30. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 30. 10. 2020

Una politica senza religione

Una politica senza religione di Giovanni De Luna, editore Einaudi, Milano, 2013, pp.137, euro 10

Recensione di Roberto Tomei

Come tutti ricorderanno, in occasione dei 150 anni dell’unificazione, quasi tutte le istituzioni si sono prodigate, ciascuna a suo modo, per celebrare l’evento. Si trattava, infatti, di un’occasione ghiotta per sottolineare e rinverdire simboli e memorie comuni, il “collante” senza il quale non c’è nazione.

Questa, rileva De Luna, è una costruzione concettuale e lo stato ha continuamente bisogno di strumenti e metodi autocelebrativi per riempirla di significato. Entra qui in gioco il concetto di “religione civile”, da intendere come un principio unificatore (religione, secondo un’etimologia, è un qualcosa che lega) dei singoli, che costruisce uno spazio pubblico di appartenenza, che necessariamente implica sempre un certo rapporto con il passato. Altrimenti detto, religione civile è “l’insieme dei valori e dei principi che fondano lo spazio pubblico della cittadinanza”.

Niente, dunque, che possa far pensare alla sacralizzazione della politica.

Ora, nel corso della nostra storia nazionale, non si può dire che le classi dirigenti che si sono avvicendate al potere - nell’Italia liberale, durante il Ventennio, lungo tutto l’arco della cosiddetta Prima Repubblica - siano riuscite a costruire una, non diciamo forte, ma almeno definita, identità nazionale.

In questi ultimi anni, poi, non solo non sono stati fatti significativi passi avanti in tale direzione, ma sembra che l’unica religione condivisa sia ormai quella dei “consumi”. Ma si tratta, più che altro, di una sensazione/aspirazione: non essendoci stato nessun nuovo miracolo italiano, è impossibile “sentirsi tutti figli dello stesso benessere”.

Secondo De Luna, è ora che la politica si svegli, smettendola di limitarsi all’amministrazione tecnica dell’esistente.

In caso contrario, l’Italia corre il rischio di soccombere.

Perché la filosofia è necessaria

Perché la filosofia è necessaria di Jean François Lyotard, Raffaello Cortina editore, Milano, 2013, pp.77, euro 9,50

Recensione di Roberto Tomei

Lyotard, noto al grande pubblico per La condizione postmoderna, vero e proprio punto di riferimento della contemporaneità, è autore di oltre quaranta testi, tra i quali sono comprese le trascrizioni di molte sue celebri  conferenze, come sono appunto quelle che qui si segnalano all’attenzione dei lettori.

Preceduto da una presentazione di Corinne Enaudeau, il testo pubblicato dall’editore italiano, volutamente senza note per mantenere il carattere orale di queste lezioni, riproduce la seconda stesura che ha rappresentato la traccia per le conferenze tenute dal filosofo francese nel 1964 alla Sorbona per gli studenti di Propedeutica filosofica.

Quando ero al liceo, il nostro professore di filosofia soleva ripeterci che ogni uomo è filosofo, anche se non se ne rende conto.

In fondo, è anche l’opinione di Lyotard, il quale sostiene che si filosofa per il semplice motivo che non vi si può sfuggire, magari correndo in certi casi il rischio di “irritare tutti”.

In queste lezioni, l’analisi della questione del “perché filosofare” si sviluppa partendo dal desiderio di interrogarsi sull’unità che si è perduta “nel dispiegamento di una storia in cui la connessione tra la realtà e il senso sfugge sempre e sempre si cerca per poi perdersi di nuovo”.

Al filosofo spetta, dunque, di “attestare un senso che è già là, un senso lacunoso che rende il suo discorso incompiuto e, con ciò, vero”.

E’ un discorso in cui si ritorna su ciò che si è pensato, che viene disfatto per poi ricominciare, “ fornendo la prova che la vera unità dell’opera è il desiderio derivante dalla perdita dell’unità, e non dal compiacimento nel sistema costituito, nell’unità ritrovata”.

Se questo è l’ordine della trattazione, la prima conferenza è dedicata, in particolare, al desiderio, ed eredita da Freud, attraverso Lacan, l’idea che ogni relazione alla presenza si dà su uno sfondo di assenza.

La seconda, invece, connette tra loro desiderio, parola e azione, sviluppando l’analisi della perdita dell’unità e  la sua conservazione nella storia dello sforzo filosofico.

Nella terza, poi, si manifesta, sulla scia di Husserl e Merleau-Ponty, la convinzione che è il filosofo a portare l’esperienza muta all’espressione del suo proprio senso. Nella quarta, infine, dedicata all’azione, si spiega, in accordo con Marx,  che il filosofo interpreta il mondo al fine di aiutare a trasformarlo.

Impossibile, dunque, per l’uomo, la scelta di rifugiarsi nella comoda quanto sterile condizione di “bruto”.

Non c’è libertà senza legalità

Non c’è libertà senza legalità di Piero Calamandrei, editore Laterza, Bari,2013, pp.65, euro 12.

