23. 11. 2017 Ultimo Aggiornamento 23. 11. 2017

Undernet, quel milione di chilometri di cavi nel fondo degli oceani. Tra squali veri e squali umani

Categoria: Temi di discussione

Nel fondo degli oceani si tesse la ragnatela più imponente e meno osservata della storia, e probabilmente anche la più strategica della nostra contemporaneità: i cavi sottomarini lungo i quali viaggiano giganteschi flussi di terabyte di informazioni al secondo.

Secondo le rilevazioni fatte dagli esperti, all’inizio di quest’anno si contavano 428 cavi in servizio in tutto il mondo, che si stima sviluppino 1,1 milioni di chilometri. Alcuni cavi sono lunghi poche centinaia di chilometri, altri, come l’Asia America gate che unisce i due continenti, arriva a superare i 20 mila. Se guardassimo il mondo tramite la lente dei suoi cavi apparirebbe un garbuglio inestricabile.

Se volete farvi un’idea più precisa, il modo migliore è visitare questo sito che propone un aggiornamento costante del mondo dei cavi sottomarini e un censimento accurato della loro titolarità. Di sicuro c’è che la nostra rete Undernet, chiamiamola così, somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima grande globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria.

Come ogni grande storia, anche quella dei cavi sottomarini è lunga e complicata, ma un paper di qualche tempo fa della Bce consente di raccontala in poche righe. Era il 1842 quando Samuel Morse, il papà che intitola il codice usato nelle telecomunicazioni, interrò il suo primo cavo nel porto di New York per mostrare la possibilità di trasmettere segnali telegrafici a distanza. Il cavo era ricoperto di canapa e gomma e, incredibilmente, funzionò. Otto anni dopo, nel 1850, si iniziò a posare il primo cavo ricoperto di guttaperca, che doveva connettere il Regno Unito con il continente europeo. Ma servirono altri 16 anni per avere il primo cavo transatlantico che collegava Londra con New York. Da lì la ragnatela di Undernet iniziò a dipanarsi. Nel frattempo, la tecnologia della trasmissione dati si evolveva. Nel 1890, si imparò a trasmettere ad alte frequenze e, agli albori del XX secolo, si riuscì anche a stabilire una connessione telefonica soddisfacente, anche se primitiva.

La prima grande globalizzazione, che dalle ferrovie iniziava a spostarsi sui cavi sottomarini, fu bruscamente interrotta dalle due guerre. Nel primo dopoguerra, la depressione degli anni ’30 e il crescente senso di isolamento fra gli stati impedì la commercializzazione di tecnologie ormai disponibili a prezzo sostenibile. Sicché, solo nel 1955 fu posato il primo cavo sottomarino moderno, il TAT-1 (transatlantic 1), costruito con materiali moderni: il polietilene invece della guttaperca, coassiale e capace di ripetere il segnale. TAT-1 connesse le propaggini del Regno Unito con quelle del Nord America. All’impresa parteciparono la At&T, la Canadian overseas telecommunications corporation e l’UK general Post office. Fu inaugurato a settembre del 1956 e consentiva di gestire simultaneamente 35 telefonate. Iniziò l’epoca d’oro delle grandi compagnie telefoniche.

Nel 1960, si iniziarono a posare cavi coassiali di maggiore portata e affidabilità e questo processo durò fino agli albori del 1980, quando la tecnologia coassiale fu sostituita da quella della fibra ottica, assai più veloce e potente. Il primo cavo in fibra, il TAT-8, entrò in servizio nel 1988, finanziato da un consorzio con dentro AT&T, France Telecom (l’attuale Orange) e British Telecom. Il cavo collegava Regno Unito, Francia e Usa. Come si vede, gli alfieri di questa rivoluzione furono le compagnie telefoniche, più o meno pubbliche a quel tempo. Tat-T 8 consentiva di gestire simultaneamente 40 mila telefonate.

Il problema era che questi cavi attiravano gli squali. Non i finanzieri, quelli arrivarono dopo. Proprio i predatori dell’oceano, che erano attratti dalla corrente elettrica che correva nei cavi, e tendevano a distruggerli. Ciò originò un’altra generazione di cavi. Il PTAT-1 fu schermato per evitare di attrarre gli squali. E così arrivarono gli altri squali. I cacciatori di tesori.

