23. 08. 2019 Ultimo Aggiornamento 11. 08. 2019

“Mr.Holmes – Il mistero del caso irrisolto”: il film visto in anteprima dal Foglietto

“Mr.Holmes – Il mistero del caso irrisolto”, di Bill Condon con Ian McKellen, Laura Linney, Hattie Morahan, Patrick Kennedy, Hiroyuki Sanada, Roger Allam, Milo Parker, Philip Davis, Nicholas Rowe, Frances de la Tour, Madeleine Worrall, Sarah Crowden, durata 104’, nelle sale dal 19 novembre 2015, distribuito da Videa.

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“Annie – La felicità è contagiosa”: il film visto in anteprima dal Foglietto

alt“Annie – La felicità è contagiosa”, di Will Gluck, con Quvenzhané Wallis, Jamie Foxx, Rose Byrne, Cameron Diaz, Bobby Cannavale, Adewale Akinnuoye-Agbaje, David Zayas, durata 88’, distribuito dal 1° luglio da Warner Bros. Italia.

Recensione di Luca Marchetti*

Hollywood sa essere, spesso, una macchina ottusa, mossa da meccanismi pedanti e bisogni infantili. Tra l’assurda sete di franchise (cercare sempre la pellicola che ti garantisce almeno cinque sequel) e la difficoltà di trovare e finanziare progetti totalmente originali, s’inserisce anche il triste fenomeno del “remake” ossessivo.

Pensando di dover “rileggere”, con un’ottica contemporanea, ogni pellicola che abbia avuto successo negli ultimi venti anni, le majors si sono prodotte nella realizzazione di rifacimenti, nel migliore dei casi, inutili.

Annie, di Will Gluck, è il frutto ideale di questa deriva. Pellicola nata sfortunata, anche perché vittima innocente di un attacco hacker, che l’ha mandata in rete mesi prima della sua uscita in sala, il musical del bravo regista di Easy Girl è un’opera sbagliata.

Nonostante il coinvolgimento in fase di sceneggiatura dell’autrice/attrice inglese Emma Thompson, artista capace di adattare per il cinema, con classe e sensibilità, opere anche molto complesse, il film paga evidentemente la sua nascita innaturale, da prodotto in serie costruito a tavolino.

Anche l’originale, diretto dal grande John Huston per manifesti motivi economici, era un prodotto strettamente commerciale, concentrato solo al grande incasso. Per la bravura del regista di Chinatown o per il livello più efficiente e serio del cinema commerciale dell’epoca, la favola dal sapore dickensiano dell’orfanella Annie e del suo burbero patrigno Oliver Warbucks (intrepretato da Albert Finney) aveva un suo fascino.

Questa trasposizione, invece, procede per tutta la sua durata con le difficoltà di un film meccanico e scontato, dove ogni cosa deve svolgersi irrimediabilmente in un modo.

Altro enorme limite del film è l’uso miope della protagonista Quvenzhane Wallis. Esplosa con il successo del southern indie drama Re della terra selvaggia, qui la giovanissima attrice diventa il motore inceppato di un film sgonfio, dove il suo caratterino costruito non fa altro che irritare.

Anche lo stuolo di grandi attori nel cast di contorno vive la contraddizione di questa commedia rigida. Soprattutto Cameron Diaz e Jamie Foxx, interpreti capaci di ben altre performance e di grande fantasia scenica, sono in questa occasione relegati in parti asfittiche, buone solo per dare spazio a una giovane protagonista, forse ancora non pronta al grande passo nel cinema mainstream.

Il vero dispiacere, però, è quello di vedere un regista solare e divertente come Will Gluck (ricordiamo anche il suo scanzonato Amici di letto, con Justin Timberlake e Mila Kunis) vittima di un prodotto “finto”, ennesimo fallimento, da produttore, di un Will Smith, che sembra aver perduto la sua capacità di intercettare i gusti del grande pubblico.

luca marchetti ridcritico cinematografico*

“Teneramente folle”, di Maya Forbes: il film della settimana visto dal Foglietto

teneramete folle"Teneramente folle", di Maya Forbes, con Mark Ruffalo, Zoe Saldana, Keir Dullea, Wallace Wolodarsky, durata 88’, nelle sale dal 18 giugno 2015, distribuito da Good Films

Recensione di Luca Marchetti*

Molti autori pensano che la propria autobiografia e il proprio vissuto siano materiali narrativi incandescenti, trame cinematografiche imperdibili.

Spesso queste prove di superbia generano pellicole referenziali e noiose, omaggi tronfi di se stessi (esempi di questo genere se ne trovano a decine nel Cinema italiano autoriale degli ultimi venti anni).

Altre volte, anche grazie all’intelligenza di chi scrive e dirige, ci ritroviamo di fronte a piccole opere esplosive, piene di sincerità e candore.

Teneramente folle di Maya Forbes è uno di questi lavori. Presentato con successo all’ultimo Festival di Torino, il film della Forbes si concentra sull’infanzia straordinaria della regista e della sua sorellina, cresciute in una famiglia molto particolare.

Figlie di una coppia mista, nella Boston della fine degli anni 70, le due ragazzine, più che il razzismo o una situazione economica non esaltante, dovranno quotidianamente “lottare” con il loro stravagante e esuberante padre bipolare.

