27. 11. 2021 Ultimo Aggiornamento 24. 11. 2021

La storia "politica" della povertà in Italia

Categoria: Il Foglietto

Poiché la povertà è ormai ospite fissa del nostro discorrere, vale la pena leggere un pregevole studio pubblicato di recente da Bankitalia che racconta la storia della povertà nel nostro paese a partire dal secondo dopoguerra, e di come la sinergia fra politica e statistica abbia contribuito a definire e classificare questo concetto.

La povertà è una “invenzione” della politica, si potrebbe dire semplificando molto. E a sua volta la povertà “inventa” la politica nel senso che le urgenze dei meno abbienti, spesso negate, a volte amplificate, ma più spesso fraintese, diventano combustibile del nostro continuo ragionare e decidere, che sempre meno tollera l’idea stessa della povertà. Nel mondo perfetto che tutti noi vorremmo abitare, il cui grado di perfezione si misura in ragione dell’abbondanza che produce e poi distribuisce, la povertà è insieme un’onta e un nemico da sconfiggere, come non si peritò di dichiarare qualcuno.

Dell’invenzione politica della povertà parliamo ovviamente in senso statistico, quindi in senso lato. Perché mentre su cosa significhi essere povero il senso comune lo sa d’istinto, perché tale concetto emerga dalla percezione e si strutturi in un indice quantitativo servono un notevole impegno di ricerca e soprattutto tempo. Addirittura decenni.
Da questo punto di vista, il lavoro di Bankitalia è molto utile. Non solo illustra le notevoli difficoltà che si sono dovute superare per elaborare un indicatore statistico utilizzabile su scala nazionale e internazionale, ma soprattutto ci racconta di come si sia sviluppato nel nostro paese il dibattito sulla povertà, iniziato nel lontano 1951, quando fu istituita la “Commissione parlamentare sulla miseria”. Sulla base di rilevazioni ancora alquanto rudimentali – il meglio che si potesse coi mezzi di allora – la Commissione arrivò ad alcune conclusioni che vale la pena riportare non tanto per la loro accuratezza, quanto come testimonianza dell’Italia di quel tempo.

Nell’indagine campionaria furono inseriti alcuni alimenti – carne, zucchero e vino – e si chiese agli intervistati quanti ne consumassero. Quindi ci si informò sullo stato delle loro calzature e sulla qualità delle abitazioni. Emerse che il 7,5% delle famiglie intervistate non consumava nessuno dei tre alimenti indicati, il 5,1% aveva calzature in condizioni misere o miserrime e che il 4,7% viveva in case affollate, quindi con più di quattro persone per stanza, con un 2,8% che abitava “abitazioni improprie”, tipo baracche o grotte. Soprattutto, l’indice sintetico sul tenore di vita elaborato dalla Commissione calcolava che l’11,8% le famiglie viveva in condizioni misere, un altro 11,6% in condizioni disagiate, con grandi differenza territoriali: erano in miseria l’1,5% delle famiglie del Nord, contro il 28,3% di quelle del Sud.

Caso più unico che raro, la relazione finale della Commissione fu approvata all’unanimità da tutti i partiti, dai comunisti ai monarchici. Segno di una sensibilità condivisa che avrebbe dovuto esortare i governanti ad adoperarsi per “un programma organico di sicurezza sociale”, come auspicato nel documento, da attuarsi tramite “un organismo a livello ministeriale, aperto alle concezioni moderne e agli studi sociali, agilissimo nel funzionamento, sollecito nei suoi compiti di solidarietà umana”. Inoltre. veniva raccomandato di costituire una commissione interparlamentare che elaborasse un piano di riforma.

“Nessuna di queste proposte ebbe un seguito, così come non ebbe successo la proposta di legge di riordino dell’assistenza sociale presentata qualche anno dopo”, nota lo studio. Addirittura il riordino sarebbe arrivato nel 2000, con la legge numero 328.

