19. 08. 2018 Ultimo Aggiornamento 23. 07. 2018

La Relazione di Roberto Tomei al Convegno di Palermo “L’Università e la Ricerca oggi”

Categoria: Lavoro

Come anticipato sul numero della scorsa settimana, domani a Palermo nella Sala De Seta dei Cantieri culturali alla Zisa, si terrà il Convegno “L’Università e la Ricerca oggi”.

Tra i vari interventi in programma, anche quello del nostro editorialista Roberto Tomei che, non potendo essere presente all’evento, ha inviato agli organizzatori una relazione che verrà letta nel corso dei lavori e che noi della redazione del Foglietto abbiamo deciso di pubblicare in anteprima.

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Relazione al Convegno “L’Università e la Ricerca oggi” – Palermo, 15 giugno 2018

di Roberto Tomei

In terra di Sicilia, dove ci troviamo, ci sembra opportuno, anzi quasi doveroso, iniziare con una citazione de Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, là dove fa dire a Tancredi, davanti a uno scettico principe di Salina, quella famosissima frase, poi variamente riportata, che suona esattamente così: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Tancredi aveva esattamente intuito che per conservare lo status raggiunto dalla sua famiglia occorreva rinnegare la dinastia dei Borboni e schierarsi con Garibaldi. Quello stesso Garibaldi dal quale, con identico cinismo, prenderà poi le distanze, allorché, passata la rivoluzione, non si farà scrupolo di sottolineare che lui e il suo amico Cavriaghi, un tempo ardenti garibaldini, erano ormai ufficiali del nuovo esercito regio, quello dei Savoia.

Da qui, da questo repentino cambio di atteggiamento al variare delle circostanze, sarebbe poi venuto fuori il termine “gattopardismo", che altro non è che il trasformismo, un modo di comportarsi già in uso nel nostro paese e grazie al quale in certe epoche è stato addirittura possibile comporre delle alleanze di governo. Ma torniamo a noi.

Ebbene, se c’è un concetto, come un filo rosso, che spiega l’evoluzione e le trasformazioni del sistema di reclutamento nelle nostre Università, questo è il gattopardismo. In questa materia – è fin troppo facile constatarlo - dall’originaria sostanziale assenza di qualsivoglia regola si è passati, infatti, all’attuale regolamentazione puntuale e minuziosa di ogni aspetto della selezione. Una complicazione dopo l’altra, mentre la parola d’ordine nel resto dell’amministrazione era e continua a essere “semplificazione”.

All’inizio, ciò è avvenuto secondo ritmi molto lenti, che solo negli ultimi anni hanno conosciuto un’accelerazione sconvolgente, ma sempre col risultato di non portare a nessun cambiamento sostanziale, tutto essendo appunto rimasto com’era prima, ossia con lo strapotere delle commissioni di concorso, titolari di un potere (tecnico) discrezionale, progressivamente sempre più sottoposto al sindacato del giudice amministrativo, anche se nemmeno questo sembra bastare.

Sugli ampi spazi in cui si esercitava la discrezionalità, nessun giurista ci illumina meglio di Alessandro Manzoni, là dove, nella Storia della colonna infame, parlando dei giudici, così scrive: “Ciò che essi chiamavano arbitrio, era in somma la stessa cosa che, per iscansar quel vocabolo equivoco e di tristo suono, fu poi chiamata poter discrezionale: cosa pericolosa, ma inevitabile nell’applicazion delle leggi, e buone e cattive; e che i savi legislatori cercano, non di togliere, che sarebbe una chimera, ma di limitare ad alcune determinate e meno essenziali circostanze, e di restringere anche in quelle più che possono”.

Ma come andavano prima i concorsi?

Prima, e parliamo di un tempo assai lungo, in concreto fino all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, tutto si svolgeva intramoenia, in quanto le vicende delle selezioni, ignote al resto del mondo, erano destinate tutt’al più a entrare nella mitologia accademica, con concorsi che si protraevano anche per anni, perché destinati a chiudersi solo quando lo decidevano i “signori” della materia messa a concorso, insomma con tempi che ricordavano la formula di certe sentenze inglesi, che condannavano a restare in carcere o in manicomio “finché piacerà a sua Maestà”. Tutto avveniva senza contestazioni da parte di nessuno, con i potentati accademici che distribuivano le cattedre e decidevano i “turni”, ossia stabilivano, oltre a chi, anche “quando” era il momento di andare in cattedra. Erano i tempi, non poi così lontani, in cui, per intenderci, si osservava il principio, non scritto ma da tutti rispettato, secondo cui “non si va in cattedra con ricorso”. Di ricorsi, perciò, non c’era neanche l’ombra e tutto si svolgeva, come detto, negli interna corporis dell’accademia.