Recensione di Roberto Tomei

Dopo la pubblicazione nel 2007 della conferenza Fede nel diritto, l’editore Laterza ha dato ora alle stampe queste altre pagine, che qui si presentano, anch’esse emerse dallo scavo tra gli inediti di Piero Calamandrei, giurista, scrittore e uomo politico fiorentino, che fu tra i fondatori del Partito d’Azione e tra gli artefici della Costituzione.

Intitolato dall’autore Libertà e legalità e databile al 1944, vale a dire in quella fase in cui andava ponendo le premesse della sua posizione alla Costituente, il saggio scandaglia le interrelazioni esistenti tra questi due concetti chiave di ogni ordinamento, che vengono approfonditi alla luce dell’esperienza liberale e, poi, di quella fascista.

Come periodo paradigmatico dello sgretolamento dell’autorità della legge, proprio il ventennio fascista viene ampiamente analizzato da Calamandrei nella seconda parte del suo scritto, significativamente intitolato “il regime dell’illegalità” avendo tale regime lavorato per vent’anni “a distruggere negli italiani il senso della legalità” da intendersi come “coscienza morale della necessità di obbedire alle leggi, qualunque esse siano”

E’ nella prima parte del suo breve scritto, invece, dove discute la dialettica libertà/legalità, che l’illustre giurista precisa l’importanza della seconda rispetto alla prima, affermando che “colla legalità non vi è ancora libertà; ma senza legalità libertà non può esserci” e che “la legalità è condizione di libertà perché solo la legalità assicura, nel modo meno imperfetto possibile, quella certezza del diritto senza la quale praticamente non può sussistere libertà politica”.

Libertà, legalità e certezza del diritto sono oggi concetti non meno dibattuti di quanto avveniva settanta anni fa, sicché la lezione di Calamandrei ci appare assolutamente attuale e da rimeditare.

Finale di partito

Finale di partito di Marco Revelli, editore Einaudi, Milano, 2013, pp. 137, euro 10.

Recensione di Roberto Tomei

Per chi aspiri a comprendere il proprio tempo, non c’è niente di peggio che vivere in una fase di transizione epocale, dato che, quando salta il paradigma entro il quale si cresce, non è facile raccapezzarsi, capire dove si va e riuscire a orientarsi.

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Sono postumo di me stesso. Potere, Vaticano, donne, inferno e paradiso negli aforismi di Giulio Andreotti

Sono postumo di me stesso. Potere, Vaticano, donne, inferno e paradiso negli aforismi di Giulio Andreotti, a cura di Massimo Franco, Editore Mondadori, Milano, 2013, pp. 110, euro 10.

Recensione di Roberto Tomei

Ormai fa caldo e mi sembra opportuno segnalare un libro per le vacanze, da sano relax, buono sia per il mare che per la montagna. Di quelli, insomma, che si possono tranquillamente lasciare e riprendere a piacimento, senza conseguenze di sorta per il lettore.

E’ questa, infatti, la caratteristica tipica di tutti i libri di aforismi, espressione suprema del pensiero breve ma fulminante. Quello che si segnala è il libro degli aforismi di Giulio Andreotti, il politico che più di ogni altro è stato l’emblema della Prima Repubblica. Il curatore, Massimo Franco, notista politico e inviato del Corriere della sera, li ha raccolti suddividendoli per gruppi tematici. Alcuni di essi sono talmente noti da essere ormai entrati nell’uso comune, essendosi quasi trasformati in proverbi. Pensiamo, ad es., al famoso “il potere logora chi non ce l’ha”. Altri non sono così noti, ma risultano comunque non meno brillanti ed efficaci. Tra questi, quello che mi ha colpito di più testualmente recita: “il potere è non avere un capufficio”.

Se Orazio predicava il culto dell’aurea mediocritas, Andreotti si può considerare l’alfiere dell’aurea medietas, convinto com’è che “siamo tutti medi peccatori”, compreso lui, che si definisce di statura media, però con la coscienza “di non vivere tra giganti”. Sempre in questa medietas rientra la scelta di non dire bugie, ma soltanto “verità parziali”. E si potrebbe continuare così a lungo, ma non mi sembra giusto insistere a riportare gli aforismi del divo Giulio, perché voglio lasciare al lettore la sorpresa e il gusto di assaporarli da solo.

Andreotti non è stato un profeta politico, come De Gasperi, suo maestro e anima della ricostruzione postbellica, né un grande ideologo, come Moro, l’ideologo del compromesso storico. La sua era una filosofia spicciola, con uno spiccato senso della relatività della morale, dalla quale traspare una profonda conoscenza degli uomini, quanto meno degli italiani, che Andreotti stesso ha contribuito non poco a forgiare, per come sono stati e ancora sono.

Certo, vedendo come vanno oggi le cose, sono in tanti (in Italia ma anche in Vaticano, di cui era “cardinale esterno”) a provare addirittura un certo rimpianto per Andreotti. Se non altro perché le cose lui non solo le sapeva, ma le sapeva pure raccontare. (Roberto Tomei)

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