08. 08. 2020 Ultimo Aggiornamento 08. 08. 2020

“Don Jon”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Don Jon di Joseph Gordon-Levitt, con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore, Tony Danza, Brie Larson, Rob Brown, durata 90’, nelle sale dal 28 novembre 2013 distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti

Figlio di un cinema indipendente liberal e commerciale, l’attore Joseph Gordon-Levitt (protagonista di film come Inception, 50 e 50, 500 giorni insieme) esordisce alla regia con un piccolo film coraggioso, dimostrando, a differenza di molti suoi colleghi divi, di avere davvero qualcosa da raccontare. Addentrandosi nello stesso territorio in cui si era già mosso l’inglese Steve McQueen con il suo Shame, infernale e acclamato, Don Jon parla di sessualità ossessiva e pornografia e non si nega una deriva decisamente più leggera.

All’opposto della pellicola di McQueen, infatti, Gordon-Levitt evita di scadere nella disperazione assoluta e nel moralismo cattolico spicciolo e riesce a inserire il suo tema principale (l’ossessione per il porno) in un contesto comico, quasi parodistico.

Il suo Jon Martello (interpretato con intelligenza dallo stesso regista), che sembra uscito di peso da un reality giovanilistico (come Jersey Shore, quel programma tv che segue la vita sguaiata di giovani italo-americani), è un ragazzo che passa la vita tra una famiglia esagerata (dove brilla un padre-macchietta in canottiera e maccheroni, interpretato da un redivivo Tony Danza), la chiesa e il computer.

La sua routine, scandita dai video porno, non viene scalfita nemmeno dall’arrivo di una fidanzata con il corpo di Scarlett Johansson, una ragazza bellissima e “coatta”, che amplifica il dramma sessuale di Jon.

Il regista/attore ha davvero  coraggio per parlare con equilibrio di un fenomeno inedito, imbarazzante e assurdo come la porno-dipendenza ma, proprio grazie al suo tocco, lo tratta nel modo più sincero ed efficace possibile.

Il film segue la vita di questo Don Giovanni dal mouse facile, talmente alienato dalla rappresentazione falsa del sesso da essere colmo di rabbia e insoddisfazione, non tradendo mai il racconto coerente dell’educazione “sentimentale” del proprio protagonista.

Eccetto il tema principale, però, il problema della pellicola risiede nella mancanza di esperienza del proprio autore. Dopo una prima parte scoppiettante (sia per scrittura che per regia) la pellicola, infatti, si perde nella  superficialità.

Tra uno sviluppo narrativo banale e  personaggi di contorno tirati via (la donna matura interpretata da Julianne Moore, ad esempio), Don Jon perde presto la sua forza, fino ad arrivare a un finale decisamente scontato e buonista.

Detto ciò, non si deve dimenticare che quest’opera è comunque il primo passo di un giovane autore che, pur con i suoi limiti, dimostra che non servono ambizioni intellettualoidi (James Franco docet) per essere un regista, ma solo umiltà e una storia da raccontare.

“L’ultima ruota del carro”: il film visto in anteprima per Il Foglietto

L’ultima ruota del carro, di Giovanni Veronesi, con Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Alessandro Haber, Maurizio Battista, Ricky Memphis, Viriginia Raffaele, Sergio Rubini; durata 113’, nelle sale dal 14 novembre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

di Luca Marchetti

Come sarebbe stato “Una vita difficile”, capolavoro di Dino Risi, se fosse stato scritto, invece che dal mitico Rodolfo Sonego, da Walter Veltroni?

Giovanni Veronesi, con il suo imminente L’ultima ruota del carro, sembra quasi voler rispondere a questa domanda assurda.

Abbandonato il produttore Aurelio De Laurentis (con lui è nata la fortunata saga di Manuale d’amore) e una comicità più spensierata, il regista toscano decide di guardare alla tradizione della grande commedia all’italiana e di regalare al pubblico un nuovo romanzo popolare.

Sentendosi come un Monicelli redivivo, Veronesi prende come spunto la vita straordinariamente comune di Ernesto, il suo eroe proletario, per raccontare gli ultimi cinquanta anni di storia italiana.

L’ultima ruota del carro, questo il divertente titolo del film, però, nonostante le sue ottime intenzioni, paga più di un difetto. Prima di tutto, il confronto con i grandi classici del genere è obiettivamente impari. Il film non solo è privo di una qualsiasi forma di sana cattiveria (molte scene scadono spesso nel buonismo più esasperato), ma in diverse occasioni lo script, scritto da ben quattro autori, tradisce un semplicismo narrativo fastidioso e sciatto.

L’idea, non originale, di vedere la grande Storia con gli occhi dell’uomo comune (Forrest Gump, vi ricorda qualcosa?) poteva anche rivelarsi interessante, ma è inaccettabile assistere a scene poco credibili e involontariamente esilaranti come quelle legate al sequestro Moro e all’esplosione di Mani Pulite.

Il regista si è vantato, anche a ragione, di aver trasportato, senza alcuna aggiunta, la vita di un suo collaboratore sullo schermo.

Un risultato così discontinuo, con scene inserite a forza nella storia, dimostra, però, che una drammatizzazione più radicale e qualche tradimento non avrebbe nuociuto alla causa.

Ciò nonostante, Veronesi fa un notevole passo avanti.

Infatti, aiutato da un’ottima squadra di collaboratori, il regista dirige forse il suo film visivamente più maturo. Anche la direzione degli attori è di livello. Il cast, composto da molti grandi caratteristi, fa un buon lavoro di supporto.

Alessandra Mastronardi (la moglie fedele e innamorata), Ricky Memphis (l’amico sbruffone) e un corrotto Sergio Rubini senza freni (meravigliosi i suoi sproloqui in dialetto pugliese) non sfigurano accanto al protagonista assoluto del film, Elio Germano.

E’, infatti, proprio l’interpretazione maiuscola di Germano, la chiave di volta dell’intera pellicola.

L’attore romano, alle prese con un ruolo naif, inedito nella sua carriera, tiene sulle spalle tutta la storia, guardando molto al miglior Nino Manfredi (nel suo Ernesto c’è un po’di C’eravamo tanto amati e un po’ di Pane e Cioccolata).

Un discorso a parte, invece, merita l’eccellente Alessandro Haber (attore quanto mai sottovalutato).

Nei panni del Maestro (chiaro omaggio a Schifano) ruba la scena a ogni apparizione e, in coppia con Germano, regala i momenti più divertenti e commoventi dell’intera pellicola.

L’ultima ruota del carro è stato presentato nei giorni scorsi, con discreto successo, come film d’apertura al Festival del cinema di Roma.

“Questione di tempo”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Questione di tempo di Richard Curtis, con Rachel McAdams, Domhnall Gleeson, Bill Nighy, Tom Hollander, Lee Asquith-Coe, Margot Robbie, Lindsay Duncan, Paul Blackwell, Rowena Diamond, Nichola Fynn, Paige Segal; durata 123’, nelle sale dal 7 novembre 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Richard Curtis, autore chiave della nuova commedia romantica british (suoi gli script di Notting Hill, Quattro matrimoni e un funerale e Il diario di Bridget Jones) e pilastro della tv umoristica inglese (insieme al comico Rowan Atkinson è stato artefice dei successi Mr. Bean e Blackadder), si conferma con questa nuova regia uno dei cineasti più sinceri e capaci del suo genere.

Questione di tempo (ottima traduzione dell’originale About Time) segna, purtroppo, l’addio alle scene del suo autore, deciso a prendere altre strade e dedicarsi a nuovi progetti, ed è, a tutti gli effetti, il miglior modo possibile per salutare il mondo del Cinema.

Opera commovente, fresca, divertita e orgogliosamente naif (l’espediente fantascientifico che è il motore della storia ne è l’esempio maggiore), il film di Curtis è una di quelle pellicole che riconcilia con il mondo per la quantità di sentimenti genuini che mette dentro. E’, infatti, impossibile rimanere indifferenti di fronte alle “avventure” ordinarie di Tim (uno splendido e misurato Domhnall Gleeson), capace di viaggiare nei ricordi della propria esistenza, sempre in cerca della donna e della vita perfetta.

Il nostro eroe (e noi, spettatori, insieme con lui) compie questo viaggio di formazione che, oltre a conquistare il cuore della bella Mary (Rachel McAdams perfetta nella parte), lo farà diventare alla fine un uomo giusto, capace di apprezzare, dopo molti tentativi alla ricerca della “cosa migliore da fare”, la bellezza della sua esistenza comune, momenti tragici compresi.

Questione di tempo, pur nella sua flebile natura fantasy, è, infatti, un commovente omaggio all’ordinarietà.

Tim, con il suo dono eccezionale, non cerca ricchezze e fortune, rifugge le avventure straordinarie. I suoi agognati traguardi sono il matrimonio con la donna che ama, la nascita dei suoi figli, la felicità dei propri familiari, il commiato sereno dai genitori.

Curtis, con rara grazia, parla di Vita e Morte con una serenità commovente, riuscendo con la sua cinepresa a catturare la felicità e la tristezza dei suoi protagonisti, che diventano, per tutti noi, persone care, quasi di famiglia.

Il regista-sceneggiatore, attraverso una struttura narrativa solida e una scrittura intelligente, ci regala grandi momenti (il matrimonio sulle note de Il mondo di Jimmy Fontana, mai commovente come in quest’occasione) e personaggi memorabili come il drammaturgo scorbutico di Tom Hollander o il meraviglioso e saggio papà di Bill Nighy, facendoci già sentire la sua mancanza.

In attesa di soffrire per il suo addio alle scene, dunque, non ci resta che goderci questo piccolo film dal cuore immenso.

“Miss Violence”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Miss Violence di Alexandros Avranas, con Themis Panou, Kostas Antalopoulos, Eleni Roussinou; durata 98’, nelle sale dal 31 ottobre 2013, distribuito da Eyemoon Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Uscendo dal cinema si sente l’esigenza di fare una doccia, ci dovrebbero essere decine di docce nella hall per gli spettatori…” Con queste parole, alcuni anni fa, il regista Nanni Moretti ricordava la sua esperienza con il (brutto) film di Alan Parker Angel Heart – Ascensore per l’inferno.

Citiamo questa divertente iperbole del regista di Sogni d’oro perché la sensazione, quasi fisica, che abbiamo provato di fronte a Miss Violence, Leone d’argento alla miglior regia all’ultimo Festival di Venezia, non è stata troppo dissimile.

Il film di Alexandros Avranas, qui alla sua seconda regia, infatti, è un’opera orgogliosa della propria natura morbosa, fiera di suscitare nei suoi spettatori disgusto e disapprovazione.

Riprendendo il discorso del cinema greco contemporaneo sulla crisi delle istituzioni e sulla morte della società, Avranas si rifà spudoratamente alle opere del suo collega Giorgios Lanthimos e al suo sconosciuto capolavoro Dogtooth (film da recuperare assolutamente). Come in quella pellicola, in Miss Violence, si entra dentro ad una famiglia disfunzionale, crudele, dove sotto l’apparenza del quadro perfetto pulsa una mostruosa e impronunciabile verità.

Il film di Avranas si apre appunto con il suicidio improvviso di una ragazzina e, lentamente, entra nel profondo delle dinamiche (non subito facili da intuire) della sua famiglia “perfetta” fino al tragico, deflagrante, finale.

Miss Violence, sin dalle sue prime immagini, è quindi un’opera disperata. A differenza, però, del film di Lanthimos, dove si puntava più a mantenere (anche a scapito della linearità della trama) lo spirito non conciliatorio, senza mai indugiare sull’effettaccio, la pellicola di Avranas sembra sempre cercare il dettaglio più irritante, la trovata narrativa più fastidiosa.  L’unico obiettivo del regista sembra essere quello di sfinire il proprio pubblico, esagerando fino all’intollerabile, e di torturare psicologicamente i propri attori, bravissimi nell’affrontare stoicamente e con dignità questo tour de force. Confondere questa voglia, quasi compiaciuta, di disturbare tutti con una metafora “seriosa” per lo spaccato sui generis di una società greca alla deriva (per intenderci, la stessa operazione fatta dall’horror A Serbian film con la Serbia di oggi) sarebbe un errore imperdonabile. Cadendo in questa trappola si accetta l’idea che possa esistere un Cinema che odia i propri personaggi e si mette sadicamente contro il proprio pubblico.

Per chi scrive, questo è inaccettabile e deve essere combattuto con forza. Il primo passo è vedere Miss Violence e considerarlo per quello che è.

