30. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 30. 10. 2020

Il Principe

Il Principe di Niccolò Machiavelli, editore Donzelli, Roma, 2013, pp. CXXII-350, euro 30

Recensione di Roberto Tomei

Come tutti i classici, Il Principe è una lettura “doverosa”, che non può mancare nella biblioteca degli uomini di cultura, tanto più se italiani.

E’ Natale. Si può regalare e sarà un dono gradito. Ma si può anche acquistare per leggerlo o rileggerlo. Si tratta della volta buona, perché l’editore, Carmine Donzelli, ne ha curato anche la “traduzione” a fronte in italiano moderno, impresa compiuta alcuni anni fa solo da Piero Melograni.

Opera meritoria, perché la lingua del Fiorentino non è semplice, sicché talora finisce per allontanare il lettore, fermo restando che è sempre bene dare uno sguardo anche all’originale, per le sue straordinarie suggestioni, assolutamente inimitabili.

Basterebbe solo la fatica della “traduzione”, che speriamo sia la prima di una serie, per indurre a recarsi in libreria e accaparrarsi il prezioso volume, ma questo si segnala altresì per la vasta e dotta introduzione di Gabriele Pedullà, utilissima per comprendere Machiavelli e il suo tempo.

Di contro alla tradizionale lettura “cinica “dell’opera, il lettore potrà fare alcune scoperte: per esempio, che il principe deve essere leale e che deve cercare di reggersi sul consenso. Ma ci sono diversi altri aspetti del pensiero del segretario fiorentino che meritano di essere ulteriormente approfonditi, accantonando una volta per tutte falsi luoghi comuni.

Com’è noto, proprio nel dicembre del 1513 Machiavelli annunciava a Francesco Vettori la nascita del Principe. Sono passati cinquecento anni, ma a leggerlo francamente non li dimostra.

Indagini statistiche sull’efficacia della preghiera

Indagini statistiche sull’efficacia della preghiera di Francis Galton, editore Il melangolo, Genova, 2013, pp. 67, euro 7

Recensione di Roberto Tomei

Confesso di aver acquistato questo simpatico libretto perché attratto dal titolo, che combina insieme cose che mi sembravano così lontane tra loro da farmi ritenere - evidentemente, a torto - che tra esse non vi potessero essere rapporti di sorta.

Francis Galton (1822-1911) è stato un intellettuale prolifico, avendo scritto più di 340 tra articoli e saggi, e un pensatore polivalente, essendosi applicato a problematiche afferenti a discipline diverse: dalla geografia alla psicometria, dall’eugenetica alla statistica, ecc.

In quest’ultimo campo del sapere, in particolare, scopre il concetto, oggi centrale, di correlazione e valorizza l’uso del questionario come strumento di indagine conoscitiva, ma a lui si devono anche altri concetti, come quelli di deviazione standard e di analisi della regressione.

Nella seconda metà dell’Ottocento, all’epoca in cui Galton scrisse il suo libro (si tratta, invero, di un articolo), che risale precisamente al 1872, c’era un gran fervore di studi sulla questione dell’efficacia della preghiera, evidentemente presa da tutti molto sul serio.

Assodata per i credenti, l’efficacia della preghiera venne da Galton sottoposta a verifica empirica, facendo ricorso a un particolare protocollo di analisi, che in qualche modo anticipa la procedura del doppio cieco.

Ciò che stupisce non poco è che l’interesse per una questione come quella dell’efficacia della preghiera non è stato una curiosità circoscritta all’Inghilterra vittoriana, visto che – come do viziosamente ci avverte Romolo Giovanni Capuano nella sua bella introduzione – a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso fino a oggi,” molti scienziati di tutto il mondo, seri e riveriti, hanno dedicato tempo, energie e denaro-a volte, molto denaro- a tentare di far luce, una volta per tutte, sugli interrogativi che già stimolavano le menti di Tyndall e Galton”.

