30. 10. 2020 Ultimo Aggiornamento 30. 10. 2020

A caccia del bosone di Higgs

A caccia del bosone di Higgs, di Luciano Maiani e Romeo Bassoli, 2013, Ed. Mondadori Università, pp. 198, euro 17

Recensione di Roberto Tomei

Nel luglio 2012 veniva confermata sperimentalmente, presso i laboratori del Cern di Ginevra, l'esistenza del "bosone di Higgs", la più piccola di tutte le particelle subatomiche fino ad ora scoperte, teorizzata da Peter Higgs fin dal lontano 1964 e divulgata al mondo come "la particella di Dio".

Una scoperta che costituisce un fondamentale passo avanti nella fisica delle particelle e nella conferma del modello standard dell'universo, in direzione di quella Teoria del Tutto, la teoria unificata delle forze, che la fisica insegue da decenni.

Per giungere alla prima conferma sperimentale sono stati necessari quasi 50 anni di ricerche teoriche e la costruzione della macchina più grande del mondo, l'LHC, Large Hadron Collider, un anello lungo 27 chilometri situato a 100 metri di profondità nel territorio di Ginevra. Una sfida sul cui successo, all'inizio, pochi avrebbero scommesso e che si accompagna alla storia stessa del Cern, il Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare di cui Luciano Maiani è stato direttore per cinque anni.

Sul filo dei ricordi personali, ma con l'obiettività che caratterizza l'attitudine imprescindibile dello scienziato, Maiani ci racconta tutta la gamma di illusioni e disillusioni, entusiasmi e momenti di disperazione, snodi teorici e rapporti personali che hanno consentito di realizzare e far funzionare questo macchina unica al mondo.

Forza senza legittimità

Forza senza legittimità, di Piero Ignazi, editore Laterza, Bari, 2012, pp. 138, euro 14,00

Recensione di Roberto Tomei

In un contesto, come quello occidentale, che sin dall'antica Grecia ha sempre ricercato la composizione dei contrari, identificando nell'unità armoniosa il fondamento del vivere comune, il partito (dal latino partire, che significa dividere), in quanto espressione di una sola parte, non ha mai goduto di buona fama.

Lunga e tortuosa è stata perciò la strada che i partiti hanno dovuto percorrere per trovare un riconoscimento vasto e senza contrasti.

La piena conquista della legittimità è avvenuta, si può dire, soltanto di recente, sul finire dell'Ottocento, culminando poi con la definitiva consacrazione nelle costituzioni (nella nostra, nell'art.49).

L'età dell'oro dei partiti è stata senza dubbio il Novecento, in particolare i due decenni postbellici , quando - spiega l'autore - essi raggiungono "il vertice della loro forza e legittimità".

E' in questo periodo che, nella mentalità collettiva, democrazia coincide con politica multipartitica, tanto che perfino nell'Europa dell'Est i partiti comunisti consentono il permanere di partiti ancillari.

La trasformazione avviene negli anni Sessanta, quando il modello del partito di massa viene sostituito dal partito "pigliatutto", che tuttavia gode ancora di credito presso l'opinione pubblica, nel senso che questa continua a delegare interamente ai partiti la sua rappresentanza, pur lamentandone la progressiva perdita di passione ideologica.

Un ulteriore passaggio si registra a partire dagli anni Ottanta e continua a svilupparsi con moto accelerato.

I partiti tendono ora a instaurare un rapporto simbiotico con lo Stato, di cui diventano parassiti: da un lato, lasciano deperire il rapporto col territorio, spostando risorse e attenzione al centro (sia  "quartieri generali" che assemblee elettive); dal'altro, adottano un atteggiamento clientelare e colonizzatore nei confronti della società, a sua volta trasformatasi, indebolendo così la capacità dei partiti di farsi portavoce delle istanze delle categorie.

Rinchiusi nella loro cittadella, i partiti hanno pensato bene di "rivolgersi" allo stato, ottenendo un generoso finanziamento pubblico, grazie al quale sopravvivere e, soprattutto, disporre di risorse per affrontare le elezioni.

Organizzazioni ormai piene di rughe, si appalesano sempre più incapaci di suscitare adesioni  entusiastiche e disinteressate, mentre la loro debole legittimità "si ribalta sulla rappresentanza", dando spazio a una delega diretta e individuale, "affidata a un capo, un leader, un duce", il bonapartismo presentandosi ora nelle vesti del populismo, vera anima del sentimento antipartitico.

Con Annibale alle porte, sembra proprio che ora si voglia tentare di fare marcia indietro, riducendo il finanziamento pubblico. Se accadrà veramente, sicuramente i partiti ne guadagneranno in legittimità. (Roberto Tomei).

 

I demoni del potere

I demoni del potere di Marco Revelli, editore Laterza, Bari, 2012, pp. 97, euro 14,00.

Recensione di Roberto Tomei

Il libro è una riflessione sul lungo ciclo della civilizzazione (più di tre millenni ), che culmina ora nella crisi della Grecia, pericolosamente prodromica alla fine dell'Europa.

Al centro c'è l'evoluzione del potere, trasformatosi in qualcosa di inafferrabile e tuttavia onnipresente.

Revelli fa largo uso del mito, che impiega sin dal titolo dei capitoli che scandiscono il volume, tutto popolato di Meduse e Sirene, cui fa ricorso per spiegare la crisi della nostra "civiltà", che si manifesta proprio nel luogo che ne fu la culla.