“Il quinto potere”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il quinto potere di Bill Condon, con Benedict Cumberbatch, Carice van Houten, Daniel Bruehl, Stanley Tucci, Alicia Vikander, Dan Stevens, Anthony Mackie, Peter Capaldi, David Thewlis, Laura Linney, Moritz Bleibtreu, Jamie Blackley, Hera Hilmar, Michael Jibson; durata 124’, nelle sale dal 24 ottobre 2013 distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Era un’operazione difficile, forse quasi impossibile, quella di annoiare a morte il proprio pubblico con un film incentrato sul caso Wikileaks e sul suo fondatore, il guru Julian Assange. Purtroppo per noi il regista Bill Condon (buon professionista, già dietro gli interessanti Kinsey e Demoni e Dei), è riuscito in quest’ardua missione.

Il quinto potere (traduzione furba del più sensato The Fifth Estate) è, ahinoi, una pellicola noiosa con uno script colpevolmente banale, perso dietro meccanismi troppo difficili da seguire e scelte narrative inoffensive.

Se si vuole fare un paragone, in realtà ingiusto, con The Social Network (l’evidente riferimento cinematografico degli autori) non si può che trovare Il quinto potere un’opera inadeguata. Certo, non è colpa del regista e dello sceneggiatore non avere il talento e il genio di David Fincher e Aaron Sorkin, ma con un materiale di partenza cosi esplosivo, e soprattutto con un anti-eroe dalle potenzialità cinematografiche illimitate come Assange, era doveroso aspettarsi di più.

Messa da parte una regia non esaltante, appesantita da trovate visive talmente ingenue da suscitare anche simpatia (la rappresentazione della Rete, ad esempio), bisogna concentrarsi sul ben più grave lavoro fatto con lo script.

Lo sceneggiatore John Singer, scegliendo di appiattirsi alla versione del “traditore” Daniel Berg (il collaboratore pentito), dalle cui memorie è ispirato il film, abbraccia un punto di vista manicheo, che rende tutta la storia prevedibilmente didascalica. Ciò porta non solo alla costruzione di personaggi superficiali come il Berg di Daniel Bruhl (reduce dalla performance ben più esaltante di Rush) ma anche a imbarcarsi in riflessioni sul giornalismo moderno che, se paragonate a quelle viste nella meravigliosa serie tv The Newsroom (non a caso scritta da Aaron Sorkin), sono fastidiosamente fuori tempo e fuori luogo.

Un discorso diverso lo merita, invece, il personaggio Assange, interpretato dall’ottimo Benedict Cumberbatch. L’attore inglese, oltre ad un’impressionante somiglianza fisica, regala al suo ruolo tutto il suo mestiere, rifacendosi molto anche al suo Sherlock Holmes televisivo.

Il suo Julian Assange diventa cosi un personaggio affascinante, a metà strada tra il luciferino Mark Zuckerberg di Fincher e il Joker di Nolan (i capelli bianchi come le cicatrici del villain interpretato da Ledger), sempre lontano, però, dallo status leggendario che avrebbe meritato.

Il vero Julian Assange ha attaccato violentemente questa pellicola, considerandola, forse non a torto, un’operazione di delegittimazione.

Secondo noi, più che per questo motivo, l’attivista si dovrebbe lamentare del fatto che la sua storia sia alla base di un film mediocre, frutto tipico di un cinema hollywoodiano pigro, in cui la piattezza della monocromaticità morale è preferita alle ambiguità e alle sfumature.

“La prima neve”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

La prima neve di Andrea Segre, con Giuseppe Battiston, Anita Caprioli, Roberto Citran, Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Peter Mitterrutzner, Leonardo Paoli, Lorenzo Pintarelli, Paolo Pierobon; durata 104’, nelle sale dal 17 ottobre 2013 distribuito da Parthenos

Recensione di Luca Marchetti

Tutto si può dire dell’imminente La prima neve di Andrea Segre tranne che non sia un’opera tristemente attuale.

Per una macabra coincidenza (che, con ogni probabilità, sarà cavalcata, senza alcun senso del pudore, dai media nazionali), la seconda pellicola del regista veneto, dopo essere stata presentata nella sezione Orizzonti dello scorso Festival di Venezia, vedrà il proprio debutto in sala proprio in questi giorni, mentre il tema immigrazione ha ottenuto la ribalta nazionale per le stragi avvenute al largo di Lampedusa.

Con il suo film Segre torna a parlare di stranieri e integrazione, con una storia che vede intrecciarsi le vicende di due protagonisti, diversi per etnia ed età ma simili per il loro rapporto con il dolore.

La prima neve racconta, infatti, l’amicizia tra Dani, immigrato del Togo che ha perso la moglie nel viaggio per arrivare in Italia, e Michele, giovanissimo ragazzo trentino, testimone della morte del padre in montagna.

Pur vivendo due drammi diversi e venendo da mondi agli antipodi (l’Africa affamata e la bucolica Valle dei Mocheni), ognuno riconosce nell’altro le stesse difficoltà ad accettare il lutto; gli stessi ostacoli a “perdonare” le persone care rimaste (per il primo la figlia appena nata, per l’altro la giovane madre rimasta vedova).

Solo attraverso questa insolita amicizia e le loro lunghissime e fredde passeggiate nei boschi, i due troveranno un po’ di sollievo e, forse, anche i semi di quella consapevolezza utile per vivere il proprio futuro. 
Dalla trama si può intuire che La prima neve si pone obiettivi morali certamente alti, cercando di distaccarsi da un certo cinema d’autore italiano. Sicuramente di originale Segre ha dalla sua parte scenari affascinanti. Sfruttando forse le agevolazioni vantaggiose della Film Commission trentina, la pellicola trova forza nel suo essere ambientata interamente tra valli magnifiche, fotografate con maestria dall’ottimo Luca Bigazzi, il miglior direttore della fotografia italiano in attività.

Ispirato da tanto splendore naturalistico, il regista lascia la propria cinepresa muoversi tra valli e montagne, regalando allo spettatore scene di rara bellezza. Segre, inoltre, sempre aiutato dal Trentino (anch’esso, a tutti gli effetti, protagonista del film) trova molti volti indigeni suggestivi, che accrescono l’anima territoriale dell’opera. Uno su tutti, il vecchio Peter Mitterrutzner, attore autoctono il cui sguardo stanco vale più di mille parole.

Nonostante ciò, purtroppo, La prima neve non riesce, alla fine, a differenziarsi molto da quel Cinema Italiano, pieno di buone intenzioni ma limitato nei risultati, da cui voleva prendere le distanze.

Il film di Segre, appesantito un po’ dalla scelta scontata come comprimari di attori bravi ma sinceramente sovraesposti (Anita Caprioli e Giuseppe Battiston), un po’ dall’incapacità di approfondire le sue caratteristiche più interessanti (il surrealismo folkloristico dei sogni di Michele, l’alchimia giocosa e spensierata dei due protagonisti), si rivela solo una pellicola “normale”, un’opera che, pur con grandi potenzialità, si accontenta di fare il proprio compitino buonista e moralmente inattaccabile.

Il lavoro di Segre, sia chiaro, è comunque encomiabile, ma se davvero si vuole andare lontano, forse occorre osare di più.

”Gravity”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gravity di Alfonso Cuaron, con George Clooney, Sandra Bullock, Ed Harris, Eric Michels, Basher Savage; durata 90’, nelle sale dal 3 ottobre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Nello spazio nessuno può sentirti urlare. Era il lontano 1979 quando il semi-esordiente Ridley Scott (per lui, all’epoca, in attivo solo la regia del conradiano I duellanti) portò il proprio pubblico nello spazio profondo, per fargli vivere il terrore assoluto.

Con l’horror sci-fy Alien, insieme al successivo Blade Runner, il regista inglese rivoluzionò “copernicanamente” il modo di produrre e vivere la fantascienza, aprendo cosi una nuova stagione per il genere e per tutto il cinema mainstream.

Nel 2013, a quasi quarant’anni da quel film leggendario, il messicano Alfonso Cuaron, autore capace di destreggiarsi con intelligenza tra la saga di Harry Potter e il personale I figli degli uomini, torna nello spazio con un’operazione simile nelle intenzioni e strabiliante nei risultati.

Con il suo Gravity, infatti, egli regala al pubblico una pellicola unica, un’esperienza cinematografica inebriante e totale, come non se ne vivevano da anni in una sala (per chi scrive, addirittura superiore anche ai tanto osannati Il signore degli anelli o Avatar).

Per arrivare all’opera compiuta ci sono voluti sette anni di fatiche, attese, fallimenti frustranti e rinvii snervanti. Ci sono stati cambi di attori in corso d’opera (il cast coinvolto all’inizio vedeva al posto del duo Bullock-Clooney, le star Natalie Portman e Robert Downey Jr) e sono necessari stati dei veri processi di ricerca meccanica per realizzare cineprese ed effetti adatti alle riprese del film.

Gravity è la giusta risposta a tutti questi sforzi. Dopo aver incantato tutti all’ultimo Festival di Venezia (come abbiamo raccontato), Cuaron si appresta proprio in queste ore a sbancare i botteghini mondiali, dimostrando che è possibile realizzare pellicole squisitamente hollywoodiane dall’impatto visivo ed emotivo spiazzante.

La deriva fisica, e interiore, della dottoressa Stone e del capitano Kowalski (i magnifici Sandra Bullock e George Clooney), due astronauti isolati e spacciati per la distruzione del proprio shuttle, coinvolge sia per la sua spettacolarità, sia per la sua forza concettuale.

Aiutato dall’esemplare lavoro del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, Cuaron e la sua cinepresa fluttuano insieme ai protagonisti in questo nulla angosciante, raccontando il loro dramma, le loro paure e le loro euforie.

Nel momento in cui si concentra sulla Bullock e sulla sua odissea, poi, il film riesce davvero a divellere i cardini del genere e a passare a un livello successivo, arrivando con forza al cuore dello spettatore.

Il lavoro di Cuaron, alla fine, si toglie la maschera di ottimo film di fantascienza per rivelarsi come una commovente opera, quasi filosofica, sulla vita e, soprattutto, sulla morte.

Trattando temi semplici ma solidi, il regista raggiunge vette concettuali degne del miglior Terrence Malick (Tree of Life su tutti), e compie, per alchimia tra visione e contenuti, una piccola rivoluzione cinematografica.

Siamo sicuri che per il suo film la strada per la Storia (del Cinema) sia appena iniziata.

“Anni Felici”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anni Felici, di Daniele Luchetti, con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo, Niccolò Calvagna; durata 100’ nelle sale dal 3 ottobre 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Daniele Luchetti è uno degli autori più importanti e, allo stesso tempo, sottovalutati del nostro Cinema. Il regista romano, infatti, eccetto alcuni piccoli passi falsi (il giovanilistico e inoffensivo Dillo con parole mie) ha sempre affrontato, con opere interessanti e attente, il malessere della società italiana, senza scadere nel consolatorio o nel semplicistico. Di questa sensibilità è un esempio Il portaborse, pellicola del 1991, in cui Luchetti, aiutato dalla magnifica interpretazione di Nanni Moretti (nei panni del politico spregiudicato), parlava di un’Italia figlia degli anni ottanta, pronta, una volta persa la propria innocenza, a entrare con cinismo e disperazione nel nuovo millennio.

Da quel film sono passati circa vent’anni e oggi il regista romano non ha perso occasione di continuare a parlare di noi e della nostra storia. Con l’ultimo Anni Felici, infatti, Luchetti chiude la sua ideale trilogia sul cuore dell’Italia, che già aveva visto due importanti episodi come gli acclamati Mio fratello è figlio unico e La nostra vita.

Se il primo film, tratto molto liberamente dal meraviglioso Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi, è l’epopea sanguigna di una famiglia di periferia, dove, nel pieno degli anni di piombo, gli affetti fraterni si scontrano con le passioni politiche partigiane (riferimento non tanto velato alla guerra civile), il secondo, ambientato ai giorni nostri, è invece la favola disperata di un giovane uomo costretto a tutto per dare un futuro ai propri figli, in un paese allo sbando. Entrambe interpretate da un ottimo Elio Germano (che grazie proprio a Luchetti ha ottenuto definitiva affermazione artistica), le due pellicole si dimostravano sia un convincente spaccato di un’epoca che un discorso sentito sui sentimenti umani.

