23. 08. 2019 Ultimo Aggiornamento 11. 08. 2019

“Wolverine - L’immortale”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Wolverine - L’immortale di James Mangold, con Hugh Jackman, Brian Tee, Hiroyuki Sanada, Hal Yamanouchi, Will Yun Lee, Rila Fukushima, Tao Okamoto; durata 126’, nelle sale dal 25 luglio 2013, distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Wolverine, al secolo John “Logan” Howlett, dovrebbe essere considerato, più che un semplice personaggio dei fumetti, una vera e propria icona. Creato nel 1974 da Len Wein e Herb Trimpe, sin dalle sue prime apparizioni è subito diventato uno degli eroi preferiti dei lettori. Segnato dalla propria rabbia cieca e dai segni di un passato misterioso, il nostro è forse l’ (anti)eroe  più ambiguo dell’universo Marvel.

Ad accrescere la sua fama è intervenuta anche l’interpretazione cinematografica dell’australiano Hugh Jackman, che sin dal primo episodio della saga di X Men (2000, diretto da Bryan Singer) si è dimostrato il volto e il corpo perfetto per il personaggio.

Per anni si è cercato di cavalcare, anche economicamente, il binomio esplosivo interprete-ruolo con sequel e soprattutto spin-off interamente dedicati a lui. Il primo esperimento è stato lo sfortunato X-Men Le origini: Wolverine del premio Oscar Gavin Hood.

Il film, nonostante il buon cast e un protagonista in forma, si è rivelato un pasticcio senza capo né coda, dove il carisma dell’eroe era intrappolato da una gabbia fatta di trovate narrative ridicole e idee registiche prive di originalità.

Al secondo tentativo, la Fox ha pensato bene di puntare sul tutto per tutto. Avvicinato per primo addirittura l’acclamato Darren Aronofsky (che ha declinato l’offerta per dedicarsi al suo personale kolossal biblico sul diluvio universale) e coinvolto alla fine l’onesto James Mangold (regista di Walk the Line, delizioso biopic su Johnny Cash), il film s’ispira liberamente alle avventure di Wolverine in Giappone, una delle miserie più acclamate dell’eroe (famosa anche per i disegni del maestro Frank Miller).

La pellicola si concentra dunque sulla lotta senza quartiere che il nostro Logan contro killer della Yakuza, ninja spietati e ricchi magnati, fedeli seguaci del codice dei samurai. Aiutato da due energiche donne, Wolverine dovrà vedersela, ancora una volta, non solo con questi nemici spietati ma con il proprio passato.

Continuamente perseguitato/accompagnato dal fantasma di Jean Grey, il suo amore impossibile, e tormentato dal profondo senso di colpa per la sua fine, l’eroe mette continuamente in discussione il significato del proprio status di eroe immortale e l’effetto delle conseguenze dei suoi gesti. Hugh Jackman, infatti, questa volta interpreta un uomo ferito che lotta, non per dare sfogo alla sua furia ferina, ma per sopravvivere. Solo quando la sua fuga dal dolore lo porterà ad accettare le proprie ferite e a espiare le proprie colpe potrà finalmente chiudere il conto con la sua storia e compiere, di nuovo, il proprio destino di eroe.

Anche se “appesantito” da qualche estrema e scontata sequenza action, la pellicola, grazie soprattutto alla dedizione di Jackman e alla mano di Mangold, cerca di essere qualcosa di diverso e parla di sentimenti, di emozioni disperate, dei cuori infranti e delle anime incrinate di coloro che, per noi, devono essere sempre e comunque perfetti.

Come il Batman di Nolan, questo Wolverine cinematografico è finalmente un uomo. Ed è questa l’unica strada efficace per diventare veramente immortali.

"Pain & Gain – Muscoli e denaro": il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Pain & Gain – Muscoli e denaro di Michael Bay, con Ed Harris, Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Rob Corddry, Bar Paly, Tony Shalhoub, Tony Plana, Anthony Mackie, Ken Jeong, Rebel Wilson, Peter Stormare; durata 129’, nelle sale dal 18 luglio 2013, distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Il nome Michael Bay è sinonimo di un determinato tipo di cinema. Le sue opere d’arte, infatti, sono fatte di budget enormi, esplosioni, scene a rallentatore, donne succinte e una dose estenuante d’azione sconclusionata. Non è un caso che nel suo curriculum brillino titoli come Bad Boys II, Armageddon o Pearl Harbour.

Quando il nostro regista, dopo il successo al box-office di Trasformers 3, si era detto in procinto di dedicarsi a un progetto minimal, con un budget esiguo, dalle ispirazioni tarantiniane e tratto da un articolo su un famoso fatto di cronaca, in molti hanno storto il naso, spiazzati di fronte a questo inusuale proclama d’intenti.  Si aggiunga il fatto che, dopo aver annunciato questa svolta, abbia scelto come protagonisti due attori come Mark Wahlberg e Dwayne “The Rock” Johnson (di certo non due alfieri del cinema alla Sundance Festival) e si ha ben chiara l’atmosfera di scetticismo sprezzante che circondava questa pellicola.

Ebbene, siamo contenti di dire che quello che poteva sembrare un fallimento annunciato si è rivelato invece la sorpresa più intrigante e folle della stagione cinematografica.

Ambientato nella solare Miami dei primi anni novanta, il film segue le tragicomiche peripezie criminali di una banda di stupidi culturisti alle prese con un disastroso rapimento.  Bay, per la prima volta nella sua carriera, lascia da parte la retorica spicciola e l’eroismo per concentrarsi solo sull’umorismo crudele e sulla satira feroce.

I suoi protagonisti, a differenza di tanti affascinanti anti-eroi che affollano l’immaginario collettivo di tutti, sono personaggi abietti e cretini allo stato puro. Avidi, assetati da una sete di ricchezza senza fine, i tre criminali palestrati sono il frutto peggiore di quella arrogante e amorale America reaganiana, tanto stupidamente rimpianta ancora oggi. Accecati da una concezione degenerata del sogno americano, i protagonisti sono ritratti da Bay in modo dissacrante e crudele, con un cinismo divertito che ricorda molto le opere dei fratelli Coen (Burn After Reading, su tutti).

Inoltre, dal punto di vista visivo, il regista usa con misurata intelligenza il proprio stile, piegando la propria esagerata e ingombrante estetica per il miglior risultato finale possibile.

Anche per il cast non si possono non fare i complimenti. I già citati Mark Wahlberg e Dwayne Johnson sono perfetti nei loro ruoli e il viscido Tony Shalhoub è in stato di grazia. Menzione a parte per lo splendido Ed Harris, nei panni di un ex-poliziotto in pensione, l’unico “buono” di tutto il film.

Se proprio dobbiamo trovare dei difetti, la sceneggiatura è, forse, il punto più debole del progetto, appesantita da una lunghezza eccessiva e da trucchetti narrativi noiosi (l’abuso delle voci fuori campo, ad esempio).

Sinceramente, davanti a questa estate avara di grandi film, si può chiudere un occhio.

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“Uomini di parola”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Uomini di parola di Fisher Stevens, con Al Pacino, Christopher Walken, Alan Arkin, Vanessa Ferlito, Julianna Margulies, Katheryn Winnick; durata 110’, nelle sale dall’11 luglio 2013, distribuito da Koch Media

Recensione di Luca Marchetti

Al Pacino, Christopher Walken e Alan Arkin. Tre magnifici attori tutti insieme in un solo film. E’ questo il motivo principale (e in fin dei conti, l’unico) per vedere un film come Uomini di parola (in originale Stand up guys).

La pellicola, diretta dal caratterista televisivo Fisher Stevens (premio Oscar per il documentario ecologista The Cove – La baia dove muoiono i delfini), è, infatti, un’opera crepuscolare che, appesantita da uno script confusionario, perde un'enorme occasione per dare sfogo alla follia senile e all’ottimo mestiere dei suoi tre grandissimi protagonisti. La trama è presto detta.

Val (Pacino), esce dal carcere dopo ventotto anni di detenzione. Ad accoglierlo ci sono i vecchi compari di una volta, il suo miglior amico Doc (Walken), diventato ormai un pensionato dedito alla pittura, e Hirsch (Arkin), asso del volante confinato in un ospizio. Per i tre, la prima notte di libertà di Val si trasformerà presto in un’odissea di avventure, sempre tallonati dall’implacabile rabbia di un ex boss, assetato di vendetta per un figlio morto in una rapina andata male.

Uomini di parola segue il vecchio procedimento del tutto in una notte, appoggiandosi su uno script (scritto dall’esordiente Noah Haidle) completamente basato su una serie illogica di eventi slegati l’uno dall’altro. Il lavoro cinematografico,  più che ricordare un’assurda discesa negli inferi (come avveniva nello splendido Fuori Orario di Martin Scorsese) si rivela presto uno stanco giochino di maniera, dove la bravura dei protagonisti è utilizzata in modo inconcludente, limitata da dialoghi banali e da vecchie gag degne dei peggiori cinepanettoni (tutte le scene ambientate nel bordello, ad esempio).

Eppure le possibilità di realizzare un prodotto di sostanza, un doveroso omaggio-revival sullo stile di quello fatto da Stallone per il cinema action nei suoi due I mercenari, era lì a portata di mano. Purtroppo il regista, forse per la sua scarsa esperienza (o per la mancanza di talento),  ha preferito puntare all’ordinario, mostrando più che vecchi guerrieri tornati a combattere, tre simpatici vecchietti in vacanza da una noiosa pensione.

Una simile scelta narrativa e programmatica è accettabile in un prodotto senza pretese come sarà il prossimo Last Vegas, dove divi in disarmo come Robert De Niro, Michael Douglas e Kevin Kline proveranno (e, presumibilmente, falliranno) a ricreare un senile Una notte da Leoni.

Quando però si hanno interpreti del livello di Alan Arkin (reduce dalla magnifica performance in Argo), di Christopher Walken e di Al Pacino (immenso come sempre, specie se accompagnato dalla voce di Giancarlo Giannini) è normale aspettarsi altri risultati artistici e altre riflessioni cinematografiche.

In questo caso, invece, tutto è gettato alla rinfusa e, soprattutto nel finale, preso a forza da un qualsiasi film di Van Damme o Steven Seagal, lo spazio filmico è occupato più dall’invadente canzone originale di Bon Jovi che dalle interpretazioni dei protagonisti in scena.

Tutto questo discorso sembra essere una scusa per non ammettere che anche per i più grandi e per i miti personali arriva il momento di mettersi da parte, anche perché non ci sono più pellicole come Il cacciatore e Il padrino all’orizzonte.  Forse.

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”To the Wonder”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

To the Wonder di Terrence Malick, con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline; durata 112’, nelle sale dal 4 Luglio 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Verso l’infinito. E’ questa, ormai, la direzione che la poetica di Terrence Malick ha intrapreso dopo una lunga carriera fatta di tanti silenzi, tante attese e tanti ritardi.

Sbloccatosi dopo la riuscita gloriosa di The Tree of Life (Palma d’oro nel 2010), opera immaginifica nel suo fondere l’infinitamente grande della storia universale con l’infinitesimamente piccolo della vita di una comune famiglia della working class americana, l’autore continua a ragionare sulle emozioni e sui sentimenti, scegliendo come oggetto di riflessione parte della propria biografia.

Come il precedente, in cui venivano rielaborati il suicidio di un fratello e l’infanzia difficile accanto ad un padre autoritario e ingombrante con i suoi sogni infranti (interpretato da un immenso Brad Pitt), in questo To the Wonder, Malick ritorna sulle proprie esperienze europee (periodo che ha generato speculazioni e molte leggende metropolitane), su una vecchia e mai dimenticata relazione e, soprattutto, sul suo difficile modo di vivere l’Amore.

La trama, difficile da seguire per la sua completa mancanza di linearità, si concentra sulla nascita e sulla morte del rapporto tra un Lui (Ben Affleck, tanto grande come regista quanto mediocre come interprete) e una Lei (una sorprendente Olga Kurylenko). Cercando di intercettare le traiettorie partite dalla deflagrazione di questo sentimento, Malick sembra quasi perdersi, indeciso se rivelarsi dietro il proprio alter-ego (indicativa la fretta con cui glissa sulla relazione tra Affleck e Rachel McAdams, interprete di un ruolo che dovrebbe ispirarsi alla moglie attuale del regista) o estraniarsi nell'elogio del puro sentimento e della passione della protagonista francese, straniera in un paese e in una famiglia che hanno lentamente perso di significato ai suoi occhi.

In questa esitazione, la prima della sua carriera, si rivela il limite di una pellicola che per seguire l’alto inciampa e si perde nella retorica presuntuosa e in un manierismo fastidioso.

L’autore, come suo solito, gonfia la vicenda di concetti filosofici che, questa volta, colpiti da un’incomunicabilità quasi autistica e da un montaggio spietato (arma con cui è solito stravolgere personaggi e cancellare interpreti famosi), girano a vuoto. Ne è un esempio il sacerdote in crisi di fede con il volto di Javier Bardem, protagonista di una sotto-trama potenzialmente profonda e coinvolgente ma approssimativa e poco sviluppata nella sua evoluzione.

Il regista, dunque, più che un film realizza una sorta di trattato accademico ma, schiacciato da un argomento talmente “instabile” come l’Amore, si ritrova a costatare la limitatezza della propria filosofia solo apparentemente istintiva.

E’ vero che gli amanti ciechi di Malick sapranno consolarsi con i numerosi momenti commoventi, con la voice-over persa in ipnotici soliloqui e con l’incredibile fotografia realizzata da quel grande artista che è Emmanuel Lubezki.  Gli altri, la maggior parte, però non potranno che dispiacersi di fronte a quella che poteva essere un’opera d’arte emozionante e che, invece, finisce per essere una pellicola cinematografica visivamente perfetta ma fredda e complicata nel suo cuore.