Il dato certo è che tutti questi studi non avrebbero fatto altro che confermare i risultati delle ricerche di Galton, cioè che le preghiere non servono. Gli aderenti alle diverse religioni sono, dunque, avvertiti.

Poi, com’è naturale, ognuno si regola come crede.

Basta piangere!

Basta piangere! di Aldo Cazzullo, editore Mondadori, Milano, 2013, pp.137, euro 14,90

Recensione di Roberto Tomei

Cazzullo è del ’66, io sono del’54. Ricordo, dunque, più cose di lui, ma per la gran parte ricordiamo le stesse cose.

Allora, anche se a diverse latitudini - lui nelle Langhe, io in Ciociaria - l’Italia contadina era abbastanza uguale. Abbiamo assistito a varie trasformazioni, quasi tutte di segno positivo. Magari, per dirla con Pasolini, non sempre è stato un progresso, più spesso uno sviluppo. Però un avanzamento c’è stato, talvolta è stato addirittura repentino.

Di tutte queste trasformazioni, che Cazzullo elenca con precisione e tratteggia con eleganza, quella che ricordo con più piacere è rappresentata dal cosiddetto “ascensore sociale”, vale a dire la certezza che tutti ci accompagnava di un domani migliore rispetto a quello dei nostri padri, per non parlare poi rispetto a quello dei nonni. Sacrificandosi il necessario, naturalmente. E visto che l’ascensore funzionava, l’etica del sacrificio era accolta senza indugio

C’era, come c’è ancora, la diseguaglianza dei punti di partenza, però le chance di superarla erano reali e i risultati si potevano toccare con mano. Forse, anzi senza forse, il punto dolente del discorso è tutto qui. Nel fatto, cioè, che l’ascensore sociale non c’è più.

Diversi anni fa, ricordo che Giuliano Amato consigliò ai giovani di emigrare e fu ricoperto di critiche, se non di insulti.

Oggi i giovani vanno via in silenzio, a vagonate, e nessuno ci fa più caso. Ci si meraviglia anzi del contrario, del fatto cioè che ci sia chi riesca a trovare lavoro nel nostro ( non dico “questo”, per non usare un termine  spregiativo) paese.

Di piangere, dunque, questi giovani “bamboccioni”,” choosy”, “sfigati”, come li apostrofano i governanti di turno, ne hanno tutte le ragioni.

Su una cosa, certamente, è difficile dar torto a Cazzullo, cioè che a piangere e basta non si risolve granché e che occorre in qualche modo ritrovare la fiducia nel futuro.

Magari sarebbe il caso che i politici, non soltanto con le opere ma anche con l’esempio, ci aiutassero in questa non facile ricerca.

 

L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abrahm Flexner

L’utilità dell’inutile. Manifesto. Con un saggio di Abrahm Flexner di Nuccio Ordine, editore Bompiani, Milano, pp.262, euro 9

Recensione di Roberto Tomei

Con un paradosso, che ritiene solo apparente, un mio amico sostiene che il buon lettore sa quali sono i libri che non deve leggere. Forse così è troppo, però è certo che, mentre ci sono libri che non riescono proprio a destare il benché minimo interesse, ce ne sono altri irresistibilmente attraenti.

Certo bisogna indovinare il titolo, che per il libro che qui si presenta è proprio azzeccato, ma soprattutto occorre centrare l’argomento.

Per uno come me, cresciuto a latino e greco, storia e filosofia, Nuccio Ordine non poteva fare di meglio. Ormai da svariati anni, quasi da ogni parte si leva il diuturno e sempre rinnovato attacco al sapere senza ricadute pratiche, quello che nella communis opinio non porta a nessun risultato concreto, quindi non serve a niente.

Finalmente c’è uno che non ne può più e passa al contrattacco, dimostrando una volta per tutte che è vero proprio l’esatto contrario.

