08. 08. 2020 Ultimo Aggiornamento 08. 08. 2020

"Il grande e potente Oz": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

Il grande e potente Oz, di Sam Raimi, con James Franco, Michelle Williams, Mila Kunis, Rachel Weisz, Zach Braff, Bill Cobbs, Joey King, Abigail Spencer, Tony Cox, durata 130’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da Walt Disney Pictures

di Luca Marchetti

Il mago di Oz, scritto nel lontano 1900 da L. Frank Baum, è un libro che ha avuto, e tuttora ha, un enorme peso nella cultura e nell’immaginario collettivo statunitense. Non è un caso che si facciano ancora oggi innumerevoli citazioni, parodie o nuove interpretazioni di quest’opera, alcune anche decisamente originali come il musical Wicked, incentrato sulla storia della malvagia Strega dell’Ovest, o il meraviglioso Cuore Selvaggio di David Lynch, personale adattamento della storia dell’autore di Velluto Blu. A contribuire alla fortuna (soprattutto internazionale) del romanzo è stato anche il famosissimo film omonimo di Victor Fleming (1939) nel quale Judy Garland cantava la mitica Over the Rainbow.  Il libro, dunque, per gli Usa ha un ruolo importante, lo stesso che potrebbe essere occupato da Pinocchio rispetto alla nostra storia culturale, e, grazie a chiavi di lettura originali, ha saputo presto liberarsi dalla restrittiva etichetta di “letteratura per ragazzi”.

La Disney, proprietaria dei diritti dell’opera, da anni voleva realizzare, con successo, qualcosa che potesse sfruttare i personaggi e i mondi di L. Frank Baum. E’ nata cosi l’idea di creare Il grande e potente Oz, una sorta di prequel che, ispirandosi molto liberamente ai libri dello scrittore americano, raccontasse l’arrivo del famoso Mago nella Città di Smeraldo e della sua guerra contro le due malvagie streghe dell’Est e dell’Ovest. Reduci dal successo di botteghino di Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton (pellicola, a dir la verità,  incapace di trattare con giustizia i personaggi di Lewis Carroll), i produttori hanno deciso di affidare questo lavoro ad un altro regista “visionario” (termine inflazionato a Hollywood) come Sam Raimi. Famoso per una carriera passata tra piccoli horror e la trilogia di Spiderman, il regista prometteva di avere nelle sue corde sia una sensibilità artistica personale, sia la capacità, non trascurabile, di gestire dei grandi budget, doti entrambe utili per realizzare al meglio un film del genere. Dopo aver visto la pellicola, possiamo dire che le aspettative della Disney e del pubblico non sono state disattese.

Raimi, infatti, non si è lasciato intimorire né dall’enormità del progetto, né dalla precoce perdita del suo protagonista carismatico (nel ruolo del mago era stata già scritturata la star Robert Downey Jr),  creando un kolossal per famiglie visivamente incredibile, adatto al gusto commerciale di un vastissimo pubblico e, allo stesso tempo, traboccante di tutte le caratteristiche della sua visione di Cinema.

Il grande e potente Oz è, appunto, un’opera in cui Raimi mette tutto se stesso, dalle scelte registiche estreme ai tanti piccoli espedienti horror che impreziosiscono l’esperienza della visione (la “nascita” della strega dell’ovest, ad esempio, è impressionante anche per un pubblico adulto), e dimostra quanto il regista abbia saputo adattare alla sua sensibilità il mondo classico disneyano.

La riuscita del binomio “regista-tema trattato”, in un film su commissione, è molto rara e in questo caso è stata possibile grazie all’aderenza di Raimi con il suo protagonista. Come il regista, il protagonista Oscar Diggs non è altro che un prestigiatore da fiera il cui unico scopo è di stupire il proprio pubblico pagante con trucchi di magia, illusioni pirotecniche e con la propria maestria da saltimbanco. Entrambi, infatti, sconfiggono i propri nemici (o critici) usando mezzi (cinematografici) tali da stupire, riempiendo gli occhi di fantasia. A fronte anche di una sceneggiatura alquanto zoppicante e non priva di scivoloni narrativi, questo luminoso risultato finale è stupefacente. Ottime, poi, le performance del cast, dove James Franco la fa da padrone. L’attore, come abbiamo già detto in altre occasioni, dimostra a ogni pellicola di essere un artista a tutto tondo, capace di gestire con prontezza e intelligenza anche i panni dell’eroe mainstream (anche se sui generis come in questo caso). Interessante, inoltre, il lavoro delle tre co-protagoniste, dove tra la buona Michelle Williams e la malefica Rachel Weisz va sottolineato il lavoro difficile e imperfetto della giovanissima Mila Kunis alle prese con un ruolo caricatissimo, che tratta comunque con bravura.

Impreziosito anche dalla meravigliosa colonna sonora di Danny Elfman e dalla fotografia incredibile (efficace sia con il bianco e nero nel mondo reale sia con i coloratissimi paesaggi del mondo di Oz) di Peter Deming, Il grande e potente Oz è, in conclusione, un film che riempie gli occhi e il cuore, capace di diventare da subito un classico del suo genere.