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“Salvo”: il film della settimana visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Salvo di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, con Saleh Bakri, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio, Mario Pupella, Giuditta Perriera, Redouane Behache, Jacopo Menicagli; durata 103’, nelle sale dal 27 giugno 2013, distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti

In questi mesi ci siamo ritrovati diverse volte a constatare in che stato versi la nostra industria cinematografica.

Eppure, nonostante la nostra consapevolezza della situazione, non possiamo che indignarci ancora una volta del fatto che un film come Salvo, esordio alla regia dei due sceneggiatori Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, fino a qualche settimana fa abbia rischiato seriamente di bucare l’uscita in sala perché ignorato completamente dalle maggiori case di distribuzione italiane. Ci sono volute le critiche entusiaste della stampa internazionale e i due premi ottenuti all’ultimo festival di Cannes (nella sezione Settimana della critica) per coinvolgere qualcuno (l’eroica Good Films) che ci permettesse di gustare una delle migliori opere prime italiane prodotte da molti anni a questa parte.

La trama della pellicola, la storia di un sicario mafioso ambientata in un’incandescente Palermo, potrebbe far pensare a uno dei tanti, facili, film d’impegno civile prolificati dopo il boom dell’evento Gomorra. La coppia di registi, invece, pur partendo da territori alquanto ovvi, punta subito a discostarsi dalla prevedibilità del genere e intraprende strade coraggiose e poco battute dal nostro cinema.

E’ innegabile che Salvo debba moltissimo al lavoro di Matteo Garrone e del suo fedele sceneggiatore Massimo Gaudioso, soprattutto nel mettere in scena, senza mai giudicarli, ambienti e personaggi poco edificanti. E’ altrettanto vero, però, che i due autori, per un altro verso, cerchino di innalzare la loro storia dal semplice ritratto quasi da documentario della realtà per puntare a qualcosa di altro.

Sin dall’uso spasmodico e ipnotico della canzone dei Modà nelle prime scene, si capisce che Grassadonia e Piazza vogliano fotografare la Sicilia attuale e, allo stesso tempo, raccontare una favola moderna dove avvengono miracoli, ci sono cavalieri silenziosi e principesse cieche in pericolo.

Salvo, infatti, più che un mafia-movie è il diario di un killer sentimentale, con un protagonista, interpretato dal magnetico attore palestinese Saleh Bakri, che fa di tutto per proteggere la sua Rita (Sara Serraiocco) dalla rabbia famelica del boss locale.

La pellicola dunque, oltre ai classici riferimenti al noir di Melville, guarda a quei maestri del cinema orientale, Takeshi Kitano innanzitutto, che ci hanno insegnato a innamorarci di storie dove la violenza più efferata si fonde con la poesia più commovente.

In quest’opera vi saranno anche dei difetti e delle ingenuità (il piccolo ruolo di Luigi Lo Cascio ad esempio) che appesantiscono la tenuta generale, ma, visti i risultati finali, non si può che essere orgogliosi del lavoro dei due giovani registi.

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“La quinta stagione”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

“La quinta stagione” di Peter Brosens e Jessica Woodworth, con Aurélia Poirier, Django Schrevens, Sam Louwyck, Gill Vancompernolle, Peter Van den Begin; durata 93’, nelle sale dal 27 giugno 2013, distribuito da Nomad Film

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi dieci mesi dalla sua prima mondiale al Lido di Venezia, arriva finalmente anche nelle sale italiane La quinta stagione (La Cinquieme Saison), una delle pellicole più interessanti (e disturbanti) dell’ultima Mostra del Cinema.

Il film, diretto dalla coppia di registi Peter Brosens e Jessica Woodworth, è il capitolo conclusivo di una trilogia che, inizialmente attraverso il documentario, affronta il rapporto tragico e conflittuale che si è instaurato tra l’Uomo e la Natura.

Dopo aver parlato dell’avvelenamento del terreno (Altipiano) e delle malattie infettive degli animali (Khadak), la coppia belga per il gran finale sceglie di mettere in scena un racconto di finzione, una sorta di disaster movie metafisico.

La quinta stagione, sembrerà strano sentirlo dire, almeno tecnicamente non è troppo lontana da quelle rumorose pellicole piene di effetti speciali nelle quali registi come Roland Emmerich (2012, The Day After Tomorrow) si divertono a inscenare catastrofi naturali e apocalissi. Infatti, come in quelle mega-produzioni, il film segue la vita di diversi personaggi, tutti costretti ad affrontare un disastro climatico, e mostra l’evoluzione dei loro rapporti in questa situazione di pericolo. Se però in quei prodotti, spesso la disgrazia naturale dava la possibilità all’umanità di riscoprire solidarietà e speranza, ne La quinta stagione, invece, la vicenda si dirige, in modo inesorabile, verso un finale spietato e crudele.

Nel piccolo paesino del film, infatti, quando l’inverno decide di non finire e la terra smette di dare i propri frutti, la maggioranza della popolazione non pensa nemmeno per un momento ad aiutarsi a vicenda ma, anzi, non perde l’occasione per tirare fuori il peggio della propria natura, dando sfogo a grettezze, bestialità e paranoie.

I pochi personaggi positivi, tra cui un povero straniero cui è cucito addosso il ruolo del capro espiatorio da sacrificare, non possono fare altro che venire schiacciati dalla lucida follia della comunità, sfociata ormai in un’irreversibile brutalità ancestrale.

L’involuzione civile di una società messa alla prova è un tema trattato, anche con grande intelligenza, in molte altre opere (ad esempio Cecità di Jose Saramago). Questa volta però i due autori evitano il tono didascalico del trattato sociologico o della pedante operetta morale sulla miopia dell’Uomo.

Brosens e Woodworth dunque partono, come nella miglior fantascienza, da una storia assurda e con spirito da documentario si limitano a osservare la deriva dei propri personaggi.

Il risultato è un lavoro dove lo spettatore è preso e condotto in un’atmosfera angosciante e disperata, la quale lascia dentro un terribile ma sano senso di disgusto, che accompagnerà il pubblico per diverso tempo.

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“L’uomo d’acciaio”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

“L’uomo d’acciaio” di Zack Snyder, con Henry Cavill, Michael Shannon, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Russell Crowe; durata 144’, nelle sale dal 20 giugno 2013, distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Da quando, nel 1978, Richard Donner (diventato, poi, un maestro del cinema d’azione) portò sullo schermo Superman, con uno sconosciuto Christopher Reeve come protagonista (e un Gene Hackman nei panni della nemesi Lex Luthor), molti hanno provato a costruire intorno al supereroe per eccellenza una storia degna della sua statura.

Negli ultimi trentacinque anni, i tentativi su questa strada sono stati fallimentari. Basti ricordare i progetti naufragati di Tim Burton e la recente, triste, esperienza di Bryan Singer (autore di X-Men e de I soliti sospetti), con lo zoppicante e dimenticabile Superman Returns, per avere chiare quali erano le difficoltà dell’operazione rilancio.

La Warner, però, orfana di tante fruttifere saghe arrivate alla loro conclusione, ha voluto dare una nuova possibilità a questo franchise (potenzialmente ricchissimo) e ha pensato bene di affidarsi a Christopher Nolan, suo personale Re Mida.

Il regista inglese, artefice del successo commerciale e dell’affermazione artistica della nuova trilogia su Batman (altro supereroe classico), era senza dubbio la persona giusta al momento giusto.

Dopo essersi ritagliato il ruolo di produttore esecutivo e aver puntato su solide sicurezze (la sceneggiatura del suo fedele David S. Goyer, già autore dei tre film sul Cavaliere oscuro) e scommesse più azzardate (il regista Zack Snyder, famoso sia per la sua incredibile forza visiva, sia per l’incapacità di narrare storie complesse e stratificate), Nolan ha deciso di partire da una semplice domanda: nel mondo dei social network e della globalizzazione della rete, come si può rendere verosimile l’epifania di un super uomo? E' proprio in questo quesito che si concentra il senso ultimo de L’uomo d’acciaio.

Per prima cosa, il Clark Kent della coppia Goyer- Nolan (interpretato da Henry Cavill) non è già un’icona ma un giovane uomo ancora incosciente dei propri poteri e delle proprie responsabilità, schiacciato dalle lezioni morali paterne e terrorizzato dalla risposta che l’umanità potrebbe dare una volta scoperta la sua esistenza. Partendo da questa complessa psicologia personale e da un profondo senso di emarginazione, la crescita interiore di Superman assume un valore importante e si partecipa emotivamente alla sua decisione di assumersi la missione di proteggere la Terra.

Da questo punto di vista i tantissimi riferimenti cristologici non sono lanciati a caso piuttosto contribuiscono ad arricchire il senso di plausibilità della vicenda. E proprio nell’affidarsi completamente a una figura divina, unica capace di salvarci, che si avverte la grande rottura concettuale con i precedenti nolaniani di Batman dove, invece, c’era sempre un’enorme fiducia nell’umanità e nei suoi mezzi.

In questa svolta provvidenziale, quasi (concedetelo) manzoniana, risiede il cuore di un film come L’uomo d’acciaio, capace di non essere solo un blockbuster dal consumo di massa.

Anche dal punto di vista visivo, poi, la pellicola raggiunge interessanti vette artistiche. Snyder, forse perché sollevato dalle incombenze narrative, esprime tutta la sua indubbia capacità di girare e, aiutato da lavoro del direttore della fotografia Amir Mokri, rende la pellicola, anche visivamente, un’esperienza dall’impatto destabilizzante. I combattimenti mozzafiato, le scene di volo, i flashback nei campi di grano del Kansas (dove possiamo ammirare un grande Kevin Costner), tutto è funzionale alla riuscita totale del ritorno di Superman.

Certo, il film non è privo di difetti come alcune ingenuità di sceneggiatura (specie nei dialoghi), la durata eccessiva e la ripetitività degli interventi salvifici dell’eroe (però qui torniamo sempre sul carattere messianico del protagonista) ma anche con questi piccoli nei non si può dire che L’uomo d’acciaio non sia un’opera ambiziosa e importante, soprattutto se considerata un semplice kolossal.

Se tutte le mega-produzioni avessero  questa profondità e fossero realizzate con questa attenzione, sarebbe un mondo (cinematografico) perfetto.

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”Holy Motors”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

"Holy Motors" di Leos Carax, con Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau, durata 110’, nelle sale dal 6 giugno 2013, distribuito da Movies Ispired

Recensione di Luca Marchetti

Nanni Moretti, anni fa, per stroncare un misterioso capolavoro del cinema italiano (leggenda narra si tratti di C’era una volta l’America di Sergio Leone) disse che in molte occasioni è doveroso ricorrere alla semplicità. Sentite queste parole non dobbiamo sorprenderci se l’anno scorso, al festival di Cannes, la giuria presieduta dal regista di Ecce Bombo ha pensato bene di ignorare completamente un film come Holy Motors di Leos Carax.

Dell’opera cinematografica del regista francese, infatti, si può dire qualsiasi cosa, tranne che sia una storia semplice. Immaginiamo, divertiti, cosa abbia pensato Moretti dopo aver visto questo folle mosaico di cinema e aver constatato, forse con fastidio, il grandissimo apprezzamento che il film suscitò nella critica e nel pubblico della Croisette.

Fin dai primi momenti, con un prologo in una sala cinematografica funerea dove irrompe lo stesso regista con un pigiama improbabile, si capisce che quello che si sta per intraprendere sarà un tour de force estenuante e entusiasmante nella follia e nell’arte del regista più “borderline” del cinema d’Oltralpe.

Dopo dodici anni di silenzio artistico (eccetto la regia di un episodio nel film collettivo Tokyo!), segnato da progetti arenati e disgrazie personali (la morte della compagna Yekaterina Golubeva), Carax torna con un’anti-pellicola dove più che seguire una trama lineare si mettono insieme tantissime citazioni, metafore e riflessioni filosofiche, senza mai sentire il desiderio di spiegare alcunché al proprio pubblico.

Lo spettatore inerme, dunque, è investito da un flusso di coscienza visivo in cui, come in un puzzle, sono affiancati alcuni frammenti intrisi di poesia altissima e di liricità emotiva, girati anche con un realismo sorprendente (pensiamo alla discussione in macchina tra il padre e la figlia) ed altri, invece, fatti di pura irrealtà, nei quali appare anche Monsieur Merde, feroce essere immondo ed eroe caraxiano, sanamente distruttivo con la sua forza ferina.

Questa giornata di straordinaria pazzia non poteva realizzarsi con tali risultati disturbanti se il regista non avesse avuto un complice all’altezza della situazione.  L’attore Denis Lavant, sodale e feticcio di Carax, è il secondo padre di Holy Motors, incredibile per la sua capacità di cambiare abiti e volti per interpretare uno, nessuno e centomila personaggi, sempre con la stessa dedizione e professionalità, arrivando a commuovere persino nei risvolti più paradossali e respingenti. La sua enorme bravura d’attore sottovalutato esplode qui in tutta la sua forza e mette in ombra i pochi, convincenti, compagni di scena (Michel Piccoli, Kyle Minogue e la bellissima Eva Mendes).

Discorso diverso va fatto per Edith Scob, l’autista della limousine-camerino di Lavant, che, anche solo per i pochi attimi a disposizione, tiene fieramente testa al mattatore.

Detto ciò, riconosciamo che Holy Motors ha tutte le carte in regola anche per essere recepito come un film presuntuoso o, addirittura, irritante.  Con un’opera cosi il confine tra sublime e terribile è labile e indefinito.

Credeteci, però, vale la pena di accorrere nelle (poche) sale che finalmente lo proiettano solamente per scoprire l’effetto che vi fa.