In Anni Felici, invece, pur operando in un contesto di veridicità storica addirittura autobiografica (la pellicola dovrebbe trattare la storia d’amore disfunzionale tra i genitori del regista), Luchetti sceglie di mettere da parte il discorso puramente storico (il film è ambientato in un idilliaco 1974 pre-terrorismo) per concentrarsi sul racconto di un amore assoluto.

Se lo si considera un melò, il film tocca alcune delle punte più intense e commoventi del nostro cinema italiano, molto vicine per forza al miglior cinema indipendente americano.

In quest’ottica sentimentalistica, l’interpretazione dei due protagonisti è fondamentale. Micaela Ramazzotti, dopo l’affermazione con La prima cosa bella, torna con un ruolo femminile magnifico, in cui mette tutto il suo istinto e la sua forza animalesca. L’evoluzione morale della sua Serena, da semplice moglie-ombra a donna consapevole del proprio eros, è la spina dorsale del film.

Dall’altro lato, anche Kim Rossi Stuart fa il suo dovere. La sua performance, in modo semplicistico, potrebbe essere liquidata come sopra le righe, fastidiosa o addirittura rovinosamente sbagliata. Eppure questo suo padre stupidamente infantile, questo suo uomo dalle grandi ambizioni artistiche, costretto alla fine ad accettare la propria inadeguatezza sia come artista sia come uomo, è di una sincerità disarmante e rimane dentro anche dopo la visione del film.

E’, dunque, l'alchimia sullo schermo di questi interpreti, il loro rapporto assoluto (le parole finali di Amore che vieni, amore che vai sono la sintesi perfetta) a dare una marcia in più al film.

Il limite enorme della pellicola, purtroppo, è la sua anima autobiografica. Luchetti, sin dalla decisione di entrare in prima persona nel film con un invadente e insopportabile voice-over, ingabbia Anni Felici in una prigione che non merita.

La scelta di vedere attraverso gli occhi dei due giovanissimi protagonisti fa perdere forza alla storia principale e, in diverse occasioni, arriva anche ad allontanare lo spettatore.

E’ comprensibile che il regista, parlando di un pezzo della propria storia personale, consideri questa materia narrativa troppo importante per sé da volerla regalare totalmente al proprio pubblico, ma proprio la sua ingombrante presenza impedisce ad Anni Felici di spiccare il volo e di essere il grande film che poteva essere.  



 

 

 

 

 

 

 

“Rush”: un grande film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Rush - di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino; durata 123’, nelle sale dal 19 settembre 2013, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Quel maledetto campionato del 1976 è stato una delle pagine più emozionanti della storia recente della Formula 1.

Ancora oggi i padri raccontano ai propri figli le gesta del bellissimo James Hunt, sempre pronto ad affrontare la morte con il suo sorriso strafottente, dell’imbattibile Niki Lauda, capace di capire l’anima di una macchina solo appoggiandosi sul sedile, e di tutti quei piloti folli ed eroici che, da moderni gladiatori, accettavano di scendere in pista e di giocarsi ogni volta la vita a cavallo delle loro monoposto, solo per soddisfare la sete del pubblico pagante.

E’ in questo mondo veloce e incosciente che si svolge Rush, l’ultima imperdibile creatura del regista Ron Howard. Scritto da Peter Morgan, uno dei migliori sceneggiatori di Hollywood, la pellicola è l’ennesima dimostrazione delle sue indubbie capacità di afferrare la cronaca e di piegarla con successo alle esigenze del cinema mainstream. Si recuperino i suoi The Queen, Frost/Nixon o Il maledetto United, opere ispirate a fatti reali e diventate, sotto le sue mani, pellicole piene di tensioni narrative con tragici personaggi.

In quest’occasione, Morgan ha avuto la fortuna di affidare (di nuovo) la propria storia a Ron Howard, un regista spesso sottovalutato ma l'unico in grado di rendere Rush una perfetta macchina di puro intrattenimento, senza però tradire il cuore dell’opera. Il film è, infatti, allo stesso tempo, una spettacolare pellicola sulle corse automobilistiche e un coinvolgente dramma sulla rivalità viscerale di due (anti) eroi.

Parlando della spettacolarizzazione, Howard è stato intelligente a ispirarsi non solo ai pochi precedenti di fiction del genere (in questi giorni è riapparso addirittura Gran Prix di John Frankenheimer), ma soprattutto allo splendido documentario Senna di Asif Kapadia, celebrato lavoro sul leggendario pilota brasiliano.

Le scene delle corse, pur con poco minutaggio a disposizione (parliamo di una ventina di minuti su due ore di film complessive) lasciano, infatti, senza parole. Howard, nonostante il budget contenuto, sa bene come usare la cinepresa e, aiutato da un montaggio eccellente, gestisce le scene su pista con grande efficacia. Specie nel racconto senza sosta dei GP di quel fatidico campionato, il film si trasforma in una velocissima vettura alla quale è un piacere stare dietro.
Dal punto di vista drammaturgico, invece, il regista ha il merito di aver puntato su due giovani attori capaci di affrontare il copione di Morgan e i loro mitici personaggi con abnegazione.

Oltre all’impressionante somiglianza, Chris Hemsworth e Daniel Bruhl rendono i loro James Hunt e Niki Lauda due personaggi maiuscoli, tragici e grandiosi nella loro storia sportiva e nella loro accesa rivalità. Entrambi imperfetti, vulnerabili e odiosi, sono cosi umani con i loro difetti che è impossibile non simpatizzare con loro. Talmente diversi, uno arrogante e geniale, l’altro saccente e imbattibile, sono alla fine speculari come facce della stessa medaglia.

Al di là dello spettacolo visivo, dei dettagli perfetti e della fedeltà storica (gli anni settanta sono resi alla perfezione anche per l’ottima fotografia vintage di Anthony Dod Mantle) è proprio sul legame dei due protagonisti, su quella rivalità nata come odio viscerale e diventata alla fine una profonda stima, quasi affettuosa, che il film trova la sua vittoria.

Hemsworth e Bruhl sono perfetti ed entrambi regalano due interpretazioni fenomenali (come i loro rispettivi personaggi la prima istintiva e passionale, la seconda misurata e preparata con dedizione) che è quasi impossibile scegliere. Aggiungiamo il “quasi” perché, da italiani, ammettiamo che, anche per la qualità della recitazione, la battaglia di Lauda contro la morte e il suo emozionante ritorno in pista ci ha strappato più di una lacrima.

In conclusione, cogliamo l’occasione anche per ricordare il breve ma significativo cammeo di Pierfrancesco Favino nei panni del compianto Clay Ragazzoni. E’ stato davvero commovente ricordare, attraverso uno dei nostri migliori attori, un grande pilota e uomo spesso dimenticato.

La 70^ Mostra del Cinema, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti, ha chiuso i battenti

dall'inviato Luca Marchetti

La 70^ Mostra del Cinema di Venezia si è ormai conclusa. Quest’anno siamo stati testimoni di un’edizione particolare, altalenante, prodiga di grandi film e di pellicole imbarazzanti. L’affluenza è stata massiccia (per colpa della gran folla siamo rimasti fuori da molte proiezioni importanti) e l’organizzazione del festival, in alcune occasioni, non ha brillato per elasticità e lungimiranza.

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“Wolverine - L’immortale”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Wolverine - L’immortale di James Mangold, con Hugh Jackman, Brian Tee, Hiroyuki Sanada, Hal Yamanouchi, Will Yun Lee, Rila Fukushima, Tao Okamoto; durata 126’, nelle sale dal 25 luglio 2013, distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Wolverine, al secolo John “Logan” Howlett, dovrebbe essere considerato, più che un semplice personaggio dei fumetti, una vera e propria icona. Creato nel 1974 da Len Wein e Herb Trimpe, sin dalle sue prime apparizioni è subito diventato uno degli eroi preferiti dei lettori. Segnato dalla propria rabbia cieca e dai segni di un passato misterioso, il nostro è forse l’ (anti)eroe  più ambiguo dell’universo Marvel.

Ad accrescere la sua fama è intervenuta anche l’interpretazione cinematografica dell’australiano Hugh Jackman, che sin dal primo episodio della saga di X Men (2000, diretto da Bryan Singer) si è dimostrato il volto e il corpo perfetto per il personaggio.

Per anni si è cercato di cavalcare, anche economicamente, il binomio esplosivo interprete-ruolo con sequel e soprattutto spin-off interamente dedicati a lui. Il primo esperimento è stato lo sfortunato X-Men Le origini: Wolverine del premio Oscar Gavin Hood.

Il film, nonostante il buon cast e un protagonista in forma, si è rivelato un pasticcio senza capo né coda, dove il carisma dell’eroe era intrappolato da una gabbia fatta di trovate narrative ridicole e idee registiche prive di originalità.

Al secondo tentativo, la Fox ha pensato bene di puntare sul tutto per tutto. Avvicinato per primo addirittura l’acclamato Darren Aronofsky (che ha declinato l’offerta per dedicarsi al suo personale kolossal biblico sul diluvio universale) e coinvolto alla fine l’onesto James Mangold (regista di Walk the Line, delizioso biopic su Johnny Cash), il film s’ispira liberamente alle avventure di Wolverine in Giappone, una delle miserie più acclamate dell’eroe (famosa anche per i disegni del maestro Frank Miller).

La pellicola si concentra dunque sulla lotta senza quartiere che il nostro Logan contro killer della Yakuza, ninja spietati e ricchi magnati, fedeli seguaci del codice dei samurai. Aiutato da due energiche donne, Wolverine dovrà vedersela, ancora una volta, non solo con questi nemici spietati ma con il proprio passato.

Continuamente perseguitato/accompagnato dal fantasma di Jean Grey, il suo amore impossibile, e tormentato dal profondo senso di colpa per la sua fine, l’eroe mette continuamente in discussione il significato del proprio status di eroe immortale e l’effetto delle conseguenze dei suoi gesti. Hugh Jackman, infatti, questa volta interpreta un uomo ferito che lotta, non per dare sfogo alla sua furia ferina, ma per sopravvivere. Solo quando la sua fuga dal dolore lo porterà ad accettare le proprie ferite e a espiare le proprie colpe potrà finalmente chiudere il conto con la sua storia e compiere, di nuovo, il proprio destino di eroe.

Anche se “appesantito” da qualche estrema e scontata sequenza action, la pellicola, grazie soprattutto alla dedizione di Jackman e alla mano di Mangold, cerca di essere qualcosa di diverso e parla di sentimenti, di emozioni disperate, dei cuori infranti e delle anime incrinate di coloro che, per noi, devono essere sempre e comunque perfetti.

Come il Batman di Nolan, questo Wolverine cinematografico è finalmente un uomo. Ed è questa l’unica strada efficace per diventare veramente immortali.

"Pain & Gain – Muscoli e denaro": il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Pain & Gain – Muscoli e denaro di Michael Bay, con Ed Harris, Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Rob Corddry, Bar Paly, Tony Shalhoub, Tony Plana, Anthony Mackie, Ken Jeong, Rebel Wilson, Peter Stormare; durata 129’, nelle sale dal 18 luglio 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Il nome Michael Bay è sinonimo di un determinato tipo di cinema. Le sue opere d’arte, infatti, sono fatte di budget enormi, esplosioni, scene a rallentatore, donne succinte e una dose estenuante d’azione sconclusionata. Non è un caso che nel suo curriculum brillino titoli come Bad Boys II, Armageddon o Pearl Harbour.

Quando il nostro regista, dopo il successo al box-office di Trasformers 3, si era detto in procinto di dedicarsi a un progetto minimal, con un budget esiguo, dalle ispirazioni tarantiniane e tratto da un articolo su un famoso fatto di cronaca, in molti hanno storto il naso, spiazzati di fronte a questo inusuale proclama d’intenti.  Si aggiunga il fatto che, dopo aver annunciato questa svolta, abbia scelto come protagonisti due attori come Mark Wahlberg e Dwayne “The Rock” Johnson (di certo non due alfieri del cinema alla Sundance Festival) e si ha ben chiara l’atmosfera di scetticismo sprezzante che circondava questa pellicola.

Ebbene, siamo contenti di dire che quello che poteva sembrare un fallimento annunciato si è rivelato invece la sorpresa più intrigante e folle della stagione cinematografica.

Ambientato nella solare Miami dei primi anni novanta, il film segue le tragicomiche peripezie criminali di una banda di stupidi culturisti alle prese con un disastroso rapimento.  Bay, per la prima volta nella sua carriera, lascia da parte la retorica spicciola e l’eroismo per concentrarsi solo sull’umorismo crudele e sulla satira feroce.