Non bisogna stupirsi troppo di tale inerzia. Erano anni in bianco e nero, ma anche di grandi speranze. L’economia internazionale stava entrando nei suoi “Trenta Gloriosi” e quell’abbrivio che inebriò una generazione aveva spinta sufficiente a colmare lacune sociali antiche e consolidate, anche se non certo a risolverle. E i vari governi dell’epoca, pure se si dimostrarono poco attenti a “istituzionalizzare” la lotta alla povertà, furono pur sempre quelli delle prime grandi lotterie previdenziali, che contribuivano alla crescente spesa pubblica che alimentò, negli anni del boom, la ricchezza nazionale. Si parlò poco di povertà perché intanto si diventava ricchi.

E, in effetti, occorse un trentennio perché la politica “scoprisse” di nuovo il problema. E che trentennio. L’Italia in bianco e nero era diventata quella a colori dei primi anni ’80, e pure se ormai aveva superato l’onda lunga della crescita, e si era pure incagliata nelle secche della stagflazione prima e della crescita drogata dal debito poi, si stava adesso scaldando al sole di una delle tante illusioni che ogni tanto incantano il nostro paese, sotto l’egida dell’euforia craxiana, che ci regalò l’ultimo meriggio prima del definitivo tramonto che condusse alla crisi valutaria del ’92.

Si dovette aspettare quindi il 1984 perché il presidente del consiglio, che era appunto Bettino Craxi, autorizzasse con decreto la prima Commissione d’indagine sulla povertà: la prima dopo la chiusura di quella sulla miseria del 1953. Trent’anni durante i quali il tema della povertà scomodò assai poco i ricercatori – solo pochi si impegnarono in studi e ricerche per definire più compiutamente la questione – e ancor meno i politici.

Dall’85 in poi, la Commissione lavorò fino al 2012, cambiando ogni volta nome a seconda delle sensibilità. Nel 1990 divenne la Commissione sulla povertà e l’emarginazione. Dieci anni dopo si tramutò nella Commissione sull’esclusione sociale. Parlare di povertà, evidentemente, non rendeva più l’idea.

Questo non bastò ad impedire urti con i governanti. Proprio Craxi, che aveva istituito la Commissione, si mostrò alquanto infastidito dai risultati, quando lesse l’incipit del rapporto finale presentato nel 1985, dove si sottolineava che “la povertà persiste anche nella società opulenta: in tutto l’Occidente industrializzato, né lo sviluppo economico in sé, né gli effetti distributivi del welfare state sono stati sufficienti a farla scomparire”. La stampa di allora che lo studio ci ricorda, si stupisce nello scoprire che nell’Italia della Milano da bere ci siano ancora i poveri. Il Sole 24 Ore si domandò: “Ma sono veramente così tanti i poveri in Italia?” Craxi rilasciò qualche intervista dove osservava, inaugurando un trend, che “i ristoranti erano pieni”, e poi sollevò dubbi sulla fondatezza delle rilevazioni.

E questo apre il problema più squisitamente statistico. Come vengono ricavati questi dati? Il discorso meriterebbe di essere approfondito, ma conviene concentrarsi sugli esiti. Gli studiosi italiani e quelli internazionali lentamente hanno costruito un apparato concettuale che ci conduce agli strumenti utilizzati oggi che hanno pregi e difetti, ma sono oggettivi. E tuttavia se chiedessimo quanti sono i poveri nel nostro paese, la risposta sarebbe: dipende. O, per meglio dire, il “numero può essere molto variabile a seconda della fonte, dello spazio valutativo e della metodologia”.

Un esempio: ” Nel 2014, un anno per cui le informazioni sono particolarmente ricche, il numero di persone povere passa da 4,1 milioni applicando la soglia assoluta ai consumi a 7,8 milioni applicando quella relativa sempre ai consumi; sale a 12,1 o 13,5 milioni applicando la soglia relativa ai redditi, a seconda che si usi l’indagine dell’Eurostat o quella della Banca d’Italia”. Tale diversità non ci impedisce di arrivare alla conclusione che “la netta stratificazione della povertà in Italia per area geografica, età e cittadinanza appare tuttavia inequivocabile”.