“Solo Dio Perdona – Only God Forgives”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Solo Dio perdona – Only God Forgives di Nicolas Winding Refn , con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit , durata  90’, nelle sale dal 30 maggio 2013 distribution da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Nel 2010 molti rimasero fulminati dopo la visione di Drive, primo film “hollywoodiano” del talentuoso regista danese Nicolas Winding Refn. Il giovane autore, infatti, veniva da una carriera ricca di film estremamente coraggiosi (in particolare dal punto di vista registico) ma assai ostici per un vasto pubblico internazionale.

Insomma, una ricetta perfetta per diventare il pupillo di una nicchia ristretta di cinefili integralisti. Fu uno shock positivo, quindi, scoprire che il creatore di gioielli indigesti come Bronson e Vahalla Rising potesse destreggiarsi con grande efficacia in un contesto mainstream, facendo convivere la propria natura di artista indipendente e l’esigenza alla commerciabilità in una sola pellicola.

Drive, dunque, sin dalla prima visione, si rivelava un film sconvolgente, dove violenza e amore si fondevano in un’unica, riuscita, opera d’arte. Con aspettative così, era naturale che tutti noi aspettassimo Refn al varco della nuova opera, eccitati dalla collaborazione con la sua “musa” Ryan Gosling e da una strategia pubblicitaria che prometteva fuochi d’artificio emotivi.

Ebbene, con profonda tristezza, dobbiamo annunciare che questo Solo Dio Comanda è, invece, un’atroce delusione. Sia chiaro, non stiamo parlando di un tradimento ideologico. La pellicola, infatti, pur con i suoi evidenti limiti, è assolutamente coerente con tutti i lavori del regista pre-exploit di Drive.

Anche in questo, come nei precedenti film, infatti, più che alla narrazione fluida e alle interpretazioni degli attori, ottimi, coinvolti, Refn punta al manierismo visivo, all’eccellente esasperazione fotografica e all’integralismo cromatico, tutti dogmi utili solo per mettere in scena una serie disordinata di metafore confuse e simbolismi approssimativi. Dove sono finite la poesia estrema e l’adrenalina mozzafiato di tre anni fa? Purtroppo non riusciamo a trovare nessuna risposta, forse ancora intontiti dalla noia e dalla supponenza di questi infiniti novanta minuti di pellicola (non a caso accolto da rumorosi fischi all’ultimo festival di Cannes).

La prima sensazione, una volta visto Solo Dio Comanda, è quella che Refn faccia tutto ciò con un’attenta cognizione di causa. Se ci permettete un audace paragone politico, sembra quasi che l’autore danese, un po’ come Beppe Grillo, forse terrorizzato da un successo troppo ecumenico, voglia fare di tutto per respingere il proprio pubblico più “moderato” e mantenere vicino a sé solo i seguaci più fedeli e radicali. Questa è, sinceramente, l’unica soluzione sensata che abbiamo trovato, altrimenti non si spiega la folle determinazione di tornare al proprio passato.

Non dimentichiamo, poi, il crimine di non sfruttare attori magnifici come Ryan Gosling e Kristin Scott Thomas, perfetti nei loro ruoli, ma lasciati a se stessi per tutta la durata del film (non citiamo i terribili scambi di battute cui sono costretti). L’unica nota lieta è la scoperta dello sconosciuto attore thailandese Vithaya Pansringarm, dalla presenza scenica indimenticabile. Purtroppo questa è veramente una piccola e inaccettabile consolazione.

Non resta che aspettare la prossima avventura di Refn per capire dove voglia portare la propria carriera. E se ancora vale la pena seguirlo su quella strada.

“La grande bellezza”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La grande bellezza di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti, Serena Grandi, Luca Marinelli, Massimo Popolizio, Giorgia Ferrero, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Galatea Ranzi , durata 142’, nelle sale dal 21 maggio 2013, distribuito da Medusa

Recensione di Luca Marchetti

Proprio mentre stiamo scrivendo, a Cannes la giuria presieduta da Steven Spielberg sta consegnando i premi della 66°edizione del Festival del Cinema, ignorando completamente, nonostante fosse uno dei più quotati alla vigilia, La grande bellezza, l’ultima fatica di Paolo Sorrentino.

Questo risultato farà contenti i molti giornalisti italiani, Dagospia più di tutti, che hanno da subito criticato aspramente la pellicola, ma non possiamo non considerarlo un duro colpo per il Cinema Italiano.

La grande bellezza, infatti, con i suoi limiti e i suoi pregi, è quel genere di film, coraggioso, che raramente si produce in Italia, un’opera con una forza tale che lo spettatore volente o nolente non può rimanere indifferente.

Sorrentino, sin dal suo incredibile esordio con L’uomo in più (pellicola da recuperare e rivalutare), ha messo in chiaro la sua volontà di non limitarsi mai alla scelta più banale, all’inquadratura meno sensazionale. Chiamatela arroganza o superbia (nelle tragedie greche si chiamava hybris ed era punita con la morte) ma è stato questo lo stimolo che ha permesso al regista napoletano di mettere in scena operazioni sempre più ambiziose, per temi, concetti e movimenti di cinepresa.

Sorrentino è arrivato cosi, con nonchalance, a raccontare la vita di Andreotti, a  confrontarsi da pari a pari con il cinema americano e, questa volta, a girare un film che racchiudesse l’anima della Città Eterna.  Già dalla anteprima del film si è partiti con il gioco dei paragoni, citando a sproposito Fellini, Flaiano, Bunuel, Celine e Malick, facendo finta di non capire che La grande bellezza è qualcosa di diverso.

Sorrentino, nel riprendere Roma in tutta la sua opulenta bellezza, non vuole fare un ritrattino moraleggiante sulla grandezza perduta della caput mundi, piuttosto il suo obiettivo è di arrivare al cuore di una città, e di una nazione intera, e di scoprirlo irrimediabilmente vuoto.  La sua Roma del centro storico crepuscolare, delle feste sfrenate sugli attici vista Colosseo, dei trenini a ritmo di salsa che non portano da nessuna parte, non pretende mai di essere una testimonianza da documentario ma è, invece, il simbolo definitivo dei nostri tristi tempi.

A guidarci in questo mondo disumano, il regista chiama un cicerone speciale, Jep Gambardella, scrittore dall’immenso talento sprecato, con il quale giriamo nelle notti malate capitoline. Figlio prediletto, anche se adottivo, di questa laida Mamma Roma, Jep non smetterà mai di ballare, nemmeno di fronte all’uscita di scena dei suoi cari (due simboli di romanità come Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, perfetti nei loro piccoli ruoli), entrambi sconfitti in un gioco che non prevede altro che la vacuità. E’ proprio per questo che il nostro eroe, interpretato da un Toni Servillo incredibile come sempre, pur con tutti i suoi dubbi e tutti i suoi anni, decide di rimanere il re di questa corte dei miracoli.

Convivendo per sempre con quei ricordi di un’innocenza giovanile, o forse di un’altra possibilità di vita, che rimarranno ormai malinconiche ferite passate in un presente fatto di nulla che non porterà ad alcun futuro.

Paolo Sorrentino, in tanto disperato ritratto non è esente dal compiere errori. I difetti sono evidenti come gli effetti speciali oggettivamente brutti, la lunghezza eccessiva (ci sono quasi venti minuti di troppo) e diverse scelte narrative pleonastiche.

Come si dice, però, solo chi si mette in gioco sbaglia. E allora ben vengano registi con questo talento, con questi errori, con questo coraggio e con questa presunzione, che non li fanno mai accontentare della banalità.

“Il grande Gatsby”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande Gatsby di Baz Luhrman, con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Isla Fisher, Joel Edgerton, Gemma Ward, Callan McAuliffe, Amitabh Bachchan, Jason Clarke, Jack Thompson, Elizabeth Debicki , durata  144, nelle sale dal 16 maggio 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

La scelta di affrontare Il grande Gatsby, uno dei più grandi romanzi della storia, oltre che la chiave di volta della letteratura americana del novecento, era una sfida che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Invece il regista Baz Luhrmann, famoso per il suo cinema sensazionalista e dalla concezione ultra-pop, non si è tirato indietro, neanche dopo lo scottante fallimento (più che altro economico) del suo personalissimo Australia.

Il romanzo di Fitzgerald ha fatto già diverse vittime sulla strada dell’adattamento filmico (non si può non citare quella versione sceneggiata da Francis Ford Coppola e ricordata solo per i suoi bellissimi protagonisti Robert Redford e Mia Farrow), dunque le aspettative per quest’ultimo, nuovo, tentativo erano giustamente altissime.

Il grande Gatsby, infatti, con il suo leggendario protagonista, è un’opera, per la sua forza, impossibile da catturare per qualsiasi macchina da presa. Se poi si aggiunge il fatto che l’obiettivo finale del regista è quello di realizzare, non un film filologico, ma un opulento blockbuster destinato a sbancare i botteghini di tutto il mondo, ecco che la riuscita dell’operazione diventa quasi inconcepibile.

Luhrmann, furbamente, decide di asciugare il materiale iniziale e di concentrarsi solo sul suo nucleo universale, quello più facile da trasmettere emotivamente. Il lavoro del regista australiano, proprio nel suo limitarsi, funziona e, accantonati tutti i messaggi concettuali del testo originale, diventa il racconto della vita di un eroe romantico, disposto a tutto pur di seguire il suo sogno d’amore.

Il regista, cosi facendo, oltre a rendere più abbordabile la storia (pur nella sua innegabile bellezza il romanzo originale non è certo dotato d’immediatezza), non tradisce il senso ultimo del lavoro di Fitzgerald e, inoltre, dà completo sfogo alla sua vena visionaria. Egli, infatti, mette a servizio di Gatsby tutta la sua indiscussa capacità di “organizzare feste” sfarzose e riempie gli occhi di stupore grazie ad un’eccellenza tecnica unica, come i meravigliosi costumi di Miuccia Prada e una colonna sonora un po’ hip-hop, un po’ indie-pop, che coinvolge ancora di più nella tragedia umana del nostro eroe (sfidiamo chiunque a risentire, dopo il film, le canzoni dei The xx o dei Florence + The Machine, senza emozionarsi).

Luhrmann, in più, immedesimandosi in quel grande costruttore di visioni che è Gatsby, con la sua eccessiva (per i detrattori, cafona) messa in scena, centra di nuovo, dopo la belle époque di Moulin Rouge, la fotografia dello spirito di un’epoca, riportando davanti al suo pubblico l’irrazionalità di quei ruggenti anni venti, presto uccisi dalla disperazione della Grande Depressione e della seconda guerra mondiale.

Le uniche note stonate, chiamiamole così, appartengono al cast, dove ottimi attori (sulla carta, tutte scelte perfette), come Carey Mulligan e Joel Edgerton, sono impacciati dentro personaggi forse ancora troppo complessi per loro. Stesso discorso va fatto anche per Tobey Maguire, il narratore attraverso il quale viviamo tutta la storia che, mantenendo quel candore ingenuo iniziale, alla fine non convince mai del tutto. A loro discolpa va ammesso, però, che è assai difficile competere in bravura quando si è costretti a dividere la scena con un protagonista luminoso com’è il Jay Gatsby di Leonardo Di Caprio.

La carriera dell’attore degli ultimi anni è segnata da ruoli gestiti alla perfezione e, anche in questo caso, Di Caprio si prende sulle spalle un personaggio difficilissimo, trasmettendone in modo impeccabile tutta la fede incrollabile verso l’amore, tutta la sua indistruttibile speranza e tutta la sua ingenua e commovente fiducia nei propri sogni irrealizzabili.

Quasi sicuramente non sarà neanche questa la volta buona per l’attore di ottenere il meritato Oscar, ma se la sua spasmodica ricerca di questo riconoscimento dà sempre questi risultati, allora speriamo che lo ottenga il più tardi possibile.

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“Bellas Mariposas”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, con Sara Podda, Maya Mulas, Micaela Ramazzotti, Davide Todde, Luciano Curreli, Marina Loi, Rosalba Piras, Simone Paris, Anna Karina Dyatlyk, durata 100’, nelle sale dal 9 maggio 2013

Recensione di Luca Marchetti

Finalmente, dopo otto mesi dalla presentazione all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (dove era in programma nella sezione Orizzonti), è arrivato nelle sale italiane Bellas Mariposas, l’ultima pellicola del regista sardo Salvatore Mereu (suo il meraviglioso Sonetaula).

Distribuito solo grazie all’impegno estremo del suo stesso autore (il fatto che sia stato il regista a dover intervenire personalmente per commerciare la propria opera dovrebbe dare il metro della condizione generale della nostra industria cinematografica), Bellas Mariposas è l’ultima fatica di uno dei cineasti più interessanti e indipendenti del panorama italiano, distinguibile soprattutto grazie alla sua sensibilità visiva e al suo un impegno artistico unico.

Il film, come i suoi precedenti, è ambientato in una Sardegna inedita, lontana anni luce dalle spiagge di sabbia rosa e dalle coste smeraldo che una certa deriva culturale, e una facile approssimazione intellettuale, ci ha costretto spesso a visualizzare. Questa volta, infatti, siamo nella periferia degradata di una Cagliari cattiva, in un non-luogo che tanto ricorda i palazzoni asettici dello Zen di E’ stato il figlio di Daniele Ciprì o i labirinti di Scampia della Gomorra di Matteo Garrone.

Questo palcoscenico di cemento “nasconde” un mondo particolare, dimenticato dal centro storico opulento ed egoista, dove la giovanissima Caterina, insieme all’inseparabile amica Luna, (interpretate dalle esordienti Sara Podda e Maya Mulas) ci fanno da Virgilio per questa esclusiva giornata all’inferno. Mereu non punta al patetismo buonista del cosiddetto cinema di denuncia, adatto a sconvolgere la coscienza ipocrita di chi, lontano chilometri, è ben contento di non essere coinvolto personalmente.

