17. 05. 2022 Ultimo Aggiornamento 11. 05. 2022

Pnrr e legge di bilancio "dimenticano" gli specializzandi non medici

Categoria: Il Foglietto

Con la pandemìa sembrava che, finalmente, i nostri governanti fossero rinsaviti riscoprendo l’importanza del servizio sanitario pubblico, sembrava avessero compreso che la priorità fosse investire in esso a partire da un aumento delle risorse umane impiegate con diversi ruoli nella sanità.

Ebbene, con decreto del 9 luglio scorso a firma del Ministro della Salute, di concerto con il ministro dell’università e della ricerca e con il ministro dell’economia e delle finanze, è stato rideterminato il fabbisogno di medici specialisti da formare per il triennio 2020/2023 con i relativi contratti di formazione, che prevedono una retribuzione lorda annua di euro 25mila per il primo biennio e di 26mila per il restante periodo, oltre al versamento dei contributi previdenziali, per una spesa complessiva di 1.016.351.876,28 euro per l’anno accademico 2020/21, spesa che potrebbe essere rimpinguata fino a 1.237.469.122,69 euro utilizzando i risparmi derivanti dagli specializzandi che si ritirano dalle scuole prima del conseguimento della specializzazione.

Si parla di 13.507 unità per l’a.a. 2020/2021, 13.311 unità per l’a.a. 2021/2022 e 12.124 unità per l’a.a. 2022/2023. Si cerca così di colmare il cosiddetto “imbuto formativo” che vedeva negli anni scorsi un numero di posti disponibili nelle scuole di specializzazione per medici consistentemente più basso di quello dei posti disponibili nelle università per gli studenti in medicina. Si è passati così dagli 8.920 posti pre-pandemìa (con il record negativo di 5.504 posti dell’a.a. 2013/14) ai 14.455 in piena bufera e, poi, ai 13.507, portati a 18.847 con i fondi del Pnrr, per l’anno accademico in corso. Posti che andranno nuovamente a scendere negli anni successivi.

Per un paese in decrescita demografica, ma con una popolazione che, in base ai dati pubblicati dall’Oms, è seconda al mondo dietro al Giappone per anzianità anagrafica con 22.4% di over 65 e quindi fragile, investire in sanità deve essere una priorità.

E quando parliamo di investimenti in sanità intendiamo, innanzitutto, formazione, e non soltanto di medici, bensì di tutte le figure professionali necessarie all’interno di un sistema sanitario efficiente, capace di affrontare non solo le emergenze come quella che stiamo vivendo ma anche di prevenirle, di essere tempestivo nel bloccare sul nascere le pandemìe che a causa dell’inquinamento, dei mutamenti climatici, della globalizzazione, rischiano di essere sempre più frequenti e letali.

Occorre, cioè, investire anche nella formazione di biologi, chimici, farmacisti che – pur afferendo alle costose scuole di formazione dell’area sanitaria, molte delle quali sono miste, ossia, vedono la partecipazione di medici e non medici – non sono affatto retribuiti e spendono quattro anni della loro vita in percorsi formativi che richiedono ore e ore di frequenza ai corsi, di studio e di lavoro non retribuito nelle strutture presso le quali vengono assegnati, senza neppure vedersi riconosciuti i contributi previdenziali. Oseremmo dire, per alcuni anni sì di formazione ma pure di sfruttamento autorizzato.

E ciliegina sulla torta, per quanti di essi fanno ricerca, nonostante il percorso sia più lungo, non v’è neppure l’equiparazione al dottorato di ricerca. Chi vuole proseguire su quella strada deve ricominciare da zero. Percorsi di studio costosi, spesso fuori sede, che poche famiglie possono permettersi.

Una situazione che Il Foglietto denuncia sin dal 2015 e che resta nonostante tutto immutata nel silenzio, assordante dei relativi ordini professionali.

Una situazione che, unita alla diminuzione delle scuole di specializzazione, rischia di produrre una riduzione fisiologica degli specialisti non medici e che alla lunga finirà con azzoppare la sanità del nostro paese così come era accaduto a causa del citato “imbuto formativo” dei medici. Una carenza di figure professionali importanti che, qualora ci ritrovassimo nuovamente dinanzi ad una emergenza, rischieremmo di pagare cara in termini di vite umane, e che fa il paio con la mancanza di medici negli anni a venire (da uno studio dell’Anaao, dal 2025 mancheranno almeno 16.500 medici specialisti).

Sapete quanto potrebbe costare all’erario retribuire al pari dei medici i circa 300 specializzandi che ogni anno accedono alle scuole per non medici? Poco più di 10 mln di euro! Nulla in confronto agli oltre 220 mln di risparmi di spesa derivanti dai tanti medici che iniziano le scuole di specializzazione senza portarle a termine.

Adriana Spera
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