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Spring Breakers: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Spring Breakers, di Harmony Korine, con James Franco, Selena Gomez, Ashley Benson, Vanessa Hudgens, Heather Morris, Rachel Korine, durata 92’, nelle sale dal 7 marzo distribuito da BiM.

di Luca Marchetti

Sin dai suoi primi istanti, Spring Breakers mette il suo pubblico di fronte ad una domanda fondamentale, che condiziona il rapporto con il film: quello che ci apprestiamo a vedere sarà l’opera liberatoria e libertaria di un giovane autore dissacrante oppure il compitino ammiccante dell’ennesimo “professionista dello scandalo”, realizzato solo per mettere a dura prova il buon gusto dello spettatore?

Purtroppo è quasi impossibile dare una risposta ecumenica. La pellicola di Harmony Korine, giovane autore diventato famoso per aver firmato diverse sceneggiature scioccanti per il regista Larry Clark (i terribili Kids e Ken Park), è un film che, come già accaduto con i critici accreditati all’ultimo festival di Venezia, è destinato a dividere gli spettatori tra accesi detrattori e sostenitori estasiati.

A essere benevoli si potrebbe vedere, nelle intenzioni del regista, la volontà di mostrare, con stile spietato ed estetizzante, lo stato della meglio gioventù americana, persa tra la ricerca dello sballo totale e una vita da videoclip di Mtv.

Korine segue, infatti, le avventure di quattro ragazze disinibite (per usare un eufemismo) che, corse nella Florida appariscente delle vacanze di primavera (da qui il titolo), finiscono dopo l’ennesima bravata sotto la protezione del viscido gangster-rapper Alien. Korine, però, nel rappresentare la presunta perdita d’innocenza di queste giovani e il loro declino morale, punta sempre alla trovata più sensazionale e facile quale la scelta di due attrici come Vanessa Hudgens e Selena Gomez, ex reginette del mondo di Disney Channel, qui nei cortissimi panni di due giovani dedite alla droga e al sesso.

Il regista, dunque, vorrebbe mostrarci a che punto di degrado è arrivata la gioventù americana ma fallisce miseramente l’obiettivo. Sin dall’esagerata e banale sequenza iniziale, lo spettatore, infatti, non è mai portato ad aprire una vera riflessione sull’argomento e si trova, invece, di fronte ad un regista che cavalca i temi solo per mettersi in mostra. Ad esempio, l’uso ripetitivo, e quindi inoffensivo, di un sesso così esplicito nella confezione ma altrettanto casto nel contenuto è degno più di un furbo mestierante in cerca di vetrina che di un vero e proprio autore di rottura.

Il fallimento di Spring Breakers, però, non deve oscurare il fatto che come semplice regista, Korine dimostra anche del talento. In più di un’occasione, infatti, il giovane autore centra l’immagine giusta o il movimento di macchina efficace, regalando anche due o tre momenti notevoli, come il piano sequenza sulla rapina o le surreali scene sulle note di Britney Spears. Inoltre, i continui riferimenti concettuali (e cromatici) alla filmografia del danese Nicolas Winding Refn e al suo capolavoro Drive non possono che lasciare piacevolmente sorpresi.

Da sottolineare, poi, anche l’interpretazione di James Franco, attore che un po’ alla volta sta riscattando un inizio carriera alquanto scialbo, confermandosi uno degli uomini di Cinema più interessanti della sua generazione. Franco, infatti, diviso tra i suoi mille progetti da regista, poeta, interprete e artista, a ogni nuova pellicola dimostra di stare compiendo un percorso personale molto calcolato e preciso nel quale anche questo folle criminale “da strapazzo” trova il suo posto ideale.

In chiusura, per dare una risposta alla domanda iniziale, chi scrive deve ammettere di preferire la seconda opzione, quella del sensazionalismo fine a se stesso, ma non si può non ammettere che opere come questa, capaci di accendere discussioni anche dure,  al di là delle loro effettive qualità, fanno sempre il bene del Cinema.

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Educazione siberiana: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Educazione Siberiana, di Gabriele Salvatores, con John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare, durata 110’, nelle sale dal 28 febbraio distribuito da 01 Distribuition

di Luca Marchetti

Alla luce dei livelli qualitativi del cinema italiano attuale, Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores era, sulla carta, un’occasione che non si doveva mancare a nessun costo. Molte volte, infatti, si è fatto un gran parlare della mancanza di idee originali e di coraggio dei nostri produttori, terrorizzati dall’eventualità di offrire al proprio pubblico qualcosa di nuovo. In quest’ottica, quindi, la notizia che Cattleya (la stessa casa produttrice che ha beneficiato del successo del fenomeno Romanzo Criminale) aveva deciso di portare sul grande schermo il romanzo d’esordio del tatuatore russo Nicolai Lilin era sicuramente eccitante. Se poi si aggiungeva la decisione di affidare questo progetto alla mano capace di un regista dalla mentalità internazionale come Gabriele Salvatores, le aspettative non potevano che crescere a dismisura. Purtroppo, e costa tanto dirlo, questo progetto non ha funzionato come doveva.

Il materiale originale è sicuramente molto cinematografico. La storia, infatti, si concentra su una particolare comunità di criminali siberiani che, governata da un rigido e secolare sistema di regole, deve sopravvivere nella caotica e violenta Russia dei primi anni post-sovietici. L’educazione del titolo, dunque, è quella che il duro Nonno Kuzja, guida morale della comunità, impartisce al giovane Kolima per permettergli di entrare nel mondo adulto ed essere “un onesto criminale”.