Il regista, pur sentendo emotivamente una forte unione empatica con i suoi protagonisti, non desidera fare alcuna morale, piuttosto vuole solo fotografare, in tutta la sua immediata e diretta atrocità, un contesto sociale "assurdo", dove si articolano le vite violente di tanti adolescenti, schiacciati tra adulti deplorevoli (la figura del padre maniaco ne è un esempio) e una predestinazione quasi antropologica che ne segna il destino. Segnati tutti, poi, da un rapporto invasivo con il sesso (tirato in ballo continuamente), che li costringe sempre a essere “grandi” molto prima del tempo.

Mereu, in questo progetto, mette evidentemente tutto se stesso. Il risultato finale è un lavoro genuinamente disturbante, dove gli sporadici peccati di presunzione sono bilanciati da una sincerità disarmante.

Le gag fuori luogo e senza senso e il pur affascinante epilogo magico (il cammeo finale di Micaela Ramazzotti è straordinario), infatti, anche se mal si conciliano con la spietatezza del resto del film, sono facilmente perdonabili.

Bellas Mariposas, pur con i suoi evidenti limiti, segna, comunque, un episodio importantissimo e stra-ordinario in un panorama intellettuale dove il coraggio delle idee è sempre più raro. Un’operazione audace, che al di là dei suoi meriti artistici effettivi, merita di essere supportata con forza dal pubblico.

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“No – I giorni dell’arcobaleno”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larraín, con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Nestor Cantillana, Alejandro Goic, Antonia Zegers, Marcial Tagle, Jaime Vadell, durata 118’, nelle sale dal 9 maggio 2013, distribuito da Bolero Film.

Recensione di Luca Marchetti

No – I giorni dell’arcobaleno non è solo un’opera di finzione che vuole ricostruire gli eventi legati al referendum che nell’ottobre del 1988 portò alla fine della dittatura di Pinochet in Cile. No è, soprattutto, uno spassionato inno alla gioia.

Ogni attimo della pellicola, anche le scene dure e angoscianti delle repressioni della polizia, non fanno altro che inserirsi armonicamente in un quadro molto più ampio, in un affresco finale che parla di felicità, di speranza, di una ricostruzione civile fatta sulle ceneri lasciate dalla dittatura e dalla morte della democrazia. A dipingere il tutto c’è, con sensibilità e genio, Pablo Larraín, giovane regista cileno affermatosi ormai come una certezza del cinema d’autore mondiale.  Questo film, infatti, è il terzo e ultimo capitolo di un racconto-fiume che Larraín ha messo in scena per narrare il dramma storico del Cile di Pinochet.

Partiti nel 2008 con il grottesco sfogo sociale di Tony Manero (vincitore del Festival di Torino), e passati poi alla tragedia senza speranza di Post Mortem (dove, con l’autopsia del corpo di Salvador Allende, è rappresentata la disperazione morale di un intero popolo), si è arrivati al capitolo finale, catartico, al risveglio da un incubo durato quindici anni.

La pellicola, ispirata al lavoro teatrale del drammaturgo Antonio Skármeta (già fonte d’ispirazione per Il postino di Massimo Troisi) narra il lavoro di René, un giovane pubblicitario di successo che, contro un regime tronfio e malato (ma anche contro i suoi stessi “alleati” politici non convinti veramente di voler combattere questa battaglia), si ritrova più che a progettare una campagna elettorale, a rieducare i propri concittadini all’allegria e alla speranza nel futuro.

L’impatto emotivo e il coinvolgimento, oltre alla forza del tema, sono ottenuti grazie alla geniale scelta artistica di girare il film con le cineprese dell’epoca. Ecco dunque spiegato l’affascinante effetto vhs, capace così di fondere in un’unica soluzione di continuità repertorio e finzione, con effetti pratici anche commoventi (i vecchi politici democratici che si ritrovano, per la magia del cinema, di nuovo giovani e combattivi).

L’altra scelta vincente si rivela, poi, quella del protagonista. Il messicano Gael Garcia Bernal sveste sia i panni della giovane promessa del cinema di lingua spagnola, sia quelli da latino sensuale (da nuovo Antonio Banderas, per intenderci) che Hollywood ha provato a cucirgli in tutti i modi addosso, e s’impone con un grande ruolo da adulto.

Il suo eroe “borghese”, capace di cambiare il mondo facendo solo, con passione, il proprio lavoro, è gestito con una maturità sorprendente, tale da fargli perdonare qualche errore di carriera precedente (il terribile Letters to Juliet ad esempio).

Ottima, anche, è la solita performance di Alfredo Castro, volto feticcio del cinema di Larraín, nei panni dell’ambiguo capo di Bernal.

No, per concludere, è un romantico omaggio al risveglio civile, alla passione politica, all’amore verso l’impegno sociale. E chi crede ancora in questi valori, dopo tutto quello che la politica del nostro paese ci ha regalato, non potrà che commuoversi fino alle lacrime. Sperando che l’allegria stia arrivando anche qui.

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”Effetti collaterali”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Effetti collaterali, di Steven Soderbergh, con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, e Vinessa Shaw, durata 106’, nelle sale dall’1 maggio 2013, distribuito da M2 Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Da un po’ di anni, forse per una forma d’insoddisfazione professionale o, semplicemente, per mantenere alto il livello generale di attenzione sul proprio lavoro, il regista Steven Soderbergh (premio Oscar per Traffic e, soprattutto, Palma d’oro 1989 per Sesso, bugie e videotape) annuncia ogni volta che il suo prossimo film sarà l’ultimo della sua carriera.

Dicendo ciò, il regista ha costretto centinaia di critici a considerare ogni suo nuovo film come un testamento artistico e di approcciarvisi intellettualmente di conseguenza. Purtroppo questi articoli, spesso colmi di ottime analisi definitive sulla sua carriera, puntualmente sono smentiti dalla notizia di un progetto nuovo di zecca messo in produzione.

In quest’occasione, almeno, abbiamo evitato il rischio perché sappiamo già che al nostro Effetti collaterali (Side effects, in originale) succederà presto Behind The Candelabra, biografia tv del pianista omosessuale Liberace, selezionata per il concorso del prossimo Festival di Cannes. Eppure, permettetecelo, non possiamo non divertirci nel notare quanto Effetti collaterali sarebbe stato un ultimo, perfetto capitolo nella carriera ondivaga e schizofrenica di Soderbergh.

La pellicola, infatti, proprio per il suo continuo mutare e sconfinare in molti campi, tocca diversi generi che hanno fatto la fortuna del regista. Abbiamo dunque il legal drama, l’heist movie, la tragedia sessuale, il film di denuncia e, addirittura, l’horror catastrofico, come se stessimo leggendo un bignami del canone soderberghiano.

Anche la scelta narrativa di essere allo stesso tempo facile thriller, riflessione intelligente sulla psicoanalisi, feroce attacco all’industria farmaceutica e apocalittico sermone sociologico sulla dipendenza globale alle medicine, con l’aggiunta di piccanti scene lesbo fuori luogo, ripropone in piccolo la contraddizione fondante di un autore che si è sempre diviso tra la sua anima indipendente (gli esperimenti stonati Bubble e Girlfriend’s experience) e l’attrazione letale per il mainstream (Ocean’s Eleven e i suoi seguiti).

A livello visivo, inoltre, la pellicola raggiunge quella totale freddezza chirurgica che è il culmine di una ricerca formale sulla luce e sul colore che difficilmente Soderbergh potrà portare oltre questi traguardi.

Impressionante, poi, la scelta fatta per i due protagonisti. Jude Law e Rooney Mara che, aiutati da una naturale predisposizione, si calano alla perfezione nei loro camaleontici ruoli, capaci di ispirare, allo stesso tempo, una sentita empatia e una violenta repulsione. I due attori, specchiandosi l’uno nell’altra, fanno quasi a gara a chi muta forma e aspetto più velocemente e più violentemente, risultando entrambi vincitori.

Se vogliamo essere più precisi, però, pur apprezzando il talento della Mara (ammirata in Uomini che odiano le donne di David Fincher), non possiamo ignorare come Jude Law, il divo tanto amato, solo nelle mani di Soderbergh riesca a tirare fuori quell’ambigua vena amorale che lo rende un attore unico. Questo discorso, però, come abbiamo detto, sarebbe ideale solo se Effetti Collaterali fosse veramente l’ultimo Soderbergh.

Purtroppo, o per fortuna, la carriera del regista di Atlanta è destinata a continuare per molti anni, e non ci resta che aspettare il suo prossimo lavoro per essere smentiti. Per l’ennesima volta.

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"Kiki - Consegne a domicilio": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Kiki - Consegne a domicilio, di Hayao Miyazaki, durata 102’, nelle sale dal 24 aprile 2013, distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

Dopo quasi venticinque anni, finalmente, Kiki – Consegne a domicilio è arrivato nelle sale cinematografiche italiane. Il merito di quest’approdo va attribuito, principalmente, al coraggio commerciale di Andrea Occhipinti che, con la sua Lucky Red, ha preso la lodevole decisione di rieditare tutta l’opera completa del maestro Hayao Miyazaki e del suo Studio Ghibli, e di portarla nelle nostre sale.

Dopo il successo, non solo di critica, ottenuto da La città incantata (Orso d’oro al Festival di Berlino e Premio Oscar) e da Ponyo sulla scogliera, alcuni degli ultimi capolavori del regista, il produttore romano ha inaugurato una “retrospettiva” che ha già permesso a molti, soprattutto bambini, di scoprire grandi film come Il mio amico Totoro e Porco Rosso, sentito omaggio al nostro paese.

Kiki –Consegne a domicilio, cronologicamente la quarta pellicola realizzata dallo Studio Ghibli, è la nuova, piacevole, puntata di questa storia.

Tratto dal fortunato romanzo per l’infanzia di Eiko Kadono, il film racconta le avventure della giovane streghetta Kiki, andata via di casa con la sua scopa volante e il suo gatto parlante Jiji per trovare il proprio posto nel mondo in un'altra città, con nuovi amici.

Nonostante risenta un po’ della sua età e paghi il confronto con le opere più recenti di Miyazaki, ovviamente frutto di una differente maturità e nate dopo un lungo percorso di ricerca anche ideologica, la pellicola presenta già, sia pure solo abbozzate, tutte le tracce di quella che poi sarà una poetica consolidata e riconoscibile.

La centralità dell’infanzia, la nobilitazione delle figure anziane (rappresentate spesso come caritatevoli e sagge), la fascinazione verso il volo (come metafora dell’estrema libertà) e un solido ambientalismo, quasi militante, sono tutti temi carissimi al sensei che qui vedono i loro esordi. Anche a livello visivo, poi, soprattutto con la costruzione della meravigliosa città in cui la vicenda è ambientata (una fusione tra Lisbona e Stoccolma), si vede l’ammirazione verso le architetture europee che poi renderà uniche le ambientazioni di tutte le successive pellicole (una su tutte Il castello errante di Howl).

E’ ovvio che chi conosce già le opere più recenti del regista noterà l’eccessiva semplicità della storia raccontata e lo schematismo dei personaggi principali (anche se la giovane protagonista compie un’evoluzione narrativa di emancipazione personale particolarmente riuscita).

Siamo convinti, però, che sia proprio nella sua disarmante semplicità, e sincerità, che risieda il successo di questa piccola favola. Tanto piccola nella sua confezione lineare, quanto grande nel suo impatto emotivo.  Ideale per chi voglia rimanere incantato da storie diverse, realizzate con una cura quasi artigianale, da quelle partorite dal mastodontico monopolio americano del cinema d’animazione.

E in più, davvero si vuole perdere l’opportunità di provare il piacere di vedere un film targato Miyazaki nell’atmosfera di una vera sala cinematografica? Per una volta che c’è l’occasione …

“RazzaBastarda”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

RazzaBastarda di Alessandro Gassman, con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Madalina Ghenea, Michele Placido, durata 95’, nelle sale dal 18 aprile 2013, distribuito da Moviemax

Recensione di Luca Marchetti

RazzaBastarda non è solo l’esordio dietro la macchina da presa dell’attore Alessandro Gassman, ma soprattutto una pellicola anomala.

Quest’opera prima, infatti, a differenza di molti altri prodotti della nostra industria cinematografica, con una dose di sana presunzione, non si accontenta di portare sullo schermo il solito “compitino ben fatto”, ma aspira, invece, a essere qualcosa di diverso.

Il motivo principale di tale dose di coraggio è da andare a individuare nell’adesione completa che Gassman prova per il materiale di partenza, la pièce teatrale di Reinaldo Povod Cuba and his Teddy Bear, già portata a Broadway, con enorme successo, da Robert De Niro. Il testo teatrale da diversi anni è diventato parte integrante della vita dell’attore romano che, dopo averla adattata in italiano e portata nei teatri di tutta Italia con il titolo Roman e il suo cucciolo, l’ha considerata la storia ideale sulla quale costruire il suo passaggio alla regia. Gassman con il suo protagonista, lo spacciatore romeno Roman, mette tutto se stesso in un’interpretazione impreziosita da un’immedesimazione assoluta, dovuta anche agli anni di frequentazione, tra attore e maschera.

L’accento etnico, la fisicità bestiale, la rabbia violenta e l’amore assoluto nei confronti di quell’unico figlio cui, lottando come una belva, vuole riservare un futuro migliore, sono il frutto di un lavoro maniacale e totale che il regista/attore ha elaborato in tutto questo tempo. E’, dunque, una conseguenza ovvia quella di vedere il film come un enorme e, in fin dei conti, riuscito one man show.