I suoi protagonisti, a differenza di tanti affascinanti anti-eroi che affollano l’immaginario collettivo di tutti, sono personaggi abietti e cretini allo stato puro. Avidi, assetati da una sete di ricchezza senza fine, i tre criminali palestrati sono il frutto peggiore di quella arrogante e amorale America reaganiana, tanto stupidamente rimpianta ancora oggi. Accecati da una concezione degenerata del sogno americano, i protagonisti sono ritratti da Bay in modo dissacrante e crudele, con un cinismo divertito che ricorda molto le opere dei fratelli Coen (Burn After Reading, su tutti).

Inoltre, dal punto di vista visivo, il regista usa con misurata intelligenza il proprio stile, piegando la propria esagerata e ingombrante estetica per il miglior risultato finale possibile.

Anche per il cast non si possono non fare i complimenti. I già citati Mark Wahlberg e Dwayne Johnson sono perfetti nei loro ruoli e il viscido Tony Shalhoub è in stato di grazia. Menzione a parte per lo splendido Ed Harris, nei panni di un ex-poliziotto in pensione, l’unico “buono” di tutto il film.

Se proprio dobbiamo trovare dei difetti, la sceneggiatura è, forse, il punto più debole del progetto, appesantita da una lunghezza eccessiva e da trucchetti narrativi noiosi (l’abuso delle voci fuori campo, ad esempio).

Sinceramente, davanti a questa estate avara di grandi film, si può chiudere un occhio.

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“Uomini di parola”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Uomini di parola di Fisher Stevens, con Al Pacino, Christopher Walken, Alan Arkin, Vanessa Ferlito, Julianna Margulies, Katheryn Winnick; durata 110’, nelle sale dall’11 luglio 2013, distribuito da Koch Media

Recensione di Luca Marchetti

Al Pacino, Christopher Walken e Alan Arkin. Tre magnifici attori tutti insieme in un solo film. E’ questo il motivo principale (e in fin dei conti, l’unico) per vedere un film come Uomini di parola (in originale Stand up guys).

La pellicola, diretta dal caratterista televisivo Fisher Stevens (premio Oscar per il documentario ecologista The Cove – La baia dove muoiono i delfini), è, infatti, un’opera crepuscolare che, appesantita da uno script confusionario, perde un'enorme occasione per dare sfogo alla follia senile e all’ottimo mestiere dei suoi tre grandissimi protagonisti. La trama è presto detta.

Val (Pacino), esce dal carcere dopo ventotto anni di detenzione. Ad accoglierlo ci sono i vecchi compari di una volta, il suo miglior amico Doc (Walken), diventato ormai un pensionato dedito alla pittura, e Hirsch (Arkin), asso del volante confinato in un ospizio. Per i tre, la prima notte di libertà di Val si trasformerà presto in un’odissea di avventure, sempre tallonati dall’implacabile rabbia di un ex boss, assetato di vendetta per un figlio morto in una rapina andata male.

Uomini di parola segue il vecchio procedimento del tutto in una notte, appoggiandosi su uno script (scritto dall’esordiente Noah Haidle) completamente basato su una serie illogica di eventi slegati l’uno dall’altro. Il lavoro cinematografico,  più che ricordare un’assurda discesa negli inferi (come avveniva nello splendido Fuori Orario di Martin Scorsese) si rivela presto uno stanco giochino di maniera, dove la bravura dei protagonisti è utilizzata in modo inconcludente, limitata da dialoghi banali e da vecchie gag degne dei peggiori cinepanettoni (tutte le scene ambientate nel bordello, ad esempio).

Eppure le possibilità di realizzare un prodotto di sostanza, un doveroso omaggio-revival sullo stile di quello fatto da Stallone per il cinema action nei suoi due I mercenari, era lì a portata di mano. Purtroppo il regista, forse per la sua scarsa esperienza (o per la mancanza di talento),  ha preferito puntare all’ordinario, mostrando più che vecchi guerrieri tornati a combattere, tre simpatici vecchietti in vacanza da una noiosa pensione.

Una simile scelta narrativa e programmatica è accettabile in un prodotto senza pretese come sarà il prossimo Last Vegas, dove divi in disarmo come Robert De Niro, Michael Douglas e Kevin Kline proveranno (e, presumibilmente, falliranno) a ricreare un senile Una notte da Leoni.

Quando però si hanno interpreti del livello di Alan Arkin (reduce dalla magnifica performance in Argo), di Christopher Walken e di Al Pacino (immenso come sempre, specie se accompagnato dalla voce di Giancarlo Giannini) è normale aspettarsi altri risultati artistici e altre riflessioni cinematografiche.

In questo caso, invece, tutto è gettato alla rinfusa e, soprattutto nel finale, preso a forza da un qualsiasi film di Van Damme o Steven Seagal, lo spazio filmico è occupato più dall’invadente canzone originale di Bon Jovi che dalle interpretazioni dei protagonisti in scena.

Tutto questo discorso sembra essere una scusa per non ammettere che anche per i più grandi e per i miti personali arriva il momento di mettersi da parte, anche perché non ci sono più pellicole come Il cacciatore e Il padrino all’orizzonte.  Forse.

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”To the Wonder”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

To the Wonder di Terrence Malick, con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline; durata 112’, nelle sale dal 4 Luglio 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Verso l’infinito. E’ questa, ormai, la direzione che la poetica di Terrence Malick ha intrapreso dopo una lunga carriera fatta di tanti silenzi, tante attese e tanti ritardi.

Sbloccatosi dopo la riuscita gloriosa di The Tree of Life (Palma d’oro nel 2010), opera immaginifica nel suo fondere l’infinitamente grande della storia universale con l’infinitesimamente piccolo della vita di una comune famiglia della working class americana, l’autore continua a ragionare sulle emozioni e sui sentimenti, scegliendo come oggetto di riflessione parte della propria biografia.

Come il precedente, in cui venivano rielaborati il suicidio di un fratello e l’infanzia difficile accanto ad un padre autoritario e ingombrante con i suoi sogni infranti (interpretato da un immenso Brad Pitt), in questo To the Wonder, Malick ritorna sulle proprie esperienze europee (periodo che ha generato speculazioni e molte leggende metropolitane), su una vecchia e mai dimenticata relazione e, soprattutto, sul suo difficile modo di vivere l’Amore.

La trama, difficile da seguire per la sua completa mancanza di linearità, si concentra sulla nascita e sulla morte del rapporto tra un Lui (Ben Affleck, tanto grande come regista quanto mediocre come interprete) e una Lei (una sorprendente Olga Kurylenko). Cercando di intercettare le traiettorie partite dalla deflagrazione di questo sentimento, Malick sembra quasi perdersi, indeciso se rivelarsi dietro il proprio alter-ego (indicativa la fretta con cui glissa sulla relazione tra Affleck e Rachel McAdams, interprete di un ruolo che dovrebbe ispirarsi alla moglie attuale del regista) o estraniarsi nell'elogio del puro sentimento e della passione della protagonista francese, straniera in un paese e in una famiglia che hanno lentamente perso di significato ai suoi occhi.

In questa esitazione, la prima della sua carriera, si rivela il limite di una pellicola che per seguire l’alto inciampa e si perde nella retorica presuntuosa e in un manierismo fastidioso.

L’autore, come suo solito, gonfia la vicenda di concetti filosofici che, questa volta, colpiti da un’incomunicabilità quasi autistica e da un montaggio spietato (arma con cui è solito stravolgere personaggi e cancellare interpreti famosi), girano a vuoto. Ne è un esempio il sacerdote in crisi di fede con il volto di Javier Bardem, protagonista di una sotto-trama potenzialmente profonda e coinvolgente ma approssimativa e poco sviluppata nella sua evoluzione.

Il regista, dunque, più che un film realizza una sorta di trattato accademico ma, schiacciato da un argomento talmente “instabile” come l’Amore, si ritrova a costatare la limitatezza della propria filosofia solo apparentemente istintiva.

E’ vero che gli amanti ciechi di Malick sapranno consolarsi con i numerosi momenti commoventi, con la voice-over persa in ipnotici soliloqui e con l’incredibile fotografia realizzata da quel grande artista che è Emmanuel Lubezki.  Gli altri, la maggior parte, però non potranno che dispiacersi di fronte a quella che poteva essere un’opera d’arte emozionante e che, invece, finisce per essere una pellicola cinematografica visivamente perfetta ma fredda e complicata nel suo cuore.

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“Salvo”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Salvo di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, con Saleh Bakri, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio, Mario Pupella, Giuditta Perriera, Redouane Behache, Jacopo Menicagli; durata 103’, nelle sale dal 27 giugno 2013, distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti

In questi mesi ci siamo ritrovati diverse volte a constatare in che stato versi la nostra industria cinematografica.

Eppure, nonostante la nostra consapevolezza della situazione, non possiamo che indignarci ancora una volta del fatto che un film come Salvo, esordio alla regia dei due sceneggiatori Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, fino a qualche settimana fa abbia rischiato seriamente di bucare l’uscita in sala perché ignorato completamente dalle maggiori case di distribuzione italiane. Ci sono volute le critiche entusiaste della stampa internazionale e i due premi ottenuti all’ultimo festival di Cannes (nella sezione Settimana della critica) per coinvolgere qualcuno (l’eroica Good Films) che ci permettesse di gustare una delle migliori opere prime italiane prodotte da molti anni a questa parte.

La trama della pellicola, la storia di un sicario mafioso ambientata in un’incandescente Palermo, potrebbe far pensare a uno dei tanti, facili, film d’impegno civile prolificati dopo il boom dell’evento Gomorra. La coppia di registi, invece, pur partendo da territori alquanto ovvi, punta subito a discostarsi dalla prevedibilità del genere e intraprende strade coraggiose e poco battute dal nostro cinema.

E’ innegabile che Salvo debba moltissimo al lavoro di Matteo Garrone e del suo fedele sceneggiatore Massimo Gaudioso, soprattutto nel mettere in scena, senza mai giudicarli, ambienti e personaggi poco edificanti. E’ altrettanto vero, però, che i due autori, per un altro verso, cerchino di innalzare la loro storia dal semplice ritratto quasi da documentario della realtà per puntare a qualcosa di altro.

Sin dall’uso spasmodico e ipnotico della canzone dei Modà nelle prime scene, si capisce che Grassadonia e Piazza vogliano fotografare la Sicilia attuale e, allo stesso tempo, raccontare una favola moderna dove avvengono miracoli, ci sono cavalieri silenziosi e principesse cieche in pericolo.

Salvo, infatti, più che un mafia-movie è il diario di un killer sentimentale, con un protagonista, interpretato dal magnetico attore palestinese Saleh Bakri, che fa di tutto per proteggere la sua Rita (Sara Serraiocco) dalla rabbia famelica del boss locale.

La pellicola dunque, oltre ai classici riferimenti al noir di Melville, guarda a quei maestri del cinema orientale, Takeshi Kitano innanzitutto, che ci hanno insegnato a innamorarci di storie dove la violenza più efferata si fonde con la poesia più commovente.

In quest’opera vi saranno anche dei difetti e delle ingenuità (il piccolo ruolo di Luigi Lo Cascio ad esempio) che appesantiscono la tenuta generale, ma, visti i risultati finali, non si può che essere orgogliosi del lavoro dei due giovani registi.

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“La quinta stagione”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

“La quinta stagione” di Peter Brosens e Jessica Woodworth, con Aurélia Poirier, Django Schrevens, Sam Louwyck, Gill Vancompernolle, Peter Van den Begin; durata 93’, nelle sale dal 27 giugno 2013, distribuito da Nomad Film

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi dieci mesi dalla sua prima mondiale al Lido di Venezia, arriva finalmente anche nelle sale italiane La quinta stagione (La Cinquieme Saison), una delle pellicole più interessanti (e disturbanti) dell’ultima Mostra del Cinema.

Il film, diretto dalla coppia di registi Peter Brosens e Jessica Woodworth, è il capitolo conclusivo di una trilogia che, inizialmente attraverso il documentario, affronta il rapporto tragico e conflittuale che si è instaurato tra l’Uomo e la Natura.

Dopo aver parlato dell’avvelenamento del terreno (Altipiano) e delle malattie infettive degli animali (Khadak), la coppia belga per il gran finale sceglie di mettere in scena un racconto di finzione, una sorta di disaster movie metafisico.

