consideri questa materia narrativa troppo importante per sé da volerla regalare totalmente al proprio pubblico, ma proprio la sua ingombrante presenza impedisce ad Anni Felici di spiccare il volo e di essere il grande film che poteva essere.  



 

 

 

 

 

 

 

“Rush”: un grande film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Rush - di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino; durata 123’, nelle sale dal 19 settembre 2013, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Quel maledetto campionato del 1976 è stato una delle pagine più emozionanti della storia recente della Formula 1.

Ancora oggi i padri raccontano ai propri figli le gesta del bellissimo James Hunt, sempre pronto ad affrontare la morte con il suo sorriso strafottente, dell’imbattibile Niki Lauda, capace di capire l’anima di una macchina solo appoggiandosi sul sedile, e di tutti quei piloti folli ed eroici che, da moderni gladiatori, accettavano di scendere in pista e di giocarsi ogni volta la vita a cavallo delle loro monoposto, solo per soddisfare la sete del pubblico pagante.

E’ in questo mondo veloce e incosciente che si svolge Rush, l’ultima imperdibile creatura del regista Ron Howard. Scritto da Peter Morgan, uno dei migliori sceneggiatori di Hollywood, la pellicola è l’ennesima dimostrazione delle sue indubbie capacità di afferrare la cronaca e di piegarla con successo alle esigenze del cinema mainstream. Si recuperino i suoi The Queen, Frost/Nixon o Il maledetto United, opere ispirate a fatti reali e diventate, sotto le sue mani, pellicole piene di tensioni narrative con tragici personaggi.

In quest’occasione, Morgan ha avuto la fortuna di affidare (di nuovo) la propria storia a Ron Howard, un regista spesso sottovalutato ma l'unico in grado di rendere Rush una perfetta macchina di puro intrattenimento, senza però tradire il cuore dell’opera. Il film è, infatti, allo stesso tempo, una spettacolare pellicola sulle corse automobilistiche e un coinvolgente dramma sulla rivalità viscerale di due (anti) eroi.

Parlando della spettacolarizzazione, Howard è stato intelligente a ispirarsi non solo ai pochi precedenti di fiction del genere (in questi giorni è riapparso addirittura Gran Prix di John Frankenheimer), ma soprattutto allo splendido documentario Senna di Asif Kapadia, celebrato lavoro sul leggendario pilota brasiliano.

Le scene delle corse, pur con poco minutaggio a disposizione (parliamo di una ventina di minuti su due ore di film complessive) lasciano, infatti, senza parole. Howard, nonostante il budget contenuto, sa bene come usare la cinepresa e, aiutato da un montaggio eccellente, gestisce le scene su pista con grande efficacia. Specie nel racconto senza sosta dei GP di quel fatidico campionato, il film si trasforma in una velocissima vettura alla quale è un piacere stare dietro.
Dal punto di vista drammaturgico, invece, il regista ha il merito di aver puntato su due giovani attori capaci di affrontare il copione di Morgan e i loro mitici personaggi con abnegazione.

Oltre all’impressionante somiglianza, Chris Hemsworth e Daniel Bruhl rendono i loro James Hunt e Niki Lauda due personaggi maiuscoli, tragici e grandiosi nella loro storia sportiva e nella loro accesa rivalità. Entrambi imperfetti, vulnerabili e odiosi, sono cosi umani con i loro difetti che è impossibile non simpatizzare con loro. Talmente diversi, uno arrogante e geniale, l’altro saccente e imbattibile, sono alla fine speculari come facce della stessa medaglia.

Al di là dello spettacolo visivo, dei dettagli perfetti e della fedeltà storica (gli anni settanta sono resi alla perfezione anche per l’ottima fotografia vintage di Anthony Dod Mantle) è proprio sul legame dei due protagonisti, su quella rivalità nata come odio viscerale e diventata alla fine una profonda stima, quasi affettuosa, che il film trova la sua vittoria.

Hemsworth e Bruhl sono perfetti ed entrambi regalano due interpretazioni fenomenali (come i loro rispettivi personaggi la prima istintiva e passionale, la seconda misurata e preparata con dedizione) che è quasi impossibile scegliere. Aggiungiamo il “quasi” perché, da italiani, ammettiamo che, anche per la qualità della recitazione, la battaglia di Lauda contro la morte e il suo emozionante ritorno in pista ci ha strappato più di una lacrima.

In conclusione, cogliamo l’occasione anche per ricordare il breve ma significativo cammeo di Pierfrancesco Favino nei panni del compianto Clay Ragazzoni. E’ stato davvero commovente ricordare, attraverso uno dei nostri migliori attori, un grande pilota e uomo spesso dimenticato.

La 70^ Mostra del Cinema, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti, ha chiuso i battenti

dall'inviato Luca Marchetti

La 70^ Mostra del Cinema di Venezia si è ormai conclusa. Quest’anno siamo stati testimoni di un’edizione particolare, altalenante, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti. L’affluenza è stata massiccia (per colpa della gran folla siamo rimasti fuori da molte proiezioni importanti) e l’organizzazione del festival, in alcune occasioni, non ha brillato per elasticità e lungimiranza.

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