Gassman, infatti, giustamente si prende gli spazi e i tempi per mettere in mostra quel talento sottovalutato che una carriera spesso incastrata in ruoli monodimensionali o, peggio, dai pregiudizi di chi non lo vedeva mai uscire dall’ombra di un genitore immenso, gli ha impedito esprimere a pieno. Solo da quest’ottica si può comprendere a pieno, e assolverla dalle accuse di eccessivo protagonismo, la sua decisione da capocomico di circondarsi sulla scena da una compagnia di attori i quali, nonostante siano sconosciuti al grande pubblico, sono perfetti nella caratterizzazione dei loro personaggi (l’unica eccezione è la comparsata di Michele Placido che infatti mal si concilia con il resto dell’operazione).

Il film, dunque, possiede un fortissimo e viscerale impianto teatrale che, nonostante sia l’anima di RazzaBastarda, ne è, allo stesso tempo, il suo limite più grande. La decisione, pensiamo conscia, di rimanere ancorati alla struttura teatrale, specie in una costruzione dei dialoghi estremamente caricata e in un’impostazione ambientale molto “da palcoscenico”, nega la possibilità di seguire tutte le vie di fuga che il Cinema offre e, quindi, impedisce al prodotto di smarcarsi dall’etichetta mortifera di “teatro filmato”.

Ciò non toglie che visivamente il film offra anche elementi di grande valore, uno su tutti l’efficiente atmosfera di puro degrado sociale e morale (la pellicola è ambientata in una terribile periferia di Latina) enfatizzata dalla fotografia in bianco e nero che tanto, e bene, guarda a L’odio di Mathieu Kassovitz.

Sinceramente, però, se Gassman ha interesse a coltivare questa carriera da regista cinematografico dovrà in futuro orientarsi su altre strade.

"Come un tuono": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Come un tuono, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Bradley Cooper, Rose Byrne, Eva Mendes, Ray Liotta, Bruce Greenwood, Dane DeHaan, Ben Mendelsohn, Harris Yulin , durata 140’, nelle sale dal 4 aprile 2013 distribuito da Lucky Red

Recensione di Luca Marchetti

E’ opinione comune che l’opera seconda sia sempre la più difficile nella carriera di un artista.

Dopo il clamoroso esordio con il dramma sentimentale Blue Valentine, era quindi lecito attendere il promettente Derek Cianfrance al varco del suo nuovo Come un tuono (mediocre adattamento italiano del ben più poetico The Place Beyond the Pines). Bisognava, infatti, capire se avessimo a che fare con un nuovo autore di talento (come indicavano gli indizi) o con uno dei tanti “falsi profeti” che fanno capolino sulla ribalta per poi sparire nel dimenticatoio. Ebbene, dopo quest’ambiziosissima pellicola, il giudizio sull’alunno Cianfrance rimane ancora sospeso.

Come un tuono è talmente altalenante, diviso tra punte ammirevoli e crolli indifendibili, che appare sinceramente impossibile classificarlo con decisione.

Cianfrance, per questa sua seconda avventura, invece di accomodarsi sugli allori di un cinema indipendente autocompiaciuto, ha deciso con coraggio di fare un successivo passo importante nella sua carriera.

Dopo la disamina quasi scientifica sulla costruzione e la distruzione di un amore di Blue Valentine, il regista vuole spostare il suo sguardo verista sul proletariato americano, sulla piccola famiglia media della periferia, e desidera riflettere sul concetto di famiglia, sulle colpe dei padri che ricadono sui figli, sui delitti e sui castighi. Grandi temi e altrettante grandi ambizioni che purtroppo non vedono la loro realizzazione in una pellicola che, arrivando troppo vicino al sole, finisce per sciogliere le proprie ali di cera.

Come un tuono, dunque, è un’opera imponente e impotente (anche per le sue due ore e venti di durata), costretta in una divisione artificiosa in tre atti che, oltre a mortificare la fluidità narrativa della storia, porta lo spettatore a non percepirla come una sola epica vicenda.

Abbiamo così in sequenza cronologica più che logica, una prima parte, con un biker delinquente che sogna di fare il padre al proprio bambino, seguita da una seconda con poliziotto onesto che ambisce a sopravvivere in un distretto corrotto; per finire, alla terza, con due giovani sbandati in cerca del loro posto nel mondo.

Tre parti così indipendenti nelle loro strutture e nelle loro tematiche che, quando ci viene mostrato il legame tra di esse, non si può che considerare il tutto come forzato e inverosimile. L’idea forse sulla carta sembrava un grande esercizio di stile ma, nella pratica, è invece un goffo tentativo, neanche cosi attraente, di imitare quel cinema multi-tragico che tanta fortuna ha portato lo scorso decennio alla coppia Alejandro Inarritu-Guillermo Arriaga. Senza contare che operando in questo modo si è spezzato il fiato anche alle grandi interpretazioni degli attori chiamati in causa.

Ryan Gosling, anche se nell’ennesima parodia del duro dal cuore d’oro, e, soprattutto, il sempre più convincente Bradley Cooper s’impegnano, ma sono costretti, da ruoli non all’altezza, a girare a vuoto.  Stesso discorso va fatto anche per ottimi caratteristi come Ray Liotta, Rose Byrne e l’inquietante Ben Mendelsohn, costretti a essere semplici coreuti sullo sfondo del dramma.

Dove però fallisce la sceneggiatura, la regia vince. Il film, a livello visivo, riesce a collezionare sequenze e immagini di valore. Gli inseguimenti in moto o gli squallidi ma commoventi quadretti familiari emozionano, come è di enorme impatto la resa dei conti catartica nella suggestiva pineta del titolo.

Da sottolineare, poi, il desiderio dell’autore di omaggiare l’opera umanista di James Gray, grandissimo autore di capolavori come Two Lovers o Little Odessa.

Nuova conferma che Cianfrance è dotato d’intelligenza e talento. Purtroppo, in questo caso, il nostro ha voluto mettersi in gioco con un progetto ancora troppo grande per lui.

Ma, considerando anche l’ignavia di molti suoi colleghi, possiamo veramente biasimarlo per averci provato?

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“La madre”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La madre, di Andres Muschietti, con Jessica Chastain, Nikolaj Coster-Waldau, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Daniel Kash, Javier Botet, Jane Moffat, Julia Chantrey, durata 100’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Universal Pictures

Recensione di Luca Marchetti

Tutto è iniziato nel 2008. Un giovane regista argentino di nome Andres Muschietti realizza il cortometraggio horror Mama. Il lavoro, pur con tutti i suoi limiti, è affascinante e attira subito le attenzioni di un pezzo da novanta del genere fantasy come Guillermo Del Toro.

Il regista messicano, guru del cinema fantastico di marca latinoamericana e famoso per pellicole affini al corto di Muschietti come La spina del Diavolo o Il labirinto del Fauno, decide quindi di fare da balia al suo collega esordiente e produce di tasca sua la trasposizione in un lungometraggio della storia, con mezzi e budget considerevoli. I risultati finali hanno sicuramente accontentato i realizzatori come hanno entusiasmato il pubblico.

La madre, infatti, raccontando la terrificante storia di due bambine abbandonate in un bosco e cresciute da un misterioso essere soprannaturale, fa riferimento a molte altre opere e ripercorre il meglio di questo genere cinematografico.

Il regista non solo strizza l’occhio ai tanti film, di successo, demoniaci giapponesi (The Ring, The Grudge) ma si rifà anche a pellicole a lui più vicine, ad esempio ai capolavori di marca spagnola The Others di Alejandro Amenabar e The Orphanage di Juan Antonio Bayona.

Muschietti, dunque, rendendo omaggio al cinema dei suoi colleghi più fortunati (parlare di plagio sarebbe esagerato e ingiusto), prova a inserirsi sulla scia di quella che lentamente sta diventando una vera e propria tradizione, in lingua spagnola, del cinema Horror, ben diversa dalla scuola americana (più orientata verso i remake pop di grandi classici o la torture porn di Eli Roth) o da quella, compianta, italiana (Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento, per intenderci).

L’argentino, come i suoi modelli, non punta al gusto del terrore fine a se stesso, ma cerca di unire le suggestioni semplicemente fantastiche ad una vicenda dalle forti e realistiche tinte drammatiche.

Muschietti, infatti, sotto la confezione del “film di paura” mette in scena una sincera e commovente riflessione sulla maternità e racconta, in modo emozionante, cosa significhi essere un genitore.

Se guardiamo al cinema recente, sono rare altre pellicole che abbiano descritto, così, questo tema. L’unica che possiamo citare è il cartoon Pixar Brave che, usando il cinema d’animazione, arriva agli stessi livelli emotivi.  Se dobbiamo trovare altri pregi in La madre, non possiamo non parlare della sua protagonista, l’incantevole Jessica Chastain. L’attrice americana, sin dal poetico The Tree of Life di Terrence Malick, il suo primo film importante, non ha sbagliato praticamente un passo, dividendosi tra personaggi sopra le righe (The Help) ed altri più sentiti (Il debito, Take Shelter), fino all’affermazione come star con la durissima protagonista del recentissimo Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow.

Ne “La madre”, la Chastain sorprende di nuovo tutti e veste i panni dark di una bassista poca propensa al nuovo ruolo di genitore. Anche qui, nonostante si privi della sua meravigliosa chioma rossa, dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo sconfinato talento.

In conclusione, non ci resta che ricordare l’unica pecca, veniale, che è il comparto degli effetti speciali “artigianali” del film, ma forse anche questo non fa altro che contribuire al fascino di un’opera capace di spaventare e commuovere allo stesso tempo.

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”Gli amanti passeggeri”: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Gli amanti passeggeri, di Pedro Almodovar, con Penélope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega, Blanca Suárez, Lola Dueñas, José María Yazpik, Cecilia Roth, Javier Cámara, Hugo Silva, Antonio de la Torre, Miguel Ángel Silvestre, Carlos Areces, Carmen Machi, durata 90’, nelle sale dal 21 marzo 2013 distribuito da Warner Bros.

di Luca Marchetti

A quasi venti anni dalla sua ultima commedia “pura” (Kika-Un corpo in prestito è, infatti, del 1993) Pedro Almodovar decide di abbandonare, almeno momentaneamente, i melodrammi che negli anni gli hanno garantito un enorme successo e diversi premi (come l’Oscar alla miglior sceneggiatura originale), per tornare a dedicarsi al suo primo amore: il cinema leggero.

Gli amanti passeggeri è, dunque, un ritorno alle radici per il regista della Mancha, alle prese di nuovo con temi e toni a lui da sempre cari. La storia, surreale, della pellicola è interamente ambientata su un aereo di linea dove, per problemi tecnici, passeggeri frustrati e un equipaggio sui generis sono costretti ad affrontarsi, abusando così di droghe, alcool e sesso.

L’idea esplicita di Almodovar era di rappresentare, in un contesto tragicomico e claustrofobico, la situazione stessa della Spagna, a suo dire guidata da un gruppo di incompetenti verso lo schianto. Senza dubbio la volontà di realizzare, con uno spirito estremamente libertario e divertito, una riflessione impegnata e politica è da applaudire. Purtroppo, come succede alle volte ai venerati maestri (una situazione del genere l’ha vissuta, in campo musicale, anche il grande Franco Battiato), quando si hanno delle premesse cosi è molto facile sbagliare strada.

Il regista spagnolo, infatti, ritornando alla commedia, ricorre per forza di cose al proprio particolare gusto comico e senso dell’umorismo, entrambi forse ancorati ai primi anni novanta. Se all’epoca, in una nazione in qualche modo legata sempre alla rigidità mentale del regime franchista, i suoi sberleffi cinematografici erano delle sane sferzate di libertà e delle boccate d’aria fresca, nella Spagna post-Zapatero le stesse battute, lo stesso tono e gli stessi esageratissimi riferimenti (omo) sessuali trovano veramente poco spazio, risultando cosi fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo.

Il rapporto con il sesso, messo in scena in un modo “oscenamente” esagerato, può divertire (e ammettiamo che le risate scappino più di una volta) ma è un divertimento più legato a un cinepanettone di Neri Parenti che a un film di Almodovar, nato anche con lo scopo di far riflettere.  La sensazione che si prova di fronte al film è, quindi, quella che Almodovar, forse stanco di un cinema drammatico che, dopo alcuni capolavori immensi (Tutti su mia madre o Parla con lei, per fare solo due esempi), per i livelli altissimi raggiunti non lo stimola nemmeno più (ecco allora contestualizzato l’esperimento noir, poco riuscito, di La pelle che abito), sia voluto ricorrere a un altro genere che, purtroppo per lui, non riesce più a maneggiare come dovrebbe.

Ciò non toglie, però, al pubblico il piacere di godersi comunque alcuni momenti imperdibili in stile almodovariano come lo stacchetto musical sulle note di I’m so excited delle Pointer Sister (il regista, come dimostra anche The Look dei Metronomy sui titoli di coda, difficilmente sbaglia una colonna sonora) o l’ottimo cast di attori iberici messo in scena, dove a vecchie conoscenze come Cecilia Roth o uno strepitoso Javier Camara si affiancano anche alcuni “prestiti” di valore dalla cinematografia di Alex De La Iglesias (altro autore spagnolo famoso per il suo cinema scatenato) come gli ottimi Carlo Aceres o Guillermo Toledo. Sono da segnalare, infine, solo per dovere di cronaca i cammei iniziali di Penelope Cruz e Antonio Banderas, comparsate simpatiche quanto inutili.

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"Il grande e potente Oz": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande e potente Oz, di Sam Raimi, con James Franco, Michelle Williams, Mila Kunis, Rachel Weisz, Zach Braff, Bill Cobbs, Joey King, Abigail Spencer, Tony Cox, durata 130’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da Walt Disney Pictures

di Luca Marchetti

Il mago di Oz, scritto nel lontano 1900 da L. Frank Baum, è un libro che ha avuto, e tuttora ha, un enorme peso nella cultura e nell’immaginario collettivo statunitense. Non è un caso che si facciano ancora oggi innumerevoli citazioni, parodie o nuove interpretazioni di quest’opera, alcune anche decisamente originali come il musical Wicked, incentrato sulla storia della malvagia Strega dell’Ovest, o il meraviglioso Cuore Selvaggio di David Lynch, personale adattamento della storia dell’autore di Velluto Blu. A contribuire alla fortuna (soprattutto internazionale) del romanzo è stato anche il famosissimo film omonimo di Victor Fleming (1939) nel quale Judy Garland cantava la mitica Over the Rainbow.  Il libro, dunque, per gli Usa ha un ruolo importante, lo stesso che potrebbe essere occupato da Pinocchio rispetto alla nostra storia culturale, e, grazie a chiavi di lettura originali, ha saputo presto liberarsi dalla restrittiva etichetta di “letteratura per ragazzi”.