L’evoluzione statistica non servì comunque a colmare le distanze con i politici. Quando nel 1998 la nuova Commissione presieduta da Pierre Carniti sottolineò che aumentava la povertà tra le famiglie dei lavoratori dipendenti, fu l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi ad adombrarsi, e dopo di lui il nuovo premier D’Alema riorganizzò le attività dell’istituto. Non pensate che questi mal di pancia siano una nostra caratteristica. Quando uscì il rapporto europeo sulla povertà negli anni Ottanta, la Commissione europea lo ritirò dalla circolazione senza alcuna spiegazione, malgrado l’allora Presidente Delors ne avesse utilizzato le stime per i suoi discorsi pubblici.

Un paio di lustri dopo, siamo ormai arrivati al 2012, la Commissione viene chiusa dal governo Monti per risparmiare. Esito amaro per l’istituzione, vittima proprio delle ristrettezze che avrebbe dovuto combattere. Per consolarci potremmo rilevare che le commissioni in carica negli anni Duemila “hanno anche continuato a produrre resoconti e valutazioni delle politiche pubbliche rilevanti, con un’influenza sulle decisioni politiche tuttavia molto limitata”. Ma se bastasse una Commissione per sconfiggere la povertà vivremmo sicuramente nel migliore dei mondi.

Oggi, per aggiornare le nostre conoscenze sulla povertà, dobbiamo contentarci dell’Istat, che produce con regolarità i sui rapporti che disegnano il nostro paese costantemente alle prese con questo problema, persistente, pure se cangiante. Delle tante suggestioni contenute nello studio di Bankitalia ne scegliamo solo due perché colgono lo spirito del nostro tempo. La prima: “Dal 1980 la quota di famiglie povere è fortemente cresciuta tra le famiglie più numerose ed è diminuita tra quelle con due e soprattutto un solo componente”. “Queste variazioni sono state controbilanciate dalla riduzione della dimensione familiare media da 3 a 2,3 persone: se la composizione delle famiglie per numero dei componenti fosse rimasta quella del 1980, l’incidenza della povertà nel 2019 sarebbe stata di oltre quattro punti percentuali più alta”.

 

La seconda: “L’invecchiamento della popolazione è stato accompagnato da un miglioramento del rischio di povertà per gli anziani, ma da un peggioramento per le altre classi di età, in particolare dei minori”. Questo a fronte di un gap fra Mezzogiorno e resto del paese che non accenna a diminuire.


Si può discutere a lungo sull’accuratezza di queste rilevazioni, ma se le diamo per buone, almeno come indicatori di tendenze, emerge con chiarezza che l’Italia degli anni ’50 oggi è diventata un paese dove una quota crescente di anziani sta relativamente meglio di una quota decrescente di giovani. Questo quadro disegna prospettive difficili per il futuro, specie se i giovani di oggi non riusciranno a scalare la montagna che conduce al benessere. In tal senso “l’interazione stretta, non sempre facile, con la politica” rischia di diventare ancora più complessa. I politici continueranno a promettere di voler sconfiggere la povertà, almeno finché, una volta al governo, non saranno tentati di negarla. E la statistica continuerà a produrre dati di fatto sostanzialmente ignorati nelle politiche di contrasto alla povertà.

Soprattutto, nei settant’anni che sono trascorsi dalla Commissione sulla miseria, “la frammentarietà e la ripartizione categoriale degli interventi assistenziali denunciate dalla Commissione di inchiesta sulla miseria sono rimaste caratteristiche distintive della spesa sociale italiana, spesso accentuate, raramente scalfite dalle riforme attuate nel tempo”. “La riforma organica, da molti auspicata fin dagli anni cinquanta, non è ancora compiuta”.

Tutto cambia perché nulla cambi, diceva il poeta. E noi siamo un popolo di poeti.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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