Nuccio Ordine difende l’utilità dell’inutile appoggiandosi a un’ampia raccolta di testi di autori antichi e moderni, dandoci notizia che Leopardi aveva addirittura progettato una” Enciclopedia delle cose inutili”.

Il senso di questa raccolta è esemplarmente chiarito dall’autore là dove dice che “le pagine che seguono non hanno alcuna pretesa di formare un testo organico. Riflettono la frammentarietà che le ha ispirate. Perciò anche il sottotitolo- Manifesto- potrebbe sembrare sproporzionato e ambizioso se non fosse giustificato dallo spirito militante che ha costantemente animato questo mio lavoro. Ho voluto solo raccogliere, all’interno di un contenitore aperto, citazioni e pensieri collezionati in tanti anni di insegnamento e di ricerca”.

Non è vero, poi, che il sapere inutile sia privo di ricadute sul progresso, meglio sullo sviluppo, della civiltà, come ben spiega Flexner nel saggio che completa il volume, citando due casi esemplari: Marconi non avrebbe potuto inventare la radio senza le equazioni teoriche di Maxwell relative al campo elettromagnetico; senza gli esperimenti di Ehrlich che si divertiva a colorare i batteri mai sarebbe potuta nascere la batteriologia. Sono solo due esempi, ma altri se ne potrebbero aggiungere.

Per me, tutto quello che dice Ordine è soltanto una conferma di quello che ho sempre pensato. Spero solo che riesca a convincere coloro (sempre troppi)  che non la pensano come noi.

Pilato e Gesù

Pilato e Gesù di Giorgio Agamben, edizioni Nottetempo, Roma, 2013, pp.64, euro 6

Recensione di Roberto Tomei

Se non altro perche nati e cresciuti in famiglie di religione cattolica, tutti sappiamo chi è Ponzio Pilato, figura storica di notevole importanza nel racconto degli evangelisti, e non solo, che nell’immaginario collettivo diventa l’emblema dell’ignavo, ossia di chi, chiamato a decidere, sceglie di non prendere posizione, evitando così di assumere dirette responsabilità. Tanto ignavo che, secondo una certa interpretazione, sarebbe lui e non Celestino V “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.

E’ a questa figura storica, indissolubilmente legata a quella di Gesù, che Agamben dedica la sua attenzione, sottolineando, tra l’altro come , accanto alla leggenda che tutti conosciamo, ce n’è una , cosiddetta “bianca”, che lo presenta come un segreto campione del cristianesimo contro gli ebrei e i pagani, con la chiara intenzione di attribuire la responsabilità della crocifissione esclusivamente agli ebrei. Una linea interpretativa, questa, che spiega come Pilato finisca con l’essere santificato dalla Chiesa etiopica e sua moglie (Procla) festeggiata nella Chiesa greca il 26 ottobre.

Il processo, che vede protagonisti Gesù e Pilato, non è certamente un processo come tanti altri, perché, come sottolineato da Spengler, “due mondi stanno immediatamente e inconciliabilmente di fronte: quello dei fatti e quello della verità, e con tanta spaventosa chiarezza come mai altrove nella storia del mondo”.

Se è vero, come scritto da Satta, che il processo è un mistero, quello celebrato da Pilato lo è più di ogni altro. In discussione non è tanto la competenza del procuratore romano a giudicare quanto la regolarità del giudizio, di cui Agamben esamina tutte e sette le fasi in cui si articola, ora fuori ora dentro il pretorio, lungo un arco temporale di ben cinque ore.

Il canone ermeneutico seguito dall’autore è “che solo in quanto personaggio storico Pilato svolge la sua funzione teologica e, viceversa, che egli è un personaggio storico solo in quanto svolge una funzione teologica”.

Secondo Agamben, in ogni caso, non c’è stato alcun giudizio: “né il giudizio né la salvezza hanno luogo,in quanto finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet”, conclusione che, com’è noto, è oggi preclusa dal nostro ordinamento.

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