Categoria: Il Foglietto

I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi, Sellerio editore, pp. 394, euro 15.

Recensione di Adriana Spera

I cerchi nell’acqua è l’ultimo, il settimo, libro della serie di romanzi gialli scritti da Alessandro Robecchi e pubblicati dalla casa editrice Sellerio, che vede protagonisti l’autore di programmi televisivi trash, Carlo Monterossi, e i sovrintendenti di polizia: il mite Tarcisio Ghezzi e l’irruente Pasquale Carella.

Uscito proprio il giorno di inizio lockdown – eppure, primo nelle vendite per tutto il tempo dell’assurda chiusura delle librerie, preso d’assalto nella grande distribuzione, appena è stato possibile comprarlo - singolare coincidenza per un romanzo che ci interroga molto sulla nostra società e sulle diseguaglianze che essa produce, sulla sua inadeguatezza. Proprio gli interrogativi che ci siamo posti in questi mesi, in cui molti speravano che tutti saremmo usciti migliori.

Robecchi, di romanzo in romanzo, riesce a dare sempre di più nella scrittura e, forse mai come ne I cerchi nell’acqua, dimostra la sua grande abilità ad intrecciare più storie, che poi si ricompongono come le tessere di un mosaico.

Una matrioska di indagini che si svolge in un’atmosfera che ricorda molto i romanzi di Scerbanenco o le canzoni di Jannacci, che descrivevano la Milano borderline degli anni ’60, quella delle rapine sanguinose, dello sfruttamento della prostituzione, delle guerre fra gang di diversa provenienza regionale, delle bische e dei bar pieni di fumo. La Milano che, seppure in forme diverse, c’è anche oggi, al di là dell’apparenza di città di successo, dinamica e ricca. La vera città, quella delle diseguaglianze, dello sfruttamento, degli invisibili, tutt’altro che capitale morale, che Milano da bere, la Milano dei baretti equivoci e non quella dell’happy hour ai Navigli o nel Quadrilatero. Ma in tutte e due circolano droga a fiumi e schiave del sesso: una città che è la sommatoria di tante città estremamente diverse.

Insomma, un libro che si rivela più un’analisi sociologica della metropoli lombarda che un giallo, un noir sociale.

Il precedente libro I tempi nuovi si era chiuso con il Ghezzi che aveva chiesto al Monterossi di raccontare nel suo programma televisivo la storia dei ricatti sessuali subiti da una ragazzina da parte di un coetaneo, figlio di quella borghesia meneghina radical chic che si dichiara tanto di sinistra ma poi, nei fatti, si comporta come la peggior destra. Ma la proprietà della Tv non aveva dato il consenso a raccontare la scabrosa vicenda, e così, tra Ghezzi e Monterossi i rapporti si erano raffreddati.

Per ricucire, quest’ultimo organizza una delle sue cene luculliane e invita il sovrintendente con la moglie, la mitica signora Rosa. Purtroppo, la distanza che si è creata tra i due sembra incolmabile, tant’è che nel dopo cena il Ghezzi dice al Monterossi: «Che ne sa, lei, di quello che c’è là fuori, Monterossi? Parla di ingiustizie e di miserabili come se li avesse visti davvero. Ma non è così. Lei ne fa caricature, Monterossi, lei non sa davvero cosa c’è là fuori, cosa sono le vite in sospeso, le botte, le umiliazioni, la lotta incessante per la sopravvivenza. La roba, Monterossi, i soldi, il potere, il comando, e quelli che chinano la testa, che lavorano ai margini, che ambiscono alle briciole, e a volte per le briciole sono capaci di ammazzare…anche lei se si sente sporco, sappia che la sua è una sporcizia pulita».

E poi, Ghezzi comincia a raccontare una strana storia, o meglio, tante storie che portano ad un finale a sorpresa.

Monterossi, in questo libro, è solo l’ascoltatore di un racconto di cui non ha, non può avere, per estrazione sociale, tutte le chiavi di comprensione.

Si comincia con due indagini parallele condotte fuori dall’ufficialità: una dal Ghezzi e l’altra dal suo collega Carella, ognuno con i propri metodi. Uno metodico e pacato, il Ghezzi, l’altro irruente «cerca ogni balordo come se gli avesse scopato la fidanzata». Nessuno dei due ha fatto carriera, Ghezzi perché, come dice sempre il suo capo, il vicequestore Gregori, «bisogna leccare il culo a quelli sopra e farlo invece, il culo, a quelli sotto. Tu preferisci scarpinare, parlare con le portinaie, con i baristi».