La Disney, proprietaria dei diritti dell’opera, da anni voleva realizzare, con successo, qualcosa che potesse sfruttare i personaggi e i mondi di L. Frank Baum. E’ nata cosi l’idea di creare Il grande e potente Oz, una sorta di prequel che, ispirandosi molto liberamente ai libri dello scrittore americano, raccontasse l’arrivo del famoso Mago nella Città di Smeraldo e della sua guerra contro le due malvagie streghe dell’Est e dell’Ovest. Reduci dal successo di botteghino di Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton (pellicola, a dir la verità,  incapace di trattare con giustizia i personaggi di Lewis Carroll), i produttori hanno deciso di affidare questo lavoro ad un altro regista “visionario” (termine inflazionato a Hollywood) come Sam Raimi. Famoso per una carriera passata tra piccoli horror e la trilogia di Spiderman, il regista prometteva di avere nelle sue corde sia una sensibilità artistica personale, sia la capacità, non trascurabile, di gestire dei grandi budget, doti entrambe utili per realizzare al meglio un film del genere. Dopo aver visto la pellicola, possiamo dire che le aspettative della Disney e del pubblico non sono state disattese.

Raimi, infatti, non si è lasciato intimorire né dall’enormità del progetto, né dalla precoce perdita del suo protagonista carismatico (nel ruolo del mago era stata già scritturata la star Robert Downey Jr),  creando un kolossal per famiglie visivamente incredibile, adatto al gusto commerciale di un vastissimo pubblico e, allo stesso tempo, traboccante di tutte le caratteristiche della sua visione di Cinema.

Il grande e potente Oz è, appunto, un’opera in cui Raimi mette tutto se stesso, dalle scelte registiche estreme ai tanti piccoli espedienti horror che impreziosiscono l’esperienza della visione (la “nascita” della strega dell’ovest, ad esempio, è impressionante anche per un pubblico adulto), e dimostra quanto il regista abbia saputo adattare alla sua sensibilità il mondo classico disneyano.

La riuscita del binomio “regista-tema trattato”, in un film su commissione, è molto rara e in questo caso è stata possibile grazie all’aderenza di Raimi con il suo protagonista. Come il regista, il protagonista Oscar Diggs non è altro che un prestigiatore da fiera il cui unico scopo è di stupire il proprio pubblico pagante con trucchi di magia, illusioni pirotecniche e con la propria maestria da saltimbanco. Entrambi, infatti, sconfiggono i propri nemici (o critici) usando mezzi (cinematografici) tali da stupire, riempiendo gli occhi di fantasia. A fronte anche di una sceneggiatura alquanto zoppicante e non priva di scivoloni narrativi, questo luminoso risultato finale è stupefacente. Ottime, poi, le performance del cast, dove James Franco la fa da padrone. L’attore, come abbiamo già detto in altre occasioni, dimostra a ogni pellicola di essere un artista a tutto tondo, capace di gestire con prontezza e intelligenza anche i panni dell’eroe mainstream (anche se sui generis come in questo caso). Interessante, inoltre, il lavoro delle tre co-protagoniste, dove tra la buona Michelle Williams e la malefica Rachel Weisz va sottolineato il lavoro difficile e imperfetto della giovanissima Mila Kunis alle prese con un ruolo caricatissimo, che tratta comunque con bravura.

Impreziosito anche dalla meravigliosa colonna sonora di Danny Elfman e dalla fotografia incredibile (efficace sia con il bianco e nero nel mondo reale sia con i coloratissimi paesaggi del mondo di Oz) di Peter Deming, Il grande e potente Oz è, in conclusione, un film che riempie gli occhi e il cuore, capace di diventare da subito un classico del suo genere.

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Spring Breakers: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Spring Breakers, di Harmony Korine, con James Franco, Selena Gomez, Ashley Benson, Vanessa Hudgens, Heather Morris, Rachel Korine, durata 92’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da BiM.

di Luca Marchetti

Sin dai suoi primi istanti, Spring Breakers mette il suo pubblico di fronte ad una domanda fondamentale, che condiziona il rapporto con il film: quello che ci apprestiamo a vedere sarà l’opera liberatoria e libertaria di un giovane autore dissacrante oppure il compitino ammiccante dell’ennesimo “professionista dello scandalo”, realizzato solo per mettere a dura prova il buon gusto dello spettatore?

Purtroppo è quasi impossibile dare una risposta ecumenica. La pellicola di Harmony Korine, giovane autore diventato famoso per aver firmato diverse sceneggiature scioccanti per il regista Larry Clark (i terribili Kids e Ken Park), è un film che, come già accaduto con i critici accreditati all’ultimo festival di Venezia, è destinato a dividere gli spettatori tra accesi detrattori e sostenitori estasiati.

A essere benevoli si potrebbe vedere, nelle intenzioni del regista, la volontà di mostrare, con stile spietato ed estetizzante, lo stato della meglio gioventù americana, persa tra la ricerca dello sballo totale e una vita da videoclip di Mtv.

Korine segue, infatti, le avventure di quattro ragazze disinibite (per usare un eufemismo) che, corse nella Florida appariscente delle vacanze di primavera (da qui il titolo), finiscono dopo l’ennesima bravata sotto la protezione del viscido gangster-rapper Alien. Korine, però, nel rappresentare la presunta perdita d’innocenza di queste giovani e il loro declino morale, punta sempre alla trovata più sensazionale e facile quale la scelta di due attrici come Vanessa Hudgens e Selena Gomez, ex reginette del mondo di Disney Channel, qui nei cortissimi panni di due giovani dedite alla droga e al sesso.

Il regista, dunque, vorrebbe mostrarci a che punto di degrado è arrivata la gioventù americana ma fallisce miseramente l’obiettivo. Sin dall’esagerata e banale sequenza iniziale, lo spettatore, infatti, non è mai portato ad aprire una vera riflessione sull’argomento e si trova, invece, di fronte ad un regista che cavalca i temi solo per mettersi in mostra. Ad esempio, l’uso ripetitivo, e quindi inoffensivo, di un sesso così esplicito nella confezione ma altrettanto casto nel contenuto è degno più di un furbo mestierante in cerca di vetrina che di un vero e proprio autore di rottura.

Il fallimento di Spring Breakers, però, non deve oscurare il fatto che come semplice regista, Korine dimostra anche del talento. In più di un’occasione, infatti, il giovane autore centra l’immagine giusta o il movimento di macchina efficace, regalando anche due o tre momenti notevoli, come il piano sequenza sulla rapina o le surreali scene sulle note di Britney Spears. Inoltre, i continui riferimenti concettuali (e cromatici) alla filmografia del danese Nicolas Winding Refn e al suo capolavoro Drive non possono che lasciare piacevolmente sorpresi.

Da sottolineare, poi, anche l’interpretazione di James Franco, attore che un po’ alla volta sta riscattando un inizio carriera alquanto scialbo, confermandosi uno degli uomini di Cinema più interessanti della sua generazione. Franco, infatti, diviso tra i suoi mille progetti da regista, poeta, interprete e artista, a ogni nuova pellicola dimostra di stare compiendo un percorso personale molto calcolato e preciso nel quale anche questo folle criminale “da strapazzo” trova il suo posto ideale.

In chiusura, per dare una risposta alla domanda iniziale, chi scrive deve ammettere di preferire la seconda opzione, quella del sensazionalismo fine a se stesso, ma non si può non ammettere che opere come questa, capaci di accendere discussioni anche dure,  al di là delle loro effettive qualità, fanno sempre il bene del Cinema.

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Educazione siberiana: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Educazione Siberiana, di Gabriele Salvatores, con John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare, durata 110’, nelle sale dal 28 febbraio distribuito da 01 Distribuition

di Luca Marchetti

Alla luce dei livelli qualitativi del cinema italiano attuale, Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores era, sulla carta, un’occasione che non si doveva mancare a nessun costo. Molte volte, infatti, si è fatto un gran parlare della mancanza di idee originali e di coraggio dei nostri produttori, terrorizzati dall’eventualità di offrire al proprio pubblico qualcosa di nuovo. In quest’ottica, quindi, la notizia che Cattleya (la stessa casa produttrice che ha beneficiato del successo del fenomeno Romanzo Criminale) aveva deciso di portare sul grande schermo il romanzo d’esordio del tatuatore russo Nicolai Lilin era sicuramente eccitante. Se poi si aggiungeva la decisione di affidare questo progetto alla mano capace di un regista dalla mentalità internazionale come Gabriele Salvatores, le aspettative non potevano che crescere a dismisura. Purtroppo, e costa tanto dirlo, questo progetto non ha funzionato come doveva.

Il materiale originale è sicuramente molto cinematografico. La storia, infatti, si concentra su una particolare comunità di criminali siberiani che, governata da un rigido e secolare sistema di regole, deve sopravvivere nella caotica e violenta Russia dei primi anni post-sovietici. L’educazione del titolo, dunque, è quella che il duro Nonno Kuzja, guida morale della comunità, impartisce al giovane Kolima per permettergli di entrare nel mondo adulto ed essere “un onesto criminale”.

Purtroppo la sceneggiatura poco ispirata (per usare un eufemismo) di due venerati maestri come Stefano Rulli e Sandro Petraglia (autori, tra le altre pellicole, di La meglio gioventù, Romanzo di una strage e Mio fratello è figlio unico) mortifica tutti gli spunti narrativi del romanzo. A discolpa dei due sceneggiatori, va detto che il libro di Lilin non è propriamente una storia di senso compiuto quanto, piuttosto, un affascinante flusso di coscienza dove l’autore ricorda, in modo concitato, la sua infanzia e il suo popolo.

Gli autori, dunque, sono stati quasi costretti a inventare il tragico triangolo amoroso tra il protagonista Kolima, l’amico-nemico Gagarin e la bellissima e folle Xenya per avere una base narrativa su cui appoggiare il film. Questa scelta, però, per l’assoluta mancanza di originalità della vicenda (e per una serie continua di dialoghi imbarazzanti) non ha alcuna presa sullo spettatore e anzi riesce, in molte scene, a respingerlo. Lo script, inoltre, ha anche l’ulteriore demerito di appesantire la regia di Salvatores che, in più di un’occasione, dimostra di essere la persona giusta al momento giusto (decisamente intrigante il suo sguardo sullo squallore della nuova Russia liberista e la ricostruzione del villaggio siberiano). Un altro “peccato capitale”, poi, è quello di vedere come il tema del tatuaggio, centrale nel libro, sia trattato con colpevole superficialità, come se si fosse avuto paura di guardare al meraviglioso La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

Poco convincente è, infine,  anche il cast internazionale. I tanti interessanti attori esordienti della pellicola (i due protagonisti Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius, su tutti) si impegnano moltissimo per conquistare le simpatie del pubblico ma, per colpa soprattutto di un doppiaggio ingombrante, falliscono miseramente. Perfino il bravo John Malkovich, nei panni del nonno-maestro, pur facendo sfoggio del suo innegabile talento, in alcune scene sembra quasi recitare contro voglia, come se fosse poco convinto del proprio coinvolgimento in questa pellicola. Sulla performance, tutta sopra le righe, di Peter Stormare (il nichilista de Il grande Lebowsky) meglio calare un velo pietoso.

Anna Karenina: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anna Karenina di Joe Wright, con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson, durata 129’, nelle sale dal 21 febbraio distribuito da Universal Pictures.

di Luca Marchetti

Anna Karenina, oltre ad essere uno dei romanzi più celebri del grande Lev Tolstoj, viene principalmente ricordato, nelle sue versioni cinematografiche del 1924 e del 1935, per aver regalato due indimenticabili interpretazioni alla diva Greta Garbo.

Questa volta, nel 2013, i realizzatori hanno deciso di puntare, più che alla riduzione classica fatta dalle produzioni precedenti, a una strada completamente diversa, affidando l’arduo adattamento del materiale originale al drammaturgo Tom Stoppard.

Lo scrittore inglese, vincitore del premio Oscar per il mediocre Shakespeare in Love, deve principalmente la sua fama alla carriera teatrale, colma di lavori complessi e dai rimandi filosofici. Non è un caso che il suo lavoro più celebre sia  l’interessante Rosencratz e Guildersten sono morti, divertito e colto pastiche sul teatro shakespeariano, con chiari riferimenti a Samuel Beckett.

Nell’affrontare un autore immenso come Tolstoj, Stoppard sceglie di scrivere un adattamento essenziale dove non viene approfondita nessuna riflessione sul declino dell’impero degli zar o sulla grettezza della società aristocratica russa, ma si mostrano solo le pene d’amore di alcuni personaggi. In questa versione, dunque, il libro di Tolstoj diventa il racconto di due love story. La storia, infatti, si focalizza da una parte sul famoso triangolo tra Anna Karenina (Keira Knightley), suo marito Karenin (Jude Law) e l’affascinante conte Vronskij, dall’altro sull’amore “timorato di Dio” tra i giovani Levin e Kitty (in cui è apertamente rappresentata la storia d’amore tra lo stesso Tolstoj e sua moglie Sofia).