PTAT-1, infatti, fu il primo cavo ottico interamente finanziato dai privati. Nella fattispecie, una compagnia americana, la TelOptik, e da una inglese, la Clabe&Wireless plc, le quali si proposero niente meno che di generare traffico telefonico in concorrenza con i vecchi padroni della nuova ferrovia, ossia AT&T e British Telecom. Fu l’inizio dello sviluppo furioso di Undernet. Fiutando l’affare, nugoli di squali in forma umana si avventarono sui fondali per piazzarvi i loro cavi. In gran parte finanziati da compagnie di telecomunicazione.

Questo boom si verificò fra il 1989 e il 2002. E, tuttavia, questi collegamenti non erano pensati per facilitare il trading elettronico o per veicolare flussi di contenuti multimediali. Servivano a telefonare, mandare fax e, più tardi, le e-mail.

L’anno di svolta fu il 2010. Un’altra società, la Spread Networks, svelò di essere proprietaria di un cavo terrestre lungo 827 miglia che correva nelle viscere delle montagne e sotto il fiume di Chicago (a Chicago ha sede il mercantile exchange, dove si smerciano derivati) fino ad arrivare nel New Jersey. Questo cavo riduceva la latenza da 17 a 13 millisecondi. A differenza degli squali che nuotano nelle profondità dell’oceano, attratti dalla corrente elettrica, gli squali finanziari sono attratti dalla corrente del denaro. E quando si seppe che la Spread network, col suo cavo lungo 827 miglia, aveva ridotto la latenza da 17 a 13 millisecondi, l’attrazione divenne irresistibile.  

Il cavo della Spread Network, peraltro, era stato posato espressamente per il trading. E’ così che si arriva all’investimento da 300 milioni realizzato dalla Hibernia per abbassare ancor di più la latenza di altri sei millisecondi. E spiega bene perché nello spazio di pochi anni torme di squali vogliosi di arrivare prima abbiano realizzato il capolavoro di un crescente utilizzo del trading automatico, che alla velocità di trasmissione assomma quella di esecuzione. Ciò non vuol dire che non si fosse pronti a questa rivoluzione. Già dal 2006, il 99% del traffico internazionale di comunicazione si svolgeva su cavi sottomarini, e solo il residuo 1% via satellite. Tuttora, la fibra ottica è il principale veicolo di comunicazione per la trasmissione di dati internet e nel trading elettronico e, in particolare, nel mercato dei cambi.

Questa immagine tratta da un articolo del Sole 24 Ore descrive bene come siano fatti questi cavi.

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Gli squali più grossi si fecero avanti già fra il 2001 e il 2006, quando grandi dealer lanciarono i loro sistemi proprietari di bank trading system. Fra questi colossi si annoverano Barclays’BARX, Deutsche Bank’s Autobahn and Citigroup’s Velocity. Ciò convinse anche EBS e Thomson Reuters, a partire dal 2005, ad aprire i propri sistemi di brokeraggio non più soltanto ai dealer, ma anche agli hedge fund e agli altri trader. Sicché, anche le loro piattaforme evolsero in modo tale da adattarsi alle esigenze delle compagnie di High frequency trading che, incoraggiate dall’accelerazione di Undernet, fiorivano come funghi lungo l’ultimo lustro del primo decennio del XXI secolo e ancor di più dal lustro successivo.

Ma non ci sono solo le compagnie telefoniche e i privati legati alla finanza a popolare Undernet. Oggi nuovi player che sono entrati nel grande gioco sono le compagnie Internet. Come abbiamo visto in uno dei primi numeri di Crusoe, le grandi compagnie come Google, Amazon, Facebook e Microsoft sono diventate attivissime nella posa di cavi sottomarini, a volte persino alleandosi, visto che operazioni del genere sono costosissime.

Questi soggetti, scrivono gli esperti, sono i maggiori investitori nella posa di nuovi cavi. Addirittura, “la quantità di capacità realizzata dagli operatori di reti private – sottolineano – come questi fornitori di contenuti ha superato quella degli operatori della dorsale Internet negli ultimi anni. Di fronte alla prospettiva di una crescita continua della larghezza di banda, il possesso di nuovi cavi sottomarini diventa una scelta sensata per queste aziende”. Ovviamente: la fame insaziabile di dati che sta sconvolgendo le economie di tutto il mondo rende conveniente a chi questi dati gestisce di essere proprietario dell’infrastruttura. Il vecchio modello di business fondato sulla separazione fra carrier e content trova la sua sintesi nel quasi monopolio dei grandi giganti della rete.

La ragnatela di Undernet, già fitta, è destinata a infittirsi ancora di più in futuro.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

L’articolo è stato pubblicato anche sul n. 17 di Crusoe, newsletter in abbonamento prodotta da Slow News.

 


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