31. 05. 2020 Ultimo Aggiornamento 29. 05. 2020

Le nuove paure

Le nuove paure di Marc Augé, editore Bollati Boringhieri, Milano, 2013, pp.82, euro 9.

Recensione di Roberto Tomei

Nate con l’uomo, le paure sono qualcosa di così immateriale e impenetrabile che non deve essere stato mai facile farne oggetto di riflessione. Con questo acuto e brillante libretto, ci prova ora Marc Augé, fine antropologo della tarda modernità, noto al grande pubblico soprattutto per aver scandagliato il ruolo che ai giorni nostri svolgono quelli che lui stesso ha ribattezzato” nonluoghi”, come supermercati, aeroporti e stazioni, dove i contemporanei trascorrono una parte sempre più consistente della loro vita.

E’ chiaro che le paure di oggi sono diverse da quelle di ieri e che il termine “paura” cambia a seconda del suo oggetto: paura della guerra, degli stranieri, delle polveri sottili, del futuro, ecc. Così come è altrettanto evidente che queste paure sono più remote di altre, come ad esempio l’angoscia che si prova per la perdita del posto di lavoro, che è decisamente molto più immediata.

Il dato saliente rispetto al passato, secondo Augé, è rappresentato dal fatto che ai giorni nostri le paure sono “oggetto di un intenso sfruttamento mediatico”, con un inedito “effetto di accumulo che trascende lo spazio e il tempo”, che rischia di creare interdipendenze tra eventi senza effettiva connessione, contigui solo nell’incalzare delle immagini e delle notizie veicolate dai media.

Raccogliendo l’esortazione di Giovanni Paolo II a non avere paura, Augé chiude la sua riflessione invitandoci ad “opporci” a quella che egli considera una sorta di nuova “colonizzazione”. Questi gli antidoti: “la curiosità, i progressi della conoscenza, qualche slancio di fraternità, alcuni tentativi di riavvicinamento e, nel complesso, la consapevolezza ancora incerta di un divenire comune- tutti segni che sarebbe irragionevole e persino criminale decidere di trascurare o ignorare”.

Per dar vita a un’opposizione che abbia serie chance di vittoria, occorre però essere in tanti, sicché i più “sensibili e consapevoli” sono chiamati a svolgere un’intensa azione volta a sensibilizzare le coscienze. Ma questa è un’opinione mia.

Funzionarismo

Funzionarismo di Teodoro Klitsche de la Grange, editore Liberlibri, Macerata, 2013, pp. 151, euro 15

Recensione di Roberto Tomei

Giurista e politologo, direttore del trimestrale Behemoth, l’autore ha scritto questo libro nella convinzione che il termine “funzionarismo” esistesse nei dizionari, scoprendo poi che era assente persino nelle più famose enciclopedie.

Egli ci mostra così che vi fu un tempo nel quale, con diversi significati, tale termine era presente in diverse discipline e nelle opere di studiosi di prestigio e politici di rango, come Salandra, Fortunato, Gramsci e Sturzo .

Poi, improvvisamente, la parola viene ”bandita”:perché, tradizionalmente, il potere tende a occultarsi o perché, cadute, dopo il “secolo breve”, le ideologie che pretendevano di cambiare il mondo una volta per tutte (nazismo e comunismo), si rischiava  di conservare soltanto quel che esse celavano, ossia la realtà del potere burocratico, certamente più prosaica delle rappresentazioni esaltanti dell’”uomo nuovo” o della “razza eletta”.

Sconfitte queste ideologie, l’autore avverte che la marcia trionfale della burocrazia è comunque continuata, visto che “non solo dottrine e ideologie ma anche guerre e crisi economiche le hanno giovato”.

Connotato principale del funzionarismo è quello di essere una deviazione della burocrazia. Questa che si spinge fino a  pensare, come sottolineava Max Weber, di poter sostituire la politica, laddove la differenza tra capo e funzionario, fondata sulla diversa responsabilità dell’uno e dell’altro, non potrebbe essere più evidente: il funzionario non può volere per il popolo,che è la principale funzione del politico, ma deve limitarsi ad applicare i precetti deliberati dai politici, onde il suo potere è, per sua natura, limitato.

L’autore è convinto, stante la burocratizzazione inarrestabile delle nostre società, che l’alternativa non possa essere tra potere burocratico “sì o no”, ma che occorra seriamente pensare quali siano limiti e controlli per contenerlo e “tenerlo al guinzaglio”.

Ci lascia, infine, con l’inquietante interrogativo se in una società che ha “perso l’anima” la burocrazia  non sia una componente essenziale del processo di decadenza.

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