La quinta stagione, sembrerà strano sentirlo dire, almeno tecnicamente non è troppo lontana da quelle rumorose pellicole piene di effetti speciali nelle quali registi come Roland Emmerich (2012, The Day After Tomorrow) si divertono a inscenare catastrofi naturali e apocalissi. Infatti, come in quelle mega-produzioni, il film segue la vita di diversi personaggi, tutti costretti ad affrontare un disastro climatico, e mostra l’evoluzione dei loro rapporti in questa situazione di pericolo. Se però in quei prodotti, spesso la disgrazia naturale dava la possibilità all’umanità di riscoprire solidarietà e speranza, ne La quinta stagione, invece, la vicenda si dirige, in modo inesorabile, verso un finale spietato e crudele.

Nel piccolo paesino del film, infatti, quando l’inverno decide di non finire e la terra smette di dare i propri frutti, la maggioranza della popolazione non pensa nemmeno per un momento ad aiutarsi a vicenda ma, anzi, non perde l’occasione per tirare fuori il peggio della propria natura, dando sfogo a grettezze, bestialità e paranoie.

I pochi personaggi positivi, tra cui un povero straniero cui è cucito addosso il ruolo del capro espiatorio da sacrificare, non possono fare altro che venire schiacciati dalla lucida follia della comunità, sfociata ormai in un’irreversibile brutalità ancestrale.

L’involuzione civile di una società messa alla prova è un tema trattato, anche con grande intelligenza, in molte altre opere (ad esempio Cecità di Jose Saramago). Questa volta però i due autori evitano il tono didascalico del trattato sociologico o della pedante operetta morale sulla miopia dell’Uomo.

Brosens e Woodworth dunque partono, come nella miglior fantascienza, da una storia assurda e con spirito da documentario si limitano a osservare la deriva dei propri personaggi.

Il risultato è un lavoro dove lo spettatore è preso e condotto in un’atmosfera angosciante e disperata, la quale lascia dentro un terribile ma sano senso di disgusto, che accompagnerà il pubblico per diverso tempo.

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“L’uomo d’acciaio”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

“L’uomo d’acciaio” di Zack Snyder, con Henry Cavill, Michael Shannon, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Russell Crowe; durata 144’, nelle sale dal 20 giugno 2013, distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Da quando, nel 1978, Richard Donner (diventato, poi, un maestro del cinema d’azione) portò sullo schermo Superman, con uno sconosciuto Christopher Reeve come protagonista (e un Gene Hackman nei panni della nemesi Lex Luthor), molti hanno provato a costruire intorno al supereroe per eccellenza una storia degna della sua statura.

Negli ultimi trentacinque anni, i tentativi su questa strada sono stati fallimentari. Basti ricordare i progetti naufragati di Tim Burton e la recente, triste, esperienza di Bryan Singer (autore di X-Men e de I soliti sospetti), con lo zoppicante e dimenticabile Superman Returns, per avere chiare quali erano le difficoltà dell’operazione rilancio.

La Warner, però, orfana di tante fruttifere saghe arrivate alla loro conclusione, ha voluto dare una nuova possibilità a questo franchise (potenzialmente ricchissimo) e ha pensato bene di affidarsi a Christopher Nolan, suo personale Re Mida.

Il regista inglese, artefice del successo commerciale e dell’affermazione artistica della nuova trilogia su Batman (altro supereroe classico), era senza dubbio la persona giusta al momento giusto.

Dopo essersi ritagliato il ruolo di produttore esecutivo e aver puntato su solide sicurezze (la sceneggiatura del suo fedele David S. Goyer, già autore dei tre film sul Cavaliere oscuro) e scommesse più azzardate (il regista Zack Snyder, famoso sia per la sua incredibile forza visiva, sia per l’incapacità di narrare storie complesse e stratificate), Nolan ha deciso di partire da una semplice domanda: nel mondo dei social network e della globalizzazione della rete, come si può rendere verosimile l’epifania di un super uomo? E' proprio in questo quesito che si concentra il senso ultimo de L’uomo d’acciaio.

Per prima cosa, il Clark Kent della coppia Goyer- Nolan (interpretato da Henry Cavill) non è già un’icona ma un giovane uomo ancora incosciente dei propri poteri e delle proprie responsabilità, schiacciato dalle lezioni morali paterne e terrorizzato dalla risposta che l’umanità potrebbe dare una volta scoperta la sua esistenza. Partendo da questa complessa psicologia personale e da un profondo senso di emarginazione, la crescita interiore di Superman assume un valore importante e si partecipa emotivamente alla sua decisione di assumersi la missione di proteggere la Terra.

Da questo punto di vista i tantissimi riferimenti cristologici non sono lanciati a caso piuttosto contribuiscono ad arricchire il senso di plausibilità della vicenda. E proprio nell’affidarsi completamente a una figura divina, unica capace di salvarci, che si avverte la grande rottura concettuale con i precedenti nolaniani di Batman dove, invece, c’era sempre un’enorme fiducia nell’umanità e nei suoi mezzi.

In questa svolta provvidenziale, quasi (concedetelo) manzoniana, risiede il cuore di un film come L’uomo d’acciaio, capace di non essere solo un blockbuster dal consumo di massa.

Anche dal punto di vista visivo, poi, la pellicola raggiunge interessanti vette artistiche. Snyder, forse perché sollevato dalle incombenze narrative, esprime tutta la sua indubbia capacità di girare e, aiutato da lavoro del direttore della fotografia Amir Mokri, rende la pellicola, anche visivamente, un’esperienza dall’impatto destabilizzante. I combattimenti mozzafiato, le scene di volo, i flashback nei campi di grano del Kansas (dove possiamo ammirare un grande Kevin Costner), tutto è funzionale alla riuscita totale del ritorno di Superman.

Certo, il film non è privo di difetti come alcune ingenuità di sceneggiatura (specie nei dialoghi), la durata eccessiva e la ripetitività degli interventi salvifici dell’eroe (però qui torniamo sempre sul carattere messianico del protagonista) ma anche con questi piccoli nei non si può dire che L’uomo d’acciaio non sia un’opera ambiziosa e importante, soprattutto se considerata un semplice kolossal.

Se tutte le mega-produzioni avessero  questa profondità e fossero realizzate con questa attenzione, sarebbe un mondo (cinematografico) perfetto.

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”Holy Motors”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

"Holy Motors" di Leos Carax, con Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau, durata 110’, nelle sale dal 6 giugno 2013, distribuito da Movies Ispired

Recensione di Luca Marchetti

Nanni Moretti, anni fa, per stroncare un misterioso capolavoro del cinema italiano (leggenda narra si tratti di C’era una volta l’America di Sergio Leone) disse che in molte occasioni è doveroso ricorrere alla semplicità. Sentite queste parole non dobbiamo sorprenderci se l’anno scorso, al festival di Cannes, la giuria presieduta dal regista di Ecce Bombo ha pensato bene di ignorare completamente un film come Holy Motors di Leos Carax.

Dell’opera cinematografica del regista francese, infatti, si può dire qualsiasi cosa, tranne che sia una storia semplice. Immaginiamo, divertiti, cosa abbia pensato Moretti dopo aver visto questo folle mosaico di cinema e aver constatato, forse con fastidio, il grandissimo apprezzamento che il film suscitò nella critica e nel pubblico della Croisette.

Fin dai primi momenti, con un prologo in una sala cinematografica funerea dove irrompe lo stesso regista con un pigiama improbabile, si capisce che quello che si sta per intraprendere sarà un tour de force estenuante e entusiasmante nella follia e nell’arte del regista più “borderline” del cinema d’Oltralpe.

Dopo dodici anni di silenzio artistico (eccetto la regia di un episodio nel film collettivo Tokyo!), segnato da progetti arenati e disgrazie personali (la morte della compagna Yekaterina Golubeva), Carax torna con un’anti-pellicola dove più che seguire una trama lineare si mettono insieme tantissime citazioni, metafore e riflessioni filosofiche, senza mai sentire il desiderio di spiegare alcunché al proprio pubblico.

Lo spettatore inerme, dunque, è investito da un flusso di coscienza visivo in cui, come in un puzzle, sono affiancati alcuni frammenti intrisi di poesia altissima e di liricità emotiva, girati anche con un realismo sorprendente (pensiamo alla discussione in macchina tra il padre e la figlia) ed altri, invece, fatti di pura irrealtà, nei quali appare anche Monsieur Merde, feroce essere immondo ed eroe caraxiano, sanamente distruttivo con la sua forza ferina.

Questa giornata di straordinaria pazzia non poteva realizzarsi con tali risultati disturbanti se il regista non avesse avuto un complice all’altezza della situazione.  L’attore Denis Lavant, sodale e feticcio di Carax, è il secondo padre di Holy Motors, incredibile per la sua capacità di cambiare abiti e volti per interpretare uno, nessuno e centomila personaggi, sempre con la stessa dedizione e professionalità, arrivando a commuovere persino nei risvolti più paradossali e respingenti. La sua enorme bravura d’attore sottovalutato esplode qui in tutta la sua forza e mette in ombra i pochi, convincenti, compagni di scena (Michel Piccoli, Kyle Minogue e la bellissima Eva Mendes).

Discorso diverso va fatto per Edith Scob, l’autista della limousine-camerino di Lavant, che, anche solo per i pochi attimi a disposizione, tiene fieramente testa al mattatore.

Detto ciò, riconosciamo che Holy Motors ha tutte le carte in regola anche per essere recepito come un film presuntuoso o, addirittura, irritante.  Con un’opera cosi il confine tra sublime e terribile è labile e indefinito.

Credeteci, però, vale la pena di accorrere nelle (poche) sale che finalmente lo proiettano solamente per scoprire l’effetto che vi fa.

“Solo Dio Perdona – Only God Forgives”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Solo Dio perdona – Only God Forgives di Nicolas Winding Refn , con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit , durata  90’, nelle sale dal 30 maggio 2013 distribution da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Nel 2010 molti rimasero fulminati dopo la visione di Drive, primo film “hollywoodiano” del talentuoso regista danese Nicolas Winding Refn. Il giovane autore, infatti, veniva da una carriera ricca di film estremamente coraggiosi (in particolare dal punto di vista registico) ma assai ostici per un vasto pubblico internazionale.

Insomma, una ricetta perfetta per diventare il pupillo di una nicchia ristretta di cinefili integralisti. Fu uno shock positivo, quindi, scoprire che il creatore di gioielli indigesti come Bronson e Vahalla Rising potesse destreggiarsi con grande efficacia in un contesto mainstream, facendo convivere la propria natura di artista indipendente e l’esigenza alla commerciabilità in una sola pellicola.

Drive, dunque, sin dalla prima visione, si rivelava un film sconvolgente, dove violenza e amore si fondevano in un’unica, riuscita, opera d’arte. Con aspettative così, era naturale che tutti noi aspettassimo Refn al varco della nuova opera, eccitati dalla collaborazione con la sua “musa” Ryan Gosling e da una strategia pubblicitaria che prometteva fuochi d’artificio emotivi.

Ebbene, con profonda tristezza, dobbiamo annunciare che questo Solo Dio Comanda è, invece, un’atroce delusione. Sia chiaro, non stiamo parlando di un tradimento ideologico. La pellicola, infatti, pur con i suoi evidenti limiti, è assolutamente coerente con tutti i lavori del regista pre-exploit di Drive.

Anche in questo, come nei precedenti film, infatti, più che alla narrazione fluida e alle interpretazioni degli attori, ottimi, coinvolti, Refn punta al manierismo visivo, all’eccellente esasperazione fotografica e all’integralismo cromatico, tutti dogmi utili solo per mettere in scena una serie disordinata di metafore confuse e simbolismi approssimativi. Dove sono finite la poesia estrema e l’adrenalina mozzafiato di tre anni fa? Purtroppo non riusciamo a trovare nessuna risposta, forse ancora intontiti dalla noia e dalla supponenza di questi infiniti novanta minuti di pellicola (non a caso accolto da rumorosi fischi all’ultimo festival di Cannes).

La prima sensazione, una volta visto Solo Dio Comanda, è quella che Refn faccia tutto ciò con un’attenta cognizione di causa. Se ci permettete un audace paragone politico, sembra quasi che l’autore danese, un po’ come Beppe Grillo, forse terrorizzato da un successo troppo ecumenico, voglia fare di tutto per respingere il proprio pubblico più “moderato” e mantenere vicino a sé solo i seguaci più fedeli e radicali. Questa è, sinceramente, l’unica soluzione sensata che abbiamo trovato, altrimenti non si spiega la folle determinazione di tornare al proprio passato.