Asciugare in questo modo la vicenda, forse per avvicinarla al gusto del pubblico contemporaneo, non rende un buon servizio alla pellicola, specie se questa non è supportata da attori in parte.  Tutti i protagonisti, escluso un inedito Jude Law, a suo agio nella prima parte veramente “matura” della sua carriera, non convincono mai. Keira Knightley, nel tratteggiare la sua tormentata Anna, sa di essere di fronte ad un ruolo che vale una vita e, pur mettendoci dentro un enorme impegno, non dà al suo personaggio quella dimensione tragicamente mitica che meriterebbe. Stesso discorso va fatto per Aaron Taylor-Johnson, scialbo con il suo dongiovanni russo. Il resto del cast, invece, è composto da ottimi interpreti (Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson), tutti relegati in ruoli di sfondo, che non aiutano a mostrare il loro talento. L’eccezione sono i due Domnhall Gleeson e Alicia Vikander che, nella loro tenera sotto-trama, illuminano ed emozionano.

Al di là della parte narrativa, però, la pellicola è visivamente meravigliosa.

Il regista Joe Wright, famoso per la sua filmografia molto curata al livello d’estetica, forse in omaggio alla carriera del suo sceneggiatore, ha l’idea interessante e riuscita di immaginare Anna Karenina come un enorme spettacolo teatrale in movimento, con il palcoscenico e le quinte che si aprono e si chiudono sui mondi della storia.

La pellicola, che deve tanto ai film di Baz Luhrman (sembra un musical senza musica pop), mantiene l’attenzione del suo pubblico, conquistandolo con sempre nuove invenzioni visive (il walzer di gruppo, la corsa dei cavalli). E ‘ un peccato però che nella seconda parte, pagando un’evoluzione della storia totalizzante, il film perda la sua forza visiva e così anche la sua ragione d’essere.

Detto ciò, la pellicola di Wright è comunque un’opera interessante, che ha almeno il merito di avvicinare una grande platea all’opera dello scrittore russo.

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Blue Valentine: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Blue Valentine, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Michelle Williams, Mike Vogel, John Doman, Maryann Plunkett, durata 114’, distribuito nelle sale da Movie Inspired dal 14 febbraio 2013

di Luca Marchetti

Non bisogna farsi ingannare né dalla data di uscita del film (il giorno di San Valentino) né dalla pubblicità fuorviante, ma comprensibile, che gli sta facendo il distributore.

Blue Valentine non è assolutamente la classica storia d’amore che potrebbe sembrare. Il lungometraggio diretto da Derek Cianfrance, finalmente nelle nostre sale dopo quasi tre anni dal suo debutto negli Stati Uniti, è, infatti, una disincantata riflessione sul topos cinematografico de“ La storia d’amore”.

Sono stati diversi gli autori che, specie nel cinema indipendente, hanno provato a raccontare quello che succede dopo il climax del bacio finale e il “vissero felici e contenti”. Come già fatto nel delizioso e più leggero 500 giorni insieme di Marc Webb, dove un malinconico Joseph Gordon Levitt ritornava sopra la propria relazione finita con Zooey Deschanel, Blue Valentine vuole rivolgere lo sguardo a tutte le controindicazioni dell’“Amore Cinematografico”. Cianfrance, infatti, rompe il simulacro favolistico in cui sono rinchiuse le love-story nei film e, come se stesse dirigendo una sorta di documentario dei sentimenti, si avvicina incredibilmente alla realtà quotidiana come pochi altri suoi colleghi coetanei (l’unico altro esempio recente che viene in mente è il doloroso Like Crazy del giovanissimo Drake Doremus).

Il regista, dunque, con un montaggio intelligente e realizzato alla perfezione, compie continui salti temporali per raccontare, nello stesso tempo, la costruzione e la distruzione dell’amore dei due protagonisti. Abbiamo cosi, in pochi minuti, flash dei primi incontri e degli ultimi scontri di queste due anime sofferenti, che vediamo sia prese da una passione folle e sia disgustate da tutte le delusioni e sconfitte che la vita ha dato a loro.

Il regista, poi, pur rimanendo sempre fedele alla sua linea programmatica, dimostra anche una grande sensibilità, intuibile subito dalla citazione nel titolo della bellissima canzone di Tom Waits. Cianfrance, infatti, non ha uno sguardo socio-pedagogico verso i suoi personaggi, come se fossero delle cavie da esaminare, anzi si pone al loro fianco sia nel dolore sia nella felicità, portando il film su alte vette emotive, il cui culmine è lo straziante montaggio finale alternato sulle note della colonna sonora del gruppo indipendente Grizzly Bear.

Grande importanza per la riuscita, anche emotiva, del film la hanno, soprattutto, i due magnifici attori protagonisti. Michelle Williams, nominata all’Oscar nel 2011 per questo ruolo, e Ryan Gosling, nonostante il loro chiaro status di star hollywoodiane, hanno una tale capacità di immergersi nel quotidiano dei loro personaggi e di spogliarsi di qualsiasi presunzione divistica che sembrano entrambi usciti da un film di Cassavetes.

I due attori sono convincenti e credibili in tutte e due le timeline, riuscendo a essere tanto adorabili e luminosi come giovani innamorati (meravigliosa la scena del balletto improvvisato per strada) quanto stanchi e depressi nel loro sfinito rapporto da sposati.

Interpretazioni di questo livello non devono essere delle sorprese poiché stiamo parlando di due degli attori più dotati della loro generazione (i paragoni alle performance giovanili di Robert De Niro e Meryl Streep non sono certo fuori luogo).

In conclusione, non si può che consigliare vivamente la visione di questo piccolo capolavoro, consapevoli, però, di quello che si sta andando a vedere.

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Re della terra selvaggia: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin , con Quvenzhanè Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Gina Montana, durata 93’, distribuito nelle sale da Bolero Film dal 7 febbraio 2013.

Recensione di Luca Marchetti

Da anni il Sundance Film Festival di Robert Redford mette ogni volta, nel proprio programma, pellicole che diventano le più acclamate e apprezzate dell’anno, confermandosi così una fucina continua di talenti.

Re della terra selvaggia (suggestiva traduzione dell’originale Beasts of Southern Wild) ne è l’ennesima conferma. Piccolissima pellicola dell’esordiente Benh Zeitlin (per lui all’attivo solo qualche cortometraggio), oltre a vincere il Gran Premio della Giuria al Festival americano, ha ottenuto anche la Camera d’Or (il premio alla migliore opera prima) lo scorso maggio a Cannes e, recentemente, ha sorpreso tutti guadagnandosi pesantissime nomination agli Oscar, come quelle alla Miglior Regia, al Miglior Film e alla Migliore Attrice Protagonista.

La domanda, dopo tanto clamore, sorge quasi spontanea: il film di Zeitlin merita davvero tutti questi elogi e attestati di stima o è semplicemente un’opera furba che ha giovato del talento della Fox Searchlight, la sua casa di distribuzione, famosa per saper vendere nel miglior modo possibile questo tipo di prodotti? Come sempre, in questi casi, la risposta non è facile.

Re della terra selvaggia è l’ennesima creatura, stupefacente, di una nuova generazione di autori che, nell’ambito del settore indipendente americano, dà sfogo alla propria visione borderline di Cinema, mettendo in scena opere a bassissimo costo ma dal grande impatto visivo.

Pellicole come quelle di Jeff Nichols (Take Shelter e Mud) o Debra Granik (Un gelido inverno), infatti, hanno molto a che vedere con un nuovo corso che si sta facendo largo negli Usa. Lontani anni luce dalla spettacolarizzazione della Hollywood milionaria, questi piccoli artigiani si trovano a proprio agio all’ombra dei grandi studios e realizzano opere capaci di conquistare tutto e tutti.

Benh Zeitlin, pur con qualche distinzione, non si discosta molto dalla poetica di questi suoi colleghi.

Guardando apertamente alla carriera di Terrence Malick (molte scene, anche per l’ambientazione fluviale, ricordano il meraviglioso La sottile linea rossa) e al suo esclusivo modo di interagire con la natura che lo circonda, il giovane regista racconta il legame tra un padre e una figlia immersi in un luogo senza tempo. E’ vero che più di un indizio ci porta a vedere, negli splendidi paesaggi del film, la Louisiana, anche per i riferimenti all’impatto distruttivo dell’uragano Katrina, ma la favola di Zeitlin si colloca in un’atmosfera senza tempo, in bilico tra un futuro apocalittico e un passato remoto preistorico, dove elementi onirici (le misteriose, enormi, creature) si confrontano con duri spaccati visivi quasi da documentario di denuncia.

Detto questo, però, non abbiamo ancora risolto la questione iniziale. E’ meritato il successo di questa pellicola? Senza dubbio la caratteristica più impressionante è il talento recitativo dei due protagonisti della pellicola, scovati chissà dove dal regista. Entrambi, con una notevole aderenza fisica ed emotiva ai propri ruoli, danno alle loro interpretazioni un’efficacia difficilmente raggiungibile da colleghi più esperti. Specie la performance matura della giovanissima Quvenzhanè Wallis (candidata all’Oscar per questa sua interpretazione), a cui è anche affidata per gran parte del film la voice-over (responsabilità non da poco), rimarrà l’ennesima dimostrazione di come il cinema americano sappia rendere credibili anche gli attori bambini.

Nonostante tutto, la sensazione che si ha vedendo questo film non è quella di essere di fronte ad un capolavoro. L’ottima fotografia, la regia ispirata, la suggestiva colonna sonora sono tutti elementi inconfutabili, ma se si prova ad andare ancora più a fondo, ci si accorge di rimanere con poco in mano. Il desiderio del regista di ricercare sempre la confezione eccellente, in più di un’occasione, arriva a reprimere l’impatto emotivo del film, non commovendo come dovrebbe.

Ciò non toglie, comunque, che quello di Ben Zeitlin sarà un nome sicuramente importante nel futuro del Cinema.

Luca Marchetti

Les Miserables: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Les Miserables, di Tom Hooper, con Hugh Jackman, Russel Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, durata 150’, distribuito nelle sale da Universal pictures dal 31 gennaio 2013.

di Luca Marchetti

I Miserabili, di Victor Hugo, è un romanzo noto a tutti per essere un’opera imponente, incentrata sul tema universale della redenzione dell’Uomo attraverso la fede. Il libro dello scrittore francese, pubblicato nel 1862, è sempre stato letto con molto interesse dal mondo dello spettacolo.  Tra Serie tv, pellicole cinematografiche, sceneggiati radiofonici e rappresentazioni teatrali, la storia dell’ex carcerato Jean Valjean, della piccola Cosette e dei moti parigini falliti del giugno 1832, infatti, è stata più volte fonte d’ispirazione per registi e autori. Tra i tanti adattamenti, per comodità ricordiamo solo la versione di Bille August, con Liam Neeson e Goeffrey Rush nei ruoli principali, il musical teatrale prodotto da Cameron MacKintosh è stato quello più significativo, di certo quello di maggior successo.

Les Misérables è stato uno dei fenomeni più importanti della storia dei teatri di Broadway, con canzoni entrate saldamente nella cultura collettiva del pubblico anglosassone (come ben dimostrano le audizioni dei talent canori statunitensi) e con un numero vertiginoso di repliche, tante da renderlo un’esperienza imprescindibile per il pubblico di lingua inglese. Per rendere l’idea, anche se parliamo di qualcosa di molto più contenuto, si potrebbe pensare al successo avuto in Italia dal Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante (è divertente notare i legami tra la seriosa opera di Hugo e il mondo dei musical).

L’iniziativa, dunque, di trasportare sul grande schermo questo successo conosciutissimo non può certo definirsi coraggiosa o rivoluzionaria, visto il certo ritorno economico dell’operazione. Se aggiungiamo poi la scelta di puntare su cast di richiamo e il coinvolgimento dietro la macchina da presa di Tom Hooper, fresco premio Oscar con Il discorso del Re, abbiamo ben in mente le intenzioni commerciali dei produttori. Ebbene, alla luce di ciò possiamo dire che Les Misérables più che un musical cinematografico è un’opera di Broadway travestita da Cinema.

Serioso, imponente, con una compattezza e un’eccessività teatrale che mal funzionano sullo schermo, il film non disperde mai la sensazione di assistere a un compitino ben fatto, senza alcuna trovata forte di regia che lo tolga dal proprio palcoscenico statico. Tom Hooper, infatti, pur provando con movimenti di macchina azzardati e tentativi anche encomiabili (l’idea di registrare le canzoni in presa diretta), non ha la freschezza e l’intelligenza divertita di un Baz Luhrmann capace, con il suo ottimo Moulin Rouge, di fondere pop e trash in modo poetico e di conquistare il proprio pubblico. Il regista inglese paga, forse, l’incapacità di saper gestire il peso della versione teatrale e, non volendola tradire, si ritrova in mano una creatura mastodontica (centocinquanta minuti di durata, senza alcun dialogo non cantato), che è oggettivamente difficile da digerire.

Neanche il celebre cast messo insieme ha la forza di tirare fuori il film da questa contraddizione. Tutti gli attori, chi più (l’inedito e convincente Hugh Jackman) e chi meno (lo stonato Russell Crowe), essendo costretti a cantare sempre, hanno solo possibilità, quando ne sono provvisti, di mettere in mostra il proprio talento canoro e poco altro. L’unica eccezione è l’incredibile Anne Hathaway, che con pochi minuti a disposizione sa essere, attraverso la performance sentita di I dreamed a dream, indimenticabile.

Mettendo da parte tutte le analisi sul rassegnato fatalismo della vicenda e sul suo eccessivo bigottismo religioso, elementi già presenti nell’opera originale di Hugo che meriterebbero una più dotta trattazione, non ci resta che definire questo Les Misérables come un oggetto cinematografico poco riuscito.

Forse solo chi ama visceralmente il genere musical saprà apprezzarlo.