Egli sottolinea come  fosse stata l'invenzione della città la grande innovazione che aveva avviato la complessa ma vincente pratica di addomesticamento del potere, consentendo il superamento della sua natura belluina.

Due ne erano stati gli ingredienti: la forza della legge (nomos) e la forza della parola (logos). Grazie a questi due fattori si era realizzato il passaggio dal numinoso (e dal mostruoso) all' umano. Ma il problema ora ritorna, dato che la solidità dei "luoghi" sembra vacillare e sciogliersi sotto la spinta dei "flussi" finanziari", cui non si riesce a porre argine.

Dopo aver fatto tanto per "ingabbiarlo", il potere è sfuggito di nuovo, data la sua attuale invisibilità e irriducibilità a uno spazio preciso e definito, che nondimeno vanno di pari passo con la sua onnipresenza  e pervasività. In una parola, con la intrusività distruttiva del "numinoso".

E' proprio questa riedizione del passato, che autorizza Revelli a una serie di esercizi d'interpretazione sul materiale simbolico, da cui emergono "significati sepolti, paradossi, doppi sensi e sensi vietati", nella consapevolezza che molto di quel materiale mnestico torna ora ad acquistare una sua "problematicità attiva". Sempre che si abbia la capacità di saperlo leggere, naturalmente. (Roberto Tomei)

 

I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità

I riluttanti. Le élites italiane di fronte alla responsabilità di Carlo Galli, editore Laterza, Bari, 2012, pp.130, euro 14,00.

Recensione di Roberto Tomei

Ispirato dall'avvento del governo dei tecnici, guidato da Mario Monti, il libro che qui si presenta si articola in tre capitoli .

Il primo è una rassegna delle critiche che alcuni letterati hanno portato alle élites politiche italiane, prevalentemente nei cento anni che vanno dal 1820 al 1920 circa.

Nel secondo capitolo si ripercorrono a grandi linee le riflessioni specialistiche- cioè di filosofi e scienziati della politica- sulle élites, mostrando il rapporto di lungo periodo tra élites e democrazia ed esaminando con nuovi strumenti la vicenda unitaria italiana fino all'avvento del fascismo.

Il terzo capitolo, infine, è dedicato a una riflessione sul ruolo politico delle élites nella storia d'Italia dal 1920 ad oggi, in particolare a partire dal secondo dopoguerra.

Quando scriveva, l'autore non poteva sapere che quella delle attuali élites non sarebbe stata una parentesi, data la loro subitanea trasformazione in partito, anche se in un certo senso sembrava augurarselo, laddove afferma che il 2012 potrebbe" essere l'avvio di una terza nascita dell'Italia se le élites politiche e sociali sapranno operare una sospensione della loro riluttanza".

Bene. Pare proprio che questa sospensione sia stata operata. Adesso non ci resta altro da fare che vedere di cosa le èlites sono capaci. (Roberto Tomei)

Della storia d'Italia

Della storia d'Italia di Carlo Antoni, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2012, pp. 67, euro 9,00.

Recensione di Roberto Tomei

Di fronte a una disfatta, come quella della seconda guerra mondiale, è normale avvertire il bisogno di capirne le ragioni e di identificarne le cause.

Spesso queste vengono cercate in un arco temporale vicino, più raramente andando a scavare nel remoto corso della storia.

Tra coloro che hanno fatto quest'ultima opzione va sicuramente incluso Carlo Antoni nel saggio che qui si presenta, pubblicato clandestino  nel 1943 nei Quaderni del Movimento liberale italiano.

Pensato e scritto fra l'estate del 1943, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, e i primi mesi dell'occupazione tedesca di Roma, dopo l'8 settembre, il saggio echeggia, come sottolinea Giuseppe Galasso nella sua ampia introduzione, "molto di più l'incertezza, la problematicità, le confuse prospettive che non le radiose promesse e le speranze dell'orizzonte che si era aperto, con la caduta di Mussolini, al corso della storia italiana".

Inequivocabilmente negativo l'esame che Antoni fa della storia d'Italia.

A partire dal Comune, l'organismo politico tra i più originali della civiltà italiana, bollato come " singolare anacronismo della resurrezione dello stato di città classico", per continuare poi con la Signoria, considerata come il trionfo del puro machiavellismo, nella quale "invano la magnificenza cercò di compensare il vuoto delle anime sensuali e miserabili".

Da qui le premesse di un'Italia estranea alla modernità, senza i grandi slanci e le dure lotte che questa altrove aveva prodotto. Ancora alla vigilia del Risorgimento, il popolo italiano, ignorando le inquietudini tipiche dell'uomo moderno, si decide a insorgere "non già per impulso proprio, ma perché travolto dalle armate della Rivoluzione francese".

Nel lungo periodo, solo lo stato piemontese rappresenta un fattore di sviluppo dal punto di vista politico e sociale, ma neppure con la vittoria della prima guerra mondiale l'Italia riesce a riscattarsi. Anzi è proprio con la crisi postbellica che si fa largo l'Antirisorgimento, che pone le basi della dittatura fascista, "con la rovina economica, con la decadenza intellettuale, con la scomparsa delle forze vive dal mondo".

Da qui l'angosciosa domanda sulla capacità degli italiani di rialzarsi dopo cotanto disastro.

Acuito dall'eccezionalità e drammaticità delle circostanze in cui fu scritto, il saggio di Antoni, di chiara ascendenza salveminiana, dà - come dice Galasso - "eloquentemente conto del travaglio etico e politico" del suo autore. (Roberto Tomei)

 

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