Non dimentichiamo, poi, il crimine di non sfruttare attori magnifici come Ryan Gosling e Kristin Scott Thomas, perfetti nei loro ruoli, ma lasciati a se stessi per tutta la durata del film (non citiamo i terribili scambi di battute cui sono costretti). L’unica nota lieta è la scoperta dello sconosciuto attore thailandese Vithaya Pansringarm, dalla presenza scenica indimenticabile. Purtroppo questa è veramente una piccola e inaccettabile consolazione.

Non resta che aspettare la prossima avventura di Refn per capire dove voglia portare la propria carriera. E se ancora vale la pena seguirlo su quella strada.

“La grande bellezza”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La grande bellezza di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti, Serena Grandi, Luca Marinelli, Massimo Popolizio, Giorgia Ferrero, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Galatea Ranzi , durata 142’, nelle sale dal 21 maggio 2013, distribuito da Medusa

Recensione di Luca Marchetti

Proprio mentre stiamo scrivendo, a Cannes la giuria presieduta da Steven Spielberg sta consegnando i premi della 66°edizione del Festival del Cinema, ignorando completamente, nonostante fosse uno dei più quotati alla vigilia, La grande bellezza, l’ultima fatica di Paolo Sorrentino.

Questo risultato farà contenti i molti giornalisti italiani, Dagospia più di tutti, che hanno da subito criticato aspramente la pellicola, ma non possiamo non considerarlo un duro colpo per il Cinema Italiano.

La grande bellezza, infatti, con i suoi limiti e i suoi pregi, è quel genere di film, coraggioso, che raramente si produce in Italia, un’opera con una forza tale che lo spettatore volente o nolente non può rimanere indifferente.

Sorrentino, sin dal suo incredibile esordio con L’uomo in più (pellicola da recuperare e rivalutare), ha messo in chiaro la sua volontà di non limitarsi mai alla scelta più banale, all’inquadratura meno sensazionale. Chiamatela arroganza o superbia (nelle tragedie greche si chiamava hybris ed era punita con la morte) ma è stato questo lo stimolo che ha permesso al regista napoletano di mettere in scena operazioni sempre più ambiziose, per temi, concetti e movimenti di cinepresa.

Sorrentino è arrivato cosi, con nonchalance, a raccontare la vita di Andreotti, a  confrontarsi da pari a pari con il cinema americano e, questa volta, a girare un film che racchiudesse l’anima della Città Eterna.  Già dalla anteprima del film si è partiti con il gioco dei paragoni, citando a sproposito Fellini, Flaiano, Bunuel, Celine e Malick, facendo finta di non capire che La grande bellezza è qualcosa di diverso.

Sorrentino, nel riprendere Roma in tutta la sua opulenta bellezza, non vuole fare un ritrattino moraleggiante sulla grandezza perduta della caput mundi, piuttosto il suo obiettivo è di arrivare al cuore di una città, e di una nazione intera, e di scoprirlo irrimediabilmente vuoto.  La sua Roma del centro storico crepuscolare, delle feste sfrenate sugli attici vista Colosseo, dei trenini a ritmo di salsa che non portano da nessuna parte, non pretende mai di essere una testimonianza da documentario ma è, invece, il simbolo definitivo dei nostri tristi tempi.

A guidarci in questo mondo disumano, il regista chiama un cicerone speciale, Jep Gambardella, scrittore dall’immenso talento sprecato, con il quale giriamo nelle notti malate capitoline. Figlio prediletto, anche se adottivo, di questa laida Mamma Roma, Jep non smetterà mai di ballare, nemmeno di fronte all’uscita di scena dei suoi cari (due simboli di romanità come Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, perfetti nei loro piccoli ruoli), entrambi sconfitti in un gioco che non prevede altro che la vacuità. E’ proprio per questo che il nostro eroe, interpretato da un Toni Servillo incredibile come sempre, pur con tutti i suoi dubbi e tutti i suoi anni, decide di rimanere il re di questa corte dei miracoli.

Convivendo per sempre con quei ricordi di un’innocenza giovanile, o forse di un’altra possibilità di vita, che rimarranno ormai malinconiche ferite passate in un presente fatto di nulla che non porterà ad alcun futuro.

Paolo Sorrentino, in tanto disperato ritratto non è esente dal compiere errori. I difetti sono evidenti come gli effetti speciali oggettivamente brutti, la lunghezza eccessiva (ci sono quasi venti minuti di troppo) e diverse scelte narrative pleonastiche.

Come si dice, però, solo chi si mette in gioco sbaglia. E allora ben vengano registi con questo talento, con questi errori, con questo coraggio e con questa presunzione, che non li fanno mai accontentare della banalità.

“Il grande Gatsby”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande Gatsby di Baz Luhrman, con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Isla Fisher, Joel Edgerton, Gemma Ward, Callan McAuliffe, Amitabh Bachchan, Jason Clarke, Jack Thompson, Elizabeth Debicki , durata  144, nelle sale dal 16 maggio 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

La scelta di affrontare Il grande Gatsby, uno dei più grandi romanzi della storia, oltre che la chiave di volta della letteratura americana del novecento, era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Invece il regista Baz Luhrmann, famoso per il suo cinema sensazionalista e dalla concezione ultra-pop, non si è tirato indietro, neanche dopo lo scottante fallimento (più che altro economico) del suo personalissimo Australia.

Il romanzo di Fitzgerald ha fatto già diverse vittime sulla strada dell’adattamento filmico (non si può non citare quella versione sceneggiata da Francis Ford Coppola e ricordata solo per i suoi bellissimi protagonisti Robert Redford e Mia Farrow), dunque le aspettative per quest’ultimo, nuovo, tentativo erano giustamente altissime.

Il grande Gatsby, infatti, con il suo leggendario protagonista, è un’opera, per la sua forza, impossibile da catturare per qualsiasi macchina da presa. Se poi si aggiunge il fatto che l’obiettivo finale del regista è quello di realizzare, non un film filologico, ma un opulento blockbuster destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, ecco che la riuscita dell’operazione diventa quasi inconcepibile.

Luhrmann, furbamente, decide di asciugare il materiale iniziale e di concentrarsi solo sul suo nucleo universale, quello più facile da trasmettere emotivamente. Il lavoro del regista australiano, proprio nel suo limitarsi, funziona e, accantonati tutti i messaggi concettuali del testo originale, diventa il racconto della vita di un eroe romantico, disposto a tutto pur di seguire il suo sogno d’amore.

Il regista, cosi facendo, oltre a rendere più abbordabile la storia (pur nella sua innegabile bellezza il romanzo originale non è certo dotato d’immediatezza), non tradisce il senso ultimo del lavoro di Fitzgerald e, inoltre, dà completo sfogo alla sua vena visionaria. Egli, infatti, mette a servizio di Gatsby tutta la sua indiscussa capacità di “organizzare feste” sfarzose e riempie gli occhi di stupore grazie ad un’eccellenza tecnica unica, come i meravigliosi costumi di Miuccia Prada e una colonna sonora un po’ hip-hop, un po’ indie-pop, che coinvolge ancora di più nella tragedia umana del nostro eroe (sfidiamo chiunque a risentire, dopo il film, le canzoni dei The xx o dei Florence + The Machine, senza emozionarsi).

Luhrmann, in più, immedesimandosi in quel grande costruttore di visioni che è Gatsby, con la sua eccessiva (per i detrattori, cafona) messa in scena, centra di nuovo, dopo la belle époque di Moulin Rouge, la fotografia dello spirito di un’epoca, riportando davanti al suo pubblico l’irrazionalità di quei ruggenti anni venti, presto uccisi dalla disperazione della Grande Depressione e della seconda guerra mondiale.

Le uniche note stonate, chiamiamole così, appartengono al cast, dove ottimi attori (sulla carta, tutte scelte perfette), come Carey Mulligan e Joel Edgerton, sono impacciati dentro personaggi forse ancora troppo complessi per loro. Stesso discorso va fatto anche per Tobey Maguire, il narratore attraverso il quale viviamo tutta la storia che, mantenendo quel candore ingenuo iniziale, alla fine non convince mai del tutto. A loro discolpa va ammesso, però, che è assai difficile competere in bravura quando si è costretti a dividere la scena con un protagonista luminoso com’è il Jay Gatsby di Leonardo Di Caprio.

La carriera dell’attore degli ultimi anni è segnata da ruoli gestiti alla perfezione e, anche in questo caso, Di Caprio si prende sulle spalle un personaggio difficilissimo, trasmettendone in modo impeccabile tutta la fede incrollabile verso l’amore, tutta la sua indistruttibile speranza e tutta la sua ingenua e commovente fiducia nei propri sogni irrealizzabili.

Quasi sicuramente non sarà neanche questa la volta buona per l’attore di ottenere il meritato Oscar, ma se la sua spasmodica ricerca di questo riconoscimento dà sempre questi risultati, allora speriamo che lo ottenga il più tardi possibile.

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“Bellas Mariposas”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, con Sara Podda, Maya Mulas, Micaela Ramazzotti, Davide Todde, Luciano Curreli, Marina Loi, Rosalba Piras, Simone Paris, Anna Karina Dyatlyk, durata 100’, nelle sale dal 9 maggio 2013

Recensione di Luca Marchetti

Finalmente, dopo otto mesi dalla presentazione all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (dove era in programma nella sezione Orizzonti), è arrivato nelle sale italiane Bellas Mariposas, l’ultima pellicola del regista sardo Salvatore Mereu (suo il meraviglioso Sonetaula).

Distribuito solo grazie all’impegno estremo del suo stesso autore (il fatto che sia stato il regista a dover intervenire personalmente per commerciare la propria opera dovrebbe dare il metro della condizione generale della nostra industria cinematografica), Bellas Mariposas è l’ultima fatica di uno dei cineasti più interessanti e indipendenti del panorama italiano, distinguibile soprattutto grazie alla sua sensibilità visiva e al suo un impegno artistico unico.

Il film, come i suoi precedenti, è ambientato in una Sardegna inedita, lontana anni luce dalle spiagge di sabbia rosa e dalle coste smeraldo che una certa deriva culturale, e una facile approssimazione intellettuale, ci ha costretto spesso a visualizzare. Questa volta, infatti, siamo nella periferia degradata di una Cagliari cattiva, in un non-luogo che tanto ricorda i palazzoni asettici dello Zen di E’ stato il figlio di Daniele Ciprì o i labirinti di Scampia della Gomorra di Matteo Garrone.

Questo palcoscenico di cemento “nasconde” un mondo particolare, dimenticato dal centro storico opulento ed egoista, dove la giovanissima Caterina, insieme all’inseparabile amica Luna, (interpretate dalle esordienti Sara Podda e Maya Mulas) ci fanno da Virgilio per questa esclusiva giornata all’inferno. Mereu non punta al patetismo buonista del cosiddetto cinema di denuncia, adatto a sconvolgere la coscienza ipocrita di chi, lontano chilometri, è ben contento di non essere coinvolto personalmente.

Il regista, pur sentendo emotivamente una forte unione empatica con i suoi protagonisti, non desidera fare alcuna morale, piuttosto vuole solo fotografare, in tutta la sua immediata e diretta atrocità, un contesto sociale "assurdo", dove si articolano le vite violente di tanti adolescenti, schiacciati tra adulti deplorevoli (la figura del padre maniaco ne è un esempio) e una predestinazione quasi antropologica che ne segna il destino. Segnati tutti, poi, da un rapporto invasivo con il sesso (tirato in ballo continuamente), che li costringe sempre a essere “grandi” molto prima del tempo.

Mereu, in questo progetto, mette evidentemente tutto se stesso. Il risultato finale è un lavoro genuinamente disturbante, dove gli sporadici peccati di presunzione sono bilanciati da una sincerità disarmante.

Le gag fuori luogo e senza senso e il pur affascinante epilogo magico (il cammeo finale di Micaela Ramazzotti è straordinario), infatti, anche se mal si conciliano con la spietatezza del resto del film, sono facilmente perdonabili.

Bellas Mariposas, pur con i suoi evidenti limiti, segna, comunque, un episodio importantissimo e stra-ordinario in un panorama intellettuale dove il coraggio delle idee è sempre più raro. Un’operazione audace, che al di là dei suoi meriti artistici effettivi, merita di essere supportata con forza dal pubblico.

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“No – I giorni dell’arcobaleno”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larraín, con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Nestor Cantillana, Alejandro Goic, Antonia Zegers, Marcial Tagle, Jaime Vadell, durata 118’, nelle sale dal 9 maggio 2013, distribuito da Bolero Film.