Purtroppo la sceneggiatura poco ispirata (per usare un eufemismo) di due venerati maestri come Stefano Rulli e Sandro Petraglia (autori, tra le altre pellicole, di La meglio gioventù, Romanzo di una strage e Mio fratello è figlio unico) mortifica tutti gli spunti narrativi del romanzo. A discolpa dei due sceneggiatori, va detto che il libro di Lilin non è propriamente una storia di senso compiuto quanto, piuttosto, un affascinante flusso di coscienza dove l’autore ricorda, in modo concitato, la sua infanzia e il suo popolo.

Gli autori, dunque, sono stati quasi costretti a inventare il tragico triangolo amoroso tra il protagonista Kolima, l’amico-nemico Gagarin e la bellissima e folle Xenya per avere una base narrativa su cui appoggiare il film. Questa scelta, però, per l’assoluta mancanza di originalità della vicenda (e per una serie continua di dialoghi imbarazzanti) non ha alcuna presa sullo spettatore e anzi riesce, in molte scene, a respingerlo. Lo script, inoltre, ha anche l’ulteriore demerito di appesantire la regia di Salvatores che, in più di un’occasione, dimostra di essere la persona giusta al momento giusto (decisamente intrigante il suo sguardo sullo squallore della nuova Russia liberista e la ricostruzione del villaggio siberiano). Un altro “peccato capitale”, poi, è quello di vedere come il tema del tatuaggio, centrale nel libro, sia trattato con colpevole superficialità, come se si fosse avuto paura di guardare al meraviglioso La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

Poco convincente è, infine,  anche il cast internazionale. I tanti interessanti attori esordienti della pellicola (i due protagonisti Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius, su tutti) si impegnano moltissimo per conquistare le simpatie del pubblico ma, per colpa soprattutto di un doppiaggio ingombrante, falliscono miseramente. Perfino il bravo John Malkovich, nei panni del nonno-maestro, pur facendo sfoggio del suo innegabile talento, in alcune scene sembra quasi recitare contro voglia, come se fosse poco convinto del proprio coinvolgimento in questa pellicola. Sulla performance, tutta sopra le righe, di Peter Stormare (il nichilista de Il grande Lebowsky) meglio calare un velo pietoso.

Anna Karenina: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Anna Karenina di Joe Wright, con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Taylor-Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson, durata 129’, nelle sale dal 21 febbraio distribuito da Universal Pictures.

di Luca Marchetti

Anna Karenina, oltre ad essere uno dei romanzi più celebri del grande Lev Tolstoj, viene principalmente ricordato, nelle sue versioni cinematografiche del 1924 e del 1935, per aver regalato due indimenticabili interpretazioni alla diva Greta Garbo.

Questa volta, nel 2013, i realizzatori hanno deciso di puntare, più che alla riduzione classica fatta dalle produzioni precedenti, a una strada completamente diversa, affidando l’arduo adattamento del materiale originale al drammaturgo Tom Stoppard.

Lo scrittore inglese, vincitore del premio Oscar per il mediocre Shakespeare in Love, deve principalmente la sua fama alla carriera teatrale, colma di lavori complessi e dai rimandi filosofici. Non è un caso che il suo lavoro più celebre sia  l’interessante Rosencratz e Guildersten sono morti, divertito e colto pastiche sul teatro shakespeariano, con chiari riferimenti a Samuel Beckett.

Nell’affrontare un autore immenso come Tolstoj, Stoppard sceglie di scrivere un adattamento essenziale dove non viene approfondita nessuna riflessione sul declino dell’impero degli zar o sulla grettezza della società aristocratica russa, ma si mostrano solo le pene d’amore di alcuni personaggi. In questa versione, dunque, il libro di Tolstoj diventa il racconto di due love story. La storia, infatti, si focalizza da una parte sul famoso triangolo tra Anna Karenina (Keira Knightley), suo marito Karenin (Jude Law) e l’affascinante conte Vronskij, dall’altro sull’amore “timorato di Dio” tra i giovani Levin e Kitty (in cui è apertamente rappresentata la storia d’amore tra lo stesso Tolstoj e sua moglie Sofia).

Asciugare in questo modo la vicenda, forse per avvicinarla al gusto del pubblico contemporaneo, non rende un buon servizio alla pellicola, specie se questa non è supportata da attori in parte.  Tutti i protagonisti, escluso un inedito Jude Law, a suo agio nella prima parte veramente “matura” della sua carriera, non convincono mai. Keira Knightley, nel tratteggiare la sua tormentata Anna, sa di essere di fronte ad un ruolo che vale una vita e, pur mettendoci dentro un enorme impegno, non dà al suo personaggio quella dimensione tragicamente mitica che meriterebbe. Stesso discorso va fatto per Aaron Taylor-Johnson, scialbo con il suo dongiovanni russo. Il resto del cast, invece, è composto da ottimi interpreti (Matthew MacFayden, Olivia Williams, Emily Watson), tutti relegati in ruoli di sfondo, che non aiutano a mostrare il loro talento. L’eccezione sono i due Domnhall Gleeson e Alicia Vikander che, nella loro tenera sotto-trama, illuminano ed emozionano.

Al di là della parte narrativa, però, la pellicola è visivamente meravigliosa.

Il regista Joe Wright, famoso per la sua filmografia molto curata al livello d’estetica, forse in omaggio alla carriera del suo sceneggiatore, ha l’idea interessante e riuscita di immaginare Anna Karenina come un enorme spettacolo teatrale in movimento, con il palcoscenico e le quinte che si aprono e si chiudono sui mondi della storia.