Per diventare professori, non era necessario all’epoca, nel senso che se ne poteva tranquillamente anche fare a meno, scrivere libri; bastavano anche pochi articoli, che i maiores della materia erano liberi di giudicare come si trattasse della Teoria della relatività di Einstein, e il gioco era fatto. Non sto dicendo che andava sempre così, ma che poteva andare così. Vigeva, infatti, allora la regola delle copie d’obbligo, non ricordo più se due o tre, una delle quali sicuramente da depositare in Prefettura; poi c’erano le copie da mettere nella domanda di concorso e, infine, ma non era obbligatorio farlo, c’erano le altre da consegnare ai componenti della commissione, un po’ per non farli scomodare a esaminarne una sola, quella appunto allegata alla domanda, un po’ come una cortesia verso i maestri. Non sono pochi, dunque, quelli che, a suo tempo, sono andati in cattedra senza aver prima scritto un vero e proprio libro, nel senso comune del termine.

Si narra, ma forse è solo una leggenda accademica, di una commissione che si è spinta fino al punto di promuovere un candidato non per quello che aveva scritto, ma “per quello che scriverà”. Provate a immaginare “gli effetti collaterali”: se si può andare in cattedra senza libro, perché affaticarsi a scriverne uno dopo aver raggiunto l’obiettivo!?! In certi casi, ci si muoveva secondo questa modalità operativa: per diventare associato si presentava un embrione, più o meno sviluppato, di libro, che poi si completava per conseguire l’ordinariato, naturalmente con un corredo, più o meno ampio, di articoli. In qualche caso, tuttavia, son bastati anche solo gli articoli per diventare associato. Ripeto: non andava sempre così, ma poteva anche andare così e io ne sono stato testimone.

Mentre sulla durata dei concorsi ha agito da spartiacque il varo della legge 241/90, ossia quella sul procedimento amministrativo, che ha imposto a tutti, non solo alle Università, tempi più ristretti per la loro definizione (ma ricordo ancora un concorso, bandito proprio nel 1990, che, per effetto di una serie di sostituzioni dei commissari, si protrasse fino al 1996), per porre fine al malcostume delle copie d’obbligo è stato necessario attendere l’alba del terzo millennio, allorché è stato emanato il Dpr n.117/2000, che – sembra una boutade - imponeva a chi voleva diventare professore di scrivere un libro, in quanto prescriveva che si dovevano allegare alla domanda di concorso “pubblicazioni diffuse nell’ambito della comunità scientifica”, cioè appunto libri. La discrezionalità di cui godevano le commissioni, invece, è rimasta intatta fino alla legge 240/2010 (riforma Gelmini), la prima di una serie di riforme che sembrano non finire mai, dalle mediane ai valori soglia, per citare i più noti, essendo stati apportati continui ritocchi alla disciplina dei concorsi. Siamo arrivati così ai giorni nostri.

Ora, come alcuni sapranno, per Il Foglietto della Ricerca, sono tra coloro che curano settimanalmente la rubrica dedicata all’Università, nella quale, tra l’altro, oltre al “bene che non fa notizia”, si dà conto anche dell’andamento dei concorsi, con particolare riguardo alla loro fase patologica, ossia quella che si svolge, in contestazione dei risultati, davanti al giudice amministrativo (Tar e Consiglio di Stato) e talora, nei casi più gravi, addirittura davanti a quello penale.

Ebbene, nell’ambito di un contenzioso crescente, come certificato anche dall’Anac, non sono poche le sentenze di accoglimento dei ricorsi avverso il mancato riconoscimento dell’abilitazione scientifica nazionale (Asn), sentenze con le quali si impone al Miur di far riesaminare i ricorrenti vincitori da altra commissione in diversa composizione, entro il limite temporale fissato dalle sentenze medesime. Sennonché, come segnalato ormai anche dalla grande stampa nazionale, la risposta di molti atenei alla contestazione crescente è stata quella di disattendere le sentenze dei giudici amministrativi, quasi che non fossero mai state emanate: non si bloccano i risultati dei concorsi censurati, non si rifanno le commissioni e non si riformulano i giudizi sui vincitori, nonostante le precise indicazioni dei giudici. Anche nel far orecchie da mercante, ancora una volta l’Università italiana è stata tristemente compatta: da Pescara a Catania, da Firenze a Roma, da Pisa all’Università della Calabria. Le strategie messe in atto variano da ateneo a ateneo, ma tutte mirano a ritardare o eludere gli effetti delle sentenze: le date delle nuove prove di concorso non vengono fissate; non si riescono a formare le commissioni, in seguito alla rinuncia dei nuovi commissari; si ripropongono punteggi e graduatorie dei concorsi annullati, talvolta con qualche misera concessione ai vincitori dei ricorsi, come l’offerta di un contratto.

