23. 10. 2017 Ultimo Aggiornamento 20. 10. 2017

La ricostruzione dopo il terremoto

Categoria: L'angolo di Boschi

Il mattino del 3 novembre 2016, il giornalista Giovanni Minoli mi chiese, per una trasmissione in onda su Radio 24 del Sole 24 Ore, se, a mio parere, i paesi distrutti potevano essere ricostruiti esattamente com'erano prima del terremoto di Amatrice del 24 agosto e negli stessi luoghi. Dissi subito di no perché le caratteristiche meccaniche del suolo in quei luoghi avevano avuto un ruolo determinante nella devastazione. Gli edifici, per essere veramente sicuri, devono affondare le loro fondamenta su suoli stabili.

Escludendo le costruzioni di valore artistico, nella maggior parte dei casi, la cosa migliore è demolire e ricostruire con tecniche antisismiche nelle zone adatte.

Troppe volte abbiamo visto crollare edifici che erano stati oggetto di costosi "adeguamenti o miglioramenti sismici", qualunque cosa significhino queste due locuzioni. Voler ricostruire tutto come prima e dove prima, implica, inoltre, costi proibitivi e tempi che possono dilatarsi per decenni.

Minoli chiese l'opinione anche dell'architetto Fuksas, che definì falso quanto da me detto e che tutto poteva anzi doveva essere ricostruito esattamente come prima.

Successivamente, il 6 novembre 2016, Minoli pose la stessa domanda all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, che confermò il punto di vista di Fuksas. Forse si può giustificare la dichiarazione dell’allora Capo del Governo, che voleva infondere fiducia a tanta gente disperata. Preoccupante invece l'affermazione di chi, per definizione, dovrebbe essere esperto di costruzioni.

Fortunatamente, molti hanno le idee più chiare, come si evince da un lungo articolo pubblicato sul settimanale Panorama del 14 settembre scorso.

Prestigiosi architetti e urbanisti affermano nettamente che è impossibile ricostruite dov'era e com'era: l'unica soluzione è far rinascere luoghi, abitazioni, nuovi progetti altrove, partendo da zero.

Panorama ripropone integralmente anche un famoso articolo scritto da Leonardo Sciascia per Il Mattino di Napoli il 5 dicembre del 1980, pochi giorni dopo il terribile terremoto dell'Irpinia. L'articolo si conclude con: "I Paesi vanno ricostruiti, ma non come presepi. I presepi esistevano quando si andava dal fornaio con un chilo di grano e se ne aveva in cambio un chilo di pane. Oggi un chilo di grano vale 150 lire e un chilo di pane 1000. È un piccolo enorme fatto da tener presente quando si parla di paesi-presepi, terra, agricoltura, mondo contadino e cultura contadina".

Il governo ha, comunque, lanciato una grande iniziativa denominata "Casa Italia".

Si tratta di una struttura di missione presso la presidenza del Consiglio dei Ministri, che si occupa della messa in sicurezza del patrimonio edilizio e dei territori italiani.

Subito dopo il sisma dell’agosto 2016, il presidente del Consiglio chiese all’architetto Renzo Piano di concepire un programma di lungo periodo per la messa in sicurezza del Paese. E’ stata allora istituita una Struttura di Missione, formata da esperti e guidata dal professor Giovanni Azzone, già rettore del Politecnico di Milano, i cui componenti sono Massimo Alvisi, Michela Arnaboldi, Alessandro Balducci, Marco Cammelli, Guido Corso, Francesco Curci, Daniela De Leo, Carlo Doglioni, Andrea Flori, Manuela Grecchi, Massimo Livi Bacci, Alessandra Menafoglio, Maurizio Milan, Fabio Pammolli, Pietro Petraroia, Davide Rampello e Piercesare Secchi.