La pellicola, che deve tanto ai film di Baz Luhrman (sembra un musical senza musica pop), mantiene l’attenzione del suo pubblico, conquistandolo con sempre nuove invenzioni visive (il walzer di gruppo, la corsa dei cavalli). E ‘ un peccato però che nella seconda parte, pagando un’evoluzione della storia totalizzante, il film perda la sua forza visiva e così anche la sua ragione d’essere.

Detto ciò, la pellicola di Wright è comunque un’opera interessante, che ha almeno il merito di avvicinare una grande platea all’opera dello scrittore russo.

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Blue Valentine: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Blue Valentine, di Derek Cianfrance, con Ryan Gosling, Michelle Williams, Mike Vogel, John Doman, Maryann Plunkett, durata 114’, distribuito nelle sale da Movie Inspired dal 14 febbraio 2013

di Luca Marchetti

Non bisogna farsi ingannare né dalla data di uscita del film (il giorno di San Valentino) né dalla pubblicità fuorviante, ma comprensibile, che gli sta facendo il distributore.

Blue Valentine non è assolutamente la classica storia d’amore che potrebbe sembrare. Il lungometraggio diretto da Derek Cianfrance, finalmente nelle nostre sale dopo quasi tre anni dal suo debutto negli Stati Uniti, è, infatti, una disincantata riflessione sul topos cinematografico de“ La storia d’amore”.

Sono stati diversi gli autori che, specie nel cinema indipendente, hanno provato a raccontare quello che succede dopo il climax del bacio finale e il “vissero felici e contenti”. Come già fatto nel delizioso e più leggero 500 giorni insieme di Marc Webb, dove un malinconico Joseph Gordon Levitt ritornava sopra la propria relazione finita con Zooey Deschanel, Blue Valentine vuole rivolgere lo sguardo a tutte le controindicazioni dell’“Amore Cinematografico”. Cianfrance, infatti, rompe il simulacro favolistico in cui sono rinchiuse le love-story nei film e, come se stesse dirigendo una sorta di documentario dei sentimenti, si avvicina incredibilmente alla realtà quotidiana come pochi altri suoi colleghi coetanei (l’unico altro esempio recente che viene in mente è il doloroso Like Crazy del giovanissimo Drake Doremus).

Il regista, dunque, con un montaggio intelligente e realizzato alla perfezione, compie continui salti temporali per raccontare, nello stesso tempo, la costruzione e la distruzione dell’amore dei due protagonisti. Abbiamo cosi, in pochi minuti, flash dei primi incontri e degli ultimi scontri di queste due anime sofferenti, che vediamo sia prese da una passione folle e sia disgustate da tutte le delusioni e sconfitte che la vita ha dato a loro.

Il regista, poi, pur rimanendo sempre fedele alla sua linea programmatica, dimostra anche una grande sensibilità, intuibile subito dalla citazione nel titolo della bellissima canzone di Tom Waits. Cianfrance, infatti, non ha uno sguardo socio-pedagogico verso i suoi personaggi, come se fossero delle cavie da esaminare, anzi si pone al loro fianco sia nel dolore sia nella felicità, portando il film su alte vette emotive, il cui culmine è lo straziante montaggio finale alternato sulle note della colonna sonora del gruppo indipendente Grizzly Bear.

Grande importanza per la riuscita, anche emotiva, del film la hanno, soprattutto, i due magnifici attori protagonisti. Michelle Williams, nominata all’Oscar nel 2011 per questo ruolo, e Ryan Gosling, nonostante il loro chiaro status di star hollywoodiane, hanno una tale capacità di immergersi nel quotidiano dei loro personaggi e di spogliarsi di qualsiasi presunzione divistica che sembrano entrambi usciti da un film di Cassavetes.

I due attori sono convincenti e credibili in tutte e due le timeline, riuscendo a essere tanto adorabili e luminosi come giovani innamorati (meravigliosa la scena del balletto improvvisato per strada) quanto stanchi e depressi nel loro sfinito rapporto da sposati.

Interpretazioni di questo livello non devono essere delle sorprese poiché stiamo parlando di due degli attori più dotati della loro generazione (i paragoni alle performance giovanili di Robert De Niro e Meryl Streep non sono certo fuori luogo).

In conclusione, non si può che consigliare vivamente la visione di questo piccolo capolavoro, consapevoli, però, di quello che si sta andando a vedere.

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Re della terra selvaggia: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin , con Quvenzhanè Wallis, Dwight Henry, Levy Easterly, Gina Montana, durata 93’, distribuito nelle sale da Bolero Film dal 7 febbraio 2013.

Recensione di Luca Marchetti

Da anni il Sundance Film Festival di Robert Redford mette ogni volta, nel proprio programma, pellicole che diventano le più acclamate e apprezzate dell’anno, confermandosi così una fucina continua di talenti.

Re della terra selvaggia (suggestiva traduzione dell’originale Beasts of Southern Wild) ne è l’ennesima conferma. Piccolissima pellicola dell’esordiente Benh Zeitlin (per lui all’attivo solo qualche cortometraggio), oltre a vincere il Gran Premio della Giuria al Festival americano, ha ottenuto anche la Camera d’Or (il premio alla migliore opera prima) lo scorso maggio a Cannes e, recentemente, ha sorpreso tutti guadagnandosi pesantissime nomination agli Oscar, come quelle alla Miglior Regia, al Miglior Film e alla Migliore Attrice Protagonista.

