15. 07. 2019 Ultimo Aggiornamento 10. 07. 2019

“Il professore e il pazzo”, un libro-capolavoro degno di trasposizione cinematografica

Categoria: Recensioni

Il professore e il pazzo di Simon Winchester, editore Adelphi, Milano, 2018, pp. 262, euro 19.

Recensione di Roberto Tomei

Scritto da un inviato del Guardian, che ne ha passate di tutti i colori, fino al punto di dover scontare tre mesi di galera durante l’invasione delle Falkland perché sospettato di essere una spia della Corona inglese, il libro che qui si presenta (già apparso in italiano, per Mondadori, nel 1999, col titolo L’assassino più colto del mondo) incrocia due storie vere, come tale venendo ora incluso nel genere “non-fiction”.Queste sono, da un lato, la nascita e lo sviluppo dell’Oxford English Dictionary (d’ora in avanti OED, l’acronimo con cui è conosciuto), che è il vero protagonista del romanzo; dall’altro, la relazione che venne a instaurarsi tra due di coloro che resero possibile quell’opera, cioè James Augustus Henry Murray, direttore editoriale dell’OED, al quale per quarant’anni dedicò la vita, rimettendoci anche la salute, e William Chester Minor, divenuto col tempo il più grande collaboratore del primo.

L’autore dimostra di conoscere a fondo, come si evince dalla sua personale partecipazione, gli uomini e le donne che hanno fatto la storia del lessico inglese, avendo dato anima e corpo per vincere la scommessa del grande editor che a suo tempo approvò il progetto, ossia quella “di rendere attraente la lessicografia”. Poiché senza l’OED l’incontro fra i due personaggi del romanzo non sarebbe mai avvenuto, è giusto spendere qualche parola per spiegare che cosa ha rappresentato (e tuttora rappresenta, visto che nel 1989 è uscita la seconda edizione) il Dizionario. L’opera fu approvata nel 1858, dunque in piena età vittoriana, epoca attraversata da grandi uomini, capaci di indimenticate conquiste e di grandi visioni. Tanto grandi che, per restate al caso nostro, il Dizionario fu terminato solo nel 1927, ossia 70 anni più tardi. La notizia meritò addirittura la prima pagina del New York Times, secondo il quale si era concluso “uno dei più bei romanzi d’amore e d’avventura della letteratura inglese”.

Visto il carattere titanico dell’iniziativa, ben presto si capì che, per portarla a termine, occorreva mobilitare tutte le energie disponibili. Fu perciò fatta circolare una lettera-appello per reclutare volontari disposti a lavorare al progetto, spendendosi in prima persona. Non si sa come, forse perché lasciata tra le pagine di qualche libro oppure perché finita dentro qualche dotta rivista, sta di fatto che una copia di quella lettera giunse tra le mani di Minor. Questi aderì subito all’appello e col tempo divenne uno dei collaboratori più assidui e stimati dell’OED, tanto da arrivare a far parte dell’équipe intermediaria fra i volontari e la redazione e, per il suo determinante contributo, tale da essere addirittura ricordato da Murray nella prefazione al primo volume.

Diversamente da tutti gli altri collaboratori, però, Minor non si era mai fatto vedere nella sede del Dizionario e tale singolare circostanza finì per destare i sospetti degli accademici di Oxford, assai incuriositi di non essere mai riusciti a incontrare un uomo di così vaste competenze in materia. Fu così che Murray, dopo diversi anni, decise di andare a conoscere di persona il suo più grande collaboratore. Una volta giunto a destinazione, ossia al manicomio di Broadmoor, il luogo dal quale Minor spediva i suoi contributi, rimase sbalordito alla notizia, datagli dal direttore del manicomio stesso, che egli aveva scambiato per Minor, che quest’ultimo era invece un detenuto, ricoverato in quel posto da più di vent’anni.

Il “pazzo” era un aristocratico americano, per di più benestante e colto, che, presa la laurea in medicina a Yale, aveva deciso di partire per la guerra di Secessione come medico, vivendo terribili esperienze (come quella di marchiare sulla guancia i disertori irlandesi) che gli avrebbero fatto perdere la testa. Per dimenticarle, aveva scelto di ritirarsi a Londra, ma non gli fu sufficiente per smettere di provare terrore degli irlandesi, tanto che continuamente si informava presso la sua padrona di casa se ve ne fossero fra gli ospiti o tra i domestici della casa stessa. La sua mente rimase “infiammata” (come dicevano i medici dell’epoca) e in uno dei suoi eccessi persecutori finì per uccidere un innocente, avendolo scambiato per un ladro che gli era entrato in casa. Dopo regolare processo, il giudice raggiunse il convincimento che fosse “pazzo criminale conclamato”, da custodire in luogo sicuro, appunto il predetto manicomio criminale, “sinché piacerà a Sua Maestà”.

Si era dissolto così, di certo nel modo che nessuno poteva aspettarsi, l’alone di mistero che aveva circondato la figura di Minor, descritto da coloro che l’avevano conosciuto prima come gentiluomo con abitudini eccentriche ma persona colta e di talento, alla quale, forse proprio per queste sue caratteristiche, una volta recluso in manicomio, erano state messe a disposizione due celle che aveva letteralmente riempito di libri, diventati per lui quasi una seconda vita. Quella di un folle che si era votato a un’opera folle. Una storia bellissima, che meriterebbe una trasposizione cinematografica, alla quale spero vivamente che qualcuno stia già pensando.

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