Recensione di Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno non è solo un’opera di finzione che vuole ricostruire gli eventi legati al referendum che nell’ottobre del 1988 portò alla fine della dittatura di Pinochet in Cile. No è, soprattutto, uno spassionato inno alla gioia.

Ogni attimo della pellicola, anche le scene dure e angoscianti delle repressioni della polizia, non fanno altro che inserirsi armonicamente in un quadro molto più ampio, in un affresco finale che parla di felicità, di speranza, di una ricostruzione civile fatta sulle ceneri lasciate dalla dittatura e dalla morte della democrazia. A dipingere il tutto c’è, con sensibilità e genio, Pablo Larraín, giovane regista cileno affermatosi ormai come una certezza del cinema d’autore mondiale.  Questo film, infatti, è il terzo e ultimo capitolo di un racconto-fiume che Larraín ha messo in scena per narrare il dramma storico del Cile di Pinochet.

Partiti nel 2008 con il grottesco sfogo sociale di Tony Manero (vincitore del Festival di Torino), e passati poi alla tragedia senza speranza di Post Mortem (dove, con l’autopsia del corpo di Salvador Allende, è rappresentata la disperazione morale di un intero popolo), si è arrivati al capitolo finale, catartico, al risveglio da un incubo durato quindici anni.

La pellicola, ispirata al lavoro teatrale del drammaturgo Antonio Skármeta (già fonte d’ispirazione per Il postino di Massimo Troisi) narra il lavoro di René, un giovane pubblicitario di successo che, contro un regime tronfio e malato (ma anche contro i suoi stessi “alleati” politici non convinti veramente di voler combattere questa battaglia), si ritrova più che a progettare una campagna elettorale, a rieducare i propri concittadini all’allegria e alla speranza nel futuro.

L’impatto emotivo e il coinvolgimento, oltre alla forza del tema, sono ottenuti grazie alla geniale scelta artistica di girare il film con le cineprese dell’epoca. Ecco dunque spiegato l’affascinante effetto vhs, capace così di fondere in un’unica soluzione di continuità repertorio e finzione, con effetti pratici anche commoventi (i vecchi politici democratici che si ritrovano, per la magia del cinema, di nuovo giovani e combattivi).

L’altra scelta vincente si rivela, poi, quella del protagonista. Il messicano Gael Garcia Bernal sveste sia i panni della giovane promessa del cinema di lingua spagnola, sia quelli da latino sensuale (da nuovo Antonio Banderas, per intenderci) che Hollywood ha provato a cucirgli in tutti i modi addosso, e s’impone con un grande ruolo da adulto.

Il suo eroe “borghese”, capace di cambiare il mondo facendo solo, con passione, il proprio lavoro, è gestito con una maturità sorprendente, tale da fargli perdonare qualche errore di carriera precedente (il terribile Letters to Juliet ad esempio).

Ottima, anche, è la solita performance di Alfredo Castro, volto feticcio del cinema di Larraín, nei panni dell’ambiguo capo di Bernal.

No, per concludere, è un romantico omaggio al risveglio civile, alla passione politica, all’amore verso l’impegno sociale. E chi crede ancora in questi valori, dopo tutto quello che la politica del nostro paese ci ha regalato, non potrà che commuoversi fino alle lacrime. Sperando che l’allegria stia arrivando anche qui.

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”Effetti collaterali”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Effetti collaterali, di Steven Soderbergh, con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, e Vinessa Shaw, durata 106’, nelle sale dall’1 maggio 2013, distribuito da M2 Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Da un po’ di anni, forse per una forma d’insoddisfazione professionale o, semplicemente, per mantenere alto il livello generale di attenzione sul proprio lavoro, il regista Steven Soderbergh (premio Oscar per Traffic e, soprattutto, Palma d’oro 1989 per Sesso, bugie e videotape) annuncia ogni volta che il suo prossimo film sarà l’ultimo della sua carriera.

Dicendo ciò, il regista ha costretto centinaia di critici a considerare ogni suo nuovo film come un testamento artistico e di approcciarvisi intellettualmente di conseguenza. Purtroppo questi articoli, spesso colmi di ottime analisi definitive sulla sua carriera, puntualmente sono smentiti dalla notizia di un progetto nuovo di zecca messo in produzione.

In quest’occasione, almeno, abbiamo evitato il rischio perché sappiamo già che al nostro Effetti collaterali (Side effects, in originale) succederà presto Behind The Candelabra, biografia tv del pianista omosessuale Liberace, selezionata per il concorso del prossimo Festival di Cannes. Eppure, permettetecelo, non possiamo non divertirci nel notare quanto Effetti collaterali sarebbe stato un ultimo, perfetto capitolo nella carriera ondivaga e schizofrenica di Soderbergh.

La pellicola, infatti, proprio per il suo continuo mutare e sconfinare in molti campi, tocca diversi generi che hanno fatto la fortuna del regista. Abbiamo dunque il legal drama, l’heist movie, la tragedia sessuale, il film di denuncia e, addirittura, l’horror catastrofico, come se stessimo leggendo un bignami del canone soderberghiano.

Anche la scelta narrativa di essere allo stesso tempo facile thriller, riflessione intelligente sulla psicoanalisi, feroce attacco all’industria farmaceutica e apocalittico sermone sociologico sulla dipendenza globale alle medicine, con l’aggiunta di piccanti scene lesbo fuori luogo, ripropone in piccolo la contraddizione fondante di un autore che si è sempre diviso tra la sua anima indipendente (gli esperimenti stonati Bubble e Girlfriend’s experience) e l’attrazione letale per il mainstream (Ocean’s Eleven e i suoi seguiti).

A livello visivo, inoltre, la pellicola raggiunge quella totale freddezza chirurgica che è il culmine di una ricerca formale sulla luce e sul colore che difficilmente Soderbergh potrà portare oltre questi traguardi.

Impressionante, poi, la scelta fatta per i due protagonisti. Jude Law e Rooney Mara che, aiutati da una naturale predisposizione, si calano alla perfezione nei loro camaleontici ruoli, capaci di ispirare, allo stesso tempo, una sentita empatia e una violenta repulsione. I due attori, specchiandosi l’uno nell’altra, fanno quasi a gara a chi muta forma e aspetto più velocemente e più violentemente, risultando entrambi vincitori.

Se vogliamo essere più precisi, però, pur apprezzando il talento della Mara (ammirata in Uomini che odiano le donne di David Fincher), non possiamo ignorare come Jude Law, il divo tanto amato, solo nelle mani di Soderbergh riesca a tirare fuori quell’ambigua vena amorale che lo rende un attore unico. Questo discorso, però, come abbiamo detto, sarebbe ideale solo se Effetti Collaterali fosse veramente l’ultimo Soderbergh.

Purtroppo, o per fortuna, la carriera del regista di Atlanta è destinata a continuare per molti anni, e non ci resta che aspettare il suo prossimo lavoro per essere smentiti. Per l’ennesima volta.

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"Kiki - Consegne a domicilio": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Kiki - Consegne a domicilio, di Hayao Miyazaki, durata 102’, nelle sale dal 24 aprile 2013, distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi venticinque anni, finalmente, Kiki – Consegne a domicilio è arrivato nelle sale cinematografiche italiane. Il merito di quest’approdo va attribuito, principalmente, al coraggio commerciale di Andrea Occhipinti che, con la sua Lucky Red, ha preso la lodevole decisione di rieditare tutta l’opera completa del maestro Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli, e di portarla nelle nostre sale.

Dopo il successo, non solo di critica, ottenuto da La città incantata (Orso d’oro al Festival di Berlino e Premio Oscar) e da Ponyo sulla scogliera, alcuni degli ultimi capolavori del regista, il produttore romano ha inaugurato una “retrospettiva” che ha già permesso a molti, soprattutto bambini, di scoprire grandi film come Il mio amico Totoro e Porco Rosso, sentito omaggio al nostro paese.

Kiki –Consegne a domicilio, cronologicamente la quarta pellicola realizzata dallo Studio Ghibli, è la nuova, piacevole, puntata di questa storia.

Tratto dal fortunato romanzo per l’infanzia di Eiko Kadono, il film racconta le avventure della giovane streghetta Kiki, andata via di casa con la sua scopa volante e il suo gatto parlante Jiji per trovare il proprio posto nel mondo in un'altra città, con nuovi amici.

Nonostante risenta un po’ della sua età e paghi il confronto con le opere più recenti di Miyazaki, ovviamente frutto di una differente maturità e nate dopo un lungo percorso di ricerca anche ideologica, la pellicola presenta già, sia pure solo abbozzate, tutte le tracce di quella che poi sarà una poetica consolidata e riconoscibile.

La centralità dell’infanzia, la nobilitazione delle figure anziane (rappresentate spesso come caritatevoli e sagge), la fascinazione verso il volo (come metafora dell’estrema libertà) e un solido ambientalismo, quasi militante, sono tutti temi carissimi al sensei che qui vedono i loro esordi. Anche a livello visivo, poi, soprattutto con la costruzione della meravigliosa città in cui la vicenda è ambientata (una fusione tra Lisbona e Stoccolma), si vede l’ammirazione verso le architetture europee che poi renderà uniche le ambientazioni di tutte le successive pellicole (una su tutte Il castello errante di Howl).

E’ ovvio che chi conosce già le opere più recenti del regista noterà l’eccessiva semplicità della storia raccontata e lo schematismo dei personaggi principali (anche se la giovane protagonista compie un’evoluzione narrativa di emancipazione personale particolarmente riuscita).

Siamo convinti, però, che sia proprio nella sua disarmante semplicità, e sincerità, che risieda il successo di questa piccola favola. Tanto piccola nella sua confezione lineare, quanto grande nel suo impatto emotivo.  Ideale per chi voglia rimanere incantato da storie diverse, realizzate con una cura quasi artigianale, da quelle partorite dal mastodontico monopolio americano del cinema d’animazione.

E in più, davvero si vuole perdere l’opportunità di provare il piacere di vedere un film targato Miyazaki nell’atmosfera di una vera sala cinematografica? Per una volta che c’è l’occasione …

“RazzaBastarda”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

RazzaBastarda di Alessandro Gassman, con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Madalina Ghenea, Michele Placido, durata 95’, nelle sale dal 18 aprile 2013, distribuito da Moviemax

Recensione di Luca Marchetti

RazzaBastarda non è solo l’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Alessandro Gassman, ma soprattutto una pellicola anomala.

Quest’opera prima, infatti, a differenza di molti altri prodotti della nostra industria cinematografica, con una dose di sana presunzione, non si accontenta di portare sullo schermo il solito “compitino ben fatto”, ma aspira, invece, a essere qualcosa di diverso.

Il motivo principale di tale dose di coraggio è da andare a individuare nell’adesione completa che Gassman prova per il materiale di partenza, la pièce teatrale di Reinaldo Povod Cuba and his Teddy Bear, già portata a Broadway, con enorme successo, da Robert De Niro. Il testo teatrale da diversi anni è diventato parte integrante della vita dell’attore romano che, dopo averla adattata in italiano e portata nei teatri di tutta Italia con il titolo Roman e il suo cucciolo, l’ha considerata la storia ideale sulla quale costruire il suo passaggio alla regia. Gassman con il suo protagonista, lo spacciatore romeno Roman, mette tutto se stesso in un’interpretazione impreziosita da un’immedesimazione assoluta, dovuta anche agli anni di frequentazione, tra attore e maschera.

L’accento etnico, la fisicità bestiale, la rabbia violenta e l’amore assoluto nei confronti di quell’unico figlio cui, lottando come una belva, vuole riservare un futuro migliore, sono il frutto di un lavoro maniacale e totale che il regista/attore ha elaborato in tutto questo tempo. E’, dunque, una conseguenza ovvia quella di vedere il film come un enorme e, in fin dei conti, riuscito one man show.

Gassman, infatti, giustamente si prende gli spazi e i tempi per mettere in mostra quel talento sottovalutato che una carriera spesso incastrata in ruoli monodimensionali o, peggio, dai pregiudizi di chi non lo vedeva mai uscire dall’ombra di un genitore immenso, gli ha impedito esprimere a pieno. Solo da quest’ottica si può comprendere a pieno, e assolverla dalle accuse di eccessivo protagonismo, la sua decisione da capocomico di circondarsi sulla scena da una compagnia di attori i quali, nonostante siano sconosciuti al grande pubblico, sono perfetti nella caratterizzazione dei loro personaggi (l’unica eccezione è la comparsata di Michele Placido che infatti mal si concilia con il resto dell’operazione).