La domanda, dopo tanto clamore, sorge quasi spontanea: il film di Zeitlin merita davvero tutti questi elogi e attestati di stima o è semplicemente un’opera furba che ha giovato del talento della Fox Searchlight, la sua casa di distribuzione, famosa per saper vendere nel miglior modo possibile questo tipo di prodotti? Come sempre, in questi casi, la risposta non è facile.

Re della terra selvaggia è l’ennesima creatura, stupefacente, di una nuova generazione di autori che, nell’ambito del settore indipendente americano, dà sfogo alla propria visione borderline di Cinema, mettendo in scena opere a bassissimo costo ma dal grande impatto visivo.

Pellicole come quelle di Jeff Nichols (Take Shelter e Mud) o Debra Granik (Un gelido inverno), infatti, hanno molto a che vedere con un nuovo corso che si sta facendo largo negli Usa. Lontani anni luce dalla spettacolarizzazione della Hollywood milionaria, questi piccoli artigiani si trovano a proprio agio all’ombra dei grandi studios e realizzano opere capaci di conquistare tutto e tutti.

Benh Zeitlin, pur con qualche distinzione, non si discosta molto dalla poetica di questi suoi colleghi.

Guardando apertamente alla carriera di Terrence Malick (molte scene, anche per l’ambientazione fluviale, ricordano il meraviglioso La sottile linea rossa) e al suo esclusivo modo di interagire con la natura che lo circonda, il giovane regista racconta il legame tra un padre e una figlia immersi in un luogo senza tempo. E’ vero che più di un indizio ci porta a vedere, negli splendidi paesaggi del film, la Louisiana, anche per i riferimenti all’impatto distruttivo dell’uragano Katrina, ma la favola di Zeitlin si colloca in un’atmosfera senza tempo, in bilico tra un futuro apocalittico e un passato remoto preistorico, dove elementi onirici (le misteriose, enormi, creature) si confrontano con duri spaccati visivi quasi da documentario di denuncia.

Detto questo, però, non abbiamo ancora risolto la questione iniziale. E’ meritato il successo di questa pellicola? Senza dubbio la caratteristica più impressionante è il talento recitativo dei due protagonisti della pellicola, scovati chissà dove dal regista. Entrambi, con una notevole aderenza fisica ed emotiva ai propri ruoli, danno alle loro interpretazioni un’efficacia difficilmente raggiungibile da colleghi più esperti. Specie la performance matura della giovanissima Quvenzhanè Wallis (candidata all’Oscar per questa sua interpretazione), a cui è anche affidata per gran parte del film la voice-over (responsabilità non da poco), rimarrà l’ennesima dimostrazione di come il cinema americano sappia rendere credibili anche gli attori bambini.

Nonostante tutto, la sensazione che si ha vedendo questo film non è quella di essere di fronte ad un capolavoro. L’ottima fotografia, la regia ispirata, la suggestiva colonna sonora sono tutti elementi inconfutabili, ma se si prova ad andare ancora più a fondo, ci si accorge di rimanere con poco in mano. Il desiderio del regista di ricercare sempre la confezione eccellente, in più di un’occasione, arriva a reprimere l’impatto emotivo del film, non commovendo come dovrebbe.

Ciò non toglie, comunque, che quello di Ben Zeitlin sarà un nome sicuramente importante nel futuro del Cinema.

Luca Marchetti

Les Miserables: il film visto in anteprima per Il Foglietto da Luca Marchetti

Les Miserables, di Tom Hooper, con Hugh Jackman, Russel Crowe, Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, durata 150’, distribuito nelle sale da Universal pictures dal 31 gennaio 2013.

di Luca Marchetti

I Miserabili, di Victor Hugo, è un romanzo noto a tutti per essere un’opera imponente, incentrata sul tema universale della redenzione dell’Uomo attraverso la fede. Il libro dello scrittore francese, pubblicato nel 1862, è sempre stato letto con molto interesse dal mondo dello spettacolo.  Tra Serie tv, pellicole cinematografiche, sceneggiati radiofonici e rappresentazioni teatrali, la storia dell’ex carcerato Jean Valjean, della piccola Cosette e dei moti parigini falliti del giugno 1832, infatti, è stata più volte fonte d’ispirazione per registi e autori. Tra i tanti adattamenti, per comodità ricordiamo solo la versione di Bille August, con Liam Neeson e Goeffrey Rush nei ruoli principali, il musical teatrale prodotto da Cameron MacKintosh è stato quello più significativo, di certo quello di maggior successo.

Les Misérables è stato uno dei fenomeni più importanti della storia dei teatri di Broadway, con canzoni entrate saldamente nella cultura collettiva del pubblico anglosassone (come ben dimostrano le audizioni dei talent canori statunitensi) e con un numero vertiginoso di repliche, tante da renderlo un’esperienza imprescindibile per il pubblico di lingua inglese. Per rendere l’idea, anche se parliamo di qualcosa di molto più contenuto, si potrebbe pensare al successo avuto in Italia dal Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante (è divertente notare i legami tra la seriosa opera di Hugo e il mondo dei musical).

L’iniziativa, dunque, di trasportare sul grande schermo questo successo conosciutissimo non può certo definirsi coraggiosa o rivoluzionaria, visto il certo ritorno economico dell’operazione. Se aggiungiamo poi la scelta di puntare su cast di richiamo e il coinvolgimento dietro la macchina da presa di Tom Hooper, fresco premio Oscar con Il discorso del Re, abbiamo ben in mente le intenzioni commerciali dei produttori. Ebbene, alla luce di ciò possiamo dire che Les Misérables più che un musical cinematografico è un’opera di Broadway travestita da Cinema.

