27. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 27. 10. 2020

La nuova globalizzazione europea

Categoria: Il Foglietto

È sicuramente esagerato definire di portata storica il recente discorso del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, titolato con una certa enfasi “L’autonomia strategica europea è l’obiettivo della nostra generazione”. Ma non è esagerato sottolinearne il significato, o quantomeno l’ambizione, che rima con quella più volte manifestata da altre autorità Ue, a cominciare dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen: trasformare l’Ue in una variabile geopolitica significativa nel grande gioco globale.

Vaste programme, si potrebbe dire ricordando le parole di un vecchio politico francese. Ma, né più né meno, è quello che agita i pensieri dei politici di Bruxelles, per tacere di quelli di Francoforte, che politici non sono, almeno teoricamente. E tuttavia la Bce ha ben chiaro che un ruolo dovrà giocarlo in questa partita, e pure rilevante. Non si tratta solo di fornire politiche monetarie accomodanti – che semmai sono una necessità, questa sì storica – ma di promuovere la diffusione internazionale dell’euro, che è una delle gambe sulle quali viaggia il sogno sempre più manifesto dell’Ue che potremmo riepilogare in un semplice programma: l’arrivo della seconda globalizzazione europea.

La prima – ci perdoneranno gli storici professionisti – la possiamo collocare simbolicamente fra il 1492 e il 1914, ossia dall’apertura delle rotte atlantiche culminata con la scoperta delle Americhe, fino allo scoppio delle prima guerra mondiale che distrusse l’egemonia britannica inaugurando il secolo Americano, e quindi la globalizzazione che tuttora informa il nostro tempo, basata, come abbiamo detto più volte, sul dollaro, la lingua inglese, il presidio delle rotte commerciali e l’ordine politico liberal-democratico.

I cambiamenti intervenuti nell’ultimo ventennio, a cominciare dall’emersione prepotente della Cina, hanno delineato la fisionomia di quella che abbiamo chiamato la globalizzazione emergente, che si sta articolando lungo un triangolo di relazioni che vede ai vertici Cina, Russia e Turchia, con l’Iran per adesso in panchina.

In mezzo – letteralmente – a questi processi, inevitabilmente fonte di tensioni, ci sta la costruzione europea che adesso sta lentamente facendo emergere la sua vocazione internazionale, sicuramente memore del passato, ma soprattutto gravida di ambizioni per il futuro. Ed è a questo punto della storia che entra in scena il discorso di Michel, summa delle infinite discussioni brussellesi. Vale la pena, perciò, provare a sommarizzarlo per punti.

Il primo punto è il percorso per tappe, seguito dalla costruzione europea, articolato lungo la creazione del mercato europeo, di Schengen, dell’euro, passando per l’allargamento dello spazio europeo e il trattato di Lisbona. “Ciascuna di queste tappe – sottolinea Michel – ha rafforzato l’Ue e la sua autonomia” delineando un “grande mercato e uno spazio di libertà divenuti potenza commerciale”. E si badi all’aggettivo che declina l’ambito della potenza Ue. Che comunque è sufficiente a generare “l’effetto Bruxelles”, ossia la capacità di diffondere l’influenza dell’Ue in un mondo sempre più spiccatamente bipolare.

Il secondo punto è l’elenco di tali influenze, che spaziano dalle politiche per il clima a quelle per i diritti umani, che Michel dice di voler tenere in notevole considerazione, specie considerando che molti paesi le tengono in secondo piano, alcuni di quali nostri vicini e partner commerciali.

Il terzo punto è la capacità di penetrazione spaziale dell’influenza europea, motivata non solo dal cambio di scenario seguito alla fine della guerra fredda, ma soprattutto dal fatto che “un arco di instabilità si è sviluppato attorno a noi”. E basta ricordare tensioni recenti nel Medio Oriente e nel Caspio, per tacere di Bielorussia e Ucraina, per farsene un’idea. L’Ue si trova in mezzo a queste tensioni e deve gestire quelle che verranno: a Ovest – con la Brexit – a Sud, con la lenta emersione dell’Africa, a est con la grande massa asiatica.

Ma soprattutto c’è il grande dilemma oltre l’Atlantico. “Al di là dei valori e della storia che ci lega insieme, constatiamo scelte geopolitiche contrarie agli interessi europei”, dice Michel. “Siamo e vogliamo rimanere un alleato forte e leale per gli Stati Uniti. Speriamo sia reciproco”, il che somiglia a una dichiarazione di amore lungo, ma finito. Mentre dall’altra parte c’è la Cina, “attore essenziale” di molti processi internazionali – dal cambiamento climatico al Covid – e gigante economico col quale “stiamo riequilibrando le relazioni”. Non sarà amore, ma fascinazione magari sì.

Il quarto punto rasenta l’autocoscienza. “Non è la presunta debolezza dell’Europa che l’ha posta di fronte a questioni complesse, ma l’essere una potenza strategica, una delle prime al mondo”. Che rima con quest’altra: “Quando l’Europa sembrava troppo debole o addirittura troppo morbida, non era necessariamente perché gli altri erano più forti. Spesso è perché abbiamo sottovalutato le nostre capacità di influenza”. Che suona quasi come una chiamata alle armi. Quantomeno spirituali.

E questo ci porta al quinto e ultimo punto: gli strumenti. “Siamo in grado di mobilitarci di fronte alle nostre sfide interne. Ora abbiamo il dovere di trasporre questa capacità sul piano esterno”. Ma per farlo serve ben altro oltre alle buone intenzioni. Servono mezzi e uomini e soprattutto la capacità di usarli. La potenza commerciale, e quindi finanziaria dell’Europa è solo una di queste armi. Poi ci sono le armi, quelle vere. “Approfondire la difesa comune è una necessità ed è più buon senso che un’ossessione ideologica. Questo progetto deve essere dispiegato all’interno della NATO. Questo è il significato del partenariato strategico tra l’UE e la NATO. La cooperazione strutturata permanente e il Fondo europeo per la difesa, che abbiamo appena dotato di 7 miliardi di euro, sono pienamente in linea con questa ambizione”.

È esattamente sul piano degli strumenti, economici e soprattutto militari, che si andrà a misurare l’effettività della seconda globalizzazione europea. Esattamente come è stato nella prima.

sgroi ridottoQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer


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