C’è stato di recente un caso che ha sbalordito anche me: il ricorrente ha vinto il ricorso e il Miur non solo non ha eseguito la sentenza, nonostante diversi solleciti, ma non ha pagato neppure le spese del giudizio.

A sentire certe vicende, non si sa cosa pensare. Sembra quasi che il profluvio di norme che si è abbattuto su questa materia non abbia sortito altro effetto che quello, per usare un’espressione di Massimo Severo Giannini, di fornire nuovi manici a vecchie mannaie. Viene allora da chiedersi se, davanti a situazioni del genere, in cui il ricorrente è letteralmente costretto a inseguire il ministero, non sia il caso anche di intentare contro quest’ultimo una causa civile per risarcimento danni, oltre a segnalare i responsabili per una eventuale azione disciplinare e di responsabilità amministrativa, senza escludere neppure la presentazione di un esposto alla competente Procura della Repubblica per i reati che questa potrà ravvisare in tali deprecabili episodi, ai quali non dobbiamo abituarci. E’ il pettine che deve sciogliere i nodi. Ma, come diceva un altro grande siciliano, Leonardo Sciascia, “tutti i nodi vengono al pettine, quando c’è il pettine”.

Poiché, come si ripete spesso, prevenire è meglio che curare, di fronte a tanti comportamenti scorretti, spesso gli stessi, delle commissioni di concorso, mi piace ricordare di aver chiuso, non molto tempo fa, un articolo del Foglietto offrendomi, provocatoriamente ma non tanto, di preparare gratis per il Miur un piccolo codice commentato della materia, da distribuire ai commissari, così da attrezzarli a sbagliare di meno, se non altro a evitare certe vette di insolente sciatteria. Una soluzione alternativa potrebbe essere anche quella di organizzare, naturalmente è sempre il Miur che deve pensarci, brevi corsi di preparazione per il ruolo di commissario, che ormai sembra essere diventato un mestiere difficilissimo.

Che strade seguire per far andare meglio le cose?

Innanzitutto, cambiare l’attuale sistema di formazione delle commissioni, eliminando le votazioni degli inclusi negli elenchi degli aventi diritto a comporle da parte di tutti gli appartenenti al medesimo settore concorsuale. Per evitare il predominio delle cordate - scuole, se preferite - accademiche, non resta altro che ricorrere all’estrazione a sorte dei commissari, un sistema che, se non ho letto male l’Atto di indirizzo n.39 del Miur, sembra ricevere anche il consenso dell’Anac.

I concorsi non devono più rilasciare ai vincitori un’abilitazione a termine - la qual cosa è già di per sé abnorme, dato che non si verifica per le altre professioni, come medico, avvocato, architetto, ecc. - ma essere preordinati, come accadeva prima, a dare un posto di lavoro. Un esito, questo, che dovrebbe apparire scontato, tanto più se si pensa che fra il 2008 e il 2016 i professori universitari sono diminuiti da quasi 63.000 unità a meno di 49.000, risultato ottenuto lavorando sul turnover (ossia bloccando le assunzioni in presenza di un flusso cospicuo di pensionamenti) e che segna una riduzione assai più ampia di quella sperimentata in tutti gli altri comparti pubblici.

Da ultimo, ma non per importanza, si dovrebbe, a mio parere, ripristinare, nell’ambito delle prove concorsuali, la prova didattica, assurdamente abrogata, essendo appena il caso di ricordare che i vincitori di concorso vanno a fare, oltre che la ricerca, gli insegnanti e, dunque, devono essere capaci di saper fare i docenti.

Non credo di aver trovato la panacea di tutti i mali, ma solo di aver indicato soluzioni facilmente percorribili, naturalmente al netto delle resistenze dell’accademia, pur sempre un’entità dotata di una grande capacità di farsi ascoltare in tutte le sedi decisionali. Vorrei però sottolineare che, tra cervelli fuggitivi e concorsi contestati, al punto in cui siamo, più che un’opzione, il cambiamento è una necessità.

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