Serioso, imponente, con una compattezza e un’eccessività teatrale che mal funzionano sullo schermo, il film non disperde mai la sensazione di assistere a un compitino ben fatto, senza alcuna trovata forte di regia che lo tolga dal proprio palcoscenico statico. Tom Hooper, infatti, pur provando con movimenti di macchina azzardati e tentativi anche encomiabili (l’idea di registrare le canzoni in presa diretta), non ha la freschezza e l’intelligenza divertita di un Baz Luhrmann capace, con il suo ottimo Moulin Rouge, di fondere pop e trash in modo poetico e di conquistare il proprio pubblico. Il regista inglese paga, forse, l’incapacità di saper gestire il peso della versione teatrale e, non volendola tradire, si ritrova in mano una creatura mastodontica (centocinquanta minuti di durata, senza alcun dialogo non cantato), che è oggettivamente difficile da digerire.

Neanche il celebre cast messo insieme ha la forza di tirare fuori il film da questa contraddizione. Tutti gli attori, chi più (l’inedito e convincente Hugh Jackman) e chi meno (lo stonato Russell Crowe), essendo costretti a cantare sempre, hanno solo possibilità, quando ne sono provvisti, di mettere in mostra il proprio talento canoro e poco altro. L’unica eccezione è l’incredibile Anne Hathaway, che con pochi minuti a disposizione sa essere, attraverso la performance sentita di I dreamed a dream, indimenticabile.

Mettendo da parte tutte le analisi sul rassegnato fatalismo della vicenda e sul suo eccessivo bigottismo religioso, elementi già presenti nell’opera originale di Hugo che meriterebbero una più dotta trattazione, non ci resta che definire questo Les Misérables come un oggetto cinematografico poco riuscito.

Forse solo chi ama visceralmente il genere musical saprà apprezzarlo.

Lincoln: il film visto in anteprima per il Foglietto da Luca Marchetti

Lincoln, di Steven Spielberg Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon Levitt, Hal Holbrook, David Strathairn, James Spader, durata 150’, distribuito nelle sale dal 24 gennaio 2013 da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Erano anni che Steven Spielberg cercava di portare in scena una pellicola interamente dedicata al presidente Lincoln e alla sua politica abolizionista. Sin dal 1997, con il sottovalutato Amistad, si poteva intuire quanto il regista statunitense fosse interessato a parlare di Guerra Civile e di schiavitù. Finalmente, nel 2012, dopo essere riuscito ad avere Daniel Day-Lewis come protagonista, ha realizzato il suo sogno.

Lincoln, proprio per il coinvolgimento emotivo del regista, è una pellicola chiave nella sua carriera. Molto superficialmente il nome Spielberg è considerato sinonimo di puro cinema d’intrattenimento (le saghe di Indiana Jones e Jurassic Park, i film di fantascienza). Eppure in molti suoi film si può notare come egli cerchi di raccontare, sia pure con spirito patriottico e sana retorica, la Storia del suo paese (il già citato Amistad, Il colore viola, Salvate il soldato Ryan) o della sua cultura (Schindler’s List, Munich).  Il suo Lincoln, dunque, non è altro che l’ovvio risultato di quest’amore verso il racconto/recupero delle proprie radici. Spielberg, infatti, realizza un’opera didattica, che tanto ricorda le “lezioni” fatte da Roberto Rossellini con La presa del potere da parte di Luigi XIV o Anno Uno. Insieme allo sceneggiatore Tony Kushner, il regista vuole seguire integralmente i lavori congressuali che hanno portato all’approvazione del tredicesimo emendamento (l’abolizione della schiavitù), non limitandosi a raccontare i dissidi politici, i dibattiti violenti e tutte le manovre poco legali (corruzione, minacce, spoil system) che hanno portato gli uomini di Lincoln a raggiungere tale storico risultato. Mostrare il lato oscuro della democrazia americana, in aggiunta alla rappresentazione del difficile privato del presidente, non ha poi lo scopo di diminuire la figura di Lincoln, anzi, al contrario, riesce a consolidare ulteriormente la sua aurea sacrale, in una sorta di culto civile verso un santo laico della nazione.

Arrivati a concentrarci sulla figura di Lincoln, non possiamo esimerci dal fare un’attenta riflessione sul lavoro compiuto dal suo attore protagonista, l’immenso Daniel Day-Lewis. L’attore britannico, infatti, dimostra ancora una volta di aver raggiunto una maturità artistica e una tale perfezione tecnica da renderlo un interprete unico, impossibile da categorizzare insieme ai suoi colleghi. Dire banalmente che, a oggi, Day-Lewis sia il miglior attore in attività è un’iperbole pretestuosa, inadatta a sintetizzare il mestiere e la bravura dell’interprete. L'attore premio Oscar, conosciuto da tutti come un fanatico dell’immedesimazione totale nel personaggio, a ogni nuovo ruolo fa un passo successivo verso quello che sembra essere il suo obiettivo finale, la completa adesione attore-maschera. E’ interessante, poi, notare come la sua carriera recente sia un laboratorio sulla costruzione di archetipi americani.