Lincoln: il film visto in anteprima per il Foglietto da Luca Marchetti

Lincoln, di Steven Spielberg Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon Levitt, Hal Holbrook, David Strathairn, James Spader, durata 150’, distribuito nelle sale dal 24 gennaio 2013 da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Erano anni che Steven Spielberg cercava di portare in scena una pellicola interamente dedicata al presidente Lincoln e alla sua politica abolizionista. Sin dal 1997, con il sottovalutato Amistad, si poteva intuire quanto il regista statunitense fosse interessato a parlare di Guerra Civile e di schiavitù. Finalmente, nel 2012, dopo essere riuscito ad avere Daniel Day-Lewis come protagonista, ha realizzato il suo sogno.

Lincoln, proprio per il coinvolgimento emotivo del regista, è una pellicola chiave nella sua carriera. Molto superficialmente il nome Spielberg è considerato sinonimo di puro cinema d’intrattenimento (le saghe di Indiana Jones e Jurassic Park, i film di fantascienza). Eppure in molti suoi film si può notare come egli cerchi di raccontare, sia pure con spirito patriottico e sana retorica, la Storia del suo paese (il già citato Amistad, Il colore viola, Salvate il soldato Ryan) o della sua cultura (Schindler’s List, Munich).  Il suo Lincoln, dunque, non è altro che l’ovvio risultato di quest’amore verso il racconto/recupero delle proprie radici. Spielberg, infatti, realizza un’opera didattica, che tanto ricorda le “lezioni” fatte da Roberto Rossellini con La presa del potere da parte di Luigi XIV o Anno Uno. Insieme allo sceneggiatore Tony Kushner, il regista vuole seguire integralmente i lavori congressuali che hanno portato all’approvazione del tredicesimo emendamento (l’abolizione della schiavitù), non limitandosi a raccontare i dissidi politici, i dibattiti violenti e tutte le manovre poco legali (corruzione, minacce, spoil system) che hanno portato gli uomini di Lincoln a raggiungere tale storico risultato. Mostrare il lato oscuro della democrazia americana, in aggiunta alla rappresentazione del difficile privato del presidente, non ha poi lo scopo di diminuire la figura di Lincoln, anzi, al contrario, riesce a consolidare ulteriormente la sua aurea sacrale, in una sorta di culto civile verso un santo laico della nazione.

Arrivati a concentrarci sulla figura di Lincoln, non possiamo esimerci dal fare un’attenta riflessione sul lavoro compiuto dal suo attore protagonista, l’immenso Daniel Day-Lewis. L’attore britannico, infatti, dimostra ancora una volta di aver raggiunto una maturità artistica e una tale perfezione tecnica da renderlo un interprete unico, impossibile da categorizzare insieme ai suoi colleghi. Dire banalmente che, a oggi, Day-Lewis sia il miglior attore in attività è un’iperbole pretestuosa, inadatta a sintetizzare il mestiere e la bravura dell’interprete. L'attore premio Oscar, conosciuto da tutti come un fanatico dell’immedesimazione totale nel personaggio, a ogni nuovo ruolo fa un passo successivo verso quello che sembra essere il suo obiettivo finale, la completa adesione attore-maschera. E’ interessante, poi, notare come la sua carriera recente sia un laboratorio sulla costruzione di archetipi americani.

Escluso il Guido Contini di Nine, una divertita e personale caricatura di Federico Fellini, i suoi ultimi tre ruoli sono parte di un discorso aperto che Day-Lewis ha con la storia degli Stati Uniti.  Come già fece in gioventù con la sua Irlanda nella trilogia di Jim Sheridan, l’attore ha lavorato su due estremi assoluti dell’America. Da un lato, infatti, con il Bill “The Butcher” di Gangs of New York e il Plainview de Il Petroliere (evoluzione uno dell’altro), abbiamo l’uomo assetato di potere, il feroce lupo (capitalista) che, per affermare la propria supremazia, si nutre del sangue dei propri avversari. Dall’altro lato, invece, c’è appunto Lincoln, la democrazia americana umanizzata, il messia della Nazione, il padre della patria che prende per mano il suo popolo verso la Giustizia.

Entrambi questi totem sono le radici su cui si sono sviluppati gli Usa fino ad oggi. Inoltre non è un caso che mentre il tycoon del film di Paul Thomas Anderson si rapportava a George W. Bush, l’edificante Lincoln si richiami apertamente all’amministrazione Obama e alle sue politiche. Un’ulteriore dimostrazione di che artista intelligente, nell’interpretare e nello scegliersi i ruoli, sia Daniel Day Lewis.

Ora, però, sarebbe sbagliato limitarsi a parlare solamente del protagonista. Attorno al “solista”, infatti, Spielberg ha la bravura di mettere insieme un’orchestra di professionisti, tutti convincenti, che ben sono capaci di reggere l’impatto con il travolgente carisma dell’attore/presidente. In quest’ottica, tra i tanti, sono degne di nota le interpretazioni di Sally Field (la triste e battagliera first lady Mary Todd Lincoln), il sempre ottimo David Strathairn (il fedele segretario di Stato Seward) e Tommy Lee Jones, che nei panni dell’esponente radicale Thaddeus Stevens fa sua più di una volta la scena.

In definitiva, dunque, con la sua imponente durata, Lincoln è un’opera difficile ma altrettanto imperdibile, che, tra i tanti pregi che abbiamo elencato, ha anche quello di essere un caloroso omaggio verso l’Alta Politica, quella che nel nostro paese, specie con l’ultima campagna elettorale, non si sa nemmeno cosa sia.

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”La scoperta dell’alba”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La scoperta dell’alba, di Susanna Nicchiarelli ,con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli, Sergio Rubini, Lina Sastri, Renato Carpentieri, Lino Guanciale; durata: 92’, distribuito nelle sale dal 10 gennaio 2013 da Fandango

Recensione di Luca Marchetti

In un panorama cinematografico asfittico come quello italiano, dove si continua a investire grandi somme di denaro solo in commedie e si punta a ottenere il massimo (incasso) con il minor sforzo (intellettuale) possibile, un film “diverso” come La scoperta dell’alba non può che suscitare più di una simpatia.

La regista Susanna Nicchiarelli, dopo l’esordio folgorante con il gustoso Cosmonauta (piccolo film di rara freschezza), è tornata a parlare del legame tra politica e famiglia, con una pellicola più matura e difficile. L’autrice, questa volta, mette da parte i toni favolistici e leggeri del suo primo film e affronta con coraggio un lato spesso dimenticato degli anni di piombo: la vita delle famiglie delle vittime. E’ già da un po’ di anni che si cerca di restituire dignità a queste testimonianze e il successo delle opere di Benedetta Tobagi e di Mario Calabresi (che ha sempre rifiutato di concedere i diritti del suo libro Spingendo la notte più in là) dimostra come il pubblico italiano voglia ascoltare queste storie.

La scoperta dell’alba, dunque, ispirandosi molto vagamente all’omonimo romanzo di Walter Veltroni, racconta la vita di due sorelle, Caterina e Barbara, figlie di un famoso professore universitario scomparso nei primi anni ottanta, presumibilmente ucciso dalle Brigate Rosse. La sorella maggiore, svuotando la casa al mare, scopre un vecchio telefono capace, misteriosamente, di metterla in contatto con il passato. La donna allora deciderà di provare di tutto per salvare il padre, ma dovrà confrontarsi con le verità di quella vicenda.

Mettendo da parte la divertente trovata fantascientifica, già usata nel mediocre Frequency di Gregory Hoblit, il film ha l’onestà di raccontare la vita delle due protagoniste, due donne tristi che ancora oggi soffrono l’assenza del proprio padre, e di mostrare i loro caparbi tentativi di chiudere definitivamente questo duro capitolo della loro vita. La regista, che interpreta anche Barbara, la sorella minore, è palesemente coinvolta nel dolore delle sue “eroine” e trasmette al pubblico, con efficacia, tutte le emozioni che provano, soprattutto nella scena sulla spiaggia, il loro senso di liberazione e la speranza nel futuro.

La Nicchiarelli, oltre al legame emotivo con la propria storia, dimostra di essere un’ottima regista anche per la capacità di usare la macchina da presa (eccellente la prima scena dell’attentato) e, a differenza di molti suoi colleghi italiani, per l’intelligenza con la quale inserisce due perle degli anni ‘80 come 99 Luftballons di Nena e Video Killed the radio star dei Buggles.

Anche la direzione degli attori è degna di nota. Nel cast, composto anche da ottimi caratteristi come Lina Sastri e Renato Carpentieri, tutte le attenzioni saranno rivolte a Margherita Buy. L’attrice, infatti, è alle prese con il solito ruolo della donna di mezza età in crisi, un personaggio che interpreta, convincendo, ormai a occhi chiusi. L’interpretazione più sorprendente però è quella di Sergio Rubini, che trasforma il suo piccolo ruolo di contorno in qualcosa di molto più profondo e sfaccettato, specie nei dialoghi con l’agente immobiliare.

Detto ciò, non si possono ignorare anche i diversi limiti della pellicola, legati soprattutto a sviluppi narrativi notevolmente deboli, ma alla luce del risultato finale sono poca cosa di fronte alla soddisfazione di gustarsi, finalmente, un film italiano interessante, diretto da una giovane regista piena di talento.

Luca Marchetti

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E' Luca Marchetti il critico cinematografico del Foglietto

di Rocco Tritto

Dopo la critica letteraria, con la rubrica “Freschi di stampa”, Il Foglietto, da questa settimana, offre ai propri lettori una nuova rubrica titolata “Il film della settimana”, affidata a Luca Marchetti, giovane critico cinematografico emergente.

Nato a Roma 24 anni fa, Marchetti è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma.

Ha iniziato a scrivere di cinema nel 2008 per il sito Badtaste.it.

Nel 2009 era presente nell’Ufficio stampa dell’organizzazione dei Mondiali di nuoto di Roma.

Nel 2010 ha vinto il premio per il miglior soggetto cinematografico nella prima edizione del Premio Internazionale Mattador e ha seguito uno stage presso l’ufficio Accrediti della Fondazione del Cinema di Roma.

Attualmente collabora con il sito Doppioschermo.it e per la rivista di critica online Sentieri Selvaggi.

A Luca, il benvenuto da tutta la redazione del Foglietto.

"The Master": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

The Master, di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern; durata: 144’; distribuito nelle sale dal 3 gennaio 2013 da Lucky Red.

Recenasione di Luca Marchetti

Scrivere di una pellicola come The Master è un lavoro difficilissimo. Il sesto film del già venerato maestro Paul Thomas Anderson (sono suoi i meravigliosi Boogie Nights e Magnolia) è impossibile da etichettare in una qualsiasi categoria, sia anche in quella molto vaga di lungometraggio di finzione.

Prendendo spunto dalla storia della nascita della famigerata Chiesa di Scientology e dal suo fondatore L. Ron Hubbard, Anderson vuole, in qualche modo, dare un nuovo slancio alla propria carriera e alla propria poetica ed arriva a rompere tutti i vincoli del suo cinema passato, fino ad addentrarsi in nuove, rischiose ed affascinanti strade.

Il regista americano, infatti, è famoso, non solo per essere uno sceneggiatore che scrive tanto, ma anche per la grande capacità di muoversi tra geniali movimenti di macchina. In quest’opera, invece, tutti i suoi “marchi di fabbrica” vengono meno, di fronte al desiderio di realizzare un film assolutamente diverso.

La pellicola, dunque, regala sia una sceneggiatura essenziale, che mai si perde in furbizie narrative od orpelli dialettici, sia una regia ferma e curata in modo maniacale, così da renderla perfetta fin in ogni suo piccolo particolare. Sembra quasi che Anderson, insieme a tutti suoi collaboratori, voglia creare un’America visivamente e narrativamente fredda e irreale nella sua perfezione, dove, accompagnati dalle stranianti musiche di Jonny Greenwood, agiscono solo i suoi due eroi maledetti.

La storia e la visione dell’autore si muovono, dunque, attraverso le azioni disordinate di due perdenti come l’ex soldato Freddie Quell e il guru Lancaster Dodd. L’inadeguatezza nei confronti di una società che, rinnegata la parentesi rooseveltiana, sta per macchiarsi delle vergogne del maccartismo e delle paranoie della guerra fredda, è ovviamente più palese nel reduce interpretato da Joaquin Phoenix. Violento, alcolista ed affetto da turbe mentali, Freddie è un uomo perduto, in continua ricerca di un luogo in cui stare. La sua incapacità di guarire, anche dentro l’abbraccio salvifico del suo maestro Dodd, è resa in maniera impressionante dalla bravura del suo interprete, giustamente paragonato a Brando e al De Niro dei primi film di Martin Scorsese.

Phoenix, attraverso la postura ingobbita, le espressioni  distorte e un accento agghiacciante, regala al proprio personaggio tutta la propria frustrazione e malessere auto-distruttivo.

La sua “infelicità” però è accompagnata da quella dell’altro sconfitto, il Lancaster Dodd interpretato altrettanto bene da Philip Seymour Hoffman, attore feticcio di Anderson.

Anche lui, nonostante il carisma messianico e la maschera dell’uomo illuminato, soffre con insofferenza per colpa della macchina di bugie che sta portando avanti, diviso tra la paura di venire spogliato del suo status sacrale e la consapevolezza di essere egli stesso il burattino inerme di sua moglie, il vero maestro della sua chiesa.

La loro comune sofferenza e il loro legame indissolubile (giustamente, per tutta la storia, mai intaccato da alcuna ambiguità omoerotica) esplode proprio nell’ultima scena insieme, dove, con una scelta narrativa surreale, vengono messi entrambi di fronte al proprio destino.

The Master, in conclusione, è un’opera importante, impossibile da ignorare per chi ama il cinema, ma alla quale, è giusto saperlo prima, bisogna approcciarsi con la consapevolezza di venire travolti dal genio del suo regista e dei suoi due protagonisti.

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