Al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è stato consegnato un rapporto in cui vengono individuate alcune grandi linee di azione: l’integrazione dei dati sul rischio naturale con la costruzione di un database analitico per Comune presso l'Istat; la sperimentazione di dieci cantieri progettuali distribuiti in Italia, con l’obiettivo di dimostrare la possibilità di intervenire mettendo in sicurezza gli edifici, senza allontanare le famiglie dalle proprie case, se non per breve tempo (nella prima fase, Catania, Feltre, Foligno, Gorizia, Isernia, Piedimonte Matese, Potenza, Reggio Calabria, Sora e Sulmona); il lancio di un programma di diagnostica speditiva per le aree e gli edifici a maggiore rischio.

Sarebbero già pronti 25 milioni di euro per dieci cantieri da avviare in tutta Italia: in ogni Comune sarà trovato un edificio dove fare i lavori.

Particolarmente soddisfatti il sindaco e l'assessore alla Protezione civile di Feltre, che ha dichiarato: «Sono pronto con i miei assessorati a lavorare fin da subito, mettendoci tutto l'impegno del caso da tradurre in atti concreti». Che il Feltrino sia a rischio terremoto, secondo quanto riportato dal Corriere delle Alpi il 9 aprile 2017, lo aveva dichiarato un mese prima, nel corso di una conferenza, il geologo Carlo Doglioni: «A Feltre pericolosità e rischio, data la topografia e la densità della popolazione, sono fattori che coincidono».

È impossibile valutare quanto e quando "Casa Italia" possa ridurre il rischio sismico nazionale. Le esperienze vissute dal terremoto del Friuli ad oggi mostrano un drammatico incremento della fragilità e nell'esposizione delle nostre strutture e, forse, sarebbero necessari interventi più drastici e immediati. Per esempio, le scuole in zona sismica, se non si è più che sicuri della loro tenuta o se sono state anche solo parzialmente danneggiate da qualche terremoto, vanno demolite e ricostruite con tutti i possibili criteri di sicurezza nel luogo più adatto. Lo stesso dicasi per gli ospedali dai quali, evidentemente, non si può scappare anzi devono essere, per definizione, luoghi ove rifugiarsi. In altre parole, agire prima possibile, postulando che ci sia già stato un terremoto e che abbia abbattuto edifici pericolosi da abbandonare senza aspettare che il sisma si verifichi realmente.

Partendo dalla situazione delle zone colpite nel 2016 e dei loro abitanti, si potrebbe trarre l'ispirazione per definire una volta per tutte i modi per affrontare il post-sisma. Un terremoto sconvolge la vita delle persone e non è accettabile che si improvvisi ogni volta, magari facendo, senz'altro in buona fede, promesse eccessive e confuse, impossibili da mantenere.

Questo modo di affrontare i problemi obbligherebbe a intraprendere una prevenzione ben indirizzata. Dopo i terremoti dell'Umbria-Marche del 1997-98 e di L'Aquila del 2009, era ragionevole aspettarsi una serie di scosse nell'Appennino Centrale. Accanto al raffinato "Piano Casa", si potrebbe sviluppare un piano per la demolizione immediata degli edifici pubblici pericolosi. Un piano rozzo ma in grado di salvare vite umane nel breve termine.

Possiamo dire con certezza che, dal 1600 ad oggi, in Italia si sono verificati 200 terremoti di magnitudo pari o superiore a 5.5. In media, uno ogni due anni.

La magnitudo 5.5 è quella a cui cominciano a verificarsi danni importanti.

Di questi 200 terremoti, 69 sono di magnitudo pari o superiore a 6.0: una scossa 6.0 mediamente ogni sei anni; 30 hanno magnitudo 6.5 o superiore e si verificano ogni 14 anni. Dal 1600 ad oggi, ogni 50 anni circa, abbiamo avuto 8 terremoti con magnitudo 7.0 e oltre. Sembra che non sia mai stata superata la magnitudo 7.3.

I terremoti non hanno frequenza costante, anzi tendono a raggrupparsi nello spazio e nel tempo ma è del tutto evidente che bisogna far presto se veramente vogliamo difenderci da essi e non limitarci a fare della semplice propaganda, che in prospettiva può anche risultare dannosa.

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


I cookie ci aiutano a fornirti i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti le nostre modalità d'uso dei cookie. Per saperne di più