Escluso il Guido Contini di Nine, una divertita e personale caricatura di Federico Fellini, i suoi ultimi tre ruoli sono parte di un discorso aperto che Day-Lewis ha con la storia degli Stati Uniti.  Come già fece in gioventù con la sua Irlanda nella trilogia di Jim Sheridan, l’attore ha lavorato su due estremi assoluti dell’America. Da un lato, infatti, con il Bill “The Butcher” di Gangs of New York e il Plainview de Il Petroliere (evoluzione uno dell’altro), abbiamo l’uomo assetato di potere, il feroce lupo (capitalista) che, per affermare la propria supremazia, si nutre del sangue dei propri avversari. Dall’altro lato, invece, c’è appunto Lincoln, la democrazia americana umanizzata, il messia della Nazione, il padre della patria che prende per mano il suo popolo verso la Giustizia.

Entrambi questi totem sono le radici su cui si sono sviluppati gli Usa fino ad oggi. Inoltre non è un caso che mentre il tycoon del film di Paul Thomas Anderson si rapportava a George W. Bush, l’edificante Lincoln si richiami apertamente all’amministrazione Obama e alle sue politiche. Un’ulteriore dimostrazione di che artista intelligente, nell’interpretare e nello scegliersi i ruoli, sia Daniel Day Lewis.

Ora, però, sarebbe sbagliato limitarsi a parlare solamente del protagonista. Attorno al “solista”, infatti, Spielberg ha la bravura di mettere insieme un’orchestra di professionisti, tutti convincenti, che ben sono capaci di reggere l’impatto con il travolgente carisma dell’attore/presidente. In quest’ottica, tra i tanti, sono degne di nota le interpretazioni di Sally Field (la triste e battagliera first lady Mary Todd Lincoln), il sempre ottimo David Strathairn (il fedele segretario di Stato Seward) e Tommy Lee Jones, che nei panni dell’esponente radicale Thaddeus Stevens fa sua più di una volta la scena.

In definitiva, dunque, con la sua imponente durata, Lincoln è un’opera difficile ma altrettanto imperdibile, che, tra i tanti pregi che abbiamo elencato, ha anche quello di essere un caloroso omaggio verso l’Alta Politica, quella che nel nostro paese, specie con l’ultima campagna elettorale, non si sa nemmeno cosa sia.

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”La scoperta dell’alba”: il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

La scoperta dell’alba, di Susanna Nicchiarelli ,con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli, Sergio Rubini, Lina Sastri, Renato Carpentieri, Lino Guanciale; durata: 92’, distribuito nelle sale dal 10 gennaio 2013 da Fandango

Recensione di Luca Marchetti

In un panorama cinematografico asfittico come quello italiano, dove si continua a investire grandi somme di denaro solo in commedie e si punta a ottenere il massimo (incasso) con il minor sforzo (intellettuale) possibile, un film “diverso” come La scoperta dell’alba non può che suscitare più di una simpatia.

La regista Susanna Nicchiarelli, dopo l’esordio folgorante con il gustoso Cosmonauta (piccolo film di rara freschezza), è tornata a parlare del legame tra politica e famiglia, con una pellicola più matura e difficile. L’autrice, questa volta, mette da parte i toni favolistici e leggeri del suo primo film e affronta con coraggio un lato spesso dimenticato degli anni di piombo: la vita delle famiglie delle vittime. E’ già da un po’ di anni che si cerca di restituire dignità a queste testimonianze e il successo delle opere di Benedetta Tobagi e di Mario Calabresi (che ha sempre rifiutato di concedere i diritti del suo libro Spingendo la notte più in là) dimostra come il pubblico italiano voglia ascoltare queste storie.

La scoperta dell’alba, dunque, ispirandosi molto vagamente all’omonimo romanzo di Walter Veltroni, racconta la vita di due sorelle, Caterina e Barbara, figlie di un famoso professore universitario scomparso nei primi anni ottanta, presumibilmente ucciso dalle Brigate Rosse. La sorella maggiore, svuotando la casa al mare, scopre un vecchio telefono capace, misteriosamente, di metterla in contatto con il passato. La donna allora deciderà di provare di tutto per salvare il padre, ma dovrà confrontarsi con le verità di quella vicenda.

Mettendo da parte la divertente trovata fantascientifica, già usata nel mediocre Frequency di Gregory Hoblit, il film ha l’onestà di raccontare la vita delle due protagoniste, due donne tristi che ancora oggi soffrono l’assenza del proprio padre, e di mostrare i loro caparbi tentativi di chiudere definitivamente questo duro capitolo della loro vita. La regista, che interpreta anche Barbara, la sorella minore, è palesemente coinvolta nel dolore delle sue “eroine” e trasmette al pubblico, con efficacia, tutte le emozioni che provano, soprattutto nella scena sulla spiaggia, il loro senso di liberazione e la speranza nel futuro.

La Nicchiarelli, oltre al legame emotivo con la propria storia, dimostra di essere un’ottima regista anche per la capacità di usare la macchina da presa (eccellente la prima scena dell’attentato) e, a differenza di molti suoi colleghi italiani, per l’intelligenza con la quale inserisce due perle degli anni ‘80 come 99 Luftballons di Nena e Video Killed the radio star dei Buggles.

Anche la direzione degli attori è degna di nota. Nel cast, composto anche da ottimi caratteristi come Lina Sastri e Renato Carpentieri, tutte le attenzioni saranno rivolte a Margherita Buy. L’attrice, infatti, è alle prese con il solito ruolo della donna di mezza età in crisi, un personaggio che interpreta, convincendo, ormai a occhi chiusi. L’interpretazione più sorprendente però è quella di Sergio Rubini, che trasforma il suo piccolo ruolo di contorno in qualcosa di molto più profondo e sfaccettato, specie nei dialoghi con l’agente immobiliare.

