04. 04. 2020 Ultimo Aggiornamento 03. 04. 2020

Perché la filosofia è necessaria

Categoria: Recensioni

Perché la filosofia è necessaria di Jean François Lyotard, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013, pp.77, euro 9,50

Recensione di Roberto Tomei

Lyotard, noto al grande pubblico per La condizione postmoderna, vero e proprio punto di riferimento della contemporaneità, è autore di oltre quaranta testi, tra i quali sono comprese le trascrizioni di molte sue celebri  conferenze, come sono appunto quelle che qui si segnalano all’attenzione dei lettori.

Preceduto da una presentazione di Corinne Enaudeau, il testo pubblicato dall’editore italiano, volutamente senza note per mantenere il carattere orale di queste lezioni, riproduce la seconda stesura che ha rappresentato la traccia per le conferenze tenute dal filosofo francese nel 1964 alla Sorbona per gli studenti di Propedeutica filosofica.

Quando ero al liceo, il nostro professore di filosofia soleva ripeterci che ogni uomo è filosofo, anche se non se ne rende conto.

In fondo, è anche l’opinione di Lyotard, il quale sostiene che si filosofa per il semplice motivo che non vi si può sfuggire, magari correndo in certi casi il rischio di “irritare tutti”.

In queste lezioni, l’analisi della questione del “perché filosofare” si sviluppa partendo dal desiderio di interrogarsi sull’unità che si è perduta “nel dispiegamento di una storia in cui la connessione tra la realtà e il senso sfugge sempre e sempre si cerca per poi perdersi di nuovo”.

Al filosofo spetta, dunque, di “attestare un senso che è già là, un senso lacunoso che rende il suo discorso incompiuto e, con ciò, vero”.

E’ un discorso in cui si ritorna su ciò che si è pensato, che viene disfatto per poi ricominciare, “ fornendo la prova che la vera unità dell’opera è il desiderio derivante dalla perdita dell’unità, e non dal compiacimento nel sistema costituito, nell’unità ritrovata”.

Se questo è l’ordine della trattazione, la prima conferenza è dedicata, in particolare, al desiderio, ed eredita da Freud, attraverso Lacan, l’idea che ogni relazione alla presenza si dà su uno sfondo di assenza.

La seconda, invece, connette tra loro desiderio, parola e azione, sviluppando l’analisi della perdita dell’unità e  la sua conservazione nella storia dello sforzo filosofico.

Nella terza, poi, si manifesta, sulla scia di Husserl e Merleau-Ponty, la convinzione che è il filosofo a portare l’esperienza muta all’espressione del suo proprio senso. Nella quarta, infine, dedicata all’azione, si spiega, in accordo con Marx,  che il filosofo interpreta il mondo al fine di aiutare a trasformarlo.

Impossibile, dunque, per l’uomo, la scelta di rifugiarsi nella comoda quanto sterile condizione di “bruto”.


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