Con una mamma partita, suo malgrado, in cerca di un lavoro decente, Amelia e Faith (i nomi dei protagonisti sono stati cambiati rispetto la realtà), devono crescere all’interno del mondo folle del loro incostante genitore, figura affascinante quanto sfiancante.

A differenza di molte pellicole incentrate sulla malattia mentale, Teneramente Folle ha l’ulteriore pregio di infondere la sua storia di una dolce poesia, capace di raccontare anche i momenti più duri con tenerezza e grazia.

Dotata di un talento narrativo particolare (unito anche al rispetto con il quale parla di una pagina fondamentale della propria vita), Maya Forbes realizza un piccolo film dal grande cuore, dove la scena madre esplosiva o il bieco ricatto emotivo sono sempre evitati.

Meriti della riuscita della pellicola sono da attribuire all’ottimo cast. Oltre alle due splendide giovani attrici protagoniste, Imogene Wolodarsky e Ashley Aufderheide, e alla sempre ottima Zoe Saldana (interprete capace di alternare con classe blockbuster opulenti a piccoli gioielli indipendenti), la parte del leone è fatta da un inarrestabile Mark Ruffalo.

Attore magnifico con un talento unico, Ruffalo piega la sua mitezza fisica e il suo fascino leggermente naif per ogni prova recitativa, infondendo ai propri personaggi una leggerezza talmente unica da essere irresistibile. Il suo Cam Stuart, con i suoi vestiti colorati e i suoi radicali sbalzi d’umore, si rivela personaggio avvolgente, il papà perfetto per due bambine eccezionali.

luca marchetti rid*critico cinematografico

“Diamante Nero”, di Celine Sciamma: il film visto in anteprima dal Foglietto

alt“Diamante Nero”, di Celine Sciamma, con Karidja Touré, Assa Sylla, Lindsay Karamoh, Marietou Touré, Idrissa Diabate, Simina Soumare, durata 113’, nelle sale dal 18 giugno 2015, distribuito da Teodora Film.

Recensione di Luca Marchetti*

Con l’assurdo titolo italiano (velato riferimento alla canzone Diamonds della popstar Rihanna, colonna sonora di uno dei momenti più travolgenti del film) esce nelle sale, grazie alla meritoria opera della Teodora Film, Diamante Nero (Bande de Filles) di Celine Sciamma.

Reduce dal passaggio trionfale alla Quinzaine des Réalisateurs del festival di Cannes 2014, il film della Sciamma racconta ancora una volta, dopo Tomboy, una storia al margine d’infanzie e adolescenze vissute ai limiti, in territori apparentemente nuovi nella sua carriera.

Dando forse una veste da denuncia sociale di banlieue-movie, la regista cattura con la propria cinepresa gli attimi e gli sguardi di borgate purulente e luoghi allucinanti, che avrebbero sicuramente entusiasmato il Kassovitz de L’odio e il Jean-Francois Richet delle prime opere.

La Sciamma non rinnega nulla della propria sensibilità e realizza un’opera che vibra costantemente di forza ed eccitazione, le stesse emozioni violente che guidano la vita delle sue protagoniste.

Attraverso i volti perfetti delle sue ragazze, con lo sguardo della splendida Marieme (l’esordiente, meravigliosa Karidja Touré) che ci attraversa e ci cattura per non lasciarci mai, Diamante nero ci trascina nel doppio universo oscuro  delle periferie degradate e delle adolescenze insostenibili, vissute come lotte perpetue.

Marianne e le sue amiche devono, infatti, combattere a mani nude senza sosta, contro le istituzioni che le ignorano, contro i maschi che le usano e le deridono, contro le “altre” sempre pronte a mettere in discussione il loro coraggio.

Già dal momento in cui mette piede fuori di casa, Marianne sceglie di andare alla guerra di un mondo che non regala niente. Per questo, ogni minuto strappato alla miseria, ogni vestito rubato, ogni borghese impaurito e ogni bacio rubato alle spalle di fratelli-padroni, deve essere celebrato come la vittoria più grande, come la conquista più clamorosa.

La rabbia gioiosa e le risate selvagge della “banda di ragazze” sono, infatti, il motore empatico e narrativo del film della Sciamma che, ben lontana dai ritratti spietati di un Garrone, confeziona un’opera piena fino all’orlo di Vita. Dalla partita di football americano fino alle lacrime fragilissime di Marieme, Diamante Nero non perde occasione per dimostrare il proprio coraggio soprattutto nei momenti più difficili.

Vicino per spirito al Bling Ring di Sofia Coppola ma mosso da sentimenti più proletari, Bande de Filles è un’opera che segue il suo percorso di radicalizzazione con una coerenza disarmante. Non è risparmiato niente all’eroina ma non si arriva mai, nemmeno per un secondo, a mettere in dubbio l’immenso affetto che la narratrice ha nei suoi confronti.

In un Cinema sempre più nelle mani di autori impegnati con macchine di disperazione per i propri personaggi, la scelta d’amore della Sciamma non può non conquistarci, pur nella sua terribile, brutale, verità.

luca marchetti rid*critico cinematografico

 

 

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