Detto ciò, non si possono ignorare anche i diversi limiti della pellicola, legati soprattutto a sviluppi narrativi notevolmente deboli, ma alla luce del risultato finale sono poca cosa di fronte alla soddisfazione di gustarsi, finalmente, un film italiano interessante, diretto da una giovane regista piena di talento.

Luca Marchetti

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E' Luca Marchetti il critico cinematografico del Foglietto

di Rocco Tritto

Dopo la critica letteraria, con la rubrica “Freschi di stampa”, Il Foglietto, da questa settimana, offre ai propri lettori una nuova rubrica titolata “Il film della settimana”, affidata a Luca Marchetti, giovane critico cinematografico emergente.

Nato a Roma 24 anni fa, Marchetti è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma.

Ha iniziato a scrivere di cinema nel 2008 per il sito Badtaste.it.

Nel 2009 era presente nell’Ufficio stampa dell’organizzazione dei Mondiali di nuoto di Roma.

Nel 2010 ha vinto il premio per il miglior soggetto cinematografico nella prima edizione del Premio Internazionale Mattador e ha seguito uno stage presso l’ufficio Accrediti della Fondazione del Cinema di Roma.

Attualmente collabora con il sito Doppioschermo.it e per la rivista di critica online Sentieri Selvaggi.

A Luca, il benvenuto da tutta la redazione del Foglietto.

"The Master": il film visto per Il Foglietto da Luca Marchetti

The Master, di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern; durata: 144’; distribuito nelle sale dal 3 gennaio 2013 da Lucky Red.

Recenasione di Luca Marchetti

Scrivere di una pellicola come The Master è un lavoro difficilissimo. Il sesto film del già venerato maestro Paul Thomas Anderson (sono suoi i meravigliosi Boogie Nights e Magnolia) è impossibile da etichettare in una qualsiasi categoria, sia anche in quella molto vaga di lungometraggio di finzione.

Prendendo spunto dalla storia della nascita della famigerata Chiesa di Scientology e dal suo fondatore L. Ron Hubbard, Anderson vuole, in qualche modo, dare un nuovo slancio alla propria carriera e alla propria poetica ed arriva a rompere tutti i vincoli del suo cinema passato, fino ad addentrarsi in nuove, rischiose ed affascinanti strade.

Il regista americano, infatti, è famoso, non solo per essere uno sceneggiatore che scrive tanto, ma anche per la grande capacità di muoversi tra geniali movimenti di macchina. In quest’opera, invece, tutti i suoi “marchi di fabbrica” vengono meno, di fronte al desiderio di realizzare un film assolutamente diverso.

La pellicola, dunque, regala sia una sceneggiatura essenziale, che mai si perde in furbizie narrative od orpelli dialettici, sia una regia ferma e curata in modo maniacale, così da renderla perfetta fin in ogni suo piccolo particolare. Sembra quasi che Anderson, insieme a tutti suoi collaboratori, voglia creare un’America visivamente e narrativamente fredda e irreale nella sua perfezione, dove, accompagnati dalle stranianti musiche di Jonny Greenwood, agiscono solo i suoi due eroi maledetti.

La storia e la visione dell’autore si muovono, dunque, attraverso le azioni disordinate di due perdenti come l’ex soldato Freddie Quell e il guru Lancaster Dodd. L’inadeguatezza nei confronti di una società che, rinnegata la parentesi rooseveltiana, sta per macchiarsi delle vergogne del maccartismo e delle paranoie della guerra fredda, è ovviamente più palese nel reduce interpretato da Joaquin Phoenix. Violento, alcolista ed affetto da turbe mentali, Freddie è un uomo perduto, in continua ricerca di un luogo in cui stare. La sua incapacità di guarire, anche dentro l’abbraccio salvifico del suo maestro Dodd, è resa in maniera impressionante dalla bravura del suo interprete, giustamente paragonato a Brando e al De Niro dei primi film di Martin Scorsese.

Phoenix, attraverso la postura ingobbita, le espressioni  distorte e un accento agghiacciante, regala al proprio personaggio tutta la propria frustrazione e malessere auto-distruttivo.

La sua “infelicità” però è accompagnata da quella dell’altro sconfitto, il Lancaster Dodd interpretato altrettanto bene da Philip Seymour Hoffman, attore feticcio di Anderson.

Anche lui, nonostante il carisma messianico e la maschera dell’uomo illuminato, soffre con insofferenza per colpa della macchina di bugie che sta portando avanti, diviso tra la paura di venire spogliato del suo status sacrale e la consapevolezza di essere egli stesso il burattino inerme di sua moglie, il vero maestro della sua chiesa.

La loro comune sofferenza e il loro legame indissolubile (giustamente, per tutta la storia, mai intaccato da alcuna ambiguità omoerotica) esplode proprio nell’ultima scena insieme, dove, con una scelta narrativa surreale, vengono messi entrambi di fronte al proprio destino.

The Master, in conclusione, è un’opera importante, impossibile da ignorare per chi ama il cinema, ma alla quale, è giusto saperlo prima, bisogna approcciarsi con la consapevolezza di venire travolti dal genio del suo regista e dei suoi due protagonisti.

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