Ghezzi cerca, contattato da una sua vecchia conoscenza, un’attempata prostituta, la Franca, compagna di uno scassinatore di professione, Pietro Salina – il suo primo arresto, appena entrato in Polizia – che è improvvisamente sparito, dopo aver lasciato un messaggio misterioso: «ho visto una roba che non dovevo».

Carella, invece, cerca Alessio Vinciguerra, cocainomane e sfruttatore della prostituzione, condannato, dopo un processo farsa, solo a cinque anni di carcere per aver ridotto a un vegetale una sua protetta dell’est.

L’unica testimone d’accusa, una ex tossica, terrorizzata dall’imminente uscita dal carcere del malavitoso Vinciguerra, ha tentato il suicidio ed è finita in coma irreversibile. Carella si sente in colpa perché le aveva promesso di proteggerla.

Per entrambi i Sovrintendenti di Polizia, le indagini sono occasione per fare un bilancio della propria vita, del proprio ruolo e anche dei metodi dell’altro. Per Carella, Ghezzi si comporta come il confessore con i peccatori, ha pietà anche dei delinquenti. La stessa pietas che ha anche nei confronti del collega Carella, del quale percepisce la solitudine e la disperazione e, da amico leale, - pure se il Gregori lo ha incaricato di indagare su di lui, che si dice giri con un’auto e per luoghi non certo alla portata di un poliziotto ed è per questo sospettato di corruzione – non lo fa.

La matassa comincia a dipanarsi quando è proprio Carella a chiedere aiuto a Ghezzi per soccorrere un piccolo truffatore ferito e a raccontargli la sua storia di delitti grandi e piccoli concatenati, perché «Il delitto, qualunque delitto, dalle botte al furto in casa, fino all'omicidio, crea una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell'acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia».

Sullo sfondo, l’omicidio di un famoso e stimatissimo restauratore, il Crodi, che scopriamo essere un uomo senza scrupoli. Un delitto che ha fatto molto clamore in città, data la clientela altolocata dell’artigiano e che nessuno riesce a risolvere.

Gli inquirenti sono ad un punto morto, sviati dalle solite piste false dettate dal razzismo, come quella della vecchietta che dichiara di aver visto fuggire dalla scena del crimine due rom.

Proprio le indagini sui loro due “casi” privati, portano Ghezzi e Carella alla inaspettata soluzione del delitto Crodi, di cui si stava occupando un loro collega.

Tanti i personaggi che ci raccontano un’altra Milano: il truffatore e la sua clientela di evasori fiscali a caccia di facili guadagni; la vecchia usuraia che riceve lunghe file di debitori; gli sfruttati, i poor workers come qualcuno li chiama, che non si possono permettere con il loro lavoro neppure di avere un figlio, ma anche i lavoratori dipendenti monoreddito, come il Ghezzi, che faticano pure per ricomprarsi la lavatrice o il computer. Per finire, la figlia di un ladro, che dice: era meglio se mio padre faceva il tramviere, perché i malavitosi, i ladri vivono e fanno vivere male chi gli sta accanto.

Anche questo libro, come i precedenti, pone interrogativi profondi su etica e legalità nella nostra società, su quanto quello che è legale a volte non sia giusto, sulla gestione della giustizia. Sul ruolo di alcuni poliziotti che, come Carella, si sporcano le mani per un senso di giustizia profondo, oltrepassando il limite della legalità.

E Monterossi? Ascoltando il racconto del Ghezzi capisce che il suo mondo, rispetto a quello che sta fuori, è «un mondo a parte, protetto, incellofanato con quella plastica a pallini che difende dagli urti. Una zona accogliente e confortevole da cui osservare il degrado del mondo scuotendo la testa, signora mia, che ingiustizia!».

P. S.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e di Cuore. Scrive i testi degli spettacoli di Maurizio Crozza. In passato, critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio, direttore dei programmi di Radio Popolare, autore per cinque anni della striscia satirica Piovono pietre. Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive sul Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega.

I romanzi che hanno preceduto I cerchi nell’acqua sono: Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016), Torto marcio (2017), Follia maggiore (2018), I tempi nuovi (2019), tutti editi da Sellerio.

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