Il film, dunque, possiede un fortissimo e viscerale impianto teatrale che, nonostante sia l’anima di RazzaBastarda, ne è, allo stesso tempo, il suo limite più grande. La decisione, pensiamo conscia, di rimanere ancorati alla struttura teatrale, specie in una costruzione dei dialoghi estremamente caricata e in un’impostazione ambientale molto “da palcoscenico”, nega la possibilità di seguire tutte le vie di fuga che il Cinema offre e, quindi, impedisce al prodotto di smarcarsi dall’etichetta mortifera di “teatro filmato”.

Ciò non toglie che visivamente il film offra anche elementi di grande valore, uno su tutti l’efficiente atmosfera di puro degrado sociale e morale (la pellicola è ambientata in una terribile periferia di Latina) enfatizzata dalla fotografia in bianco e nero che tanto, e bene, guarda a L’odio di Mathieu Kassovitz.

Sinceramente, però, se Gassman ha interesse a coltivare questa carriera da regista cinematografico dovrà in futuro orientarsi su altre strade.

"Come un tuono": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Come un tuono, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Rose Byrne, Eva Mendes, Ray Liotta, Bruce Greenwood, Dane DeHaan, Ben Mendelsohn, Harris Yulin , durata 140’, nelle sale dal 4 aprile 2013 distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

E’ opinione comune che l’opera seconda sia sempre la più difficile nella carriera di un artista.

Dopo il clamoroso esordio con il dramma sentimentale Blue Valentine, era quindi lecito attendere il promettente Derek Cianfrance al varco del suo nuovo Come un tuono (mediocre adattamento italiano del ben più poetico The Place Beyond the Pines). Bisognava, infatti, capire se avessimo a che fare con un nuovo autore di talento (come indicavano gli indizi) o con uno dei tanti “falsi profeti” che fanno capolino sulla ribalta per poi sparire nel dimenticatoio. Ebbene, dopo quest’ambiziosissima pellicola, il giudizio sull’alunno Cianfrance rimane ancora sospeso.

Come un tuono è talmente altalenante, diviso tra punte ammirevoli e crolli indifendibili, che appare sinceramente impossibile classificarlo con decisione.

Cianfrance, per questa sua seconda avventura, invece di accomodarsi sugli allori di un cinema indipendente autocompiaciuto, ha deciso con coraggio di fare un successivo passo importante nella sua carriera.

Dopo la disamina quasi scientifica sulla costruzione e la distruzione di un amore di Blue Valentine, il regista vuole spostare il suo sguardo verista sul proletariato americano, sulla piccola famiglia media della periferia, e desidera riflettere sul concetto di famiglia, sulle colpe dei padri che ricadono sui figli, sui delitti e sui castighi. Grandi temi e altrettante grandi ambizioni che purtroppo non vedono la loro realizzazione in una pellicola che, arrivando troppo vicino al sole, finisce per sciogliere le proprie ali di cera.

Come un tuono, dunque, è un’opera imponente e impotente (anche per le sue due ore e venti di durata), costretta in una divisione artificiosa in tre atti che, oltre a mortificare la fluidità narrativa della storia, porta lo spettatore a non percepirla come una sola epica vicenda.

Abbiamo così in sequenza cronologica più che logica, una prima parte, con un biker delinquente che sogna di fare il padre al proprio bambino, seguita da una seconda con poliziotto onesto che ambisce a sopravvivere in un distretto corrotto; per finire, alla terza, con due giovani sbandati in cerca del loro posto nel mondo.

Tre parti così indipendenti nelle loro strutture e nelle loro tematiche che, quando ci viene mostrato il legame tra di esse, non si può che considerare il tutto come forzato e inverosimile. L’idea forse sulla carta sembrava un grande esercizio di stile ma, nella pratica, è invece un goffo tentativo, neanche cosi attraente, di imitare quel cinema multi-tragico che tanta fortuna ha portato lo scorso decennio alla coppia Alejandro Inarritu-Guillermo Arriaga. Senza contare che operando in questo modo si è spezzato il fiato anche alle grandi interpretazioni degli attori chiamati in causa.

Ryan Gosling, anche se nell’ennesima parodia del duro dal cuore d’oro, e, soprattutto, il sempre più convincente Bradley Cooper s’impegnano, ma sono costretti, da ruoli non all’altezza, a girare a vuoto.  Stesso discorso va fatto anche per ottimi caratteristi come Ray Liotta, Rose Byrne e l’inquietante Ben Mendelsohn, costretti a essere semplici coreuti sullo sfondo del dramma.

Dove però fallisce la sceneggiatura, la regia vince. Il film, a livello visivo, riesce a collezionare sequenze e immagini di valore. Gli inseguimenti in moto o gli squallidi ma commoventi quadretti familiari emozionano, come è di enorme impatto la resa dei conti catartica nella suggestiva pineta del titolo.

Da sottolineare, poi, il desiderio dell’autore di omaggiare l’opera umanista di James Gray, grandissimo autore di capolavori come Two Lovers o Little Odessa.

Nuova conferma che Cianfrance è dotato d’intelligenza e talento. Purtroppo, in questo caso, il nostro ha voluto mettersi in gioco con un progetto ancora troppo grande per lui.

Ma, considerando anche l’ignavia di molti suoi colleghi, possiamo veramente biasimarlo per averci provato?

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“La madre”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La madre, di Andres Muschietti, con Jessica Chastain, Nikolaj Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Daniel Kash, Javier Botet, Jane Moffat, Julia Chantrey, durata 100’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Tutto è iniziato nel 2008. Un giovane regista argentino di nome Andres Muschietti realizza il cortometraggio horror Mama. Il lavoro, pur con tutti i suoi limiti, è affascinante e attira subito le attenzioni di un pezzo da novanta del genere fantasy come Guillermo Del Toro.

Il regista messicano, guru del cinema fantastico di marca latinoamericana e famoso per pellicole affini al corto di Muschietti come La spina del Diavolo o Il labirinto del Fauno, decide quindi di fare da balia al suo collega esordiente e produce di tasca sua la trasposizione in un lungometraggio della storia, con mezzi e budget considerevoli. I risultati finali hanno sicuramente accontentato i realizzatori come hanno entusiasmato il pubblico.

La madre, infatti, raccontando la terrificante storia di due bambine abbandonate in un bosco e cresciute da un misterioso essere soprannaturale, fa riferimento a molte altre opere e ripercorre il meglio di questo genere cinematografico.

Il regista non solo strizza l’occhio ai tanti film, di successo, demoniaci giapponesi (The Ring, The Grudge) ma si rifà anche a pellicole a lui più vicine, ad esempio ai capolavori di marca spagnola The Others di Alejandro Amenabar e The Orphanage di Juan Antonio Bayona.

Muschietti, dunque, rendendo omaggio al cinema dei suoi colleghi più fortunati (parlare di plagio sarebbe esagerato e ingiusto), prova a inserirsi sulla scia di quella che lentamente sta diventando una vera e propria tradizione, in lingua spagnola, del cinema Horror, ben diversa dalla scuola americana (più orientata verso i remake pop di grandi classici o la torture porn di Eli Roth) o da quella, compianta, italiana (Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento, per intenderci).

L’argentino, come i suoi modelli, non punta al gusto del terrore fine a se stesso, ma cerca di unire le suggestioni semplicemente fantastiche ad una vicenda dalle forti e realistiche tinte drammatiche.

Muschietti, infatti, sotto la confezione del “film di paura” mette in scena una sincera e commovente riflessione sulla maternità e racconta, in modo emozionante, cosa significhi essere un genitore.

Se guardiamo al cinema recente, sono rare altre pellicole che abbiano descritto, così, questo tema. L’unica che possiamo citare è il cartoon Pixar Brave che, usando il cinema d’animazione, arriva agli stessi livelli emotivi.  Se dobbiamo trovare altri pregi in La madre, non possiamo non parlare della sua protagonista, l’incantevole Jessica Chastain. L’attrice americana, sin dal poetico The Tree of Life di Terrence Malick, il suo primo film importante, non ha sbagliato praticamente un passo, dividendosi tra personaggi sopra le righe (The Help) ed altri più sentiti (Il debito, Take Shelter), fino all’affermazione come star con la durissima protagonista del recentissimo Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow.

Ne “La madre”, la Chastain sorprende di nuovo tutti e veste i panni dark di una bassista poca propensa al nuovo ruolo di genitore. Anche qui, nonostante si privi della sua meravigliosa chioma rossa, dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo sconfinato talento.

In conclusione, non ci resta che ricordare l’unica pecca, veniale, che è il comparto degli effetti speciali “artigianali” del film, ma forse anche questo non fa altro che contribuire al fascino di un’opera capace di spaventare e commuovere allo stesso tempo.

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”Gli amanti passeggeri”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gli amanti passeggeri, di Pedro Almodovar, con Penélope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega, Blanca Suárez, Lola Dueñas, José María Yazpik, Cecilia Roth, Javier Cámara, Hugo Silva, Antonio de la Torre, Miguel Ángel Silvestre, Carlos Areces, Carmen Machi, durata 90’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Warner Bros.

di Luca Marchetti

A quasi venti anni dalla sua ultima commedia “pura” (Kika-Un corpo in prestito è, infatti, del 1993) Pedro Almodovar decide di abbandonare, almeno momentaneamente, i melodrammi che negli anni gli hanno garantito un enorme successo e diversi premi (come l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale), per tornare a dedicarsi al suo primo amore: il cinema leggero.

Gli amanti passeggeri è, dunque, un ritorno alle radici per il regista della Mancha, alle prese di nuovo con temi e toni a lui da sempre cari. La storia, surreale, della pellicola è interamente ambientata su un aereo di linea dove, per problemi tecnici, passeggeri frustrati e un equipaggio sui generis sono costretti ad affrontarsi, abusando così di droghe, alcool e sesso.

L’idea esplicita di Almodovar era di rappresentare, in un contesto tragicomico e claustrofobico, la situazione stessa della Spagna, a suo dire guidata da un gruppo di incompetenti verso lo schianto. Senza dubbio la volontà di realizzare, con uno spirito estremamente libertario e divertito, una riflessione impegnata e politica è da applaudire. Purtroppo, come succede alle volte ai venerati maestri (una situazione del genere l’ha vissuta, in campo musicale, anche il grande Franco Battiato), quando si hanno delle premesse cosi è molto facile sbagliare strada.

Il regista spagnolo, infatti, ritornando alla commedia, ricorre per forza di cose al proprio particolare gusto comico e senso dell’umorismo, entrambi forse ancorati ai primi anni novanta. Se all’epoca, in una nazione in qualche modo legata sempre alla rigidità mentale del regime franchista, i suoi sberleffi cinematografici erano delle sane sferzate di libertà e delle boccate d’aria fresca, nella Spagna post-Zapatero le stesse battute, lo stesso tono e gli stessi esageratissimi riferimenti (omo) sessuali trovano veramente poco spazio, risultando cosi fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo.

Il rapporto con il sesso, messo in scena in un modo “oscenamente” esagerato, può divertire (e ammettiamo che le risate scappino più di una volta) ma è un divertimento più legato a un cinepanettone di Neri Parenti che a un film di Almodovar, nato anche con lo scopo di far riflettere.  La sensazione che si prova di fronte al film è, quindi, quella che Almodovar, forse stanco di un cinema drammatico che, dopo alcuni capolavori immensi (Tutti su mia madre o Parla con lei, per fare solo due esempi), per i livelli altissimi raggiunti non lo stimola nemmeno più (ecco allora contestualizzato l’esperimento noir, poco riuscito, di La pelle che abito), sia voluto ricorrere a un altro genere che, purtroppo per lui, non riesce più a maneggiare come dovrebbe.

Ciò non toglie, però, al pubblico il piacere di godersi comunque alcuni momenti imperdibili in stile almodovariano come lo stacchetto musical sulle note di I’m so excited delle Pointer Sister (il regista, come dimostra anche The Look dei Metronomy sui titoli di coda, difficilmente sbaglia una colonna sonora) o l’ottimo cast di attori iberici messo in scena, dove a vecchie conoscenze come Cecilia Roth o uno strepitoso Javier Camara si affiancano anche alcuni “prestiti” di valore dalla cinematografia di Alex De La Iglesias (altro autore spagnolo famoso per il suo cinema scatenato) come gli ottimi Carlo Aceres o Guillermo Toledo. Sono da segnalare, infine, solo per dovere di cronaca i cammei iniziali di Penelope Cruz e Antonio Banderas, comparsate simpatiche quanto inutili.

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